Manca poco a che finisca già gennaio, uno.

soglianois-winter-3

L’estate scorsa non è stata calda ed è piovuto spesso. L’inverno che stiamo sfangando non è stato freddo fino a l’altro ieri, poi all’improvviso si è messo in testa che doveva fare la neve, e la galaverna sulle piante di notte. Uno dei temporali più odiati dell’estate 2014 è stato quello del 26 luglio, il giorno in cui doveva esserci il Soglianois. Quella volta il Soglianois è saltato, ma adesso ritorna, edizione invernale. Ritorna in un posto in cui quando ci sono i concerti si sviluppa una temperatura che possiamo usare come rifugio dal freddo che fa fuori, il Sidro a Savignano sul Rubicone. Non è solo questione di amplificatori caldi, dipende dalle dimensioni del locale, piccole (posto nano tutto tano), e dalla gente che c’è dentro. Quando è molta d’inverno è bello. Fuori inizia a scendere il freddo più stronzo, dentro ti togli il giubbotto e tutta la lana che hai addosso e inizi a stare bene. D’estate stai altrettanto bene. Domani c’è il Soglianois Winter 3. Ci sono i Fine Before You Came che fanno un set acustico col violoncello. L’idea nasce dal non avere voglia di fare i concerti uguali a quelli dell’anno scorso, provare a fare una cosa nuova, acustica, non con pezzi nuovi ma con quelli vecchi. Quella del Sidro è la seconda data, quindi saranno tesissimi e verrà sicuramente benissimo. Quando scrivo non hanno fatto neanche la prima, quindi neanche loro sanno come sarà veramente. La trovo una prospettiva piena di stimoli, la nostra e la loro. Prima suonano i Girless & The Orphan e gli Uyuni, tutti e due con un disco nuovo uscito nel 2014. Li potete ascoltare/acquisire gratuitamente qui (Girless) e qui (Uyuni). Se volete essere coscienti di quello che cliccate prima di cliccare, i Girless fanno folk punk ma anche e soprattutto delle ballate bellissime, gli Uyuni del blues psichedelico, che da ascoltare al Sidro è la morte del freddo fuori.

Riviera, Riviera

riviera

C’è un disco, c’è un disco di un gruppo, quello del titolo del post, che è uscito a ottobre e che non ho ancora recensito.
Ogni tanto qualcuno inventa una parola nuova che poi entra a far parte del vocabolario delle persone. C’era una ragazza della mia città che aveva la fissa di chiamare tutto quello che era bellissimo MEGA. Era il gradino successivo al superlativo assoluto. Mega è diventato megavirale, molto prima che la viralità fosse una cosa di internet, virale tra le persone, tra le cervella. A un certo punto tutti dicevano MEGASUCCO, e megasucco stava per veramente mega, mega figo, mega sentito, molto coinvolgente, da un punto di vista sentimentale, o altro, comunque personale. Non erano gli anni novanta ma i primi del duemila. Dalle mie parti (Romagna) per dire megasucco si dice tradizionalmente fondamento e di solito si usa il contrario, non c’è fondamento, per offendere in modo moralmente violentissimo una persona. Megasucco non si può usare per tutto, e neanche fondamento, e neanche mega.
Riviera dei Riviera è un megadisco, e infatti il loro bandcamp si chiama megariviera.bandcamp.com/album/riviera. Il disco dei Riviera è proprio uno di quelli per cui dici ecco, qui si che c’è fondamento, e nello stesso momento pensi a quando tuo nonno ti insegnava a fare i compiti, o a non prendertela troppo perché il Cesena aveva perso salvo poi prendersela tantissimo se era la Juve a perdere.
I ricordi sono materiale su cui lavorare, materiale reale e profondo, di quel materiale che dà spessore alle cose. Fondamento, appunto. Riviera inizia con Aspetto, e Aspetto inizia con una batteria e una chitarra che mi ricordano quando questa mattina, o una qualsiasi altra mattina col sole, ho aperto la finestra: cioè mi danno una sensazione di orizzonte lontano. Per questo Riviera è il disco ideale da recensire all’inizio dell’anno nuovo, momento in cui c’è sempre l’impressione che debba succedere chissà che. Questo disco è il chissàche, ma il chissàche quando ci credi, quando credi davvero che la possibilità che un’unità aggiunta a centinaia di unità ferme lì da secoli possa cambiare solo perché è arrivata da poche ore a sommarsi con tutte le altre (1+2014). Questo alla fine è il motivo per cui non ho scritto niente di Riviera prima di adesso, perché aspettavo che assumesse un significato nella mia giornata. Non lo sapevo, ma ce l’aveva, ed è quella sensazione di nuovo giorno che ho provato stamattina, e non è una sensazione di nuovo che se ne andrà tra qualche settimana, come quella data dal nuovo anno appena iniziato, ma una sensazione di nuovo che riguarda i miei ricordi, in particolare tutte quelle mattine che apro la finestra e c’è il sole. E quando apro la finestra alla mattina e c’è il sole vuol dire che è sabato mattina, e che poco dopo rimarrò solo, o che sono già solo in casa. Il resto della settimana mi alzo prima e non resto solo, lascio casa che c’è ancora la mia ragazza, raggiungo l’ufficio dove ci sono decine di stronzi. Non ci sono solo i ricordi quindi, ma i ricordi spesso conducono a pensare alle sensazioni, ai pensieri. E questa è quello a cui mi fa pensare Riviera: ai ricordi che conducono ai pensieri.
E questa era la pesantata.
Penso di aver perso una di quelle serate in cui c’era da divertirsi, quella in cui al Valverde di Forlì hanno suonato i Riviera coi Dags! e gli Storm(o). I Riviera ho la certezza di recuperarli al Brainstorm (il 23 gennaio), praticamente a casa di amici, e quel posto sarà come sempre semibuio ma in realtà coloratissimo alle pareti, accogliente. Calanchi è la canzone di Riviera che mi immagino di più là dentro, sarà come Il cielo in una stanza dell’emocore, senza parole, senza essere una canzone d’amore (almeno per me) ma solo perché m’immagino che durante Calanchi le pareti colorate si aprano, senza sgretolarsi, e i Riviera la suonino all’aperto, dal secondo piano, sulla Piazza di Fusignano. Nessuna metafora, nessun significato recondito, solo un’idea che mi sono fatto della canzone, oltre alla concretezza del freddo che ci taglierà la faccia mentre ascoltiamo all’aperto Calanchi. Perché a Fusignano a fine gennaio fa freddo, quel freddo che ti si deposita sulle ossa con la nebbia e allo stesso tempo ti taglia. Non provo la stessa sensazione per tutto il maledetto disco dei Riviera quando partono tutte le maledette chitarre? Si, ed semplificativa di questa sensazione, che non è bella ma è malvagia, per questo mi piace tantissimo, è Adriano.

ti ho detto che ci rifletterò,
quel che c’era mi va stretto.
mi parleresti,
di tutto quello che non ho mai letto,
ti parlerei,
di tutto quello che non ti ho mai detto.

Che non è proprio proprio un testo tranquillizzante, esattamente come la mia sensazione, ed esattamente come la chitarra in tutto il disco, tagliente. La voce, anche lei lo è, ed è la voce che puoi figurarti solo uscire da una faccia rivolta verso l’alto, a bocca aperta, col fumo del freddo che esce, perché il canto è caldo e molto legato a un’emozione (Cosa rimane, un finale perfetto per il disco, e immagino anche per un live, con una coda che scompare lentamente e che si lascia dietro una canzone fatalista, che è poi il mio modo di essere se mi lasciassi sempre andare, quindi quello vero). Mi rendo conto che una canzone messa tra parentesi possa sembrare poco considerata, ma è tra parentesi solo perché il pensiero era tra parentesi: Cosa rimane è un pezzo che urla come la ferita aperta più aperta di tutte, perché capita sempre il momento in cui ne abbiamo molte. Vediamo, in questo disco, per me, nel senso per me stesso, se dovessi pensare a quali canzoni mi risvegliano ricordi che non vorrei o sensazioni che non mi piacciono che pensavo di aver superato, di sicuro direi (considerando musica e testi, tutto) Piscina. Il significato lo capisco solo se ascolto tutto, la musica e le parole, se leggo solo le parole mi sembra di non cogliere tutto, non riesco a ricondurle a me. Ego tripping.

non so perché sia così tanto tempo,
che faccio finta che,
tutto il resto a poco serva.

Questa è una sensazione brutta, che ogni tanto mi ricapita davvero di provare, cattiva, malvagia e che in questo momento mi piace che sia un disco a darmela, non la realtà. Magari al Brainstorm avrò l’occasione di liberarmi di quella reale, che ogni tanto ritorna, cantando tra me e me, e guardando gli altri che cantano a squarcia gola con gli occhi chiusi, mentre i Riviera la suonano. C’è il finale di Tuffo bomba che è la reazione ideale a una cosa di cui vuoi liberarti, cui fa seguito la mia (si fa per dire eh) Calanchi, la serenità dopo la confusione. Un po’ come se questo disco fosse il mio comportamento di sempre, di ogni giorno, con gli alti e i bassi, i momenti di buon umore e di malumore: ho lasciato andare Riviera a ripetizione sul computer (al Brainstorm comprerò copia fisica) e ho scoperto di preciso quale senso avesse per me. MEGASUCCO.

Ninos du Brasil al Bronson

IMG_20141221_010452

Vascellari l’altra sera si lamentava del fatto che nessuno ballasse e minacciava di smettere (a quanto pare lo fa spesso). L’ha ripetuto almeno tre volte, ma ha continuato a suonare. La gente ballava, ma lui continua a ripeterlo. Un copione che si sente in dovere di recitare, una performance.

I Ninos du Brasil fanno ritmi brasiliani, ma dei più abusati, e fanno anche della cassa in 4/4 (molto spesso). Il risultato in alcuni momenti, frequenti, soprattutto dal vivo, sono i Chemical Brothers di 15 anni fa aggiunti di suoni e ritmi brasiliani ovvi. Piace, e non solo a quelli che di solito vanno a ballare nei locali sbagliati. Tamburi continui, attacchi aggressivi per far ballare, subito, ritmiche monotone, sempre di uguale intensità, non troppa elaborazione, non troppe venature, solo qualche volta, e ripetitività, la ripetitività del minimalismo, ma dal vivo la voglia di fare bolgia supera qualsiasi desiderio di fare ascoltare una musica e i suoi dettagli. E anche su disco, non è che l’amore per il dettaglio venga fuori di più. Tutto mi dà una sensazione di fondo di approssimazione, di voglia di caricare gradualmente sul battito, rielaborando poco, solo facendolo crescere attraverso la ripetizione, ripetendo all’interno delle singole canzoni le stesse frasi, sovrapponendole, giocando sull’estremizzazione intesa come ripetizione ossessiva. Il risultato non è l’ipnosi che mi fa entrare dentro alla musica, ma un’estraniazione, che mi allontana. Ripetizione, l’ho detto abbastanza volte, ma faccio lo stesso gioco dei Ninos du Brasil.
Un altro punto a sfavore dei Ninos du Brasil dal vivo sono i Chemical Brothers. 15 anni fa i Chemical Brothers erano sufficienti, adesso non lo sono più perché l’elettronica, quella più fruibile ai molti che non l’ascoltano davvero, tra cui io, cioè quella di Caribou o Four Tet, per esempio, ha allargato molto la mia visione sull’elettronica di non ascoltatore di elettronica. L’unico pezzo bello che hanno fatto (Legios de Cupins), più delicato, ha svuotato la pista. Per il resto tutti, donne e uomini (e, così, senza aver fatto sondaggi, mi viene da dire che di solito quelle persone vanno a ballare in locali diversi dal Bronson) hanno ballato senza sosta. Hanno ragione loro quindi, ma il concerto è stato veramente una presa per il culo.

E Vascellari continuava a intimare BALLATE ALTRIMENTI È L’ULTIMA. Non mi è piaciuto il suo modo di fare, fare finta di voler smettere, giocare all’arrabbiato. Stare di più sotto al palco, ammazzarsi, era questo che si chiedeva ai concerti emo punk e hard core. In tre si mettevano a pogare, se andava bene, bene, se andava male, era lo stesso. Adesso le cose sono esattamente come allora. Un gruppo (metti, screamo) suona, nella sala ci sono tre gatti, il cantante gli chiede di avvicinarsi, loro lo fanno: bolgia. Loro non lo fanno: il concerto lo finisce lo stesso, o magari il gruppo smette di suonare, ma non minaccia di smettere e poi non smette. Tra qualche anno lo farà, se avrà avuto un briciolo di successo, ma solo perché si sentirà nella posizione di farlo, perché adesso non è nella posizione di farlo. Nico Vascellari lo fa solo perché ha un passato importante – circa, sempre tenendo a mente che tutto è relativo a quello di cui sto parlando: musica – e solo per quel passato non dico che è un coglione. Il suo lavoro da artista non lo conosco, per ora mi sono limitato alla musica. Una volta era una delle Persone dell’hardcore italiano, uno dei più significativi. Sempre un po’ teatrale, ma con i With Love dal vivo era una scheggia, e insieme una pippa lunghissima, ma ruvido, buono e cattivo allostesso tempo, intelligente.

I With Love li ho visti a Pontecucco di Cesena, che era poi il Centro Sociale dei Konfettura, e la sala era piena di gente. In quei giorni devo essere capitato in macchina con un amico che aveva lo split live con i Concrete. I titoli dei With Love in quello split sono Words, Acustica, Quella veloce, Fear. Qualcuno disse in un impeto critico che quello che mancava ai With Love erano i titoli. Dal vivo erano stati incredibili, un po’ anche perché non facevano il mio genere preferito, ma ricordo Nico Vascellari abbastanza prolisso, e nerboruto. Lì davanti al palco la gente si ammazzava, senza che glielo chiedesse. È lì, credo, che voleva arrivare Vascellari l’altra sera. Di fatto c’è arrivato, ma non gli bastava, la performance era stata preparata ed era da fare. Negare il fatto che il pubblico ti stia già dando quello che gli chiedi non è una cosa bella da fare. In realtà il pubblico (io non ballo più, in generale) stava dando di più di quanto non stesse ricevendo dai Ninos du Brasil, ma i Ninos du Brasil dovevano non essere soddisfatti. Non si tratta più di chiedere partecipazione a una cosa che senti e nella quale anche il pubblico è coinvolto perché appartiene a una scena musicale, ma di voler ottenere consensi e riconoscimento come artista a prescindere, per una performance di fatto cristallizzata e per questo per niente comunicativa e fredda, un copione eseguito a occhi chiusi e una musica insoddisfacente. Se i consensi te li danno, è tutto grasso che cola. È questo il punto, credo.

Non penso che tutti sapessero che il frontman era quello dei With Love e non credo che tutti sapessero chi sono i With Love, e penso che non gl’interessi, molti erano lì perché i Ninos du Brasil si sono fatti conoscere in ambienti diversi (e questo è un bel risultato). Per chi conosce i loro trascorsi, Vascellari e Fortuni (anche lui ex With Love) fanno i santoni che vengono dal passato e ci prendono in giro parlandoci di un Brasile turistico e proponendoci una novità e una musica in modo superficiale (soprattutto il primo disco Muito NDB, soprattutto Tupelo). Italiani che vogliono fare i brasiliani. Un artista tenta di non ripetersi, i With Love volevano essere fuori da qualsiasi copione ripetuto, col tempo infatti hanno iniziato a fare sostanzialmente noise e video arte, per quel motivo, credo: per uscire da un copione che incominciava a ripetersi. Nella stessa ottica (fare qualcosa di diverso, magari ritagliandosi anche un pubblico diverso) Vascellari ha fondato i Ninos du Brasil ma alla fine è la musica a non essere sufficiente, a ridurre a ritmiche e note tipiche, grottesche, una tradizione musicale (brasiliana) enorme. Dal vivo e sugli album.

Ninos du Brasil sono sicuramente differenti da tutto il resto in Italia – cioè ci saranno altri gruppi che fanno del Brasile (i Caiman?), ma intendo valutando anche il fattore sorpresa, il fattore curiosità destata (all’inizio, nel 2012) da un progetto musicale nuovo e diverso rispetto alla tradizione da cui proviene – ma non riesco ad accontentarmi di un’idea diversa solo perché è tale se non viene fuori il cuore e il motivo per cui viene proposta. E non mi piace il concerto dal vivo se lo conduci come una performance programmata in modo ottuso, senza valutare che a volte è meglio cambiare le cose in corsa in base a ciò che succede, che a volte può non essere prevedibile. Non credo che sia sempre possibile portare avanti insieme una performance artistica e un concerto live, credo che abbiano esigenze diverse, vadano nutrite in modo diverso, abbiano ritmi diversi e un rapporto diverso col pubblico. Imprevedibilità, a vascolari secondo me piace essere imprevedibile. I With Love mi piacevano un po’ anche per quello, ero nell’età in cui la follia mi affascinava sempre, e il rock che ascoltavo di più era molto più regolare. Ora la follia dei Ninos du Brasil è ridotta ad aggredire il pubblico, a trattarlo male, e a ritmiche ossessive. Non sono cose nuova, né imprevedibili.
Vascellari doveva trovare un modo di esprimere la sua impellenza e voglia di diversità musicale – è giustissimo, non voglio che With Love tornino a suonare – ma ha pensato a Ninos du Brasil, e magari la prossima volta penserà a qualcosa di meglio. È un artista, non solo un musicista, che performa la musica, ma per il momento non lo fa in modo creativo e interattivo: il copione della performance dice che la risposta deve arrivare solo dal pubblico e non dall’artista. Non lo trovo un modo illuminante di condurre uno spettacolo.

Era Passatelli in Bronson, il 20 dicembre. Di spalla c’erano HAVAH, per fortuna, e Be Forest. HAVAH non l’ho messo nella classifica dei miei dischi del 2014 ma avrei dovuto.