Riviera, Riviera

riviera

C’è un disco, c’è un disco di un gruppo, quello del titolo del post, che è uscito a ottobre e che non ho ancora recensito.
Ogni tanto qualcuno inventa una parola nuova che poi entra a far parte del vocabolario delle persone. C’era una ragazza della mia città che aveva la fissa di chiamare tutto quello che era bellissimo MEGA. Era il gradino successivo al superlativo assoluto. Mega è diventato megavirale, molto prima che la viralità fosse una cosa di internet, virale tra le persone, tra le cervella. A un certo punto tutti dicevano MEGASUCCO, e megasucco stava per veramente mega, mega figo, mega sentito, molto coinvolgente, da un punto di vista sentimentale, o altro, comunque personale. Non erano gli anni novanta ma i primi del duemila. Dalle mie parti (Romagna) per dire megasucco si dice tradizionalmente fondamento e di solito si usa il contrario, non c’è fondamento, per offendere in modo moralmente violentissimo una persona. Megasucco non si può usare per tutto, e neanche fondamento, e neanche mega.
Riviera dei Riviera è un megadisco, e infatti il loro bandcamp si chiama megariviera.bandcamp.com/album/riviera. Il disco dei Riviera è proprio uno di quelli per cui dici ecco, qui si che c’è fondamento, e nello stesso momento pensi a quando tuo nonno ti insegnava a fare i compiti, o a non prendertela troppo perché il Cesena aveva perso salvo poi prendersela tantissimo se era la Juve a perdere.
I ricordi sono materiale su cui lavorare, materiale reale e profondo, di quel materiale che dà spessore alle cose. Fondamento, appunto. Riviera inizia con Aspetto, e Aspetto inizia con una batteria e una chitarra che mi ricordano quando questa mattina, o una qualsiasi altra mattina col sole, ho aperto la finestra: cioè mi danno una sensazione di orizzonte lontano. Per questo Riviera è il disco ideale da recensire all’inizio dell’anno nuovo, momento in cui c’è sempre l’impressione che debba succedere chissà che. Questo disco è il chissàche, ma il chissàche quando ci credi, quando credi davvero che la possibilità che un’unità aggiunta a centinaia di unità ferme lì da secoli possa cambiare solo perché è arrivata da poche ore a sommarsi con tutte le altre (1+2014). Questo alla fine è il motivo per cui non ho scritto niente di Riviera prima di adesso, perché aspettavo che assumesse un significato nella mia giornata. Non lo sapevo, ma ce l’aveva, ed è quella sensazione di nuovo giorno che ho provato stamattina, e non è una sensazione di nuovo che se ne andrà tra qualche settimana, come quella data dal nuovo anno appena iniziato, ma una sensazione di nuovo che riguarda i miei ricordi, in particolare tutte quelle mattine che apro la finestra e c’è il sole. E quando apro la finestra alla mattina e c’è il sole vuol dire che è sabato mattina, e che poco dopo rimarrò solo, o che sono già solo in casa. Il resto della settimana mi alzo prima e non resto solo, lascio casa che c’è ancora la mia ragazza, raggiungo l’ufficio dove ci sono decine di stronzi. Non ci sono solo i ricordi quindi, ma i ricordi spesso conducono a pensare alle sensazioni, ai pensieri. E questa è quello a cui mi fa pensare Riviera: ai ricordi che conducono ai pensieri.
E questa era la pesantata.
Penso di aver perso una di quelle serate in cui c’era da divertirsi, quella in cui al Valverde di Forlì hanno suonato i Riviera coi Dags! e gli Storm(o). I Riviera ho la certezza di recuperarli al Brainstorm (il 23 gennaio), praticamente a casa di amici, e quel posto sarà come sempre semibuio ma in realtà coloratissimo alle pareti, accogliente. Calanchi è la canzone di Riviera che mi immagino di più là dentro, sarà come Il cielo in una stanza dell’emocore, senza parole, senza essere una canzone d’amore (almeno per me) ma solo perché m’immagino che durante Calanchi le pareti colorate si aprano, senza sgretolarsi, e i Riviera la suonino all’aperto, dal secondo piano, sulla Piazza di Fusignano. Nessuna metafora, nessun significato recondito, solo un’idea che mi sono fatto della canzone, oltre alla concretezza del freddo che ci taglierà la faccia mentre ascoltiamo all’aperto Calanchi. Perché a Fusignano a fine gennaio fa freddo, quel freddo che ti si deposita sulle ossa con la nebbia e allo stesso tempo ti taglia. Non provo la stessa sensazione per tutto il maledetto disco dei Riviera quando partono tutte le maledette chitarre? Si, ed semplificativa di questa sensazione, che non è bella ma è malvagia, per questo mi piace tantissimo, è Adriano.

ti ho detto che ci rifletterò,
quel che c’era mi va stretto.
mi parleresti,
di tutto quello che non ho mai letto,
ti parlerei,
di tutto quello che non ti ho mai detto.

Che non è proprio proprio un testo tranquillizzante, esattamente come la mia sensazione, ed esattamente come la chitarra in tutto il disco, tagliente. La voce, anche lei lo è, ed è la voce che puoi figurarti solo uscire da una faccia rivolta verso l’alto, a bocca aperta, col fumo del freddo che esce, perché il canto è caldo e molto legato a un’emozione (Cosa rimane, un finale perfetto per il disco, e immagino anche per un live, con una coda che scompare lentamente e che si lascia dietro una canzone fatalista, che è poi il mio modo di essere se mi lasciassi sempre andare, quindi quello vero). Mi rendo conto che una canzone messa tra parentesi possa sembrare poco considerata, ma è tra parentesi solo perché il pensiero era tra parentesi: Cosa rimane è un pezzo che urla come la ferita aperta più aperta di tutte, perché capita sempre il momento in cui ne abbiamo molte. Vediamo, in questo disco, per me, nel senso per me stesso, se dovessi pensare a quali canzoni mi risvegliano ricordi che non vorrei o sensazioni che non mi piacciono che pensavo di aver superato, di sicuro direi (considerando musica e testi, tutto) Piscina. Il significato lo capisco solo se ascolto tutto, la musica e le parole, se leggo solo le parole mi sembra di non cogliere tutto, non riesco a ricondurle a me. Ego tripping.

non so perché sia così tanto tempo,
che faccio finta che,
tutto il resto a poco serva.

Questa è una sensazione brutta, che ogni tanto mi ricapita davvero di provare, cattiva, malvagia e che in questo momento mi piace che sia un disco a darmela, non la realtà. Magari al Brainstorm avrò l’occasione di liberarmi di quella reale, che ogni tanto ritorna, cantando tra me e me, e guardando gli altri che cantano a squarcia gola con gli occhi chiusi, mentre i Riviera la suonano. C’è il finale di Tuffo bomba che è la reazione ideale a una cosa di cui vuoi liberarti, cui fa seguito la mia (si fa per dire eh) Calanchi, la serenità dopo la confusione. Un po’ come se questo disco fosse il mio comportamento di sempre, di ogni giorno, con gli alti e i bassi, i momenti di buon umore e di malumore: ho lasciato andare Riviera a ripetizione sul computer (al Brainstorm comprerò copia fisica) e ho scoperto di preciso quale senso avesse per me. MEGASUCCO.

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