Al diavolo il concertone

“Saremo sempre grunge” è quello che un mio amico mi disse al Bar Primavera di fronte a un bicchiere di vodka alla menta, vestito con una camicia rossa a scacchi neri (flanellata) e i calzoni ascellari rotti sulle ginocchia. Come uno col pigiama al bar, praticamente. E io dicevo si si, sicuro. Una mera osservazione estetica, la sua, perché gliene fregava poco della musica, forse solo dei Nirvana, ma come tutti in quel momento. Io invece ero un po’ più invasato. E per quanto fossi invasato allora, adesso i Pearl Jam non è che mi piacciano più così tanto, per dire. Adesso, quel mio amico fa una cosa come il personal trainer in palestra e di vero lavoro il commercialista, io ormai mi metto le camicie a righe sottili e le converse a forma di sneakers, quindi un sacco di cose sono cambiate. Però, se qualcuno c’avesse detto “non sarete sempre grunge” dandoci un buffetto per sottolineare la nostra naivité, avremmo risposto ma che cazzo dici, barista non dargli la vodka alla menta, non è uno di noi!

Nei giorni scorsi c’è stata la discussione del post-concertone del Primo Paggio. Fallimento totale, perché la nostra stampa grande, i grandi giornali, si sono scagliati, hanno detto che schifo, tripudio di parolacce e vestiti di merda, musica brutta. Fatto sta che, come hanno sottolineato i siti minori, quella è la musica che va adesso, che piace ai giovani: è stato il miglior concerto del primo maggio degli ultimi ics anni, ha addirittura detto qualcuno. Ma l’argomentazione che ha avuto la meglio è che quella musica è merda ed era meglio quando c’erano i gruppi politici, meglio quando si cantava Bella Ciao, perché è il concerto del Primo Maggio! Argomentazione sbagliata, ma passata più forte di tutte le altre, perché ha raggiunto più persone di tutte.
Quest’anno c’è stata differenza tra messaggio e musica. Il messaggio, sui diritti del lavoro eccetera, deve arrivare prima di tutto a chi quei diritti li crea (gli adulti, i datori di lavoro, i politici, che riveste un ruolo di responsabilità in un’azienda o nel paese) poi a chi ne usufruisce (i giovani, chi cerca lavoro) perché se nessuno li crea e li impone, è più difficile usufruirne o anche solo pretenderli. La musica dovrebbe essere un veicolo del messaggio, e quindi ha il suo stesso target. Di conseguenza era più giusto scegliere i soliti gruppi e non quelli che ascoltano i giovani, come si è sempre fatto. Ma a cosa è servito negli anni e a cosa serve il concertone in relazione al diritto del lavoro? A niente, è una manifestazione e basta, non ha mai avuto conseguenze sulla realtà. Se dovessimo considerare solo questo elemento, si potrebbe anche smettere di farlo. Però è simbolico, c’è la musica e ogni anno ci va un sacco di gente per vedere i concerti e sull’onda dell’entusiasmo di un messaggio inascoltato. Quindi facciamolo. Sono d’accordo. E visto che chi dovrebbe recepire il messaggio né lo recepisce né tanto meno lo mette in pratica, è inutile che la musica sia per loro: è stato giusto quest’anno fare concerti per i giovani, che chissà che non si riesca a comunicare con loro a partire dai Rolex di Sfera Ebbasta. La scarsa presa del messaggio trasmesso in modo tradizionale (coi proclami dei presentatori e le scritte grandi e scenografiche) è dimostrata dal fatto che, dopo qualche ora, la discussione sui diritti e sul rapporto musica-giovani-lavoro è andata in vacca ed è partita la polemica sui colori (accostamenti sbagliati!) e sul costo (eccessivo per il contesto!) della maglia di Ambra. Che ha risposto che quella maglia forse gliel’hanno prestata e che, in compenso, indossava mutande che costano pochissimo. Il che è bastato per zittire tutti. Vabè. Naturalmente un bell’articolone interessantissimo su questa cosa l’ha pubblicato il Fatto Quotidiano.
A proposito di musica e dell’altro presentatore, a me Lodo Guenzi non fa neanche ridere, le sue parolacce le dicevamo nella mia cantina quando facevamo le gare di rutti, Sfera Ebbasta non mi piace ma non trovo motivo per contestare la sua musica, il suo TURPILOQUIO (ricordo che c’è gente come La Zanzara o Giletti che le parolacce le dicono tutti i giorni in radio o TV) e il suo modo di vestire. Cosa pensavano di noi gli adulti quando eravamo vestiti come dei boscaioli in pigiama? Che eravamo messi da ridere. E adesso mia mamma ha regalato un paio di jeans rotti con il cavallo alto a mia cugina e sono mesi che tenta di rifilarne un paio anche a me (non col cavallo alto) ma io non li voglio. Si vergognava di come andavo conciato in giro, mia mamma, una volta. Però adesso quel modo di vestire va di moda, quindi ok. Le mode cambiano e anche noi cambiamo, però in quel momento non lo sappiamo che cambieremo. Quindi non è detto che sia così ma chi è in fotta di Sfera Ebbasta adesso pensa che lo sarà per sempre. È il bello della fotta musicale, ti circonda, ti conquista. Quegli INCOSCIENTI che adesso ascoltano Drefgold e Young Signorino forse cambieranno, ma adesso non lo sanno. Oppure non cresceranno, e raggiungeranno la maturità con le stesse convinzioni, ma va bene, tutto deve esistere e convivere. Inutile far loro qualsiasi tipo di discorso, lasciamoli in pace, perché li dobbiamo stressate, si stanno forse drogando? È come quando i genitori vogliono costringere i figli piccoli ad ascoltare la musica giusta. Ma lasciate che si godano Frozen!

E la trap è il nuovo punk perché dà fastidio ai vecchi. Può darsi, considerando le reazioni che ha suscitato, è vero. Bello così. Però bisogna anche dire che molti hanno identificato la musica indie italiana con quella che è passata al Concertone e quindi (ancora) l’indie non esiste più. Ma non è così. Solo negli ultimi mesi è uscito il disco dei Labradors che bomba i muri, il 18 maggio uscirà [il disco di Stephen Malkmus & the Jicks e quello dei] il disco dei Big Cream che sono i giovani più esplosivi del mondo, le etichette indipendenti continuano a macinare dischi su dischi. Si tratta di una nicchia della nicchia ma chissenefrega, quando mai questa musica ha DOVUTO farcela? Mai. La musica indipendente in Italia sta benissimo e sta dove deve stare, a fare quello che gli altri non hanno il coraggio e la capacità di fare, a suonare con la fantasia e il cuore in mano, a girare il paese e farsi i chilometri di concerti. Quelle sono le realtà indipendenti e frasi tipo l’indie italiano non esiste perché Calcutta è famoso e anche tutti gli altri che lo clonano sono fake news. Chi ci crede è meglio che giri al largo, e ascolti quello che vuole, ma non faccia considerazioni senza essere informato.

Molte delle cose che vanno di moda adesso da un lato, la trap principalmente, e l’indie rock italiano, che esiste ancora, dall’altro, sono dirette emanazioni degli Stati Uniti, i loro modelli sono là. Quindi la trap e l’indie rock hanno questa cosa grossa in comune. E in qualche modo è bello che ci sia un riferimento a un unico paese e alle sue culture interne, diverse tra loro. Da questo punto di vista dimostriamo di essere in grado di recepire la diversità. Ce ne appropriamo, non per deriderla ma perché ci piace e creiamo qualcosa di nostro. Gli Stati Uniti (musicalmente) diventano un punto di riferimento, lo sono e basta, da un sacco di tempo. E per esempio il fatto che il disco di Stephen Malkmus & the Jicks e quello dei Big Cream escano lo stesso giorno mi fa respirare grande, con prospettive che vanno al di là dei confini segnati da questi nomi di paesi che è come se non esistessero più. Mi fa pensare che la musica indipendente italiana (che non esiste più?) sia su un campo internazionale, giochi accanto all’indie rock americano (degli anni 90 e di adesso), sia lì, con quella voglia di inventare. Tra l’altro, a suonare nei gruppi italiani non sono solo quarantenni barbosi ma anche giovanissimi, che trovano ispirazione in modelli che magari non sono stati inventati ieri ma dimostrano di essere ancora in grado di comunicare forte.
Allo stesso modo, a proposito di modelli americani che comunicano cose, niente mi può far smettere di pensare che i due Rolex di Sfera Ebbasta siano la replica del lusso dei rapper neri americani che mostravano ai bianchi di aver ottenuto quelle cose prendendo l’iniziativa, senza aspettare che qualcuno gli desse il permesso. Lavorando. Al Primo Maggio Sfera Ebbasta vestito così ci stava benissimo e mostrava ai giovani un modo di fare le cose, più di qualsiasi altra Bella Ciao. Magari la sua prospettiva è diventare come 50 Cent, che sta cercando di rimediare alla bancarotta. Magari no. Una vita aspetta Sfera Ebbasta e spero che non la trascorra in vacanza ma facendo un sacco di cose, che cambi, oppure no, che cambi chi l’ascolta, oppure no. Però, è più interessante che in Italia, dal punto di vista musicale, ci siano delle possibilità e che non vadano in un’unica direzione, che non siano per un solo gusto o per un solo tipo di scelta. Vai a suonare al concertone? Vai. Ti piace guardarlo in Tv? Fai pure. Ma, comunque, la musica italiana non è solo quella che si vede al Primo Maggio o quella indie che non è più indie. C’è un sacco di altra roba, basta avere un po’ di interesse e svegliarsi un attimo, senza pretendere di avere una visione completa perché si conoscono i nomi sulla bocca di tutti o perché si è visto il concertone.

La vera storia di Martin Bisi e del BC Studio

Foto: Nathan Kensinger

A Gowanus (Brooklyn, NY) c’è un canale. È lungo tre chilometri, oggi ha cinque ponti che lo attraversano e nell’800 era il centro nevralgico di un sistema manifatturiero molto redditizio. Vedeva due tipi di movimentazione: le merci venivano trasportate verso il porto di Red Hook, la merda e i liquami inquinanti rimanevano proprio tutti fermi lì, nel canale. Dopo la seconda guerra mondiale, la crisi del settore manifatturiero trasformò quel quartiere nel posto in cui prendevano casa… i reduci. Allegria. Il canale invece si mantiene in forma e a quel punto in pratica è diventata un’entità non umana padrona di Gowanus, che nel frattempo cade pure sotto il controllo della Mafia, che (dicono) usa il canale come altre volte si usano i pilastri di cemento delle autostrade. Ah ma che bel posticino, BOB. All’inizio degli anni ’80 un po’ di artisti, che si sistemano in alcuni spazi inutilizzati, iniziano a popolare il quartiere. Per un paio d’anni, ‘81 e ‘82, l’ex fabbrica di proiettili diventa per esempio sede del Memorial Artyard, la compagnia che si prende bene a organizzare storie anche outdoor, lì nei dintorni del simpatico canaletto. Dopodiché ci sono 30 anni in cui, in un’atmosfera di abbandono e situazione generale comunque non salutarissima, il quartiere rimane abbastanza vivo dal punto di vista artistico. Negli anni ‘90 il canale si becca il premio “Most Polluted Body of Water of the USA”, grazie alla presenza di coliformi fecali, virus, batteri ed estremofili. Solo nel 2010 il Governo della città si accorge che proprio a Gowanus può sorgere una zona nuova da far diventare uguale a tutto il resto e inizia a ripulirla. Dal 2013 al 2016 un piano urbanistico dei residenti e del City Planning Department modifica non poco l’area. Oggi, si legge anche sull’internet, Gowanus è piena di localini e vita notturna.

Nel 1979, Martin Bisi, diciottenne di Manhattan con un passato musicale accademico alle spalle e la voglia sfrenata di smettere con quella roba noiosa, con Bill Laswell dei Material e l’aiuto economico di Brian Eno (fresco produttore di No New York)decide di aprire uno studio di registrazione per fare dell’avanguardia e rovesciare come un calzino tutti gli studi classici. Lo studio lo chiamano prima OAO (Operation All Out) e dove lo aprono? A Gowanus. Quando più o meno nell’84 Laswell se ne va perché gli stavano crescendo sul petto delle strane macchie, Bisi, che avrebbe potuto cogliere al volo l’occasione e cambiare location, visto che fuori proliferano i coliformi fecali, decide di rimanere e semplicemente cambiare nome allo studio, in BC Studio. La scusa ufficiale sarà che l’affitto cosa meno, a Gowanus.

I primi giorni di attività del BC sono assolutamente frenetici. Tutto fila liscio, a parte le puzze che vengono dal canal, per lo più c’è gente che va e viene e fa le prove. A un certo punto Martin va a fumarsi una paglia in riva al canale. La sua mente vaga senza sosta a quello che avrebbe voluto fare in quel posto, con le idee ben chiare in testa, ma anche un po’ spaventato, com’è normale che sia, di fronte al suo progettone di creare musica nuova, contemporanea. Gli mancano i soldi e deve trovarli! Così, immerso nei pensieri, ammaliato e incantato da quel posto che gli provoca talvolta entusiasmo talvolta una tristezza indescrivibile, soprappensiero casca nel canale. Passava di lì Brian Eno che accorre velocissimo. All’inizio si sbaglia e tira su il cadavere di un picciotto, poi però ce la fa e salva Martin. Che, a quel punto, sta delirando parole sconnesse come “accademia merda”, “avanguardia necessaria”, “need money”. Eno viene subito ammaliato da quello sconosciuto e gli presta un sacco di soldi, lì, sull’unghia.
Martin si è ripreso all’istante e da quel giorno non si è fermato un attimo, la sua energia inesauribile, la sua calma e la sua professionalità sono diventate famose a New York, tanto che tutti i musicisti più fighi sono andati da lui a registrare.

Ma cos’è successo quando Martin è caduto in acqua? È stato chiaramente contagiato: il demone della produzione manifatturiera, nascosto nell’acqua inquinata, si è impossessato di lui e lui registra, registra, registra comune un matto, produce, co-produce, co-produce. Energia infinita (per non dormire mai), calma (per avere a che fare con tutti quegli artisti) e professionalità (per fare il culo a tutti): questo è Super Bisi.

Il BC Studio diventa negli anni una specie di polmone musicale di New York, che si alimenta della vitalità più sotterranea della città e dell’acqua malsana del Gowanus. Vitalità e malasanità sono necessarie a Bisi per registrare quella musica, sono una fonte di energia e ispirazione inesauribile per tirare fuori le esperienze più significative della scena underground degli Stati Uniti e del mondo intiero. BC Studio complex of insanity, lo definisce lui. E la sua insanity conquista infatti tutta la città e richiama un sacco di gente che va a registrare lì: Afrika Bambaataa (qui una storia bellissima su di lui), John Zorn, Sonic Youth, Ruins, Swans, Unsane, Cop Shoot Cop, Maceo Parker, Arto Lindsay, White Hills, Cinema Cinema, Larkin Grimm, Boredoms, Helmet, Cibo Matto, Murder Inc, Ginger Baker, Dresden Dolls, Herbie Hancock eccetera. Circa 90 dischi registrati, missati, prodotti o coprodotti tra 1981 e ‘99. Circa 30 negli anni 2000 e ’10 fino al 2017 (oltre a otto dischi a nome suo). Senza limiti di generi musicali e per mille case discografiche: Polydor, SST, CBS/Sony, RCA, Landslide, Sacred Bones, Atonal, Elektra Musician, Celluloid, Homestead, Blast First, Virgin, Rough Trade, Parlophone, Big Cat UK, Geffen, Amphetamine, Matador, Alternative Tentacles, Warner Bros, Thrill Jockey. Ce n’è per tutti gusti. Ce l’ha il palmares Martin o no? Ed è grazie al bagno che si è fatto nel Gowanus! Powerful insanity. La lista completa dei dischi è qui.

Nel 1984, quando la gioventù e i superpoteri di Martin erano una coppia invincibile, Laswell, con la scusa di essere diventato famoso con i Material grazie alla canzone Rockit, oggi un classico dell’hip hop, registrata con un certo Herbie Hancock che frequentava lo studio e che con quella canzone vinse un Grammy, insomma Laswell se ne va. Il vero motivo sta nel fatto che la troppa vicinanza con Bisi lo stava contaminando. E poi Martin era insopportabile, non dormiva un attimo, lavorava solo. Laswell tornerà 4 anni dopo, praticamente tossicodipendente di Martin Bisi, che evidentemente aveva qualcosa… provocava dipendenza, per Laswell e per tutti i gruppi d’avanguardia di NY. Brian Eno invece si vedeva già poco dall’82. Quell’anno pure lui si registrò un dischino ai BC (Ambient 4: On Land), sfruttando, finché ne sopportò l’eccessiva vicinanza, l’incredibile potenza di Bisi, e poi non ci fece più niente. Lui aveva un ego più grande di Laswell e non tornò.

She’s in a bad mood, But I won’t fall for it, I believe all her lies, But I can’t fall for it”. No Martin, non sono i Creedence Clearevival o come si chiamano, sono i Sonic Youth e infatti te li sei accattati.

Quando Laswell se ne va, Martin non può smettere, è lanciatissimo. Non ci pensa proprio a trasferirsi e andare lontano dal canale. Cambia semplicemente il nome il BC Studio e lo fa decollare. Proprio nell’84, attirati dall’interesse che Martin aveva per l’hip hop, a Gowanus arriva Thurston Moore, per registrare Bad Moon Rising. Era chiaramente preso malissimo per quelle canzoni così obscure che aveva scritto ma la serenità d’animo e la tranquillità di Martin, nonché la sua energia inesauribile, hanno permesso a Thurston e al suo gruppo di terminare le registrazioni e addirittura tornare una seconda volta in quel posticino e fare Death Valley 69, con una Lydia Lunch appena ventiseienne e carica come una pallottola, e poi altre volte ancora. Con Michael Gira degli Swans, invece, è stata più dura vincere la gara a chi ce l’aveva più grosso, ma alla fine Martin ce l’ha fatta.

E invece no, cioè si, Martin Bisi ha fatto quasi tutto questo. Non ha fatto quella gara con Gira, non ha consolato Thurston Moore e non è caduto nel canale, però negli scantinati nello Studio c’è uno stagno (davvero) uno stagno, si vede bene nel documentario Sound and Chaos: The Story of BC Studio. Secondo me ogni tanto ci va a mettere a mollo i piedi, per tenere alto il livello della carica batterica). Ma tutto il resto l’ha fatto, ed è abbastanza esaltante che un’unica persona abbia concentrato intorno a sé talmente tanta musica e nomi importanti. Ha disegnato una linea concettuale musicale coerentissima. Ok, alla fine Gowanus è a New York e non è a Macerone, ma ha un valore anche l’arrivare a proporsi (e a essere considerato) come LO studio in cui a New York vanno/andavano a registrare i musicisti di un certo tipo. È uno status che va conquistato e mantenuto con scelte precise e non credo sia facile farlo per più di 30 anni. È un modo di proporsi e scegliere a priori e a livello concettuale i musicisti con cui lavorare: parti dall’idea, ti crei dei precedenti precisi che fanno la tua storia e la tua discografia e sarai identificato con loro, li scegli per essere scelto. Tutto questo a prescindere dal genere musicale.

Il BC Studio è stato l’anello di congiunzione tra la musica di New York e qualsiasi tipo di realtà produttiva (piccola, media, grande, grandissima), denominatore comune superpartes a cui frega un cazzo di chi fa uscire il disco, l’importante è incidere musica che vada nella direzione della sperimentazione, della novità. Martin vuole che vadano a suonare da lui, vuole sentire il suono che viene fuori da musicisti diversissimi tra loro ma che hanno in comune una cosa: un luogo, in cui converge tutto. Martin Bisi ha avuto il potere di leggere dentro alla scena underground di NY e di tirarne fuori il suono. Se quei dischi li avesse fatti qualcun altro in qualche altro posto sarebbero stati sicuramente diversi, meglio o peggio, forse ugualmente rappresentativi, non lo so, ma la realtà inevitabile è che quei dischi, che hanno dato un corpo a un sacco di musica underground, sono stati registrati lì, in un quartiere imperfetto, in una caverna imperfetta, al BC Studio. La cui discografia è come la lista di Kurt Cobain, però per l’underground newyorkese: ascolti i dischi e hai una panoramica completa. Bisi supereroe davvero per questo. Mettiamola così: la compilation No New York, prodotta da Brian Eno nel 1978, un anno prima di cacciare i soldi per il BC Studio, è quella della No Wave, registrata altrove, ai Big Apple Studio di NY. Da quel momento in avanti e per un tot di tempo ci pensa il BC a registrare quello che succede a NY.

Mancano i Suicide. Perché mancano i Suicide? Ho cercato sull’internet, ho letto addirittura un libro, ma non ho trovato niente a riguardo. Se qualcuno sa qualcosa, parli ora.

Uno splendido supereroe di mezz’età

Negli anni ‘10 Martin Bisi ha rallentato un po’ il ritmo. Anche un supereroe con i superpoteri con il tempo che avanza ha bisogno di rallentare. Nel 2016 ha deciso di fare una festa per i 35 anni della BC: un weekendone di concerti nella sua caverna a Gowanus con tutti i suoi amici. Così, un po’ ammaliato da se stesso e da quello che è riuscito a fare da quel giorno in cui è caduto nel canale e ha acquisito i superpoteri di Re(gistratore) dell’underground newyorkese, di quella serata c’ha fatto un disco. La particolarità del disco, oltre a fissare per sempre il weekend celebrativo, è quella di non essere una semplice raccolta o un best of delle robe registrare al BC, ma un concerto che non si ripeterà a cui hanno partecipato moltissimi musicisti della Bisi crew che si sono organizzati in gruppi di improvvisazione misti e hanno registrato pezzi originali di fronte a un pubblico selezionato (fan dello studio, matti del quartiere e così via). 13 canzoni tra noise, art-rock, punk, free jazz, hip-hop eccetera, missate ad Abbey Road.. no, scherzo, ovviamente lì al BC Studio da Martin Bisi.

Dopo la festa e chiuso il missaggio, era un po’ triste, perché il canale e il suo stagno personale non erano più quelli di una volta, e lui lo avvertiva forte. Per questo motivo, Martin si è messo a cercare come un pazzo su internet un posto, un fiume, uno specchio d’acqua, qualcosa che fosse simile al suo Gowanus pre-riqualificazione. Ed è finito a scoprire la riviera romagnola su google immagini. Ha prenotato un aereo e c’è andato subito. Dopo aver chiesto un po’ in giro, e comunque volendo assolutamente partecipare almeno una notte alla proverbiale baldoria rivierasca, scopre un posto che fa proprio al caso suo, che tra l’altro si chiama come un film che gli piace molto, Hana-Bi, in una città con un nome composto: Marina di Ravenna. Ci va, ci trova proprio una festa anni ’90 e a fine serata conosce il proprietario del locale, Chris. È amore a prima vista, reciproco. Martin scopre tutto un modo, e anche che Chris ha un’etichetta. Dopo la festa al BC, Martin era un po’ triste anche perché non sapeva a chi dare il suo disco. A New York sempre gli stessi nomi, le stesse etichette, due palle. Deve sempre continuare a rimpensare il proprio approccio alla musica: come negli anni ha registrato di tutto cambiando direzione, anche nella scelta dell’etichetta voleva cambiare direzione. A Marina di Ravenna ha trovato quella che lo ispira: la Bronson Recordings.

Il disco è uscito il 20 aprile.

Angolo incertezza. Il futuro dello studio è incerto (timore mio, nessuno mi ha fatto la soffiata) perché Gowanus adesso sta diventando cool e sta subendo un processo di gentrificazione che sa dio e finirà per alzare i prezzi degli affitti costringendo ad andarsene alcuni degli abitanti e degli artisti che sono lì da tempo. Tra questi, Super Martin, che non può nulla contro il Mostro della gentrificazione e della riqualificazione. Però c’ha lasciato più di cento dischi da ascoltare. Alcuni dei quali per anni li ho solo ascoltati e riascoltati, senza chiedermi da dov’è che venissero. Vengono da Gowanus e da Martin Bisi, produttore, antagonista culturale, selettore selezionato, Supereroe. Speriamo che la contaminazione, dentro di lui, non si esaurisca mai.

Bandcamp di BC35
www.martinbisi.com

La prima foto è di Nathan Kensinger, la seconda di Nicole Capoblanco e le ho rubate tutte e due da internet.

Quando niente è proibito: Cayman the Animal, Black Supplì

black supplì cayman

La mia ragazza ha una libreria in cui vende i dischi di alcune etichette indipendenti italiane. Qualche anno fa è iniziata una collaborazione anche con la Sonatine e in quell’occasione ho avuto per le mani per la prima volta l’EP dei Cayman the Animal Aquafelix, che fino ad allora avevo visto solo in foto. La differenza tra una fotografia e la realtà a volte può essere sorprendente. Il packaging era pazzesco, ma pazzesco nel senso di divertente, un cartonato con una chiusura di un genere mai visto, almeno io non l’avevo mai visto (non sono appassionato di scatole, anche se in casa ne abbiamo tante). E poi era di sicuro la prima confezione di un disco in 3D della storia: vedi la scatola e caschi nel mondo delle illustrazioni che ci sono sopra, quando ti ripigli la apri e trovi un sacco di roba vera. Quando ho aperto il disco successivo, Apple linder, ho scoperto che la copertina era un mega poster di un gigante che pisciava, a dimensioni 1:1, più incredibile di quello di Anna Falchi uscito su Max tanti anni fa. Ma la sfida più eccitante è stata l’ultimo disco, Black supplì (No Reason Records e Mother Ship): la copertina è un gratta e vinci. E, insensibili come la vita che avanza, i Cayman the Animal, quando gratti, scrivono “HAI PERSO” e ti sbattono in faccia l’inasprirsi dei tempi: una volta si usava scrivere “Non hai vinto”. Il risultato è un groppo in gola. E proprio con questo groppo in gola – provocato da un affronto violento e antiautoritario (gli stessi aggettivi, preceduti da un “talvolta”, che su wikipedia hanno usato per descrivere i disegni di Raymond Pettibon) nei confronti rispettivamente tuoi e dell’istituzione Gratta E Vinci – ho messo su il nuovo cd dei Cayman (sarà legale chiamarli così?).

Ma prima di tuffarsi dell’ascolto, c’è da chiedersi: chi è l’illustratore ufficiale dei Cayman the Animal? Ratigher, che con il suo tratto tremolante farebbe sentire instabile nel mondo anche Putin. Se dovessi cercare cosa c’entra lo stile di Raymond Pettibon (visto che prima è stato chiamato in causa) con quello di Ratigher direi niente. Però c’è tutta una storia dietro al rapporto tra illustratori e gruppi punk, diventata anche mainstream in Italia perché Zerocalcare ha ripetuto giusto qualche volta che all’inizio lui faceva le locandine per i concerti hard core. Insomma, non mi pare ci sia nessuna somiglianza tra il tratto di Pettibon e Ratigher ma di sicuro c’è tutto un mondo in comune e c’è anche una differenza: mentre Pettibon è, è stato, fu “talvolta” violento e antiautoritario, Ratigher lo è sempre, in particolare quando disegna le copertine per i Cayman. E il perfetto incontro tra la violenza del primo e la cattiveria dei secondi è quel HAI PERSO.

A proposito, c’è qualcuno che HA VINTO grattando Black supplì? No perché nel caso ci fosse secondo me non partirebbe con il piede giusto. Perché poi se, oltre a guardare le figure, alla fine vi tuffaste davvero nell’ascolto del disco, notereste, oltre al fatto che è un disco di musica pesa, anche che HAI PERSO era lì per prepararvi al mondo di pessimismo, introspezione e fastidio dei suoi testi. Se non credete che un gruppo che suona i concerti in romanesco possa essere anche introspettivo, vediamone alcuni. Per esempio, un verso dalla prima canzone dice “Destination cold black worms”. Vediamo anche tutti quelli della seconda, che si chiama The colors deniers club:

The other day I bumped into my former band
What happened is that I could not recognize myself
It sounded pretty good nothing’s forbidden
But how could I be so joyful if everything was black?
Next time I won’t try
For the umpteenth (“ennesimo”, ammetto di averlo cercato su wordreference, ndr) time
It will pass me by
Next time I won’t try
Let’s not even start

Sarà l’ultimo disco dei Cayman? Io spero di no, voglio che ne facciano almeno un altro con un disegno di Ratigher. Non pensiamoci. Piuttosto, in questa canzone c’è un insegnamento importante, a proposito di introspezione e capire se stessi: le cose che si fanno non devono essere fatte per creare la cosa più bella del mondo, ma per fare la cosa che vogliamo fare. Poi sarà la cosa migliore del mondo? Tanto meglio. Ma è più importante che sia venuta come la volevi tu. Come dice Simon Reynolds, la musica va ascoltata col cuore. Allo stesso modo, le canzoni vanno scritte col cuore e gli articoli sulle canzoni anche. Insomma, testi riflessivi e musica potente e veloce, come i Nirvana e gli Husker Du e il contrario dell’emo core, dove musica e testi hanno spesso la stessa intensità. Questo non è un disco emo.

Da piccolo mi chiamavano Presobene, oggi “talvolta” la mia ragazza mi chiama Raggio di sole. Quindi a me piacciono i testi dei Cayman the Animal. Che nella terza canzone dicono: “Would I ever be so mean just years ago? A sad black supplì”. Vi ricordo che l’aspetto del supplì nero è questo

real black suppli

Questo per dire che l’immaginario dietro al disco è tutt’altro che accomodante. In più, quello dei Cayman the Animal non è solo un supplì nero ma è anche triste. Siamo di fronte a un’immagine scoraggiante, definirsi un supplì nero e triste va oltre il punk, oltre il rock, è introspezione analitica, fisico-psicologica.

Parlando invece della musica, che mi sembra una parte importante di un disco, a me i Cayman the Animal ricordano tantissimo gli Hot Snakes ma a voler dire tutta la verità, rispetto ad Apple linder, in Black supplì sono meno Hot Snakes e più solo snakes, cioè proprio biscioni: rallentano, fanno i loro giri su se stessi e poi scattano e staccano, in generale sono più guardinghi e attenti a distaccarsi un po’ dai dischi precedenti. Continuiamo su quella strada, ragà, sembrano dire le parole The colors deniers club, siamo sempre noi ma non siamo sempre noi. Un insieme di cose positive e negative da un lato gli fa pensare “Next time I won’t try / Let’s not even start” dall’altro gli permette di cambiare passo dal punto di vista musicale. È il quarto disco insieme (c’era anche il primo, Too old to die young del 2011, e non considerando il demo di incomparabile bellezza, cit.), ok, potrebbe essere deleterio, ma c’è un tesoro da conservare vivo, e sta in “It sounded pretty good nothing’s forbidden”. Dal primo disco all’ultimo, pur all’interno del punk-rock, ogni volta c’è qualcosa di diverso: Too old to die young era un po’ crossover, Aquafelix noise e anche un po’ hard rock, Apple Linder più Hot Snakes (e secondo me è il migliore finora e – osservazione statistica – l’unico in cui non c’è una canzone che si chiama Here comes the end). Ma nessuno ingrana un’altra marcia. Black supplì invece lo fa: è più definito nei passaggi, più preciso. Magari non fa un passo verso (o per allontanarsi con decisione da) un tipo o l’altro di musica e prende un po’ di tutto dai dischi precedenti, ma dà più potenza, meno velocità e un’impostazione più tosta e resistente alla scrittura. Anche dopo un po’ di tempo, anche se si è accesa la spia del rischio ritualità, i Cayman hanno trovato la strada da percorrere al meglio, senza imporsi divieti, tanto che l’ultima canzone è post-punk (mai successo prima). Niente è proibito (ed è vietato farsi venire in mente Piero Pelù). Musica scritta seguendo un principio-base importantissimo: lasciare il punk rock libero di correre felice nei prati. E con frasi brevi, quasi appunti, concetti veloci e immediati, i testi rappresentano lo specchio della musica intesa così. In questo modo, ogni volta che escono con un disco, i Cayman the Animal non sono una sorpresa ma un inno alla libertà di fare le cose come vogliono. E questo funziona anche verso l’esterno, come una specie di generatore di stimoli inaspettati per gli ascoltatori.

Per esempio, la mia canzone preferita è Here comes the end part III che inizia come la Part II (che era in Aquafelix) ma va in tutt’altra direzione: mi ricorda tantissimo la sigla di Domenica Sprint anni ’80. (Aspettate, vale la pena riascoltarla, dal secondo 0:46:

)

E adesso sentite Here comes the end part III, sentitela tutta ma in particolare prestate attenzione a cosa succede dal minuto 1:44. A parte il cambio di tempo clamoroso e il modo di incrociarsi esaltante delle voci e delle chitarre, non ricorda tantissimo Domenica Sprint? È tutto un passato che ritorna, dove mio zio e mio babbo guardavano i goal e a me piaceva tantissimo farlo con loro. Adesso non posso più farlo con loro e non m’interessano tanto i goal ma quella canzone è stata parte delle mie domeniche ed è ancora lì, è un ricordo legato a una cosa che non m’interessa più ma è ancora forte ed evocativa. Questa può essere la forza del punk rock, talvolta: quelle volte in cui come i Cayman lo fai da un po’ di tempo, qualcosa (tu) è inevitabilmente cambiato, ma ci metti dentro la libertà e il vantaggio creativo di suonare con gli amisci.

E i testi delle altre canzoni come sono? Per leggerli comprate il cd, è bello anche fare il gratta e vinci, scoprire il disegno di Ratigher e vedere se siete gli unici in tutto il mondo a non avere perso.