Lomax, Oggi odio tutti

Cover Filippo Cremisi

Alan Lomax era un etnomusicologo, produttore musicale e antropologo di Austin, Texas, che inventò un sistema di classificazione degli stili del canto popolare, il Cantometrics. È morto nel 2002. I Lomax si chiamano così perché ne condividono la curiosità per la musica. E basta, per nessun altro motivo, credo. Per esempio però, Alan Lomax ha detto una frase bellissima che è “Ora che in tutto il mondo la gente comincia a sentire il gusto amaro dell’epoca postindustriale, il blues del delta ha trovato un pubblico mondiale”. Woody Allen. Woody Allen è un altro personaggio illustre, per me più illustre di Alan Lomax, nel senso che lo conosco meglio, visto che Alan Lomax praticamente non lo conosco, che fa parte del loro primo EP, che si chiama Oggi odio tutti. Di Woody Allen ripropongono la riflessione “sull’idea per un racconto sulla gente ammalata, che si crea continuamente problemi inutili e nevrotici perché questo gli impedisce di occuparsi dei più insolubili e terrificanti problemi universali” all’inizio di Manhattan, dal film (proprio) Manhattan. Il pensiero di Woody Allen prosegue con un elenco di cose per cui vale la pena vivere. Sono cose belle, oddio, più o meno belle, a seconda dei gusti personali, per esempio io odio Frank Sinatra, sono cose belle ma dette con un tono di voce che ti fa venire un sacco di dubbi persino sul fatto che esistano. Infatti i Lomax ci mettono sopra il basso e lo lasciano (a Woody) ciarlare in sottofondo, e dopo un po’ non è neanche più un sottofondo. Le cose belle non esistono, o meglio, esistono ma le devi trovare sono alla distorsione del basso. Il titolo dell’EP parla (abbastanza) chiaro. Parla della rabbia causata dalle delusioni degli scazzi di tutti i giorni. In un’intervista ho letto che sono cose adolescenziali ma te le porti dietro anche quando diventi un po’ più grande. Magari ti succedono cose per cui non puoi più dargli tanto retta, alle paranoie, ma loro rimangono. Woody Allen è il personaggio migliore che si potesse trovare per indicare questa cosa. Manhattan è il film perfetto. E Woody Allen aveva 44 anni quando l’ha fatto. Woody Allen è molti di noi, o per lo meno alcuni. Parla di problemi psichici apertamente ma li nasconde anche dietro situazioni tragicomiche. I Lomax no, sono diretti e cattivi. I Lomax potrebbero, se io avessi fatto un figlio, e l’avessi fatto abbastanza presto, essere i miei figli. I miei potenziali figli hanno fatto un disco che parla dei grandi in modo molto più chiaro di quanto i grandi non riescano a fare di se stessi. È la prima volta che mi capita di pensare che canzoni di tre ragazzi che hanno la metà dei miei anni parlano un po’ di me. Oggi odio tutti, Come tutti i giorni (che dev’essere altrove), Non vedo l’ora che muori. UN PO’ perché io non odio tutti tutti, ma molti. Non è colpa mia. Per esempio, tra poco andrò in ufficio e di sicuro qualcuno farà qualcosa per farsi odiare, da me. I ragazzi parlano di se stessi ma anche dei grandi e sono più consapevoli dei grandi. Una bella cosa a cui pensare. Bella si fa per dire. Molti gruppi adulti parlano degli adulti ma lo fanno da adulti, tranne gli Altro, che affrontano i problemi come se avessero vent’anni. I Lomax vengono da San Felice sul Panaro, sono in tre, mi ricordano la disciplina dell’odio dei Negazione, fanno punk storto come gli Altro ma con una base ritmica ancora più forte, lo confondono con il nu wave e il post punk e fanno uscire Oggi odio tutti. Ora che in tutto il mondo la gente comincia a sentire il gusto amaro dell’epoca postcrisi, e torna a pensare alle nevrosi e ai più insolubili e terrificanti problemi universali come prima cosa, il post punk dei Lomax, che parla di umore umano oltre al denaro, trova un pubblico mondiale (semicit. Alan Lomax meets Woody Allen).

 

 

COSTUME E SOCIETÀ. Da togliere il fiato

È un problema mio, non c’è dubbio. Ciò non toglie che sia un problema. In generale, ascolto la musica in cui riconosco qualcosa di me, non quella in cui si riconoscono gli altri. Ci sono persone che vanno a qualsiasi concerto, unico filtro è che sia l’evento del momento, di cui tutti parlano, a cui tutti andranno o per lo meno desidererebbero andare. Vanno tutti agli stessi concerti. E poi scrivono, fisso, un commento entusiasta su Facebook, perché bisogna farlo, è la regola. A fine anno, se ci pensi, la tua pagina è come un supermercato, con tutte le esperienze fantastiche per chi ama il rock. È importante. Magari sei anche andato a vedere un gruppo che caghi solo tu (ho detto magari), ma non lo scrivi. Ha poca importanza, perché agli altri non interessa. Con i gruppi giusti invece ogni volta è il concerto della vita, da togliere il fiato, che ti mette in pace col mondo (tutte espressioni molto romantiche), la meraviglia che ti fa prendere 50 like. Non importa se ti perdi tutto il resto, che non ti permette di prenderli.
A me non frega un cazzo della musica in generale, mi frega di quella che mi piace. Non ho mai capito quelli che dicono “eh, ho una grande passione per la musica”. “Musica” in che senso. Tutta? Nella “musica” c’è anche Fabbri Fibra. Non capisco i supermercati della musica. Quelli della musica giusta sono un loro sottoinsieme, che si distingue perché pensa che certa musica sia obbligatoria. E il live ti lascia senza forze. Tre giorni dopo, altro live, naturalmente da cuoricione. C’è da farsi venire un infarto.
La soluzione sarebbe cancellarli da Facebook, o cancellarsi. Però perché? In fondo mi danno anche le idee per scrivere sul blog la mattina del 31 luglio. E poi sono persone interessanti, che fanno un sacco di cose, grazie a loro uno si tiene aggiornato sui concerti, li vive in diretta. Quindi, non c’è rimedio. Vado a uccidermi, lo faccio mentre entro in ufficio, dove la maggior parte della gente ride sotto i baffi se gli dico che la sera prima ho fatto le due perché sono tornato tardi da un concerto in cui ci saranno state si e no 50 persone, mentre loro si mangiavano l’ombra di un bosco e si bevevano cinque bottiglie di vino in due.
Fine prima parte dell’angolo della vita di merda di quello che ha meno like di tutti.

Seconda parte. Dipende da quanto uno ha tempo di rimuginarci, ma ci sono alcune persone che ti fanno riflettere con pessimismo sulle cose che fai. Sarebbe più bello che ti facessero critiche sensate, ma non tutti sono abbastanza intelligenti. Criticano senza cognizione di causa, questo li porta a non centrare il bersaglio. Lo fanno per provocare, per attirare l’attenzione, perché gli manca qualcosa che non riescono a ottenere e le cose che non vanno negli altri sono la scusa per non mettere mai in gioco se stessi. Di motivi ce ne sono molti, ma alla fine sono davvero poco interessanti, perché, di fronte alle cose che dicono, al netto di quelle che non corrispondono alla verità, è sufficiente una briciola minuscola di convinzione in quello che fai per riuscire a pensare con freddezza e concludere che siano tutte stronzate. E sono uno stronzo pure io che che ci rimugino. Quindi, tanti saluti a chi ha rotto il cazzo e torno ad ascoltare quello che loro non sentono perché “eh ma queste erano cose che ascoltavamo 20 anni fa”. E a casa si mettono su un cd di progrock.
Fine seconda parte (credo sia l’ultima), così è chiaro che sono molto permaloso.

21 facce (circa) per 21 gruppi: Italian Party 2017

Docente di storia della fotografia, il professor Marra non esprimeva mai un giudizio sulle cose che spiegava ma si sputtanava irrimediabilmente con il tono della voce. “Non c’è un modo migliore dell’altro, la fotografia concettuale non è meglio di quella classica” diceva, ma le 5 parole che separavano “concettuale” da “classica” erano per lui come un percorso verso l’inferno della noia. L’opinione sincera la lasciava al non detto, che più o meno era “ma se t’intrippi con la concettuale, ti cambia la vita”.

Visto che tra le sue malcelate fotte c’erano i ritratti, quelli senza tanti fronzoli, il giorno in cui ci parlò di Portraits di Thomas Ruff giuro che almeno un paio di volte gli è venuta la voce rotta. La lezione del prof. era: lo sguardo impassibile di TR rende i soggetti anonimi, aiutato dai fondali monocromatici, dai vestiti da Germania Est anni 80, da colori spenti ed espressioni neutre.

Non ricordo se li avevo anche allora, ma adesso ho dei dubbi su quell’interpretazione. Quei ritratti non sono solo piatti per come sono costruiti, sono anche esplosivi per l’effetto che fanno. È la confusione delle dimensioni: Thomas Ruff ha fatto di tutto per rendere le foto monodimensionali, ma l’ha fatto per ottenere qualcosa di penetrante. Questi ritratti non sono “anonimi”, perché c’è una cosa che rompe in modo continuativo e definitivo l’anonimato: ci sono le facce. E non solo perché sono “facce”, quelle che trovi anche nelle carte d’identità a identificare ognuno di noi. Il piattume di tutte le altre componenti delle foto ci permette di concentrarci solo sulle facce. Ed è a causa della faccia che un ritratto non può mai essere completamente inespressivo perché la faccia, anche con l’espressione più neutra del mondo, dice sempre qualcosa.

Tendo a fare foto alle persone di nascosto. C’è il pericolo che mi scoprano ed è piacevole, perché la percentuale di rischio che corro è molto bassa. Trovare il matto che mi becca e mi mena perché gli ho fatto una foto senza permesso è raro, al massimo mi guarda male. Al peggio, mi è capitato che mi inseguisse, per farmi a sua volta una foto come per, boh, spararmi con la stessa pallottola. La componente pericolo è niente se confrontata con l’ansia di chiedere il permesso. Il problema dei ritratti sta nel fatto che il permesso lo devo chiedere per forza. Quando si tratta di sconosciuti, a volte lo chiedo, altre rimango senza foto. Con gli amici, non ho grossi problemi. Sentirsi fare questo tipo di richiesta fa spesso scattare nella persona che deve essere fotografata un’emozione difficile da gestire, tra egocentrismo e vergogna, correnti opposte ma ugualmente selvagge che, scatenate in un unico momento, portano a un’indecisione folle. Alcuni la riescono a vincere, altri no. Tra quelli che la vincono, c’è chi dice comunque no. Ma ci sono anche quelli che dicono si.

Ho in mente come se fosse ieri il momento in cui Marra ha proiettato nel buio dell’aula il primo ritratto di Thomas Ruff che io abbia mai visto. S’intitola Peter Martin. Quando sono uscito dall’aula, mi sono infilato gli auricolari e ho ascoltato Sultans of Sentiment dei Van Pelt, quasi tutto, sulla strada di casa, con la faccia di Peter Martin davanti agli occhi. Quante cose ci sono al mondo così legate tra loro che se pensi a una ti viene in mente l’altra e viceversa? Non so, magari ce ne sono un treno, ma io sono particolarmente fiero di questa. Ogni tanto i ritratti di Ruff mi tornano in mente e mi torna in mente anche che sono legati a quel disco. E viceversa. Spesso riascolto quel disco e allora mi torna in mente Thomas Ruff. Poi, a volte, mi torna pure la voglia di fotografare delle facce.

Con abbastanza piacere, da qualche anno preparo qualcosa per parlare un po’ dell’Italian Party, il festival di To Lose La Track. Quando ho iniziato a pensare a cosa avrei potuto fare quest’anno, all’inizio non ne avevo idea, poi mi sono tornati in mente Sultans of Sentiment e Peter Martin. E all’inizio volevo fare delle magliette con i nomi dei gruppi che suonano al festival, una per gruppo, farle indossare a persone diverse e far loro una foto. I passaggi per raggiungere il risultato erano affrontabili, ma la percentuale di rischio che le magliette venissero uno schifo era molto alta. E ho rinunciato. Che poi perché le magliette, non so. Cioè, lo so, è perché adesso vanno tantissimo, ma alla fine vaffanculo. E se non fosse stata la mia fidanzata a darmi l’idea dei cartelli, forse avrei scritto un pippone sui gruppi e basta, che sarebbe stato sicuramente peggio, o forse no, anche perché il pippone l’ho scritto lo stesso. Comunque, abbiamo spiegato la cosa ad alcuni amici e gli abbiamo chiesto se avevano voglia di farsi fotografare. Hanno detto tutti Siiiii. Le idee migliori che mi vengono sono sempre quelle degli altri, anche perché hanno un senso. Quest’idea aveva un senso addirittura nei miei ricordi, dove i Van Pelt incontrano Thomas Ruff e la musica con le chitarre incontra il ritratto fotografico

Ad alcuni ho fatto io la foto, ad altri ho spedito il foglio e se la sono fatta da soli, o se la sono fatta fare. Band distribuite (più o meno) a caso, una sola regola: che si vedessero il nome del gruppo e la faccia. Alcuni mi hanno fregato ma l’idea c’è. Una faccia, un gruppo. Niente di concettuale quindi, ma la faccia è sempre la faccia. Scusa, Marra.