In questi giorni che piove

rainydays Anniversari in negativo: nel 2014 fanno 20 anni che in Giappone hanno smesso di pubblicare Love Me Knight – Kiss Me Licia. Anniversari brutti: nel 2015 saranno vent’anni che in Italia ha debuttato la serie TV che da quel fumetto è stata cacata fuori, il mio ricordo peggiore se penso al concetto di colore nel corso della mia infanzia. I capelli di Mirko dei BeeHive sono diseducativi. La serie è quella con la canzone di Cristina D’Avena che parte con “un giorno di pioggia Andrea e Giuliano incontrano Licia per caso”. Ho come un bug nel cervello, dalla prima volta che l’ho sentita nella mia testa ha iniziato a sedimentare un ricordo malato, esploso gli anni successivi: appena uno dice “pioggia” mi viene in mente Kiss Me Licia, anche prima di Standing in the rain degli Husker Du o Singing in the rain con Gene Kelly. Ma vaffanculo. Ottenere quello che voglio dalla mia memoria risulta a volte difficile e questo mi provoca sensi di colpa di cui la mia coscienza e io stesso ci vergognamo apertamente. La pioggia è una cosa che fa parte dei ricordi, si dice spesso “mi ricordo che quel giorno in cui sono andato a fare quella cosa pioveva”. Dalle mie parti le vecchie dicono “in questi giorni che piove” per dire “in questi giorni in cui piove”. In questi giorni che piove, quindi, chissà quanti ricordi per il futuro. A settembre piove, sovente. Quest’anno, però, c’è una novità, c’è il RAINY DAYS all’Hana-Bi, un festival addudé (di due giorni, sempre dalle mie parti) di musica psichedelica e talmente heavy che si direbbe una roba organizzata dal Sidro. L’idea è sentimentale: fare concerti di musica pesa sotto la tettoia, con un tasso di umidità elevatissimo, farli anche se fuori dalla tettoia piove, perché l’estate è finita e l’autunno è bello. Io del genere non ho ascoltato troppo, ma in agosto, quando l’Hana-Bi ha iniziato a spammare il mondo con il RAINY DAYS, mi ha preso una super-fotta e ho conosciuto alcuni gruppi nuovi. Bello no? Andare andare andare.

IL DISCO DI OGGI

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A vederla sembra una copertina dei New Order senza tutti i colori, rimaSTIne due. Dentro all’ep dei Lushes che si chiama What Am I Doing (Felte Rec) c’è una canzone che si chiama Dead Girls che ieri mi ha mandato in para nera. I Lushes sono in due, di Brooklyn, e dentro all’ep mi è parso di sentirci Micah P. Hinson, Manta Ray, For Carnation, i June of 44 disco verde e a un certo punto (Feastin) pure i Coldplay, bella merda quella piccola fettina di giornata, ma poi non perdo del tutto le staffe perché mi viene in mente Adam Gnade, che voglio dire non è Chris Leo ma si fa presto a dire meglio quando all’insaputa nel tuo cervello ci sono appena saltati dentro i Coldplay. Come per un attimo i Lushes mi mettano in testa i Coldplay e l’attimo dopo Micah P. Hinson me lo sono spiegato dicendomi che è un passaggio che sento solo io perché tutto il fottuto giorno il mio collega si soffia piano piano tra le labbra i motivetti dei Coldplay, e poi non ho trovato altre motivazioni. Un’altra cosa che non ho ancora fatto è comprare la radio con la usb quindi in macchina ascolto i cd, e in macchina quando ti prende la tangente ti prende e basta, è quel momento in cui in modo strano e impossibile riesci a essere concentratissimo sulla strada senza neanche pensarci perché stai pensando alle canzoni. I Van Pelt. I Lushes partono con una strofa con una chitarra sempre uguale ma sempre più incalzante che li ricorda in Harsh, e finisci con la faccia nel ritornello ad ascoltare i suoi vuoti tanto quanto i pieni. C’è sempre un momento in cui devo parcheggiare e scendere dall’auto ma c’è anche un momento in cui ci torno a riascoltare Dead Girls. Inizia con una ragazza zombie che muove piano il cranio e finisce allo stesso modo e in questo intervallo di tempo pieno di morte l’uso dei piatti è quasi sempre in primissimo piano, più di ogni immaginaria media di uso dei piatti. Per Harsh posso dire ancora che il cantante dei Lushes canta come il cantante dei Clever Square, e io sono molto contento, è poco, ma per me è moltissimo. E poi i Liars, quelli di They Threw Us All in a Trench and Stuck a Monument on Top, ce li ho sentiti, in momenti differenti. L’incipit chitarra e batteria di Traffic è una cosa molto ben fatta (Traffic, come Traffic di Soderbergh, bello Traffic di Soderbergh), dopodiché il cantante si unghia la gola come Kurt Cobain, poco dopo il momento in cui è partito una specie di punk funk che è già finito. Alcuni attimi cambiano se stessi molto velocemente in What Am I Doing. Questi sono alcuni, ce ne sono anche altri. Senza trascurare il concetto di ripetizione.

streaming su felte.
www.yinyangjacuzzi.com

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PANSONICA l’ep

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Quando Godano è apparso per la prima volta era uno magrissimo con l’aspetto del tossico di Cuneo che suonava la chitarra tendendo il braccio sinistro tirato a tal punto da farlo diventare un’unica grande vena. In apparenza stava male e scriveva canzoni che ti entravano nelle ossa come il freddo. Cantava con quell’aria ispirata un pò da poeta illuminato e noi tutti delle merde, non andava bene ma ce la facevamo andare bene. Qualche anno dopo è diventato un fotomodello, poi uno scrittore, un giornalista e un attore e io a questa gente che fa tutto non ci credo più. Ora di ciò che c’era rimane una camicia. La sua camicia è uno dei simboli di un gruppo che una volta si presentava non come iconoclasta semmai come iconolatra, di se stesso, nel tentativo peraltro riuscito di costruirsi un’immagine simile ma evoluta rispetto ai predecessori CSI mantenendone la prosopopea, tagliandone la lagnosità e incrementandone l’ingordigia delle chitarre noisy ascoltabili. Oggi Godano ha sempre una camicia nuova. Oggi è appagato e per il nuovo Pansonica ha firmato pezzi scritti benino ma col vuoto spinto dentro e semplificati al massimo, che svuotano ancora una volta il noise rock in canzoni alternative per Virgin Radio, come si svuota il pallone del petomane quando ti ci siedi sopra. Pansonica è un ep incentrato sulla teatralità del canto e sul tentativo di replicare la cattiveria (Sig. Niente), il cinismo (Ruggine), i ritmi morbidi (Oblio) e quel lato oscuro che hanno reso i Marlene discretamente accattivanti in passato.
Un anno fa Virgin Radio ha messo in streaming Nella tua luce. Lo ha fatto anche ieri, con questo ep, che suona meglio di Nella tua luce, e i cui testi riescono per un pelo a non avere quelle cadute rovinose. Per il resto i Marlene tentano di recuperarsi ma è abbastanza chiaro che ci girano intorno senza limiti e senza ottenere il risultato millantato. 6 pezzi su 7 di Pansonica sono rimasti inediti per 20 anni dai tempi del Vile per una scelta che non si può definire saggia solo perché i dischi che hanno fatto dopo Il vile sono peggio. I Marlene di adesso hanno voluto rifare canzoni dei Marlene di allora, l’operazione comportava il rischio della brutta figura, loro se lo sono preso e non ne sono usciti vivi. Scivolano su una banana grande come loro, quella sulla quale c’è scritto che non è facile riprendere canzoni vecchie e rifarle quando si è diventati un gruppo mainstream, si è guadagnato un pubblico, se n’è perso altro, si è guadagnato un gusto nello scrivere canzoni e se n’è perso un altro, si è guadagnato un suono e se n’è e perso un altro. Non c’è più niente del suono che hanno sproloquiato di voler recuperare e di aver recuperato. È normale fare continue merdate a carriera inoltrata, ma non è da tutti millantare cose non vere. 2 post in 2 giorni su di loro, adesso però basta.