Willard Grant Conspiracy. Robert Fisher, l’ultima notte da solo

mojave

La musica può anche essere un’ossessione degli altri. C’è stato un periodo, quando ero a Bologna per l’università, che frequentavo un gruppo di ragazzi calabresi che suonavano. Tentarono anche di tirarmi dentro al loro gruppo ma durò poco, perché non ascoltavamo le stesse cose e non volevamo fare le stesse cose. In realtà tutto finì perché un altro loro amico era molto più bravo di me a suonare la batteria. Avevo stretto amicizia soprattutto con due del gruppo. Dopo anni, uno è venuto addirittura a dormire a casa mia, i casi della vita. L’altro l’ho perso, so che suona ancora grazie a Facebook ma tutto qui. Non avevamo niente in comune, né gusti cinematografici né musicali né, a quanto pareva, opinioni sulle ragazze. A lui piaceva tantissimo Totò, che io non ho mai sopportato, e ne parlava di continuo, comprava un sacco di dvd e videocassette, praticamente tutto quello che usciva lungo lo stivale su Totò finiva in camera sua. Gli volevo molto bene. Una volta mi attaccò un pezza piuttosto lunga sul fatto che Fold Your Hands Child, You Walk Like A Peasant dei Belle & Sebastian, uscito da poco, non era il disco che si aspettava, che si era stancato di quella roba e non gli piaceva per niente. Eravamo fuori dalla Virgin di via Farini, io avevo appena comprato non so che disco, probabilmente una roba triste derivativa da Sparklehorse. A me non sembrava così male, il nuovo disco dei Belle & Sebastian. Una sera, ero andato con altri amici (quelli che ho ancora) a vedere gli Shellac all’Estragon. Qualche giorno dopo l’ho detto a Marco (si chiamava così) e lui mi ha risposto che non gli piacevano per niente e che io mi arenavo sempre su quei personaggi protagonisti del passato e non mi schiodavo. Erano tra le mie cose preferite, il concerto era stato molto bello, io non feci altro che dire che, certo, è difficile che ti piacciano gli Shellac visto che suoni la musica popolare calabrese. E avanti di questa per un può di tempo. Finché un giorno, dopo aver fatto l’esame di Letteratura Italiana I insieme, nel senso di uno di fianco all’altro di fronte al professore, ci vediamo alla prima lezione di Letteratura Italiana II e lui mi dice: Willard Grant Conspiracy. Ascoltali. Gruppo folk definitivo, dice. Ne avevo sentito parlare, anche perché ero un po’ in bomba con i Mojave 3 e gli anni erano quelli. Mi sembrava molto strano che gli piacessero, gli espongo la mia sorpresa, gli dico dei Mojave 3 e lui mi risponde: Willard Grant Conspiracy. Punto. Ok, si, lascio stare. Il giorno dopo ci rivediamo e lui mi dice: Willard Grant Conspiracy, li hai ascoltati? No, non ho ancora fatto in tempo ad andare in Phonoteca, ma oggi credo proprio che andrò. E il discorso si tronca lì. Quella sera mi ubriacai e non andai in Phonoteca. Il giorno dopo a lezione Marco mi ha chiesto: Willard Grant Conspiracy, li hai presi? No, gli dico io e lui mi risponde che faccio male a non ascoltarli perché secondo lui mi piacciono un casino e che piacciono tanto anche a lui, fanno folk bradiposo che di solito gli fa pena ma questa è un’eccezione. Ah infatti mi sembrava, gli rispondo. Arriva il week-end e lo saluto. Torno a casa, vado al negozio e compro i Willard Grant Conspiracy, un disco che si chiama Mojave. Ma guarda un po’, penso. La prima canzone, Another Lonely Light, diventerà il mio tormentone dei mesi a seguire. Nel cd, ci sono un sacco di foto tristi che mi piacciono molto, alcune mi fanno un po’ paura ancora adesso.
Lunedì. Arrivo a lezione e lo vedo, mi vede anche lui e mi chiede: “Willard Grant Conspira..?”, prima ancora di farglielo finire, gli rispondo: “Mojave, la prima mi sta ossessionando, praticamente ho sentito solo quella, ma adesso vado avanti”. Marco deve aver detto una cosa come ah bravo bravo, ma non troppo convinto, per il fatto che non avevo ascoltato bene tutto il disco ma mi ero arenato. Al che gli chiedo con più decisione come cazzo fa a piacergli quella roba che di solito gli fa cagare. “È la voce di lui”, mi risponde. Lui era Robert Fisher, la sua voce era veramente incantevole e la sua band era grande. Dopo essermi arenato ho proseguito e ho scoperto Color Of The Sun e The Work Song e How To Get To Heaven e ogni volta era uno scoglio contro cui mi accartocciavo, per ripartire, con calma, qualche giorno dopo. Lunga vita al loro folk.

Robert Fisher è morto di cancro, s’è saputo l’altro ieri. Chissà dov’è Marco adesso e chissà se quando ha saputo ha pensato che quella voce si era spenta e che se n’era andata per sempre la sua unica occasione di ossessione per il folk bradiposo. Che poi è diventata un po’ anche la mia, anche se non l’unica, nel folk bradiposo.

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