Un titolo senza pretese: Spotify ha cambiato la visione del presente?

You Before Spotify

C’era una volta una libreria indipendente che comprò un treno di copie di un libro non facile da vendere. Cosa pensate voi dei padroni della libreria? Sbruffoni! Cosa ve la tirate?! Fate fatica a campare! Stronzi! E via dicendo, punti esclamativi a buffo. Però, fermate il rigurgito di onniscienza e riflettete almeno un secondo. Riassumete. Una libreria indipendente. Di solito ha una sua clientela, affezionata perché si fida, legata ai consigli di chi ci lavora, perché sono sempre giusti. Se questo tipo di clientela un giorno entra nella sua libreria preferita e trova una pila di Vacanze di Blexbolex cosa pensa? La stessa cosa che avete pensato voi? No, pensa: se ne hanno presi mille ci deve essere un motivo: dev’essere bellissimo! Lo porta alla cassa e lo compra.

Questo si chiama influenzare la domanda con l’offerta ed è il punto di partenza di questo post interessantissimo. Pensavo a un altro post, di circa un mese fa, di un mio amico, costretto ad ascoltare il disco della Michielin perché ne parlavano tutti. Qualcuno anche bene. Il tono del mio amico era scherzoso ma rispecchiava una realtà. Per essere sul pezzo, poter scrivere o anche solo parlare delle cose di cui tutti parlano, per essere letti o cagati in qualche modo, si finisce per ascoltare cose di cui altrimenti non ci fregherebbe un cazzo, oppure cose che per esempio 20 anni fa non ci saremmo neanche sognati. Ed è grazie, cari milioni di lettori, è grazie al download, al peer to peer e allo streaming che possiamo farle. Paghi o ti ciucci la pubblicità, aspetti che il torrent abbia finito, ma comunque hai la possibilità di ascoltare. E, alla fine, ci provi pure gusto ad ascoltare certe maranzate. Gente insospettabile che un tempo sentiva solo musica (facciamola corta con un aggettivo) alternativa, adesso è fan, o molto fan, o fan un casino, di Rihanna, Lady Gaga. O addirittura M.I.A. Va bene che ci si ammorbidisce con gli anni ma il punto non è questo. Il punto è che non dobbiamo fare grandi sforzi fisici o economici per sentirle ‘ste canzoni. Cioè, anche se mi piaceva Everybody (Backstreet’s Back) quando è uscita, stavo zitto e cagato, ballavo e cantavo dentro di me e mi limitavo a sentirla in radio o a godere guardando di nascosto nella cameretta il video su MTV. Di certo non compravo il cd, perché col cazzo che spendevo 15 mila lire per il singolo. Mi ricordo che qualcuno (non ricordo chi) mi regalò, appena uscito fresco di stampa, il singolo di In the end dei Linkin Park. A me sembrava una cosa assurda. Ricordo (quella sì) la disapprovazione nel volto di Diego, perché avere in casa un cd di roba “commerciale” era una bestemmia. Adesso non mi piace In the end ma mi piace tantissimo Million Reasons di Gaga e, a parte che tutti ascoltano tutto senza peli sulla lingua proprio, mi posso ascoltare quanto volte voglio tutto l’album di Gaga su Spotify, con un abbonamento che costa poco meno di quanto non costasse il singolo dei Backstreet. Lo pago una volta al mese, non one shot come il cd, OOOK, ma mi permette di ascoltare anche tutto il resto del mondo. Ai tempi avrei potuto ascoltare Take That, Backstreet Boys, NSync e Snoop Dog uno dietro l’altro senza dover comprare i cd e farmi scoprire. E se mi avessero followato? Avrei fatto un profilo sotto falso nome. Facile. Purtroppo, però, una volta non poteva succedere… SIGLA DELLA PUBBLICITÀ: adesso, invece, posso anche ascoltare tutto dappertutto, faccio un abbonamento decente alla rete mobile, è mensile anche questo ma vale la pena. FINE MESSAGGIO PROMOZIONALE. Mi rendo conto di aver scritto una serie di banalità imbarazzanti fin’ora ma mi servivano per arrivare a dire la cosa intelligente. E cioè: questo tipo di offerta ha modificato la domanda alla grande. Ah.. lo sapevate già? Va bo. Non ha fatto solo quello però. Se 20 anni fa più che ammettere che mi piaceva Back for Good dei Take That mi sarei fatto tatuare ROBBIE WILLIAMS sul petto, e avrei poi giocato in seguito con gli amici la carta del “si è sbagliato il tatuatore: io volevo scrivere Robin, lui ha scritto Robbie”, adesso difenderei la musica di – per dire – Rihanna a qualsiasi costo. E il fatto è che ci credo davvero. Non sono l’unico, eh, chiaro, e proprio perché non sono l’unico – tra quelli che una volta dichiaravano di ascoltare solo musica conosciuta al massimo da 100 persone – che darebbe sinceramente un braccio per aver un disco nuovo di Rihanna, qui, subito, ora, è chiaro che l’offerta di musica facile ha modificato anche la testa delle persone. Non può essere solo una questione di ammorbidirsi con l’età. Quando danno la Michielin in radio io fermo sempre lo zapping per ascoltarla, e mi piace anche. E la cosa determinante per capire che tutto questo mio discorso è vero è che anche Diego mi ha detto che fa la stessa cosa.

Si sono rotti i ponti tra musica alternativa e commerciale. Si dice sempre. Piuttosto quindi parliamo di un’altra cosa che secondo me c’entra con il tema (caldissimo) della domanda e dell’offerta. Parliamo del parlare delle cose di cui tutti parlano. Non è che lo fai perché sei un poser, lo fai perché ti piace farlo, ti interessa l’argomento, ti piace (“ti” generico, non riferito a me, io sono sempre preso male sui social) quella possibilità di confrontarti ovunque tu sia che danno i social network. Una volta potevi parlarne al massimo al telefono, ma di solito ci si scambiava dischi o opinioni a un concerto, a una festa o nella tua cameretta, dove il tuo amico pensava che il pomeriggio precedente avessi ascoltato Wowee Zowee dei Pavement e invece ti eri sparato Backstreet’s Back a ripetizione, cose che succedono ancora (gli scambi, non la heavy rotation dei Backstreet), ok, ma adesso non sono le uniche possibilità di scambiarsi opinioni. (Parentesi nostalgia per dire che coi primi SMS era un gioco bellissimo). Adesso la cosa ancora più bella è che la Michielin in Io non abito al mare dice (cito testualmente) “queste cose vorrei dirtele a un orecchio mentre urlano e mi spingono a un concerto, per vedere se mi stai ascoltando”. Parla di cose d’amore, emozioni da evitare, ma è una bomba il fatto che un concerto sia ancora il posto in cui parlare delle cose che ti stanno più a cuore. È uno spazio condiviso tra noi e la Michelin (TV Sorrisi e Canzoni dice 23 anni), tra chi in passato ha fruìto diversamente della musica rispetto alle modalità di oggi e i giovanissimi per i quali Spotify è una cosa normale. Il campo comune in cui parlare dei cazzi a cui teniamo di più sono i concerti, per tutti. La trovo una cosa entusiasmante e non è un caso per esempio, se vogliamo proprio dire una cosa statistica, che la musica dal vivo non abbia perso di appeal in questi anni in cui è cambiato totalmente il modo di ascoltare i dischi. Questo per dire che è difficile ragionare imponendosi una linearità e una razionalità. Si trovano punti in comune anche dove meno ci si aspetterebbe di trovarli, tra il mondo di 20 anni fa e quello di adesso, e quei punti li trovi dentro a una musica che sulla carta avresti dovuto snobbare, per esempio un testo della Michielin. È impossibile ragionare in modo dogmatico. E questo valga come temibile monito nella prosecuzione del discorso ma anche della vita, una cosa scalpellata su una targa di pietra inchiodata al muro in fondo all’aula magna

Tantissime persone che ascoltavano rock alternativo, ai tempi in cui quelli che ascoltavano hip hop erano “gli altri”, adesso magari ascoltano un sacco di trap. È la dimostrazione del cambiamento e del fatto che ci sia stato un travaso massivo di fan da un genere all’altro. Ed è curioso che lo scambio sia avvenuto anche tra due generi i cui fan una volta erano lontanissimi tra loro. La trap attualmente in Italia, più della musica elettronica, è il genere che se lo ascolti sei al passo coi tempi, perché assecondi il cambiamento, te ne interessi, ti piace. Qualsiasi dubbio tu abbia sulla trap ti catapulta automaticamente dall’altra parte della barricata. La trap come unità per misurare la tua capacità di essere nel presente. Ma i modi di essere nel presente sono tanti. Anche ammettere che ti piace la Michielin è un modo di farlo, di uscire dagli schemi rigidi di un tempo e capire che la musica è impossibile amarla a settori. Poi è chiaro che se mi chiedi il mio gruppo prefe non ti dico la Michielin ma i Van Pelt o Stephen Malkmus & The Jigs. Tutti giovinastri. Ma è un cambiamento dell’atteggiamento e non riguarda il gusto musicale, non riguarda la ricerca di nuove sonorità che rappresentino il presente o tendano al futuro ma è comunque un passo in avanti. Ognuno fa quello che gli viene spontaneo fare, per essere nel presente. Oppure non lo fa, ma lì siamo in un altro campionato. È difficile poi liquidare come retrogrado l’atteggiamento di qualcuno che ascolta sempre lo stesso tipo musica, perché ognuno nella musica ci sente quello che ci sente. PER ESEMPIO. Un gruppo che suona con evidenti riferimenti musicali al passato non è per forza indietro, può al contrario comporre con estrema creatività ed essere innovativo nel taglio che dà all’interpretazione di quella musica. Grazie ad Aaron Rumore per la riflessione su Facebook sui Nap Eyes:

“Un gruppo incredibile di ragazzi bianchi, istruitissimi, fissati con la linea genealogica della loro musica rock (VU/lou reed/modern lovers/feelies/television/indie pop scozzese/pavement) e che compongono “testo alla mano”, accuratamente. È pura nostalgia, ma a suo modo estremamente creativa, e questo nuovo album è sicuramente il loro miglior sforzo in questo senso. Questo anche per ribadire che ogni posizione dogmatica rispetto passato e futuro, specialmente in ambito musicale, lascia il tempo che trova”.

Poi l’elettronica di sicuro è la musica in cui è più facile sperimentare e quindi, di fatto, si sperimenta di più, per questo è la musica del futuro. Ma sono passati così tanti anni e siamo arrivati al punto in cui la musica ci ha dato talmente tante cose che, a concedersi la libertà di ascoltarle senza pregiudizi, un musicista può rielaborarle in mille modi diversi e se ha talento nel farlo tira fuori una visione sua, diversa da quella degli altri e quindi sperimentale. I Nap Eyes fanno questo, Spencer Radcliffe fa questo, e lo fanno in modi diversi l’uno dagli altri. Se l’ascoltatore coglie queste cose, può darsi che ci trovi il suo modo di stare nel presente e di vedere il futuro della musica. Se invece nonostante i tentativi non prova gusto più di tanto ad ascoltare l’elettronica, non può continuare a cercare il suo futuro musicale lì. Se la trap non gli dice niente, non può cercarci il presente. Deve andare a cercarli da un’altra parte, presente e futuro. Secondo me la cosa importante è cercarli, avere la curiosità, non fermarsi solo a quello che ascoltavi quando avevi 20 anni, perché in men che non si dica quello che ascoltavi a 20 anni diventerà quello che ascolti a 40 e a 60, sempre che tu abbia ancora voglia di ascoltarlo. Un destino macabro. È legale ascoltare anche spesso quello che ascoltavi 20 anni fa, questo la Corte lo concede, ma non lo è ascoltare solo quello.

Ascoltare la Michielin significa cambiare atteggiamento. E questo ti permette di conoscere un sacco di cose nuove, diverse, senza rigidità precostituite. Allargare la concezione e la visione del presente: una volta il presente musicale era solo determinate cose, adesso è tanto di più. Essere nel presente vuol dire anche questo, non vuol dire solo ascoltare la trap o vedere il futuro nell’elettronica. Vuol dire avere un atteggiamento aperto verso tutto quello che ho voglia (se non ne ho voglia, non lo faccio) di papparmi grazie a Spotify, Soulseek, YouTube, Bandcamp o altro, e dare un giudizio sincero a quello che si ascolta. E posso avere quell’atteggiamento aperto proprio perché posso ascoltare tutto con facilità. Quindi insomma, SI. Spotify ha cambiato la visione che abbiamo del presente. Più precisamente lo streaming e il download (si, dai, mettiamoci dentro anche il gemello diverso dello streaming perchè io Soulseek lo vedo ancora popolatissimo) sono i mezzi che del presente ci permettono di esercitare una visione diversa.

E ora, solo per ricordarvi quanto spaccava (partite pure da 1 minuto e 37):

Adesso basta, andiamo avanti: le FROWN, Tender Age

Mai letto quel mio post strabiliante di due anni fa in cui sbarellavo per i loro teaser? Sicuramente l’avete fatto in milioni, magari non tu, ma gli altri sicuro. Come nella migliore tradizione dei blogger stronzi, mi autocito: “Sono due canzoni sbagliate, ma non sbagliate perché c’è un intento stilistico dietro, sbagliate davvero. Quello che ascolto di solito non è sbagliato in questo modo, al massimo lo è come Idiot Lane degli Unhappy”. Ecco, in questa cosa, che in sostanza era l’idea su cui si reggeva tutto l’articolo, praticamente non c’è più niente di vero. In due anni le Frown sono cambiate di brutto, hanno suonato un sacco dal vivo, sono migliorate, alla fine sono uscite con un ep e mi hanno fregato. Ma è chiaro che dopo due anni di prove e concerti non fanno più le cose come quella volta che hanno suonato e registrato in cantina da sole con lo smartphone! Lo so! Per chi mi avete preso? Però, un altro punto di quello che avevo scritto era che le Frown avevano buttato su YouTube due pezzi così, registrati e tac! messi on line senza pensarci troppo, il che era anche un atto coraggioso in un momento storico (ho scritto momento storico!) in cui è facile e per molti preferibile registrare per i cazzi propri sì ma con una qualità per lo meno discreta. Loro se n’erano sbattute e mi era piaciuto. L’ep (nome in codice Tender Age) invece è registrato in studio. Ma quella fetta di blog (nome in codice per: articolo, pezzo, post) è ancora lì, uguale a prima: l’amore va veloce e tu stai indietro. Grazie Tiziano. Urgeva aggiornamento, non per me, ma perché le Frown hanno fatto dei passi in avanti e volevo dire che hanno fatto bene.

Quindi. Hanno fatto due scelte precisissime: una riguarda la qualità della registrazione, l’altra il come hanno suonato. Parliamo prima della QUALITÀ della REGISTRAZIONE. Lo so lo so non sono mica scemo, le due cose vanno messe su due piani diversi, e anche subito: per preparazione, svolgimento, possibilità, intenzioni e tutto quanto, registratore del cellulare in cantina e studio di registrazione vero giocano due campionati diversi. Dei teaser mi era piaciuto che fossero il risultato dell’incontenibile, di un’esigenza nata prima delle canzoni e diventata canzone, errori compresi. Oggi, le Frown avrebbero potuto fare Tender Age con lo stesso approccio, registrarlo male, in bassissima fedeltà, ma era una cosa bella 30 anni fa, adesso basta. E poi perché sprecare le ore in studio registrando malone con strumenti che ti fanno ottenere quell’effetto malone, esattamente quello dei teaser, quando le cose si possono fare meglio? La scelta sarebbe sembrata pure forzata, perché l’ep del 2018 non poteva canalizzare le stesse esigenze del teaser 2016, due anni fa. In due anni le cose sono cambiate. Nei teaser era una cosa vera: cioè, le Frown hanno preso un registratore e hanno registrato su due piedi quello che avevano davvero. Dopo, è giusto che abbiano avuto il desiderio di fare un ep con il verso. Spingi rec e vai funziona una volta sola. Non ha nessun senso, oggi, rendersi schiavi di un modo di registrare permettendogli di assumere più importanza delle canzoni. Non è più sperimentale, non è più nuovo, non è più niente. Così, le Frown sono andate oltre, sono andate in studio, alla Boscow Records, dove hanno registrato per bene, low-fi ma non lowissimo-fi, mi pare, non me ne intendo, non so se davvero l’hanno fatto, tipo, con un quattro piste or not. Ma la cosa rilevante è che non importa che l’abbiamo fatto o no in low-fi, non è interessante, la cosa più interessante è che le canzoni sono tutte dei gioielli.

E qui passiamo all’altro salto che hanno fatto. Adesso parliamo di COME HANNO SUONATO. Non hanno scelto la strada di fare un ep con gli errori. Perché avrebbero dovuto farlo? Non corrisponde più alla verità, adesso sono altro rispetto ai teaser. In Tender Age viaggiano come due treni, accelerano e rallentano quando vogliono (MorrisseyColder Pt.1 e Pt. 2), non quando sbagliano. Sono slack, ma perchè vogliono esserlo, ed essere slack significa avere il controllo assoluto su ciò che si fa. La voce è tra Corin Tucker, PJ Harvey e Siouxsie, lirica e pop allo stesso tempo, la chitarra tra il garage e il noise rock e la batteria è la più resistente di sempre. Ci sono delle volte in cui le distorsioni-vortice la isolano da tutto il resto, ma quando la linea delle note si confonde, riesce a rimanere sempre a galla. A volte, non sempre, tra chitarra e batteria parte questa specie di battaglia, che contribuisce a definire il carattere di entrambe e a mettere a fuoco il suono delle canzoni. Tutto al cospetto (ho scritto “al cospetto”) della voce, sempre in primo piano e bellissima. Le Frown si prendono i Sonic Youth, un pelo (per fortuna solo quello) di shoegaze, i Bauhaus (Sea of Expectations) e i Big Black di The Hammer Party non in una canzone in particolare ma in giro in tutto l’ep (giuro che li ho sentiti). Si sono definite e hanno definito la musica, con riferimenti precisi e modelli d’ispirazione tradizionali ma anche un nuovo atteggiamento. L’altra volta si sono messe lì, in preda a un registratore. Stavolta l’hanno aggredito, il registratore. Hanno fatto scelte diverse. Anche registrare quel che viene come un flusso di coscienza è una scelta, ma quel che viene fuori è una creazione che vive e tu le vivi accanto, la guardi e le dici “ciao! ti ho creato io lo sai?”, non c’hai proprio messo le mani dentro. Questa volta le Frown hanno plasmato di più le cose come volevano loro.

Dentro questo cambiamento, è divertente cercare dove sono andati a finire i due pezzi dei teaser, perché è cambiato tutto ma qualcosa rimane direbbe il poeta. Teaser è diventata Napoleone, sicuro. Teaser 2 è diventata Inconsistency, forse, non so. Non lo so, non ne ho idea, non scrivo canzoni ma certi giri magari te li porti dietro, li fai crescere in qualche modo finché non li hai finiti, sistemati, chiusi, forse è un modo per sotterrarli dentro te stesso e proprio per questo non puoi che sentirli tuoi anche dopo tanto tempo, due anni appunto. Che qualcosa del passato delle Frown sia rimasto è ciò che mi permette di avere la stessa sensazione mentre ascolto i teaser e Tender Age (minimo comune denominatore direbbe il matematico): essere di fronte a due che suonano e ti dicono beccati ‘ste canzoni e statti zitt. Tender Age è veloce non perchè è hard core ma perché finisce molto in fretta ed è sicuro che riparti daccapo quando l’hai finito. È quel modo di suonare che avevano e hanno ancora loro, quell’essere presenti solo un attimo, finché è necessario, poi basta. Che è un’ottima strategia. Questa cosa l’hanno mantenuta, il resto è cambiato. È il nuovo biglietto da visita delle Frown. Fase due. Venite a vederle al Bronson, il 17 marzo?

Bandcamp.

La foto l’ho presa dal loro facebook.

Per la serie Dinosaur Senior: OSSIGENO su Rai 3

Giovedi sera c’è stata la prima puntata di Ossigeno, il nuovo programma della seconda serata di Rai 3 condotto da Manuel Agnelli. Noi, di quanto il personaggio sia un curioso incrocio tra un bollito e un arrogante, si è già parlato: ricordiamo solo, per avere l’input da cui iniziare, che la sua fissa è educare il pubblico televisivo alla musica giusta. A quanto pare questa fissa non è solo la sua ma anche di quelli che l’hanno chiamato per X Factor e soprattutto di quelli che gli hanno dato il programma nuovo.

Ma non fermiamoci qui. Un’interpretazione del ruolo di Agnelli in Italia la dà Paolo Madeddu: su Buzzmusic.com scrive che proprio per il suo essere un racconto del passato per nostalgici che prima di dormire vogliono ascoltare le favole (che conoscono già) sugli anni ’90, Ossigeno è giustissimo per il pubblico di Rai 3 di oggi. Questo significa che il pubblico della seconda serata di Rai 3 di oggi è composto da chi negli anni ’90 era giovane e indie, cioè, più o meno, io. Non ne sono così sicuro, nonostante qualche riscontro in questo senso ci sia tra chi guardava Gazebo. Agnelli accondiscende a quel tipo di pubblico piazzando una cover di Gouge Away dei Pixies al centro della prima puntata. Ma non è che questa cosa debba essere per forza vissuta bene nel ricordo di quando avevamo qualche anno di meno e dei tempi che furono dell’indie rock. A me non interessa niente che Agnelli m’intrattenga con la musica che mi ha cambiato la vita. Quella musica il suo percorso l’ha fatto, e continua a farlo, il suo riverbero continua ad averlo su molte persone (non solo su di me), ben al di là di Ossigeno. Allo stesso modo non m’interessa che quella musica passi alla Rai per essere conosciuta da più persone. Non m’interessa che venga conosciuta da più persone, non deve esserlo per forza. Raggiungere un pubblico più ampio non è necessario. Per me. E per chi guarda Rai 3 e non conosceva i Pixies prima che Agnelli glieli facesse (di grazia) ascoltare, è un grande regalo che l’abbia fatto? Secondo me, no. Infatti, l’ha fatto attraverso una cover. E quanto si perde della canzone (del suo significato, dei suoi suoni) presentando una cover e non l’originale? E senza inquadrarla in un contesto adeguato, con un racconto adeguato e non solo con qualche parola? Secondo me, si perde molto e finisci per offrire molto poco. È un modo superficiale di parlare di musica, buttato lì, tanto per vantarsi di averlo fatto, senza avere davvero l’interesse nel trasmettere un messaggio, un mondo, un modo di vedere la musica, qualcosa. I Pixies di Gouge Away (album: Dolittle) rappresentano un periodo preciso, un mondo preciso, che io vorrei non fosse usato così superficialmente. Per lo meno, va approfondito e contestualizzato.

D’altra parte, mi sembra che in questo modo Agnelli e quelli di Ossigeno si siano presi tutto per uno scopo diverso rispetto a quello che aveva quella musica. Perchè una cosa è farsi conoscere da tanta gente in tutto il mondo come hanno fatto i Fugazi e la Dischord, per esempio, cioè rispettando dei principi precisi di creazione e distribuzione della musica, un altro discorso è far conoscere quella musica a più gente possibile alla cazzo di cane. In questo modo metti una bella lapide su tutto e (unica cosa, forse, utile – perchè realistica – della trasmissione) mi metti di fronte al fatto che è un attimo che tutto finisca davvero definitivamente e tu (oh Agnelli) sei parte del processo. Poi, mi si delinea uno scenario catastrofico in cui ci sono io che penso che non ci sia speranza e che sicuramente tra poco Stephen Malkmus farà un talk show alt rock (cit. Renato AT su Facebook).

È vero che con l’età ci si ammorbidisce ed è pure probabile che Stephen Malkmus si metta a fare una trasmissione sul rock alternativo alla TV americana, perché la sua idea di musica potrebbe essersi ammorbita e invece di sfogarsi scrivendo canzoni per noi potrebbe farlo pontificando come un vecchio trombone che ha vissuto nella sola epoca giusta in cui valesse la pena vivere e ha scritto la sola musica giusta che valesse la pena scrivere. Però pensare che Malkmus faccia questa cosa mi fa venire i brividi di paura. E che mi faccia venire i brividi vuol dire che vedo Malkmus come un mostro sacro, come qualcosa di intoccabile e inumano, cioè non soggetto all’evoluzione della natura umana per la quale con l’età ci si ammorbidisce, si diventa meno radicali, ci si riconglionisce (anche) e a volte si pensa che sia il caso di insegnare a chi non lo sa quale sia la musica giusta da ascoltare. E, ancora, pensare che penso a Malkmus come a un mostro sacro mi fa sentire malissimo, nel senso che mi fa sentire come un vecchio hippie ancora in bomba per John Lennon. Adesso come adesso, l’hippie ha in mano solo il mostro sacro di John Lennon, le proprie emozioni di una volta e niente di attuale e ancora vivo da ascoltare che risponda alle sue esigenze musicali.

Capito che scenario mi si apre?

Non è che per forza devo valutare positivamente Ossigeno perché di solito non si sente quella musica sulla Rai. Come non me la sento di dire che mi piace XFactor perché Agnelli (o Morgan) una volta ha fatto fare ai loro concorrenti la cover di non so cosa mai sentita in TV. Valutarlo positivamente è un accontentarsi, è un po’ come votare il meno peggio. Possiamo sperare, invano, in qualcosa di meglio. Oppure non avere alcun interesse nel fatto che passino i Pixies alla Rai.

A me sembra tutto sbagliato. Se vuoi davvero proporre la musica “giusta”, perchè non proporre anche qualcosa di nuovo che secondo te è ok? Risposta: perchè non t’interessa fare quello che proclami di fare (“educare”) ma t’interessa solo compiacere te stesso. Quella vecchia non è l’unica musica giusta da proporre. Ghemon e gli Editors (nella prossima puntata) non bastano come rappresentanti del nuovo. Cerca di più, vai oltre i Maneskin, guarda se c’è qualche gruppo “indipendente” che vale la pena invitare, se proprio c’hai sta fissa di portare in TV la musica giusta. In più, dire che una trasmissione così non è il massimo ma va bene per il pubblico di Rai Tre è offensivo per quel pubblico, sia che sia composto dai giovani degli anni ’90 sia che sia composto da altri. E non credo nella divisione del mondo in due sulla base della musica che si ascolta e dei programmi che si guardano: gli intelligenti da una parte e gli stupidi dall’altra. Non penso sia giusto pensare che una musica sia quella giusta e un’altra quella sbagliata. Esistono solo gusti differenti. Penso che il ruolo della TV pubblica debba essere fare meglio rispetto a quello che fa attualmente o che ha fatto per anni, ma credo anche che non debba farlo con un taglio e un atteggiamento da Messia che fa cadere dall’alto la musica (e, in generale, la cultura) che decide di mettere in programmazione. Quando lo fa, ha lo stesso atteggiamento di Jovanotti che pontifica su cultura, politica e tutto il resto. Vi piace l’idea che la televisone pubblica si sia jovanottizzata?

“Più che Ossigeno direi Gas” (autocit.)