IL CD

bisogna che tu pensi che sia bello comprare musica su un supporto fisico ogni tanto, altrimenti tutto questo non ha senso

Di fronte allo scaffale dei cd usati a 8 euro m’incuriosisco; dò un’occhiata. Trovo All Disco Dance Must End In Broken Bones degli Whale, 8 euro con la polvere. Gli Whale, un po’ di ricordi. Il primo cd l’avevo, chissà dov’è finito. E com’è questo non mi ricordo. Mi faccio un giro tra i cd nuovi e ne trovo un altro di altra gente che m’interessa, sicuramente bello, perché l’ho ascoltato su Spotify. A quel punto non so quale comprare perché gli Whale costano solo 8 euro, questo 18,50. Temporeggio un po’; poi prendo gli Whale. A casa mi viene in mente che forse il primo Whale l’ho venduto a 4000 lire.
Cia Berg WhaleUn cd usato arriva al negoziante perchè il suo proprietario è alla canna del gas oppure in casa ha bisogno di spazio per metterci una fila di lampe berger oppure si è rotto di tenere roba che ascoltava 20 anni fa dove potrebbe mettere la lampe berger. Scelte personalissime. Io ho venduto qualche cd che non ascoltavo da tempo, mi sono pentito ma quando penso che ho venduto anche i Bad Religion il gesto acquista un po’ di senso.
Il negoziante sceglie tra i cd usati quelli che vuole e quelli che no; tratta col proprietario un possibile prezzo o i termini del baratto. Col baratto, più o meno 5 o 6 cd usati ne valgono uno nuovo. In alternativa per 10 cd usati ti danno tra i 10 e i 15 euro. A volte ti viene fatto più o meno gentilmente capire che non è gradita la richiesta di denaro in cambio. In generale, vendere cd non è un grande affare, il nuovo si svaluta subito, appena lo compri il suo valore commerciale crolla del diciamo 89%, tu l’hai pagato 18 e ti danno 2. Il meccanismo che s’innesca tra te che vendi e il negoziante è quello tra la briciolina di pane e la formica. Per chi compra, cioè il terzo attore della questione, il cd di seconda mano invece è un mercato da benedire. Col vinile è diverso, col vinile chi vende può tirarsela, il negoziante subisce leggermente ma può giocare un po’ sul ricarico, chi compra se vede un prezzo troppo alto scappa subito. Tornando ai cd, personalmente, mi arrampico sulle pile di usato per vedere se c’è qualcosa che mi interessa. Ma attenzione.
Chi si libera dei cd per creare spazio alla lampe berger tende a vendere le cose peggiori che ha; chi se ne libera perchè è al verde vende in proporzione alla necessità, necessità che quanto è più grande tanto più rischia di mangiarsi i cd buoni; chi vende per stanca, potrebbe vendere di tutto. Per tutti è un po’ un morire, tranne che per quelli che comprano e vendono di continuo, come se fosse una malattia. Tutto è relativo e la qualità non è una sotto-categoria di nessuna di queste categorie in particolare: uno potrebbe vendersi tutta la discografia dei Rolling Stones, a te potrebbe fregartene un cazzo come si. Per questo, per avere un’idea, è importante sapere chi vende e i suoi gusti musicali; il perché vende è a titolo informativo.
Il filtro del negoziante è necessario quanto rilevante e se si tratta del negoziante da cui compri spesso roba, guarda che diventa anche un vantaggio. Ogni tanto arriva la partita brutta e se hai visto il negoziante dire NO, non posso comprarti niente perché questa roba non la vendo, questo è un altro passo verso la certezza di trovare un buon usato dal tuo amico dispaio. Cioè: un filtro esiste.

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Fino a 5-6-7 anni fa il vinile non se lo cagava più nessuno, poi è arrivato un hipster con un giradischi portatile, che comunque è una cosa quasi immorale, è tornato di moda e adesso anche Loredana Bertè esce in vinile, e tutti a dire che il cd non vale un cazzo, vendo tutti i cd e mi ricompro tutto in vinile. Ma che cazzo dici. Spendi un capitale. Qualsiasi italiano nato alla fine degli anni 70 il cd ce l’ha dentro e non può non ricordare il momento in cui è passato dal fare le cassette al fare i cd e lo stupore provato nell’ammirarne la praticità. Al di là dei ricordi, bagnati da un non so che di hornbiano e però fondamentali, il valore del cd rimarrà finché dentro ci sarà della musica e finché dietro ci sarà una produzione. Meno valore rispetto al vinile (che poi oggi i vinile li fanno tutti fighi, fino a un po’ di tempo fa se ne trovavi uno da 100 grammi con una copertina in cartonazzo e una sottocoperta di carta da culo plastificata all’interno era un miracolo), meno informazioni, qualità inferiore, ma comunque valore. La cassetta superò il vinile perché era più comoda, anche se si sentiva peggio, il cd uccise la cassetta perché era più stabile, l’mp3 ha sostituito il cd perché non occupa spazio fisico. Poi è tornato il vinile per colpa di un hipster infiltratosi in Europa dagli Stati Uniti. E questi sono gli episodi salienti della storia del formato, di cui può fregartene qualcosa oppure no. Comunque vadano le cose, sappiamo che il cd nella nostra mente rappresenterà sempre il supporto su cui abbiamo cambiato il modo di doppiare musica, cioè di delinquere un po’; in più ci ha dato la possibilità di andare fuori legge in digitale; e se ti beccavano fare il dj con un cd masterizzato eran cazzi, tutti a tremare e a tramare, poi si è scoperto che devi avere una specie di licenza che non ti chiedono mai e dimostrare di possedere A CASA la copia originale, o le ricevute dell’acquisto degli mp3. Ma forse le hanno quelli del Papeete. Dopodichè siamo ruzzolati dentro al casino morale e legale dello scambio dei file e sono nati gli Spotify per farci sentire più sollevati. Adesso siamo al punto in cui ascoltare musica o scaricarla in digitale gratis è bello perché così un gruppo si fa conoscere, trova le date, si fa un pubblico, vende le magliette e i dischi. Ha senso. A un certo punto, per essere arrivati a questo punto, grazie alle possibilità dateci dal formato digitale, ci siamo stupiti. Non dimentichiamo, per questo, il primo stupore digitale, quello del non fare più le cassette; quello stupore ce l’ha dato il cd, sempre nei nostri cuori. Adesso stanno tornando anche le cassette, troveremo il modo di tenere sempre nei nostri cuori anche quelle.

cagare vinile

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Tornando a bomba, 8 euro è un buon prezzo per un cd usato, se consideri che è arrivato in negozio a 2; il negoziante ci tira su la differenza, che non è un furto. Tutto quello che non si vende è magazzino e 8 euro è un buon compromesso tra il non rincarare troppo e la necessità di far girare lo scaffale il più in fretta possibile.
Ragionare: quegli 8 euro potrebbero essere anche utilizzati per altro, non è che perché sono 8 li devo buttare comprando cose su cui nutro dubbi. Emotivamente parlando, l’usato non è il nuovo. Sul nuovo si fanno delle ragionate storiche, perché costa di più; anche se si tratta del disco dell’anno, s’incastrano gli acquisti, ci si fa tenere da parte cose. Il nuovo ci fa un effetto diverso, generato di solito dall’attesa, a volte stemperato dall’ascolto precedente all’acquisto. L’usato agisce sul cervello in modo subdolo: costo poco, prendimi anche se non sei sicuro. NO.

Pausini lecca cd

cd = bad acid

La Pausini non è la sola cui piace leccare i cd. In un contesto geografico lontano di qui, una volta ho visto un dj con la riga nel mezzo e i capelli bianchi e neri che lo faceva. All’inizio pensavo fosse un gesto scaramantico ma quando ha messo su gli Husker Du ho pensato che quel gesto fosse troppo air guitar per essere accostabile agli Husker Du. Quindi gli ho chiesto perché lo faceva. Lui mi ha risposto, e secondo me ha ancora dell’incredibile, “Nello specifico per gli Husker Du? Perché così girano ancora più veloce”. Lui col cd si era fatto un bel viaggio.
“A CD is like bad acid: not for production o consumption” è uno slogan che si trova all’interno del libro dei testi di Vitalogy dei Pearl Jam, che è del 94. Era il momento in cui il cd vinceva come supporto musicale e i Pearl Jam (Vitalogy uscì per la Epic) erano tra i pochi a pubblicare in vinile. Quella pro vinile contro il cd era una lotta utile a marcare la diversità dal resto del mondo che i Pearl Jam volevano rappresentare in quel periodo, e in particolare all’uscita di quell’album, che è una svolta in una direzione diversa rispetto ai 2 precedenti. Per capire quanto fosse normale e necessario per i Pearl Jam essere contro in quel periodo, anche per trovare sostegno tra i fan che li vedevano impegnati in un certo tipo di battaglie e le condividevano, bisogna dire che ne sostennero altre, tra le quali una molto delicata, e ancora una volta connotata come risposta antagonista (in questo caso rispetto al pensiero dominante negli Stati Uniti): quella a favore dell’aborto lasciato alla libera scelta, la “Pro Choice”. Nella maggior parte degli US l’aborto era ed è regolato con precisione in relazione al mese di gravidanza e, per dire, anche Al Gore, il Vice Presidente USA più illuminato di tutti i tempi, trovò difficoltà a esprimere un pensiero chiaro a proposito dell’aborto.
C’è stato un momento in cui “portami un cd” in Italia era un messaggio in codice per dire “portami 10 grammi di fumo”, cosa che tutti sapevano (ricordo un servizio al tg) e che comunque contribuì ad alimentare la fama negativa del supporto. A parte questo, lungi dal dire che la cd=bad acid era importante tanto quanto la pro choice, è chiaro che il cd sia stato parte avversata all’interno di un contesto più ampio di battaglie politiche legate alla musica perché condotte da una band molto ben accreditata sia dal pubblico sia dalla critica; e l’immagine diversa dei Pearl Jam passava anche attraverso la presa di posizione pro vinile; per questo la cd=bad acid aveva senso. Fu utile? Forse si. Oggi la campagna =bad acid se avesse ancora senso bisognerebbe farla a rigor di logica contro il vinile a favore del cd, perché il vinile va di moda. Non siamo ancora nell’era post ideologica, esiste ancora una rivalità tra i due formati – per motivi diversi io preferisco questo, tu quello, a lui non gliene frega niente, ma tutte le posizioni sono valide e non ha senso liquidare nessuno dei supporti come merda – e il cd viene bistrattatto un po’ anche perché è riproducibile e sostituibile più o meno con l’mp3 o altro; però resta il formato fisico che ci permette di comprare musica a un ottimo prezzo, tipo dieci euro ai concerti e negli shop on line delle etichette, o otto dalla pila dell’usato.

morale

Meglio comprare un cd sicuramente bello a 18,50 euro e non un altro solo perché ne costa 8 (potrebbe essere una merda).
Se è una merda, comprandolo ho rimediato un cd di merda. E buttato nel cesso 8 euro, per un album che ascolterò una o due volte e che non vale la pena rivendere perché mi danno 2 euro (non che convenga vendere il vinile, ma pure il rapporto col negoziante se gli vendi i cd diventa frustrante). Il rischio è alto e costa 8 euro. Comprando il cd bello a 18 e 50 ho speso 10 euro in più ma ho un bel disco che ascolterò tante volte.
Il confronto vale anche tra 8 euro e 25. Di più non so, ma questo non significa che se il nuovo costa secondo te troppo devi spendere per forza quegli 8. Comunque, se hai speso 25, avrai un cd che ascolterai, se hai speso 8 hai speso un terzo di 25 per avere NIENTE. Puoi pure tornare in negozio, ma il cd bello sarà finito; puoi comprarlo su Amazon, ma gli 8 euro rimangono spesi comunque, neanche Bezos te li ridà.
La festa inizia quando trovi l’usato che t’interessa. Diventa difficile scegliere tra quello e il nuovo, ma da questa difficoltà è facile capire che il cd non è un acido cattivo.

Bill Callahan meets Mariele Ventre

Le cose che temo di più e che spesso mi fregano sono le aspettative. Bill Callahan a Bologna era un binomio da aspettative enormi ma anche la chiusura di un personale cerchio: nella stessa città il nostro primo incontro, oltre una dozzina di anni fa, grazie al cd di Dongs of Sevotion (Smog) prestatomi da un coinquilino. Da quell’incontro la ricerca discografica a ritroso: Red Apple Falls, Wild Love, Julius Caesar, solo per citarne alcuni. I primi lavori di Smog, così zoppicanti e logori, facevano il paio con gli intonaci ammalorati e le arenarie erose dei portici bolognesi. Dal primo incontro furono decine di chilometri a piedi in sua compagnia, sotto quegli stessi portici, lasciando al palo la bicicletta per avere dieci minuti in più di ascolto prima di arrivare a lezione.

(il mio primo post su Neuroni ed è già nostalgia come se piovesse. pessimo.)

bill

Al teatro dell’Antoniano, quello dello Zecchino D’Oro, gli intonaci sono in perfetto stato e tutto è tirato a lucido in una sorta di grandeur architettonica anni ottanta. Il teatro è grande, tutto esaurito da tempo, e in platea c’è mezza scena indie nostrana, pochi studenti e molti laureati disoccupati. Stride il contrasto tra l’abbondanza di persone e velluti e l’aurea introspettiva che da sempre ha circondato il fu Smog. Quando vedo due chitarre, un basso, una batteria, l’istinto è quello di muovere il culo da quelle poltroncine verdi troppo comode e avvicinarsi al palco che in fondo in fondo siamo sempre a un concerto rock. E’ il secondo contrasto della serata, perché arrivato in età matura il teatro è quasi sempre il mio contorno prediletto. Sulla scena viene proiettata una luna piena e si comincia con The Sing, primo brano dell’ultimo disco Dream River. Si parte troppo forte, tanto che il primo asso viene sprecato, calato a freddo, con i suoni ancora da riempire e gli animi da rodare. Con Javelin Unlanding si migliora, al netto dell’assenza di un flauto e un violino qua e là tutto bene, tutto bello, ma io comincio a sentire la minaccia delle aspettative perché sono già passate due canzoni e non mi sono ancora commosso. Poi arriva a sorpresa Dress Sexy At My Funeral e bang!, steso. Una squisita versione rivisitata alla moviola che delizia oltremodo gli appassionati della prima ora. Il concerto prende una piega diversa e sale di tre gradini. Ora sì che ti riconosco, Bill. Intanto un paio di attempati energumeni in giacca e cravatta si aggirano per il teatro come goffi secondini del copyright, vietando foto e riprese ai non autorizzati (azione di per sé deprecabile, non fosse che per una volta, finalmente, si riesce a godere di un concerto senza tutti quei fastidiosi schermi luminosi che ti guardano in faccia). Mentre immagini di boschi, rocce e orizzonti si alternano languide alle spalle della band, si apre il secondo capitolo dedicato al penultimo album Apocalypse: America!, One Fine Morning, Drover, intervallate dalle più recenti Ride My Arrow e Spring. Un capitolo ben preciso dove si definiscono i ruoli e prende forma l’anima del concerto: Bill, che strimpella statuario la sua Stratocaster verde oliva e imbocca l’armonica all’occorrenza, è l’unico in piedi e dirige la scena alzando di tanto in tanto il sopracciglio. Migliore attore non protagonista della serata è il chitarrista Matt Kinsey, il quale ricama e pervade ogni pezzo con assoluta maestria, risultando molto incisivo ma mai eccessivo. La sezione ritmica è affidata al basso di Jamie Zuverza (il protagonista del bizzarro video di Small Plane) che suona piacione in completo relax manco fosse nel salotto di casa, e da un giovane ignoto batterista ben istruito dal vate Thor Harris a usare più le mani che le bacchette. L’impressione a questo punto è che i quattro riescano a dare il meglio nelle rivisitazioni dedicate ad Apocalypse: gli oltre dieci minuti di One Fine Morning valgono il prezzo del biglietto. Il concerto si avvia verso la terza parte, ovvero l’inizio della definitiva consacrazione, con la cover degli anni ’50 (Please Send Me Someone To Love di Percy Mayfield), occasione per presentare la band con un giro di assoli e per sognare un intero album di cover come disco dell’anno facile facile (piangi un po’ se ti va). Poi viene calato il secondo asso di Dream River, Small Plane, e si porta a casa l’intera posta. Qui c’è tutto Bill Callahan: inarrivabile, magnetico, geografico nello sconfinato immaginario attraverso il quale riesce a trasportarti con la sua voce e certe sue canzoni. Già, la voce di Bill Callahan, quella mica la posso descrivere. Se già la consoci sai cosa intendo, se non la conosci sei la persona che più invidio al mondo perché non hai ancora ascoltato A River Ain’t Too Much To Love. Bill Callahan stasera è una sfinge come sempre, ma si lascia sfuggire qualche sorriso, ringrazia per i fragorosi applausi e tenta persino una battuta (non riuscita) sul Belpaese. Insomma, se si può dire, più gioviale di quanto mi aspettassi. Arrivano Seagull e Winter Road come chiusura perfetta a sancire definitivamente che nessuna aspettativa era mal riposta. E se non è abbastanza il bis con Rock Bottom Riser, perla assoluta del repertorio di Smog, è una buonanotte che mette la firma d’autore a un concerto memorabile.

Dentro me c’è un cane che canta – Sanremo, ma si dai spariamo sulla croce rossa 3

sanremo tutti

Sanremo non cambierà, tanto più che nel 2015 lo condurrà Carlo Conti che insegnerà a tutti il contismo – sorridere sempre e farsi un sacco di lampade – poi decideremo se è più fastidioso quello o il fazismo. Ma è bello scrivere su Sanremo, come è bello guardarlo, anche se è noioso; nel frattempo si possono fare altre cose e comunque è televisione sociale, che ti spinge a parlare con chi è con te sul divano, o anche televisione attiva, che ti invita a fare più cose in una volta, sempre con un orecchio alle canzoni.

I Premi

Arisa. Lei è una sex simbol da tempo. Quando l’ho vista fare la gattona su Vanity Fair ho pensato che avesse molto talento perché era riuscita a farsi dire di essere sexy. Neanche Caterina Caselli con Elisa è stata capace di tanto. E adesso tutti a dire che Arisa ha vinto con le tette, senza considerare che è uno dei personaggi psicologicamente più complessi che lo spettacolo italiano offra oggi e che questa complessità la mette nelle interpretazioni, durante le quali canta bene e mostra uno sguardo ambiguo. Nel post-Sincerità è stata il fulcro di un programma di Vittoria Cabello in cui rifaceva le canzoni degli altri infilandoci il nome degli ospiti e facendo ridere la prima e la seconda volta poi basta; in quella stessa trasmissione ogni tanto interveniva sulle questioni sessuali sollevate da Melissa P.; a XFactor si ubriacava e urlava; a un certo punto ha teorizzato una svolta lesbo. Cos’è davvero Arisa, che all’anagrafe è Rosalba Pippa? Una buona interprete molto meno brava come autrice. Controvento è peggio di altre sue canzoni, l’ideale per vincere Sanremo. Chi vota sa bene cosa vuole e nel corso del tempo non ha cambiato spesso i principi in base ai quali si è espresso: lasciatemi cantare e basta.
Rocco Hunt. Anch’io potevo scrivere una canzone sulla piadina e dire che l’Emilia Romagna non è la terra dei malghini del PD come lui dice che la sua è la terra del sole e non dei fuochi. Invece mi sa che è proprio la terra dei fuochi, nonostante il Decreto. E quella mamma che urlava quando Rocco Hunt ha vinto i Giovani era la mamma dei giovani d’Italia che si riscattano. E’ stata una bella terronata in eurovisione e il fazismo si è anche un po’ vergognato. Se Rocco Hunt sia trash o no e se abbia portato il vero trash (già chiamato in causa per questa edizione) a Sanremo sono dubbi che non ho ancora risolto.
Il Premio della critica e il Bardotti per il miglior testo alla canzone scartata di Cristiano De André fa capire quanto fosse alto il livello delle altre. Dentro me / c’è un cane che canta per me / Sing in the rain di Ron forse meritava qualcosa di più.
E per fortuna che il Premio Sala Stampa è andato ai Perturbazione e non alle Perturbazioni.
XL di Repubblica oggi pomeriggio ha condiviso su Facebook alcuni commenti in cui si chiede cose diverse tipo se avessero vinto Raphael Gualazzi e The Bloody Beetroots sarebbe stato un bel segnale, perché un artista (TBB) tanto apprezzato all’estero in Italia non viene cagato cioè non vince Sanremo eccetera. FBB da solo è un incrocio tra i Jet al massimo delle loro forze, i Prodigy in crisi compositiva e i Marlene Kuntz semplificati all’osso. Con Guala è arrivato secondo, al posto di Cutugno, quindi l’esperimento radiamo al suolo Sanremo con una maschera è tutto sommato riuscito, considerando che la canzone non era un granché. Per conquistare l’Italia, TBB deve riaprire il Bresaola Rave Party e partire da lì.

Terzo, Rudy Rubino. Mi sa che è tutto, auguri, ciao.

#vadim