Della ultima uscita discografica degli U2, l’opinione di un Cattolico

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Il Sig. Occhionero, qualificandosi come cattolico fervente, mi ha scritto chiedendomi di pubblicare sul blog una sua riflessione sull’ultimo degli U2. Pubblico.

Oggetto: Della ultima uscita discografica degli U2, l’opinione di un Cattolico – Augurale e personale richiesta di pubblicazione per il N.H. chiar.mo gent.mo benemerito Sig. Trucco

In tutta sincerità le dico che veramente con immenso piacere e gioia mi premuro farle giungere il mio scritto critico prima delle ormai prossime Festività Natalizie e di Capodanno; frattanto, con la cordialità di sempre auguro a Lei ed alla sua Nobilissima Famiglia, come pure a tutti i Suoi più stretti collaboratori e collaboratrici e rispettive famiglie, un Buon e Santo Natale ed un Nuovo Anno apportatore e dispensatore di ogni Bene e di tantissima Serenità ! ! !

Non vorrei fuorviare dai contenuti prettamente critici di questa mia missiva, ma, data l’occasione e sì da non infastidirla con altri Santi auguri, mi appello ancora una volta alla Sua munificenza e la invoco di voler pubblicare in virtù del nostro da me inaugurato sodalizio epistolare la mia modesta ma sincera opinione nel Suo pregevolissimo portale internet. Stimo oltre ogni modo il Suo mai abbastanza lodato lavoro, et anco quello dei Suoi colleghi ai quali difatti mi sono premurato di portare i miei auguri attraverso questa mia a Lei indirizzata, pregevolissimo, e dedicata al Vostro servizio tutto e dunque a tutti coloro che vi trascorrono le ore libere spinti dall’innata passione che ci accomuna e che unisce tanti uomini di questo enorme Mondo. La musica rock.

Giacché mi sto cimentando con il computer, in modo limitato Le assicuro, Le sarei veramente oltremodo grato se, oltre alla rimessa del mio scritto nell’impalpabile rete, volesse benevolmente ammettere di controllare che non ci siano errori di battitura, poiché ambirei a una pubblicazione scevra di questa tipologia di mancanze le quali non darebbero lustro all’autore me medesimo et anco al suo pregevole portale musicale. Confido fermamente nella Sua notoria magnanimità, per cui fin d’adesso La ringrazio molto e molto sentitamente ed assicuro ferventi preghiere e al Buon Dio acchè voglia compensarla ed al centuplo per la mano di aiuto offertami a beneficio della mia, anzi Nostra, passione, in favore della quale mi prodigo al limite delle mie forze per mera Carità Cristiana. Giacché posseggo una innata passione per quella musica che poco tempo addietro era considerata la musica dell’Inferno, ritengo me medesimo un particolare, oltracchè, sia inteso, fervente, cattolico. Ma so che il gruppo musicale oggetto di questa mia missiva è molto ben gradito dai giovani di Comunione e Liberazione, coi quali non condivido certuni principi, ma questa comunanza mi vedo oltremodo costretto ad ammetterla.

Ritengo opportuno far rilevare che il mio campo di Apostolato è collocato in questo Molise, sfortunatamente e/o disgraziatamente situato agl’infimi posti non solo d’Italia, ma addirittura d’Europa, nonostante la recente vittoria, ma è ben poca cosa per il popolo Cristiano molisano, al concorso per la Cultura europea. Altresì ritengo però opportuno far rilevare, e non mi dilungo perché conscio della parsimonietà del Suo tempo, che in questo anno che va concludendosi la musica ha comunque portato sollievo a noi ma mai nessun’altra opera come quella ultima del gruppo musicale U2, compromessa con la tecnologia più becera, ha arrecato danno al nostro gusto per la melodia. Tanto devoto ai Nostri condvisi Dio e Papa mi è parso negli anni trascorsi il loro cantante, e questo mi ha fatto in passato provare nei suoi confronti uno spirito di indissolvibile Fratellanza Cristiana. Ma cotanta sua Fede ha oggi cessato di bruciare e non fornisce più la fantasia canora, oggigiorno dissolta dal tempo. Trovo inoltre che la suddetta et smodata passione per la tecnologia, et il suo utilizzo non avulso da desiderio di ulteriore eccessivo arricchimento nonché da tentativo di ingannare i seguaci, abbia compromesso anzitutto lo Spirito Cristiano degli U2, in seconda battuta deluso i suddetti seguaci, lo scrivente in primis, infine abbia affondato l’ispirazione artistica, essendo tutti gli sforzi del gruppo votati al mezzo per diffondere il contenuto, il messaggio, alquanto manchevole in verità, e non al messaggio stesso, un tempo di pace e amore, sforzi votati dunque alla tecnologia, il cui utilizzo deve essere rilegato alla pura basilare necessità, come l’impellenza di fare giungere questa mia celermente a Lei.

Le confermo auguri fervidissimi e ringraziamenti sentitissimi, se vorrà pubblicare la missiva tutta, poiché la conclusione è frutto di una ragionevolezza Cristiana precedentemente esposta e di un amore per le Sue parole e quelle dei Suoi collaboratori sulle pagine sulle quali anche io anelo comparire.

Rinnovati sentimenti di altissima stima e deferenza, e cordialità la più sincera.

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Angelo Occhionero (mio vero nome e cognome)

I migliori dischi 2014 e le altre categorie secondo me così rilevanti da essere messe nella classifica delle migliori cose di fine anno

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(tirare una riga)

Non come ho fatto l’anno scorso, ma come il trend indica di fare, quest’anno in modo massiccio: sono già in ritardo, prima possibile va scritta la classifica dei migliori dischi dell’anno. Che d’altra parte non può esistere da sola perché assolutamente limitata, quindi ho aggiunto alcune categorie a cui ho pensato ultimamente. Ep o album è lo stesso, in ordine sparso. Random House.

Migliori album 2014
Cheateas – Esordio dopo alcuni ep, fanno lo shoegaze, hanno qualcosa di punk-rock, mi ricordano i Sonic Youth e i Male Bonding, il che non è per forza una cosa positiva, ma quello che ricordano a me è relativamente importante. Hanno fatto un disco (omonimo) bellissimo e che non ha niente di nuovo.

Johnny Mox, Obstinate Sermons – Ogni volta che Johnny Mox esce con una cosa mi stupisce. Fa roba che solo lui sa fare.

Fugazi, First Demo – Non è un album nuovo, con tutti i vantaggi del non esserlo, sono canzoni registrate nel 1988, presentate nella loro versione studio prima che i Fugazi diventassero i Fugazi e raccolte in un album, il che dà concretezza a una cosa che era già concreta prima di First Demo, solo impressa e bloccata nel passato, cioè che i Fugazi prima di essere i Fugazi e fare date ovunque avessero dei demo registrati in cassetta e li vendessero a chi andava a vederli o magari li dessero ai locali per trovare date da fare. Non sempre pubblicare un album con i primi demo di un gruppo è necessario. Apparentemente, far uscire adesso una raccolta su disco di canzoni già sentite (una in 13 Songs, altre in Repeater + 3 songs, State of the Union eccetera, solo Turn Off Your Guns è inedito, già uscito solo in versione live) non ha senso, se non per darci una buona idea per i regali di Natale. Ma è importante la prospettiva, guardare i Fugazi dal punto in cui hanno iniziato, dalle registrazioni madre delle prime canzoni, ascoltare quelle canzoni, non solo avere la certezza che c’erano, sapendo quello che è successo dopo. First Demo ha senso anche nell’ottica della catalogazione dei live che la Dischord sta facendo, per darci una cronologia di tutto quello che hanno fatto quando era il momento di farlo. Alimentano il mito, e non è per forza una cosa buona. Mi piace di più continuare ad ascoltare le canzoni e First Demo è molto buono per questo. Mi alimento di ciò di cui si alimenta il mito.

Topsy The Great, FamporBest viaggio 2014.

Lushes, What Am I Doing – Avrebbero meritato più attenzione, è un esordio incredibile, ho visto solo che è diventato disco di Marzo di Movimenta, altre segnalazioni o non ci sono state o me le sono perse. A parte la mia.

Sun Kil Moon, Benji – Stronzi si nasce o si diventa. Mettiamo che Mark Kozelek lo sia diventato per colpa della vita. Un disco che parla solo di gente morta non lo puoi portare in giro col sorriso. Il 2014 è stato il suo anno, quello in cui ha tirato merda con grande eleganza sul pubblico dei suoi concerti in generale e su The War On Drugs in particolare. A monte di tutto sta un album che alla prova dei fatti ha zittito e messo d’accordo tutti, e ai concerti ci siamo fatti trattare a schiaffi sul culo senza problemi.

Die Abete, Tutto o niente – Anche perché è necessario mantenere in vita la parte di se stessi che odia.

Io e la Tigre – Ogni volta che le vedo dal vivo, dopo, vorrei dire a tutti quanto rendono IO e la TIGRE sul palco. Parlerei per lo meno dell’elettricità che s’impasta là sopra e non si libera finché non finiscono. IO dice “Questa è la canzone che io e la Tigre cantavamo insieme quando eravamo piccole” e altre cose tenere con quella voce tenera, ma quando suonano, sì, c’è pure qualcosa di tenero, ma il resto è un grande vaffanculo. Quando è uscito l’ep le avevo già viste dal vivo e ho pensato che l’ep fosse all’altezza del concerto, adesso credo siano meglio dal vivo. L’ep è la più grande sorpresa del 2014.

Lucertulas, AnatomiakUn disco pazzesco con un tiro micidiale e scritto in maniera divina.

Flaming Lips, With a little help from my fwends – Cover album di Sgt.Pepper. Sono stato il più grande fan al mondo dei Beatles e l’album dei Flaming Lips è migliorativo, l’originale non era più adatto da diversi lustri a rappresentare LO PSYCHY POP ROCK e i Flaming Lips l’hanno rifatto. Collaborando (anche) con gruppi non troppo noti e portandoli alla luce, un lavoro importantissimo.

Miglior e peggior disco da ascoltare mentre si fanno le patate al forno
Ho fatto le patate al forno circa una volta alla settimana quest’anno, se escludo agosto. Con gli Shellac (Dude Incredible) sono venute molto bene: le ho infornate nella pirofila, con poco olio, le ho tenute dentro circa un’ora, girandole ogni 20 minuti, girando anche la pirofila perchè il forno cuoce di più in cima che in fondo. 180°, patate del contadino, taglio a cubetti irregolari. Alla fine erano doratissime, croccanti. Con gli Interpol (El Pintor), stessa formula stesso procedimento, qualcosa è andato storto, sono venute mosce. Per non avere la vittoria facile già dopo il primo turno, ho ripetuto l’operazione quattro volte, in quattro settimane: due volte Shellac, due volte Interpol. Il risultato è sempre quello, e non voglio più fare patate al forno mosce. Da tutto questo consegue che Dude Incredible è uno degli album dell’anno. Sono cattivi e tengono viva la concentrazione con la loro operosità. Per fare le patate al forno bisogna stare concentrati e non si può mai perdere il contatto visivo. Il mio desiderio per il 2015 è quello di fare patate alla cenere nel camino.

Miglior cd+libro
Santa Massenza, Gazebo Penguins+Johnny Mox. Non è cd+libro ma vinile+racconto, ma la categoria mi sembrava più generico, e quindi sensato, chiamarla così. Due racconti, due grandi pezzi dei Gazebo Penguins, due grandi pezzi e mezzo di Johnny Mox. I ricordi, il sangue, l’America, il piacere di sapere che chi ha scritto le canzoni ha scritto anche i racconti, la ricerca di un significato comune, i poster grandi in cui sono scritti i racconti, il cartoncino ruvido della copertina, i font. Dai tempi di quello su Luigi Tenco non compravo una cosa come vhs+libro o libro+cd così bella.

Miglior anniversario
Metroschifter, The Metroschifter Capsule (1994). Le ricorrenze legate ai mega dischi non m’interessano, questo album ha ancora tutto il valore che aveva 20 anni fa, è scritto al punto giusto, distortissimo, urlato ancora di più, non troppo cantato, ma suonato come deve essere, oltre ogni revival emo.

Miglior voce femminile che dal vivo sembra maschile
Il 12 febbraio il premio era già assegnato: incenso su Shannon Wright per la data al Bronson, concerto che ha fatto dare ai matti tutti quelli che c’erano, me compreso, una donna con un carisma, una chitarra, capelli e labbra da guerra, più un batterista che era praticamente il prolungamento del suo cervello. E lei ha una voce veramente maschia. Un concerto perfetto. Dopo mesi arriva il 7 dicembre e anche le Coathangers dal vivo, sempre al Bronson. Concerto opposto rispetto a quello di Shannon Wright, grande baracca garage punk con tutti i crismi delle ragazze maldestre. Bello, si, però boh. A parte quando schizzavano sugli strumenti e sui microfoni, allora lì è stato veramente divertente. A un certo punto la batterista prende il microfono e lascia la batteria alla bassista, o una cosa simile, comunque la batterista canta da lead singer, non è più solo seconda voce che ogni tanto canta. Canta due canzoni intere, con la voce dell’uomo più uomo di tutti, sembra che sia l’effetto di una bolla in gola, in realtà purtroppo sarà stato senz’altro il whiskey. Dal punto di vista del premio, Shannon Wright è solo un ricordo, perchè la sua voce è profonda, ma quella dell’altra è un tuono in lontananza. Puro maschio trasformato in femmina, Stephanie Luke. (Concerto dell’anno, invece, Deerhoof al Bronson. Locale dell’anno, a questo punto, il Bronson).

Buon Natale.

ROSSO MOX. Johnny Mox / Obstinate Sermons

JOHNNY MOX - OBSTINATE SERMONS

La prima canzone di Obstinate Sermons (Woodworm) si chiama They told me to have faith and all I got was the sacred dirt of my empty hands e quando la voce entra e dice “More power” è una richiesta che assomiglia molto a un’esigenza. Serve tutta la potenza del mondo, per affrontarlo e sopravvivere. Quella voce però è anche uno strumento, una base da cui il pezzo parte fino a esplodere e ad esaudire la preghiera. More power.
Ci sono delle volte in cui dentro a un disco c’è anche un racconto, allora è bello trovare il contatto, tra l’album e il racconto. Dentro al disco di Johnny Mox c’è un racconto di Caso. Anche dentro a Santa Massenza c’erano due racconti. Il racconto di Caso è una storia di filantropia, di sentimenti comuni, di situazioni condivise e di comprensione. Il disco incrocia gli strumenti con una precisione assassina, per questo i vuoti creati si sentono, quando un strumento molla per lasciare spazio all’altro succede sempre qualcosa che ti colpisce, un ritmo prende piede, la chitarra fa un giro incredibile, la voce predica, ripetitiva, devastante. Le parole del racconto di Caso rimangono stampate nella memoria senza alcuno sforzo, come la musica di Johnny Mox. Caso usa le parole come uno strumento, quando scrive racconti, e quando canta, perché le mette in fila una dopo l’altra con una facilità incredibile, la stessa facilità con cui il loro significato ti s’infila dentro. Motivo, trova sempre le parole giuste senza dargli troppo peso, vuoi per quell’accento, vuoi perché le dice a scheggia e sembrano vomitate. Vomitare, questo è il punto di collisione tra il racconto di Caso e Obstinate Sermons. Johnny Mox ti prepara al peggio, senza un attimo di tregua, tira la corda e la spezza, come in un film thriller o un horror senza tante cagate, ben fatto. Mi ha ricordato REC. Mai un attimo di tregua. Neanche Caso ti dà un attimo di tregua con tutte le parole che scrive, anche se paragonarlo a un film horror è sbagliato, lo paragonerei di più a un film di dialoghi, dove le immagini hanno importanza ma il succo sta nelle parole.
Johnny Mox è un predicatore, uno di quelli che descrive un presente violento e preannuncia un futuro cupo, che recita parole che si confondono con la violenza. Pietà mischiata a dolore mischiato a vendetta (The Long Drape). Sta per succedere il peggio, o è già successo. Sta per succedere quando la musica monta (more power), è già successo quando la musica è esplosa, come in King Malik, dove Mox torna all’Islam, come all’inizio (Benghazi, We=Trouble) e le chitarre finiscono per fare il bellissimo gioco moxiamo del tu tu patu che aveva una parte fondamentale nel punto più grosso di Santa Massenza (Oh Reverend). Stratificazione di cose, che non sempre vengono fuori insieme ma si danno il cambio, in un flusso continuo di attese ed esplosioni. È strettissimo il legame che si crea tra la voce, le distorsioni della chitarra e di tutto il resto, per tirarne fuori momenti molto violenti, momenti che incrociano le grida di un predicatore heavy metal (Praise the Stubborn) ai Ninos du Brasil di Sepultura o Tamborins na Selva, oppure momenti di riflessione.
Gli album di Johnny Mox sono come un unico grande disco che si evolve. Tutti tranne Lord Only Knows How Many Times I Cursed These Walls. Ogni volta riparte da un giro e lo sviluppa in qualcosa di differente. Perfeziona la sua arte di predicare con quella violenza impellente, modificando ogni volta il modo di usare gli strumenti e la voce. They told me to have faith and all I got was the sacred dirt of my empty hands (Obstinate Sermons) arriva dopo Only those who can leave behind everything they’ve ever believed in can hope to escape (Santa Massenza), la seconda inizia con un coro che si sovrappone alla voce, la prima con con il beatbox (credo) che si sovrappone alla voce di un predicatore. Ed è qui che dice More power. E parte la batteria. Only those who can leave behind everything they’ve ever believed in can hope to escape diventava Hollow prayers, gran batteria della disperazione. Poi partiva Oh Reverend (che era anche in We=Trouble, con più beatbox); They told me to have faith and all I got was the sacred dirt of my empty hands parte Praise the Stubborn. Santa Massenza ci preparava alla grande a quello che sarebbe stato Obstinate Sermons ma quest’annuncio del predicatore non è stato sufficiente per capire cosa sarebbe successo, perché Obstinate Sermons fa un altro passo in avanti.
Due canzoni: Ex TeachersThe Long Drape. Dove JMox canta come Mark Lanegan, ed è diverso da sempre, il suo diventa un blues gospel più spinto rispetto a tutti gli altri, e la sua predica diventa ancora più incisiva. Non assomiglia a niente di se stesso, nemmeno al passato, nemmeno a Lord Only Knows How Many Times I Cursed These Walls. Il beatbox, Johnny Mox, lo usa ancora ma adesso il suono del disco è diverso da We=Trouble, e il percorso di crescita in tre step da 2 anni a oggi è chiaro come le chitarre e le batterie che hanno preso sempre più spazio. ‘Sempre più’ è la sua preghiera preferita, la ripete e quando non la ripete la fa diventare realtà. Quando ascolto Obstinate Sermons ho una voglia bastarda di quello che sta per succedere, a ogni pezzo JMox rincara la dose aggiungendo o togliendo, il modo giusto per creare dipendenza: calibrare, avere in pugno ci ti ascolta.
E il rosso è sempre più rosso, come nel racconto di Caso Vernice rossa, verso il finale con la storia del re Malik, ucciso e torturato con la violenza più grande: la mancanza di rispetto per il corpo senza vita, abbandonato senza funerale. No funeral no state no flag. E il sangue più rosso sta proprio sulle bandiere. Dalle copertine dei dischi precedenti il rosso si è spostato dentro al testo, come in Santa Massenza, ma questa volta ha abbandonato la copertina e alla fine King Malik suona ancora più violenta, ma non è Mox a essere violento, è quello che ci circonda, finalmente lo sappiamo. JMox è l’autore italiano più fuori dagli schemi, quello che si fa più viaggi di tutti, che ha in testa un sacco di rumori e li butta giù in un modo pazzesco e bellissimo. Da vecchi, alcuni si ricorderanno del reverendo Marylin Manson, io mi ricorderò del reverendo Johnny Mox.