Recensioni Generator: oaks, affranti, fuco, nitritono, gli altri, palmer generator, rashomon

palance

Il math rock negli ultimi anni ha preso piede nella musica indipendente italiana. Grazie alla sua malleabilità, si mischia facile con emo, post rock e post hard core. Crtvtr, Valerian Swing, Lags, Istvan, Mood sono alcuni nomi di gruppi che fanno un uso diverso di questi generi insieme. L’adattabilità dei passaggi più esplosivi si contrappone alla rigidità del ruolo dominante della chitarra, che diventa una specie di filo rosso tra le canzoni e alcune volte tra i gruppi. Normalmente quello che fa è arrotolarsi su se stessa, riproducendo successioni quadrate di accordi che ne so tipo 1 1 1 1, 2 2 2 2, 4 4 4 4, 8 8 8 8. La batteria la segue con passaggi veloci, continui accenti sul rullante e un alternarsi irregolare tra cassa a rullante, dove la cassa alcune volte parte per la tangente e copre tutti i quarti possibili, poi si ferma, riparte, e così via. Una specie di scaia a produrre ritmi interrotti ma in crescendo. Momenti di accelerazione alternati a pause per respirare un po’, come in alta montagna dopo una camminata su un sentiero ripido su cui c’hai tirato. Ogni gruppo prende la sua strada, ma in generale la malleabilità e le aperture di alcuni angoli del genere sono retti da un ritmo che finisce per diventare ripetitivo. L’impressione al primo ascolto di The Sun Is Too Brilliant degli Oaks (11 etichette che trovi giù all’asterisco) era proprio questa. Invece le cose cambiano e gli Oaks si infilano in piccoli deliri tutti loro. La chitarra piange a tal punto da concretizzarsi in un’emoticon con la smorfia della brutta sorpresa (Curling Stone Factory). Poi gli accordi sottili come i rivoli delle lacrime che lasciano si perdono un po’ nelle distorsioni di Brightest Place On Earth, per spuntare fuori ancora in DDDDDDDDDD. E fin qui, niente di inimmaginabile. Ma Bones Are Made To Be Broken inserisce una lettura del math rock alla Snow Patrol (all’inizio), poi alla Tim Buckley (psichedelica, dilatata, ubriaca!), e riempie tutto con ritmi jazzati e le chitarre di Thurston More di The Promise. La stessa via di fuga si trova nel finale di How To Get Away Silently From Bil Danzerian’s Winter Party. Questa volta non si fugge dal math rock ma da una festa di Bil Danzerian, di cui non sapevo niente prima di ascoltare gli Oaks – che quindi sono responsabili di avergli dato ancor più popolarità di quanta non ne avesse già – e da un cui summer party io scapperei non silently ma a gambe levate. Responsabilità e novità, nel battutissimo campo del math rock.
* Longrail Records, New Sonic Records, Upwind Productions, Lafine, Sciroppo Dischi, Fisherground, Astio Collettivo, Dingleberry Records, Lepers Produtcions, Oh!Dear Records, Dischi Decenti. A me il disco l’ha mandato Oh!Dear Records.

SplitAlbum Affranti e Fuco, La paura più grande/Addicted (12 etichette tra cui DreaminGorilla Records). Se non fosse per quel basso, che sarebbe perfetto per un nuovo episodio cinematografico di Star Trek, rivisitato in chiave poliziottesco, l’inizio Tina sarebbe una figata post space rock che introduce all’inferno dell’oppio piemontese dei Fuco. Chitarre lente, pesantemente new wave, poi stoner, sono la parte più viva di Bodø, la tappa intermedia in questo viaggio nella “tregua anestetica, nella ferocia della guerra” (cit. il comunicato st.). Il resto sembra morto, sembra proprio un dopoguerra. Se alla fine della tregua dovessimo davvero riprendere a combattere, con il cuore pieno del languore dei 12 minuti dell’ultima canzone (GGU), saremmo fottuti. Il lato degli Affranti – storica band ligure di stampo hard core – è quel tipo di musica che non ascolterei mai due volte, quella che mette al centro di tutto l’essere poeti che soffrono attraverso un flusso di parole importanti che parlano di anima, di se stessi, di ferite aperte eccetera e accompagnate da un math rock hardcore tecnicamente ineccepibile ma che funziona solo come, appunto, accompagnamento. Un disco intero è francamente difficile da reggere, secondo me.

I Nitritono hanno fatto il primo ep nel 2013, adesso ritornano con Panta Rei (streaming qua), 8 pezzi, più che noise, pschyc metal noise. Quando diventano più pesi, prendono il via (L’atarassia del giorno dopo). Quando lasciano spazio alla psichedelia, come all’inizio di Zen-It, non riescono invece a sfondare il muro dell’immaginazione per la rigidità con cui incastrano gli strumenti, che strozza qualsiasi tipo di viaggio. Ma Panta Rei ha una sua identità decisa, non è un disco che tenta di andare oltre i generi che contiene e non gli frega di farlo. L’idea dei Nitrirono è bella ferma, conoscono i suoni che devono venire fuori, le caratteristiche che devono avere i pezzi, limitano il proprio campo di azione passando da noise a pschidelia e da psichedelia a noise, ma è una cosa positiva.
Panta Rei è coprodotto da DreaminGorilla Records con Vollmer Industries, Edison Box, Insonnia Lunare Records, TADCA Records e Brigante Records. Non nascondo che continuo a sbagliare e dire Nitrirono invece di Nitritono.

Un titolo sobrio e asciutto invece per il nuovo deGli Altri: Prati, Ombre, Monoliti (un treno di etichette, che trovate elencate nel bandcamp). Che è un disco tiratissimo, suonato con una botta pazzesca, sempre al massimo, con pochissimi momenti di riposo (la parte centrale di Prati, prima canzone). Ma ormai questi dischi al limite tra lo screamo e il punk rock di scuola The Death of Anna Karina mi sembrano tutti uguali e senza un briciolo di personalità. La musica è sempre fatta di ritmi spezzati e quasi sempre tiratissimi, i testi sono super riflessivi, disperati, mega definitivi senza però esserlo davvero. Come quando Gli Altri dicono “L’era postmoderna è costellata di imbecilli reazionari, come era in passato e come sarà in futuro” (Ombre, metà disco) e parlano dell’era postmoderna, sottolinenando una sua caratteristica che poi finisce per essere una caratteristica di tutte le epoche. Ecco, il desiderio di essere portavoce del degrado umano con tre parole in una canzone è difficile da realizzare e infatti la maggior parte delle volte si risolve in una cosa molto superficiale. Dopo qualche anno, mi è venuto il dubbio che non sia utile alla discussione solo accennare a un problema universale e che quindi la canzone non sia il luogo adatto per affrontare certe tematiche. “E non è trasparente, la difficoltà in cui mi muovo in ogni notte” (Monoliti, l’ultimo pezzo): dopo qualche anno che si sente questa roba, penso anche che in alcuni casi i testi più personali non siano del tutto sinceri e che va bene che la musica è finzione ma adesso possiamo fare anche basta.
Due cose: i Marnero forse sono un’altra band di riferimento. Federica degli Affranti (vd. sopra) canta in Unai, la canzone con più tiro di tutte.

Un disco about man’s disappearance, as a subject, in the post-modern society è invece Discipline dei Palmer Generator (prod. Palmer Generator, Astio Collettivo, Torango). Sento più gusto nel suonare questi vortici di chitarre metalliche incastrate in ritmi tribali che in qualsiasi altro disco sentitissimo di screamo italiano recente. Ma il fatto che io ci senta la goduria di chi lo suona non vuol dire che quella goduria la provi io. Anzi. Non brilla di originalità il sound dei PG, muovendosi tra psych rock, show gaze e post hard core. Brilla di originalità invece il nome: loro sono Tommaso, Mattia e Michele Palmieri e immagino che da lì derivi Palmer. Il disco è una cavalcata di 35 minuti durante la quale intuiamo quanto i tre possano sudare mentre suonano (molto bella questa, copiata dal comunicato stampa, non farina di mio sacco). La cavalcata sta a indicare anche lo stritolamento del singolo uomo all’interno di una società che lo rinchiude in delle regole imposte dall’alto atte a normalizzarlo. Tutto questo fa sì che il singolo s’incazzi. E la sua incazzatura è espressa nel sound di Discipline. Non manca una nota di tristezza, dovuta al fatto che la libertà che desideriamo è impossibile da raggiungere. È un disco estremamente consapevole, la cui lettura filosofica lo avvicina ai temi di dischi come Prati, Ombre, Monoliti, dove l’io è eternamente insoddisfatto della propria condizione e, di base, cerca qualcosa senza neanche sapere se esista. La conclusiva Domain è sorprendente per travolgenza anche se sembra procedere per tesi, troppo meccanica nel suo essere vincolata alla scrittura del pezzo, da cui non ci si può tanto allontanare, perché altrimenti sarebbe improvvisazione, ma tutto sarebbe più umano se fosse meno rigido e meno vincolatissimo ai passaggi strofa-ritornello e meno impegnatissimo a dare importanza all’attesa dei momenti in cui la musica deve esplodere. Domain è così, ma anche tutto il resto del disco è così.

Un po’ Marlene Kuntz un po’ Negrita – e non è un accostamento così difficile da pensare e realizzare – Santo Santo Santo dei Rashomon è tante cose. Per esempio, è un’autoproduzione fatta col crowdfunding su Musicraiser. È anche un disco crossover, com’erano crossover i rangeagains, bello indietro di 20 anni per le chitarre dominanti – vero maschio alpha della situazione – che vincono il premio giri più prevedibili della puntata odierna di Recensioni Generator. Titoli come Schiuma spray, Amerika, Monkey Joe e Auto nera sembrano parlare da soli e rendere già esplicita la musica che racchiudono, come uno scrigno segreto trovato in mezzo ai teschi nel deserto del Mojave, o anche in Gargano. L’america in salsa little Italy. Il rock’n’roll fatto nel modo più tradizionale possibile unito a qualche suono elettronico, una parolaccia in qua e là, la provocazione al limite della blasfemia, l’ironia poco curata, un po’ di parole in inglese. Tutta roba che nel disco dei Rashomon c’è, garanzia di una musica da bolgia e da ballare in una balera sulla statale da Rimini a San Marino. Fate partire Breathe (cover dei Prodigy, per non farsi mancare nulla) e sfrecciate il sabato sera sulla suddetta statale. E sarà subito libro di Lansdale (citato, forse, anche con Mucho Mojo) ambientato qui da noi. Praticamente una stagione selvaggia in salsa italiana, dove fino alla fine dell’avventura credi che Non ci avranno mai. Grande cinema d’autore, in coerenza totale col nome del gruppo.

Esito della gara delle copertine

Mare si mare no: ONO, Colonie

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Tagliata di Cervia è a mezz’ora di macchina da qui. Da piccoli ci passavamo tutto il mese di agosto e ogni tanto mio babbo ci portava a giocare a mini-golf. A un certo punto c’abbiamo preso talmente gusto che abbiamo iniziato ad andarci anche con gli amici. O da soli, io e mio fratello. Che s’incazzava tantissimo quando doveva aspettare perché c’era la fila per una buca (il mini-golf andava molto alla fine dei ruggenti anni 80). Una volta c’erano dei ragazzini tedeschi che facevano casino, avranno avuto 12 anni. Dopo tre secondi di pazienza gli ha urlato OH BURDEL! FASEM BASTA? che in dialetto vuol dire “ragazzi, per cortesia, vi supplico in ginocchio, potreste fare un po’ più piano?”. Sarà stato l’effetto cassetta di South of Heaven degli Slayer che aveva comprato il giorno prima ma quei bambini hanno capito il romagnolo e si sono spenti.
Di sera, ogni tanto, andavamo a Cesenatico, o a Pinarella, ed era figo. La mattina, invece, la passavamo in spiaggia. Quando facevamo il bagno mio babbo ci diceva sempre di non asciugarci con il telo ma con una corsa sulla battigia. Era divertente, c’era solo una cosa: una leggenda famigliare raccontava dello zio Francesco, che aveva corso troppo in riva al mare e gli si era asciugato un occhio. Nessuno ci credeva, ma io e mio fratello non eravamo presi benissimo a correre.
Erano le estati in cui buttavamo su la videocassetta di Il secondo tragico Fantozzi a ripetizione e ridevamo per ore, ma erano anche gli anni in cui pure l’elettricista di famiglia di cognome faceva Fantozzi. Così, quando un giorno mia nonna suonò il campanello della casa di Tagliata e urlò “Bambini venite giù che c’è Fantozzi!”, noi, sul momento, rispondemmo “E chi se ne frega di Fantozzi?”. “Fantozzi l’attore!” disse lei.
WOW. E ci siamo fiondati. Stavano girando Rimini Rimini in un hotel lì vicino e per noi era un po’ come per mia nonna andare sul set di Ben Hur. In quell’occasione abbiamo imparato due cose. La prima è che gli attori se la tirano: Paolo Villaggio non ci degnò neanche di uno sguardo, voglio dire, ok che stai lavorando (lavorando..) ma un sorriso, un buffetto, qualcosa. Niente. La seconda è che al cinema, se dicono che un posto è Rimini, potrebbe essere anche Tagliata.
Tornando in spiaggia, una regola che la nonna usava per tarparci le ali era che prima di fare il bagno “dopo pranzo si aspetta tre ore”. Così, anche se dopo 10 minuti avevi la fotta di tuffarti e stare sei ore in acqua solo per disobbedire all’altra regola, quella delle dita raggrinzite,

(dita raggrinzite = fuori dall’acqua),

dovevi aspettare altre due ore e cinquanta, precise, anche se avevi mangiato un panino piccolo. Sennò morivi. Tanti i precedenti, l’esempio tipico era quello della signora a Cesenatico che l’altro giorno aveva mangiato una mela, aveva messo subito un piede in acqua e le era venuto un infarto. Col tempo le cose cambiarono in modo imprevedibile e a un certo punto si poteva fare il bagno subito dopo mangiato, prima che iniziasse la digestione, ma per poco. Un assaggino. Dopo un po’ ho iniziato a odiare tutti perché il bagno era l’unico momento in cui ero lontano dagli adulti, che ci guardavano da riva, e se durava poco era un pacco.
Il mio rapporto con Tagliata si è risolto in: fase 1, potrei essere ovunque, va bene anche qui; fase 2, odio; fase 3, mi piace tantisissimo. Che poi sono i classici cambiamenti rispetto a una scelta imposta dai genitori per molto tempo. I momenti di rabbia in acqua subito dopo pranzo erano il segno del passaggio alla fase due, durante la quale bevevo dei gran succhi di frutta all’albicocca sotto all’ombrellone e mia mamma urlava perché non stavo mai al sole. È quando la voce della Motonave Ghibli che passava ogni mattina a colazione ad annunciare in italiano e in tedesco la gita in alto mare smise di essere un divertimento e diventò un ritornello, tipo il giorno della marmotta. In quel periodo, mia nonna mi diceva sempre di non camminare in pineta a piedi nudi perché c’erano le siringhe drogate. E proprio in pineta, di fronte a una famiglia che faceva un picnic, ho capito che non avevo più voglia di stare lì. Era un posto per famiglie e lo snobbavo. Non m’interessava Riccione, volevo andare dov’erano le mie cose e i miei amici. Proiettavo me stesso in un futuro uguale a quello dei miei genitori, che stavano così bene a Tagliata, e mi sembrava impossibile.
A febbraio 2015 un’alluvione ha distrutto una parte della pineta. Una domenica mattina ci sono passato davanti e mi sono sentito spaccato in due. In quel momento, sono entrato nella fase tre.

Cesenatico e Pinarella erano le nostre colonne d’Ercole sulla Statale Adriatica: mai stati un metro più in là. Savignano e Gatteo a Mare erano a uno sputo ma li avevo sentiti nominare a mala pena. Ponente è la prima canzone del nuovo ep degli ONO, Colonie. È anche il nome che si usa per indicare la parte a ovest del porto canale di Cesenatico e le colonie sono quei casermoni dove i bambini trascorrevano le vacanze abbandonati dai genitori che se ne volevano liberare per un po’. Alcune sembravano le enclave di un regime lontano. Erano dappertutto, pullulavano di ragazzetti. Oggi gli stabili ci sono ancora ma molti sono in disuso.
Le storie degli ONO sono ambientate in tutti questi posti, che nella mia testa fanno parte di un solo passato. Quel pezzo di costa, isolato da quello che lo circonda, diverso da Milano Marittima e Rimini, bello per quello, senza movida ma con delle storie diverse, che ti portano ad avere voglia di calma e profondità.

Quando arrivarono i russi al mare
trovarono mia nonna stesa al sole,
pareo floreale, parole crociate, costume intero e cream solare
“dopo pranzo si aspetta tre ore”,
mio nonno in canottiera bianca a abbronzatura da muratore

Quando arrivarono i tedeschi in Riviera
cercavano spiagge e infinite e movida fino a sera
li vedevo beatamente fuori posto,
tornando dalla colonia, ormai è agosto
gli ombrelloni vuoti e le spiagge sgombre,
non ho ancora il diario per settembre.

(Ponente)

Nei primi 35 secondi, più che a Ponente di Cesenatico Ponente mi spedisce ai Caraibi. Ma basta una chitarra subito dopo per trasformare i Caraibi in Tagliata. Ponente è il punto di partenza. Poi c’è una parentesi, lunga due canzoni (Un uomo che dormeBabilonia), che sembrano raccontare la voglia di andare lontano da quel mare e di scrivere una cosa che non c’entri per forza col maledetto mare adriatico costa romagnola triste. E vengono fuori due pezzi sulla sensazione di dissociazione rispetto a quello che non mi piace, all’abitudine e a quello che non riconosco più come mio: Babilonia e Un uomo che dorme.
Il testo di Babilonia sembra non andare avanti mai. Rimane fermo, è un blocco pesante di parole che girano a vuoto. La ripetizione insiste sui pensieri di un tipo che mentre la tipa gli chiede di parlarle delle sue storie, lui pensa a come potrebbe spendere meglio il suo tempo e la risposta è da suo nonno. Babilonia procede come un blob che ingloba se stesso e cresce metro dopo metro. Usa le Hawaii come immagine del paradiso ma, alla fine, la conclusione è che è meglio altro. Le colonie per esempio.
Un uomo che dorme invece è un elenco di cose che fanno strippare. Mi posso riconoscere o no, fatto sta che la canzone monta così tanto che sul finale sono preso bene da un coro rassegnato, ma perfetto per ballare, che dice <che presa male, che presa male che c’è>. E questa cosa del coro irresistibile della presa male la trovo fortissima, nel senso che ha il fascino del bello e del brutto insieme. Questa sensazione di equilibrio sbagliato è il cuore del disco. Le canzoni potranno anche tentare di parlare d’altro, ma alla fine la sensazione che le domina tutte è la stessa che provi di fronte a questo mare.
E Risacca chiude il conto. Lo scopo di quello che hai imparato da un orto è capire dove termina il mare, dice il nonno. Va a finire tutto lì, non un metro più in là da quel pezzo di costa, quella parte di riviera che Riviera non è mai stata.

La musica di Colonie è elettronica, basso e chitarra distorti, batteria, cori e qualche tromba. Gli Offlaga Disco pax, i Diaframma e i Daft Punk potrebbero essere i riferimenti. La chitarra è quella che strippa di più e sembra proprio sociopatica, a volte tiene in piedi tutto, a volte lo insegue. A volte mi ricorda, e non era previsto per niente, quella dei Do Nascimiento. La voce più che altro parla e porta il rap dentro a post punk e new wave. Comunque, sarebbe sbagliato ridurre tutto a qualche genere, Colonie è l’esito di un’esigenza che va oltre il desiderio di fare un album senza troppo di prestabilito. Per esempio, quelli che oggi fanno un disco screamo, decidono di fare un disco screamo a priori e scrivono cose sulla base di quella decisione, accantonando la possibilità che potrebbe nascere qualcosa di diverso. Identificarsi in un genere può essere la morte della creatività. Gli ONO se ne tagliano fuori. Hanno fatto un disco un po’ parlato un po’ cantato un po’ vocoder, un po’ tastiere, con la batteria importante solo a volte e le chitarre emo, post rock o che all’improvviso si spaccano di assoli all’italiana (Risacca) o anni ottanta (Babilonia). In questo contesto musicale prende spazio il racconto. Denso tanto quanto autistico, scava in profondità e arriva a infilarsi nella parte del cervello che trattiene i ricordi, lo fa con così tanta insistenza da diventare famigliare per loro. È un livello di penetrazione abbastanza profondo, che usa i ricordi (dell’autore) per riportare a galla i ricordi (miei), quindi attiva un processo di associazione. Da questo metodo, che genera calore affettivo tra me e chi suona, scaturisce a volte la voglia scappare dal mondo descritto, a volte la gioia di farne parte. Il limite sta nel fatto che se non conosci questa parte triste della costa perdi un po’ del messaggio. Ma, alla fine, la sensazione generale è comune. Il racconto è mitico ma triste e tira fuori la caratteristica giusta, quella che, a una certa, molti finiscono per riconoscere come preferibile: la bellezza della desolazione.

Il disegno sulla copertina è di Francesco Farabegoli e mi ricorda la Motonave Ghibli.

Ascolta Colonie in streaming

Willard Grant Conspiracy. Robert Fisher, l’ultima notte da solo

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La musica può anche essere un’ossessione degli altri. C’è stato un periodo, quando ero a Bologna per l’università, che frequentavo un gruppo di ragazzi calabresi che suonavano. Tentarono anche di tirarmi dentro al loro gruppo ma durò poco, perché non ascoltavamo le stesse cose e non volevamo fare le stesse cose. In realtà tutto finì perché un altro loro amico era molto più bravo di me a suonare la batteria. Avevo stretto amicizia soprattutto con due del gruppo. Dopo anni, uno è venuto addirittura a dormire a casa mia, i casi della vita. L’altro l’ho perso, so che suona ancora grazie a Facebook ma tutto qui. Non avevamo niente in comune, né gusti cinematografici né musicali né, a quanto pareva, opinioni sulle ragazze. A lui piaceva tantissimo Totò, che io non ho mai sopportato, e ne parlava di continuo, comprava un sacco di dvd e videocassette, praticamente tutto quello che usciva lungo lo stivale su Totò finiva in camera sua. Gli volevo molto bene. Una volta mi attaccò un pezza piuttosto lunga sul fatto che Fold Your Hands Child, You Walk Like A Peasant dei Belle & Sebastian, uscito da poco, non era il disco che si aspettava, che si era stancato di quella roba e non gli piaceva per niente. Eravamo fuori dalla Virgin di via Farini, io avevo appena comprato non so che disco, probabilmente una roba triste derivativa da Sparklehorse. A me non sembrava così male, il nuovo disco dei Belle & Sebastian. Una sera, ero andato con altri amici (quelli che ho ancora) a vedere gli Shellac all’Estragon. Qualche giorno dopo l’ho detto a Marco (si chiamava così) e lui mi ha risposto che non gli piacevano per niente e che io mi arenavo sempre su quei personaggi protagonisti del passato e non mi schiodavo. Erano tra le mie cose preferite, il concerto era stato molto bello, io non feci altro che dire che, certo, è difficile che ti piacciano gli Shellac visto che suoni la musica popolare calabrese. E avanti di questa per un può di tempo. Finché un giorno, dopo aver fatto l’esame di Letteratura Italiana I insieme, nel senso di uno di fianco all’altro di fronte al professore, ci vediamo alla prima lezione di Letteratura Italiana II e lui mi dice: Willard Grant Conspiracy. Ascoltali. Gruppo folk definitivo, dice. Ne avevo sentito parlare, anche perché ero un po’ in bomba con i Mojave 3 e gli anni erano quelli. Mi sembrava molto strano che gli piacessero, gli espongo la mia sorpresa, gli dico dei Mojave 3 e lui mi risponde: Willard Grant Conspiracy. Punto. Ok, si, lascio stare. Il giorno dopo ci rivediamo e lui mi dice: Willard Grant Conspiracy, li hai ascoltati? No, non ho ancora fatto in tempo ad andare in Phonoteca, ma oggi credo proprio che andrò. E il discorso si tronca lì. Quella sera mi ubriacai e non andai in Phonoteca. Il giorno dopo a lezione Marco mi ha chiesto: Willard Grant Conspiracy, li hai presi? No, gli dico io e lui mi risponde che faccio male a non ascoltarli perché secondo lui mi piacciono un casino e che piacciono tanto anche a lui, fanno folk bradiposo che di solito gli fa pena ma questa è un’eccezione. Ah infatti mi sembrava, gli rispondo. Arriva il week-end e lo saluto. Torno a casa, vado al negozio e compro i Willard Grant Conspiracy, un disco che si chiama Mojave. Ma guarda un po’, penso. La prima canzone, Another Lonely Light, diventerà il mio tormentone dei mesi a seguire. Nel cd, ci sono un sacco di foto tristi che mi piacciono molto, alcune mi fanno un po’ paura ancora adesso.
Lunedì. Arrivo a lezione e lo vedo, mi vede anche lui e mi chiede: “Willard Grant Conspira..?”, prima ancora di farglielo finire, gli rispondo: “Mojave, la prima mi sta ossessionando, praticamente ho sentito solo quella, ma adesso vado avanti”. Marco deve aver detto una cosa come ah bravo bravo, ma non troppo convinto, per il fatto che non avevo ascoltato bene tutto il disco ma mi ero arenato. Al che gli chiedo con più decisione come cazzo fa a piacergli quella roba che di solito gli fa cagare. “È la voce di lui”, mi risponde. Lui era Robert Fisher, la sua voce era veramente incantevole e la sua band era grande. Dopo essermi arenato ho proseguito e ho scoperto Color Of The Sun e The Work Song e How To Get To Heaven e ogni volta era uno scoglio contro cui mi accartocciavo, per ripartire, con calma, qualche giorno dopo. Lunga vita al loro folk.

Robert Fisher è morto di cancro, s’è saputo l’altro ieri. Chissà dov’è Marco adesso e chissà se quando ha saputo ha pensato che quella voce si era spenta e che se n’era andata per sempre la sua unica occasione di ossessione per il folk bradiposo. Che poi è diventata un po’ anche la mia, anche se non l’unica, nel folk bradiposo.