Italian Party 16

lags

Si gioca tutto sul campo e durante quella giornata, e basta. Che se qualcosa per un attimo non va, si aggiusta il più in fretta possibile e si va avanti cercando di mangiarsi il ritardo. L’anno scorso l’Italian Party è stato una macchina da guerra, passavi dalla piazza alla corte lì attaccata, dalla corte alla piazza, fischiettando, bevendo una birra, e vedevi Capra che portava casse, in generale, bastava che avesse una forma cubica e fosse pesante e lui la portava da un palco all’altro. E in effetti un pelo coccolato ti sentivi.
Diverse le reazioni della folla, che cresceva di ora in ora, dalle 18 in avanti. A dare uno sguardo in giro, il concerto successivo c’era sempre qualcosa di diverso dal concerto precedente. La concentrazione una volta, più sorrisi un’altra, quelli che fanno casino sotto al palco coi Chambers. È un pubblico attento, a cui piace quello che sta succedendo. È lì apposta, direte voi. Ma.. è vero e non è vero perchè di gente che rompe i coglioni ai concerti ce n’è sempre.
Una giornata tranquilla, in cui possiamo ascoltare i nostri gruppi, quelli che sentiamo davvero più famigliari, e conoscerne di nuovi. Una giornata in cui possiamo farci un giro quattro o cinque volte nei banchetti e vedere cosa c’è. All’ora di cena siamo andati, e tornati subito, alla pizzeria al taglio che c’è dall’atra parte della strada. C’era anche una pizzeria convenzionata nella piazza dei concerti, ma noi Umbertide non l’avevamo mai vista, quindi.
Dietro all’Italian Party c’è la voglia di fare suonare i gruppi, di farlo con il tocco di To Lose La Track, che ha quel suo modo delicato di mantenere il basso profilo ma facendo le cose ultra bene, inquadrandole in un contesto cittadino giusto, bello, pratico e in un contesto di idee che vince in modo lampante: tu sai che quei gruppi sono lì perché fanno parte di qualcosa, alcuni escono con l’etichetta, altri no e sono stati chiamati da Luca Benni perché gli piacciono. Perchè comunque la musica è quella, la ascolti, se ti piace ok, sennò passi ad altro. La conosci attraverso To Lose La Track, il suo sito o il suo festival, ma la proposta è allargata, a tutte le etichette, o meglio ai gruppi, o più che altro alle persone che si conoscono. Alla fine sono le persone che fanno queste cose, dietro ci sono quelle.

E l’Italian Party è una cosa organizzata per il piacere di riempire una giornata come un palloncino d’acqua finché non usi tutta la plastica, la stiri per bene sul palloncino, lui diventa trasparentissimo e tiene la botta, non esplode. È questo che senti nell’aria.

C’è la musica dal vivo dei gruppi che vendono le loro cose al banchetto, c’è la spinta che viene dalla voglia di fare quella musica e continuare a farla. Quindi, se vuoi, ti compri qualcosa, perché così quella musica te la porti a casa ed è bello. In più, vuoi fare ascoltare la tua musica a chi ha una gran voglia di spostarsi per 1, 5, 100 chilometri per venire a sentirla. Questi sono i moventi.
In effetti l’Italian Party si fa a Umbertide, facilmente raggiungibile in auto grazie a quell’opera enorme che è l’e45 per me che vengo da Cesena, ma per molti distante chilometri.
La prima cosa che ho visto dell’Italian Party 2015 è stato l’uomo che suonava la chitarra nel cartellone di Rockin’ Umbria, quello che se ti mettevi dalla prospettiva giusta sembrava il componente in più di tutte le band. Siamo arrivati in Piazza San Francesco alle cinque e mezza, c’era gente che lavorava. Non ci siamo avvicinati troppo al Chiostro e con la spocchia tipica romagnola abbiamo deciso che ci voleva tempo prima che iniziassero. Siamo andati in centro e ci siamo seduti nel bar a bere una gassosa. Nel frattempo, Baronciani ha iniziato a presentare La distanza. Quella presentazione era stato uno dei punti forti di cui mi ero servito per convincere la mia morosa a venire con me al festival. Sfumato. Quando torniamo ci sono una batteria, due amplificatori e un’effettiera abbastanza grande in mezzo alla piazza. Già solo quella cosa monta su la tensione. La curiosità sale per quelle quattro cose, e un tappeto. Dopo di che arrivano i Mood, la band di cui ho comprato il cd a 10 euro. Sono convinto di aver fatto contentissimo il chitarrista quando sono andato al banchetto, perché mi ha fatto un sorriso proprio alla D. Boone, all’inizio. Io gli ho fatto OK col pollice e con la faccia e sono tornato a vedere i Lags. Sapevo che il cd costava 10, ma da quel momento mi è arrivata una gran paranoia sul fatto che forse costava di più e gli avevo dato di meno, perchè non gli avevo chiesto il prezzo esplicitamente. Torno da lui, gli chiedo “Costava dieci vero?” nel momento in cui gli rivolgo la domanda mi rendo conto di aver fatto la cazzata della giornata e che la mia domanda avrebbe potuto essere interpretata come “Devo avere del resto?”. Secondo me lui l’ha interpretata così. Lui ha detto no, poi si è girato dall’altra parte. Il primo incontro con i Mood è stata intenso: li ho sentiti suonare, ho comprato il cd, il chitarrista mi ha sorriso, poi l’ho fatto arrabbiare. Nel giorno dell’Italian Party c’è pure spazio per le paranoie, come gli altri giorni, perchè ti puoi portare dietro proprio tutto te stesso.
Dopo il concerto il batterista dei Mood era così sudato che sembrava un maratoneta in spiaggia alle due del pomeriggio. Ma zero secondi passano tra quando finiscono i Mood e quando inizia Urali, dentro al chiostro, e non c’è troppo tempo per ripensare a quei due, ci ripenserò a casa. Hey, ma Urali non era (al tempo) di To Lose La Track, e neanche i Mood. Ecco cosa intendevo.

Ma perché parlare dell’Italian Party dell’anno scorso, bisogna sempre guardare avanti. Il programma di quest’anno prevede

1. Delta Sleep
2. GIONA (pezzo)
3. DAGS! (pezzo)
4. Labradors (pezzo)
5. Marnero (pezzo)
6. MINNIE’S (pezzo)
7. Riviera (pezzo)
8. LEUTE
9. LAGS
10. SHINEBOX
11. Crtvtr
12. Urali (pezzo)
13. Baffodoro
14. McKenzie
15. Tante Anna
16. BENNETT

Il palloncino diventa sempre più trasparente e sottile. In poco meno di 8 ore 16 gruppi, dalle 16 e l’edizione è la 16esima, il.. 17 luglio. Nello stesso posto: Piazza San Francesco e Chiostro. Una volta andava la ghost song, quest’anno a Umbertide c’è la ghost band, i Bennett. Sempre perchè vale la regola che se non c’è su google non esiste, ma soprattutto che se non l’ha trovato Diego su google proprio non esiste, i Bennett ancora non esistono. Si terraformeranno sul palco il 17 luglio. Io so solo che ci sono membri dei Disquieted BY, e potrebbe bastare.

Non è che ascolto la tua musica perchè sei un artista

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Detesto quando vedo un concerto e l’atteggiamento di chi suona è eccessivo. Non so, metti il caso che io stia aspettando che qualcuno inizi a suonare e senta dire “non sono solo musicisti, sono artisti a tutto tondo”, strippo subito. A tutto tondo. Perchè m’immagino uno di quei concerti in cui il cantante si arrotola le braccia intorno alla faccia, dice cose con quell’aria sempre très fatigué, fa un passo in avanti ed è così concentrato che è evidente che crede di aver generato il movimento perfetto, insomma non la smette un secondo di fare un sacco di mosse, e io mi smarono subito.
Nei casi più gravi, non c’è bisogno di andare al concerto, basta ascoltare il disco per immaginarsi lo spettacolo: fa tutto la musica. Che, quindi, è significativa. Ma non lo è in sé. Lo è perché esprime dei riferimenti più o meno espliciti a qualcosa, a un altro cantante, a un mondo, che l’artista imita per fare in modo che chi lo ascolta lo riconosca come parte di quel mondo e per piacergli. Ma gli piace per merito di qualcun altro, o di qualcos’altro, non per quello che è stato in grado di costruire.
Su disco o a un concerto, a volte è come se le canzoni fossero composte da due livelli, la cui importanza è ribaltata: quello meno importante è la musica, quello più importante diventa tutto il resto, espressione del voler essere, del volere mostrare a tutti i costi di essere strani, disturbati, contorti, simpatici, antipatici, poeti, artisti in qualche modo. Mi sembra di poter dire che, se c’è tutta questa necessità di mettersi in mostra, manchi qualcos’altro su cui bisognerebbe invece concentrare l’attenzione, cioè il talento.
È tutta una sovrastruttura che non c’entra niente con la musica in sé, ma ha a che fare con il volere dare una determinata immagine di sé. La musica non riesce ad avere la stessa importanza dell’atteggiamento, a volte perché 1) è troppo poco interessante, altre perché 2) le pose sono così fastidiose da ucciderla. Il fatto che la musica non sia un granché (caso 1) spinge l’artista a sovrapporci qualcos’altro per renderla apparentemente più completa. E questo prevede la consapevolezza da parte dell’artista. Potrebbe anche essere, invece, un’azione inconsapevole, nel senso di ingenua, cioè uno si crede artista perché ha scritto una manciata di canzoni e allora si muove da artista, parla da artista, canta da artista eccetera. Oppure si crede anche scrittore perché è un artista a tutto tondo (e qui si verifica spesso il caso 2).
Fai musica per fare il teatro o fai musica e ti scappa fuori anche un po’ di teatro? Abbiamo tutti una scala di valori diversa, ma io, quando ascolto un disco o vedo un concertino, vorrei prima di tutto sentire della musica e non essere infastidito dal cantante. Uno può avere anche altro da dire, la musica può stargli stretta, e questo può essere ok, ma i casi in cui tutto riesce bene sono rari.
Giù dal palco, la pantomima potrebbe continuare. Non sopporto quei musicisti che quando parlano devono per forza farti capire che sono artisti, anche se li incontri al cesso di una discoteca. Fenomeno calmati. Se proprio lo desideri, potresti essere considerato artista anche solo perché scrivi bene le canzoni. Pensaci. Preferisco quelli che fanno della legna e non si vede che la fanno, si sente e basta.

4 racconti sul Velvet. Bambini che ballano, musica che non finisce, bere e una Fiat Regata.

Tre settimane fa ha chiuso il Velvet, con una festa lunga tre giorni. Ho chiesto ad alcuni amici di scrivere qualcosa.

Elio. Tre giorni per dire addio al Velvet a Sant’Aquilina, pochi? Troppi?
Due frasi mi sono girate in tesa durante quei giorni, la prima, una raccomandazione di Lucia: “non deve essere un funerale, ma un momento di festa in cui ognuno possa salutare a suo modo il Velvet e viverlo in tutti gli spazi portando magari anche i figli”. E si è lavorato perché fosse così, invitando artisti, spulciando gli archivi, aprendo gli spazi, lavorando sulle canzoni storiche da suonare per l’ultima volta in pista e riempendo le giornate di eventi.
Un lavoro collettivo e una partecipazione appassionata degli addetti ai lavori e degli artisti così come del pubblico. Si perché, per quanto sia, in quel posto si celano migliaia di storie e racconti e in molti hanno voluto riviverle per un’ultima volta, non importa se vissute sul palco o in pista, non importa se magari era da anni che non si metteva piede nel locale: c’era la consapevolezza che quelle quattro mura erano comunque lì a conservare gelosamente i ricordi, e qualcuno sicuramente stava vivendo e costruendo i suoi.
Ho visto tanti occhi lucidi guardare apparentemente nel vuoto e non credo di sbagliare se immagino che stessero fissando un particolare punto del locale legato a un particolare angolo delle propria memoria.
Mi sono emozionato vedendo ballare in pista i bambini la domenica pomeriggio… genitori che hanno voluto dare la possibilità ai propri figli di ballare come loro, almeno per una volta sul Velluto.
“La maggior parte delle persone che conosco le ho conosciute al Velvet”, questa è stata la seconda frase che mi girava in testa, l’ho sentita dire più volte, sin dalle prime riunioni organizzative. Amicizie che durano da anni, amicizie genuine, spesso anche storie d’amore. E allora capisci, oltre all’importanza culturale, l’enorme ruolo di catalizzatore, di mediatore, di facilitatore di relazioni che ha avuto il locale. Al Velvet non devi vestirti a modo, ti vesti come ti pare, al Velvet sei te stesso.
Io personalmente ho talmente tanti ricordi che se mi chiedono di tirarne fuori uno in particolare come aneddoto ho delle difficoltà.
Ho iniziato a frequentare il locale nel ’92, arrivando da Santarcangelo in motorino, trovando da subito un luogo in cui materializzare i miei interessi musicali, in cui condividere e scoprire cose nuove, interagire con tanta gente interessante e meravigliosa. Col tempo poi ho conosciuto Thomas e tutti i collaboratori che sono passati nelle varie stagioni fra Velvet e Slego. Poi passano gli anni e mi sono ritrovato dietro alla consolle ed è stato bello rivedere tante facce legate a quei primi ricordi, essere per l’ultima volta in quella consolle con i djs che da sbarbatello ammiravo e con i ragazzi con cui in questi anni ho condiviso tante serate… ed è stato indescrivibile l’entusiasmo che si sprigionava dalla pista, le canzoni gridate a squarciagola, il pogo, le lacrime, i sorrisi, gli sguardi, i volti, gli abbracci, i tanti abbracci, i tantissimi abbracci… abbiamo ballato, abbiamo fatto ballare. Tutto nel nome dell’unico grande Fun Selector THOMAS BALSAMINI.

Tommaso. La prima volta che entrai al Velvet era il 3 giugno 2001 e avevo 14 anni. L’occasione fu il Deconstruction Tour di quell’anno e ci tengo a citare tutta la line-up in ordine casuale: Pennywise, Bouncing Souls, Sick Of It All, Beatsteaks, Boysetsfire, Snuff, Avail, Catch 22, Persiana Jones, Suneatshours. A oggi, lo considero uno dei concerti più belli della mia vita, se non il più bello.

L’ultima volta che entrai al Velvet era il 22 maggio 2016 e avevo 29 anni. L’occasione fu l’addio al Velvet.

In mezzo sono passati 15 anni esatti, praticamente. E tanti come me in questi tre lustri hanno imparato il più delle cose della vita proprio lì, al Velvet. È giusto dire che quel locale ci ha visti crescere, come è giusto dire che noi abbiamo visto il Velvet invecchiare prima, lasciarci poi.

Ricordo quando mi travestii da Mago Oronzo per un carnevale, con le macchie di unto verissime. Ricordo i Buffalo ricevuti e chiamati ai miei sventurati amici (se non conoscete la pratica del Buffalo – vergognatevi – ma informatevi qui: www.facebook.com/IlClubDelBuffalo/info). Ricordo i tantissimi concerti visti, e quelli suonati con tutte le band che ho avuto, in sala grande e in sala piccola e perfino in Goldmine. E ricordo che il sabato sera se anche al Velvet non c’era nessun evento degno di nota, si diceva “andiamo in Goldmine, così non paghiamo l’ingresso e stiamo lì tutta la sera” e puntualmente ciò accadeva. Ricordo i dj set degli amici a cui potevi chiedere le canzoni che volevi, tanto prima o poi trovavano il modo di suonarle. Ricordo tante piccole cose, perfino minuscole, che messe insieme formano almeno 7-8 anni della mia vita, gli anni formativi, proprio quelli. Ci sono tantissime cose che non ricordo, che non riesco a ricordarmi nemmeno a mettermici d’impegno, non è difficile immaginare il perché.

In cuor mio pensavo che il Velvet dovesse già essere chiuso da un paio d’anni almeno. Perché alla fine ti fa male vedere un posto che era un esempio per tutta Italia (e per te, in primis) diventare la bruttissima copia di ciò che era. Le motivazioni sono tante, le giustificazioni pure, e per lo più sono sensate. Alle nuove generazioni non interessano più i concerti e i rock club, non tanto quanto interessavano alla mia generazione almeno. Forse è fisiologico, forse no, di sicuro è avvilente. Il fatto che a me e al mio gruppo di amici strani a cui piace organizzare concerti (Gruppo Urlaub, se ve lo steste domandando) sia stato chiesto di collaborare all’evento finale con un mini festival, in cui per giunta avrei avuto l’occasione di suonare con la mia più recente band, mi ha reso orgoglioso. Mi sembrava la degna conclusione di un cerchio perfetto in cui avrei finito nello stesso posto in cui avevo cominciato e avrei potuto dare il mio contributo e ringraziamento a un pezzo di storia della musica. Pensavo, allo stesso tempo, che fosse il giusto epilogo per un locale ormai stremato e per una storia ormai troppo stiracchiata per non concludersi.

Ma il 22 maggio 2016, mentre Capossela suonava l’ultima canzone del suo (interminabile) set sul palco grande, e lo staff era su quello stesso palco e in tutti i presenti cresceva la consapevolezza che quello era effettivamente l’ultimo momento di musica dal vivo al Velvet e che quelli erano gli ultimi attimi di un locale storico per più di una generazione e fondamentale per te stesso medesimo (me stesso medesimo), ecco, in quel momento mi son sentito vuoto, e spaesato, e clamorosamente sorpassato.

Perché in realtà al Velvet non ci andavamo più così tanto, ma ti dava sicurezza saperlo lì, arroccato sopra Santa Aquilina. Ora che non c’è più, manca qualcosa di molto importante. Non serve aggiungere altro.

Alessandro. Quando ho saputo che il Velvet avrebbe chiuso è stato come quando se ne va qualcuno con cui hai condiviso molto ma che non vedi da un pò. Ti assale quella strana malinconia degli addii, quel nodo che ti viene pensando alle cose che avresti voluto dire ma che non hai detto. È qualcosa che finisce, e hai l’impressione che non ti rimanga nulla anche se in realtà non è così; lentamente la mente riporta nelle orecchie e nel cuore le scalette dei concerti, le luci accecanti e i subwoofer dirompenti dell’elektrovelvet, il pogo senza forza di gravità e altre leggi della sala rock, i cocktail genuinamente carichi, i cessi fatiscenti e la pizza all’alba. La polvere del parcheggio, il tramonto al lago, Manuel Agnelli che canta accompagnato da Max Casacci, i Linea 77 che cantano ma non si capisce un cazzo perché l’acustica fa schifo e sono troppo impegnato a picchiarmi con altri 20 ubriachi almeno quanto me. I Prozac + , i Meganoidi e la sospensione per un infarto, Cosmo che dice che è una situazione di merda, la fila fuori per rientrare e i ventenni che sgomitano solo perché hanno visto che c’è gente ma non sanno dove stanno entrando, i poster, Alioscia e Godano, l’odore di sudore, collassare sulla scalinata e pensare che il Velvet non è stato solo un club, un locale, ma una grande famiglia, un insieme di persone unite da influenze musicali e culturali diverse che hanno vissuto quegli anni ’90 che sembrava dovessero finire subito e che invece non sono morti mai sulle colline di Rimini, dove per sempre suonerà la musica grunge, l’indie e il rock che ci hanno salvato dalla monotonia degli uffici e del posto fisso regalandoci un angolo di adolescenza infinita. Goodbye Velvet…

Giuseppe. Io e il Velvet ci siamo incontrati una notte buia e tempestosa di una primavera molto piovosa a cavallo di un anno sul finire del decennio più rock di sempre: gli anni Novanta.
Mi erano giunte voci che i Ramones avrebbero suonato a Rimini, al Velvet. Cosa che mi sembrava incredibile. I miei paladini che venivano a suonare a pochi km da casa mia.
Sicuramente era una bufala.
Non lo era.
Allora decisi di acquistare un biglietto e la sera del concerto mi sarei presentato all’entrata del locale per incontrare Joey e tutta la famiglia dei Ramone.
Non c’ero mai stato al Velvet. Non ero uno che girava molto e, all’epoca, nonostante i miei diciannove anni, passavo molto tempo in casa per i fatti miei a leggere o ad ascoltare musica. Internet neanche sapevo cosa fosse e i film li vedevo solo al cinema quando ci andavo, raramente, e solo per qualche retrospettiva di oscuri autori russi sottotitolati che venivano proiettati in un qualche cinema parrocchiale. Per il resto ascoltavo musica, tanta musica e i Ramones erano nell’Olimpo del rock.
Ora il problema era trovare i soldi, farsi dare la macchina e, per ultimo, capire dove fosse ‘sto Velvet.
Per un neo patentato non era semplice in un mondo senza navigatori satellitari e senza Google.
Chiesi lumi a un mio compagno di classe che mi era parso di capire bazzicasse il locale e allora mi appuntai su una pagina del diario tutte le sue indicazioni.
Avrei potuto chiedergli di andare insieme ma sul momento non ci pensai.
Qualche giorno dopo convinsi i miei a darmi i soldi e a prestarmi la macchina.
Allora acquistai un biglietto e la sera del concerto mi preparai per farmi trovare puntuale all’entrata del locale.
La sera dell’evento, rispettando la mia tabella di marcia, presi la vecchia Fiat di mia madre e partii alla volta del Velvet.
Avevo al mio fianco, sul sedile lato passeggero, la pagina del diario sulla quale avevo appuntato le indicazioni per arrivare al locale.
Presi l’autostrada per la prima volta in vita mia da quando avevo conseguito la patente e dopo una trentina di km arrivai all’uscita di Rimini Sud e, sempre seguendo alla lettera le indicazioni che mi ero fatto dare, continuai sulla superstrada in direzione di San Marino. Superai tre semafori e, dopo aver percorso qualche km, girai a destra in direzione “S. Aquilina” per proseguire sempre dritto sulla stessa strada per una distanza imprecisata. Le indicazioni non erano poi così precise.
Andavo pianissimo per paura di non vedere l’ingresso del locale. A un certo punto lungo la strada notai che era pieno di auto parcheggiate sul ciglio, cosa questa che mi fece supporre che forse ero arrivato.
Arrivai finalmente all’ingresso e mi trovai dentro al parcheggio del Velvet. Guidai a passo d’uomo passando davanti all’ingresso del locale, che era stato transennato. Era già presente una folla di ragazzi che osservai per bene per vedere se ci fosse stata qualche faccia nota e, sempre cercando di mantenermi calmo per evitare di toccare le altre macchine mentre cercavo parcheggio, riuscii a infilare la macchina, la Fiat Regata dell’83, fra una Panda e una Golf con la scritta Pink Floyd sulla fiancata. Sfigati! Per uscire dalla macchina dovetti trattenere il respiro perché lo sportello si apriva a malapena per farmi passare. Se fossi stato più grosso sarei dovuto uscire dal finestrino lasciandolo aperto e non mi sembrava il caso.
Mi diressi vero la folla che aspettava che si aprissero gli ingressi. Qualcuno ogni tanto intonava “Hey Ho, lets go!” e allora capii che ero nel posto giusto. Non mi sfuggiva proprio nulla.
C’era davvero un sacco di gente. Tutta la scena rock della zona sembrava essersi raccolta sulle colline riminesi per assistere all’evento. Per noi giovani rockettari cresciuti a punk rock non poteva esserci niente di meglio che assistere a un concerto di coloro che il punk lo avevano inventato.
Oltre a ragazzi come me non potei fare a meno di notare che c’erano anche persone molto più vecchie. Molti trentenni e sicuramente alcuni che avevano addirittura già raggiunto o superato i quaranta. La qual cosa non faceva che confermare l’importanza dei nostri beniamini.
Mi misi in fila e non mi restava che aspettare che ci facessero entrare. Mi piaceva essere lì. Capivo che c’era un mondo di ragazzi come me, alcuni molto colorati, specialmente le ragazze coi capelli rosa, altri meno, come i dark, con giubbotti di pelle nera e magliette slavate dei Ramones portate come trofei.
Il concerto fu molto bello. Non poteva essere diversamente. Bella musica, belle persone (non proprio tutte, a dir la verità, ma tant’è!). Mi resi conto che non conoscevo tutte le canzoni e mi ripromisi che, una volta adulto e pieno di soldi, mi sarei comprato tutti, ma proprio tutti, gli album dei Ramones.
Finito il concerto mi diressi tranquillamente verso la macchina e, schiacciandomi fra la Panda e la mia, riuscii a rientrare nell’abitacolo. Misi in moto e seguii la coda di macchine che usciva dal parcheggio. Mi ritrovai incolonnato praticamente fino all’imbocco dell’autostrada, cosa che, a essere sinceri, non mi dispiacque più di tanto perché mi aveva evitato di perdermi. Imboccata l’autostrada fu tutta discesa. Arrivai a Cesena e infine entrai in casa. Mio padre era ancora sul divano a guardare il filmissimo di retequattro. Girò solo la testa per chiedermi se era andato tutto bene e, tranquillizzato che non mi ero schiantato contro un albero, mi diede la buonanotte e tornò al suo film. Io mi rintanai in camera mia e mi infilai sotto le coperte.
La mattina dopo non ricordo cosa feci ma probabilmente non è più molto importante.

Poi gli anni passarono e io non tornai più al Velvet. Avevo giri diversi, amici nuovi, non stavo più chiuso in casa a passare i miei pomeriggi a leggere o ascoltare musica di artisti sempre molto alternativi. Ormai non ci pensavo più. I Ramones ormai non esistevano più, ma continuavano ovviamente a essere il più grande gruppo di sempre.
Fu così che, mentre ero preso dalle mie cose, mi arrivò notizie che il Velvet avrebbe chiuso.
“Ma com’è possibile?” mi domandai.
Diversamente da vent’anni prima, internet esisteva e ne approfittai per verificare se la notizia fosse fondata.
Con mio sommo disappunto notai che la notizia era fondata.
E mi dispiacque molto.
C’ero stato una volta sola e ci mancavo da vent’anni ma mi sentivo come se mi avessero detto della morte di un amico d’infanzia.

Fu forse come il 23 aprile 1985, quando la Coca-Cola Company annunciò di voler cambiare la ricetta della Coca-Cola per la prima volta dopo quasi cento anni.
Quando fu commercializzata la Coca-Cola con una nuova ricetta, si scatenò un putiferio: molti fecero provviste di Coca-Cola vecchia maniera che era rimasta nei magazzini e stiparono casse su casse di Coca-Cola in cantina, migliaia di telefonate e lettere di protesta sommersero l’azienda.
Fatto sta che improvvisamente tutti si misero a parlare della Coca-Cola rendendosi conto di come avesse avuto una certa importanza nella loro vita.
E pare che anche chi non fosse un bevitore abituale di Coca-Cola si sentisse defraudato dalla scomparsa della Coca-Cola della loro infanzia.
Dopo tutto questo putiferio la Coca-Cola Company ritornò sui suoi passi e annuncio che avrebbe continuato a produrre la bevanda classica, quella con la ricetta originale.

Probabilmente la chiusura del Velvet non ha scatenato lo stesso putiferio nel mondo ma nel mio piccolo, all’annuncio della chiusura, provai qualcosa di simile. Non ne  ero un frequentatore abituale ma, la consapevolezza che non ci sarebbe stato più mi rattristava. Mi toglievano qualcosa di importante.
Ero però anche consapevole che, diversamente da quello che successe con la formula della Coca Cola, non avrei potuto fare nulla per impedirne la chiusura ma di certo c’era una cosa che ancora avrei potuto fare, almeno per un’ultima volta: andare a ballare al Velvet.
Fu così che, una volta che la notizia si era sparsa, organizzai con degli amici un’ultima serata al Velvet. Il sabato sera ci ritrovammo  e partimmo alla volta di uno dei nostri locali preferiti per un’ultima notte rock.
Quando arrivammo fu tutto come se nulla fosse cambiato rispetto a vent’anni prima. Era proprio come lo avevo lasciato. Non c’erano più i Ramones ma c’ero io e in più c’erano i miei amici.
Mi sembrava che il tempo non fosse passato e forse era proprio così. Ci portiamo dentro tutto quello che siamo stati e a volte ce ne scordiamo. Una volta dentro al Velvet era come se si fosse ricreata l’atmosfera ormai perduta di quando andai a vedere i Ramones da solo con la vecchia fiat regata di mia madre. Il Velvet e il manifesto che annunciava il concerto dei Ramones di vent’anni prima, ancora appeso all’ingresso del locale, erano le mie madeleine. La memoria ci dà la possibilità di rivivere momenti passati che associamo a determinate sensazioni e quindi tutti quei momenti non erano persi ma erano ancora lì, pronti per essere riassaporati.
Ora ero lì e decisi che per un’ultima volta, nonostante fossero passati tutti quelli anni, avrei ballato la musica del Velvet.

E ballai.