Vivere in campagna. Malkmus and his Jicks: Sparkle Hard

Sporty
Le nuotate alla piscina comunale di sera dopo i compiti erano sempre una palla, ma alla fine ero contento. Arrivavo là che non ne avevo mezza e uscivo sfasciato, di quella stanchezza bella però, come si dice, perché sei soddisfatto e pensi che sia utile. Il mio stile preferito era la rana ma nessuno dei simpatici istruttori che ho avuto nel corso del tempo mi ha mai permesso di farne tanta: avevo bisogno di allargare le spalle, non di stringerle, e la rana ti fa chiudere a guscio. La mia cassa toracica era stretta come quella di un ciclista, “ma non sei un ciclista, ah ah!”, mi ha detto una volta un istruttore, facendomi veramente sbellicare di risate. Anche lo stile libero ni. Dovevo fare il dorso o il delfino. Che palle.

Però nuotare mi piaceva, perché ero sicuro che fosse un modo per migliorare quella forma fisica di cui non andavo mica tanto fiero. Momento minimo della mia autostima fisica: il dottore alla visita medica militare che vedendomi nudo nato urla: “Attenzione, arriva Schwarzenegger!”.

In piscina con me veniva Rigi. Poi c’era Zigartina, uno del liceo. Lo avevamo chiamato così perché dopo 50 vasche io e Rigi andavamo a prendere un ovino kinder, lui si fumava una bella sigaretta a polmone aperto. Spesso ci portava e veniva a prendere mio nonno, che a volte rimaneva in gradinata a guardarci. Se durante la lezione sentivamo “Vai Giacomo!”, o anche “Dai Rigi” (per par condicio, è sempre stato un po’ democristiano) allora voleva dire che era rimasto. Una volta ha urlato anche “Vai Zigartina!”.

Il 24 novembre 1992 in piscina non c’erano né Rigi né Zigartina e mi aveva accompagnato mia mamma. Aveva portato anche mio fratello proprio lì di fronte, al Carisport. Suonavano i Sonic Youth, e di spalla i Pavement. Anch’io volevo un sacco andare ma mi fu proibito, perché era meglio non saltare nuoto. Una storia veramente triste. La lezione fu stancante e soddisfacente come le altre volte ma mi beccai una sgridata dall’istruttrice (la Paola) perché non l’avevo ascoltata e avevo fatto troppa rana. Il mio spirito ribelle contro le regole dei genitori si manifestava contro le regole dell’istruttrice. Inutile sottolineare l’inutilità del gesto. Mio babbo lavorava sempre fino a tardi e quella sera mia mamma fece tre avanti e indietro da casa. Il terzo fu per andare a ri-prendere mio fratello e io saltai in macchina, solo per vedere la sua faccia all’uscita dal concerto. Mi ricordo che aveva il Barbour. E che era molto gasato. Io invece ero l’uomo rana…

Garage
Anni dopo la piscina, io e altri miei amici regaz avevamo l’abitudine d’incontrarci nel garage di Giordano, al sabato nel pre-serata. Parlavamo di massimi sistemi, bevevamo un paio di bicchieri di sangiovese, passavamo ore a decidere cosa fare e intanto ascoltavamo un po’ di musica. Ma non poltrivamo solo così miseramente, andavamo anche a un sacco ai concerti insieme. Oggi quel modo di andare ai concerti è solo un ricordo, per farlo succedere ancora bisogna che venga giù il Signore. Adesso mettiamo lo stesso entusiasmo, non so, per andare a fare una camminata in montagna. I tempi cambiano, i legami rimangono ma si crea una distanza maggiore. Quando ci si vede è tutto uno stare benone ma, comunque, non si va ai concerti insieme. Tanto meno ci si becca al sabato sera nel garage di Giordano ad ascoltare Wowee Zowee. I Pavement sono stati tra i king indiscussi di quel periodo. Momenti che segnano.

Cavalli
Molta di quella vita, di 20 anni fa, l’abbiamo solo vissuta, è rimasta inesaminata e ha bisogno di essere compresa. Quello che succedeva, succedeva e basta, con una specie di assenza di coscienza che rendeva belle le cose proprio perché erano immediate, spontanee. Non era proprio assenza di coscienza, piuttosto assenza di indecisioni o di analisi delle possibili alternative. Ai tempi Stephen Malkmus era il cantante dei Pavement, che erano ancora in attività. Poi si sono sciolti e Malkmus ha iniziato la carriera solista, per lo più coi The Jicks, che continua tuttora. All’inizio, viveva la musica e il gruppo da dentro, c’era dentro fino al collo proprio. Adesso, a quello sguardo, ne ha aggiunto un altro, dall’esterno, per esaminare quello che ha fatto e continuare a farlo approfondendo e sviscerando quello che gli piace, che è poi il suo mestiere. Sono passati anni ma Malkmus è ancora lì a fare quella musica, sognando. Lo stile è lo stesso ma lo fa con questo atteggiamento nuovo, diverso. E io lo ascolto ancora perché c’è ancora molto da scoprire. È un maestro, non è un bambino, e con Sparkle Hard, il suo ultimo disco, ha cambiato la sostanza del proprio sguardo.

E per cambiare la sostanza, ha cambiato anche la forma, cioè modo di suonare la chitarra. Niente più aggressività ma solo super relax, limbo, la vita in una fattoria con i cavalli. La melodia prevale sulle svise di chitarre psyco seventy. Ed è questo il modo in cui è arrivato alla tenera età di 52: piuttosto sereno direi. Questo è il suo modo di vedere le cose da fuori. Continua a lavorare il cuore della questione e rallenta tutto quello che c’è attorno. È una sospensione che lo aiuta a osservare meglio. Non fare più tante svise significa non essere più completamente travolto dalla musica e dalla scrittura, controllarle di più. Anche solo rispetto all’album precedente, questo cambiamento è chiaro. Malkmus e i Jicks hanno scritto Sparkle Hard cercando di guardare il passato dal presente e il presente dal presente.

Ha senso? O è sensato solo uno sguardo dal presente al futuro? La musica come le altre arti deve contribuire allo sviluppo della mente umana. Quindi bisogna cercare il futuro, perché servono sempre input nuovi e bisogna progredire. Una parte dei musicisti in attività ha questo ruolo. È normale che altri musicisti sentano invece ancora la necessità di esprimersi con modalità simili a quelle usate in passato: accanto a chi stimola con cose nuove, c’è chi ha il compito di rassicurare. All’ascoltatore la facoltà di scegliere. È normale che convivano questi e quegli artisti, questi e quei fruitori. Però non è che chi continua a fare le stesse cose debba per forza lacrimare nostalgia. La sincerità nell’arte è sopravvalutata, perché forzare se stessi può portare a superare i propri limiti e quindi potenzialmente a risultati eccellenti. Questo non toglie che proseguire un discorso iniziato in passato sia un ottimo punto di partenza se è quello che si vuole. Se ti muovi dentro al passato cercando punti di vista nuovi può diventare interessante.

“Even if it’s risky and it can really turn bad, no doubt!” (cit. Malkmus nel link sopra). A fare dischi simili a quelli prima ci si prende un rischio, perché potrebbero non piacere più a nessuno o, più realisticamente, solo a quelli della tua età. Potrebbe essere deprimente, dice Malkmus. Suona come se fosse la sua ultima occasione e il suo ultimo tentativo. Io non lo so se lo sarà, ma Sparkle Hard è un disco esaltante. Malkmus è stato in grado di tenere alto il livello delle sue uscite per tutti questi anni e adesso ci fa anche vedere come si fa a non cadere nell’imitazione di se stessi. Arrivarci così, alla tua età. It’s time to shake your ass Stephen, again.

Passo e chiudo
Ma perché vi ho raccontato tutto questo? Me lo stavo chiedendo anch’io, quando all’improvviso ho scoperto la risposta. Non mandarmi al concerto fu per il mio bene, e questo lo apprezzo. Però. Adesso, da un lato, sono ancora rachitico come quando mi sgridavano perchè facevo troppa rana. Dall’altro, la prima volta che ho sentito i Pavement, poco prima del loro concerto al Carisp, all’improvviso sono diventati quello che mi era sempre mancato: sono cose che succedono, prima pensi di vivere bene poi conosci una cosa nuova e ti chiedi come hai fatto a stare senza (più o meno così è andata quando ho scoperto il caffè). Da quella volta, prima o poi un disco di/con Stephen Malkmus è sempre arrivato, continua ad arrivare sempre e io continuo ad aspettarlo ogni volt a. Penso: se tutta la mia vita andasse a rotoli, potrei andare a vivere su un’isola deserta. Ma, metti caso che là il wi-fi non funzioni, poi mi perdo il prossimo disco di Malkmus. No?

Detto tutto questo adesso ditemi: mi è servito di più il nuoto o Stephen Malkmus?

Tentativo di riflessione sul fatto che tutti danno addosso a Young Signorino e agli immigrati

Il 25 maggio Young Signorino era ospite da Chiambretti a Matrix. È stato una specie di processo con più giudici che entravano in scena più o meno uno alla volta, più o meno all’improvviso, e dicevano la propria. Opinion time, ritmo serrato, senza tregua. Le domande le faceva Chiambretti, che moderava, con meno arroganza gerarchica di un Mentana o un Giletti ma la simpatia è comunque un’altra cosa.

Quando è arrivato sul palco, ad aspettare YS c’era Orietta Berti, che è completamente sui coppi, e infatti tra i due c’era intesa. Lo sapete, no: YS si spaccia come il figlio di Satana. Ecco, a questo proposito, la prima giudice a entrare è stata un’arcidiacona, moglie e madre, simbolo di quanto sia avanti la Chiesa in Italia, dice Chiambretti. Non così avanti da ammettere l’esistenza di Satana però: non ci sono prove! diceva la donna, è tutto marketing! Argomentazione arguta e necessaria. A cui YS ha risposto senza problemi: sono il figlio di Satana, è vero e basta. La storia è che, dopo essere stato ricoverato per overdose di psicofarmaci, YS si è risvegliato così, figlio di Satana.

Poi è arrivato Crepet, che sembrava Feltri in collegamento al venerdi pomeriggio alla Zanzara. Vestito come un cummenna fuori per la gita della domenica. A un certo punto YS ha risposto a una domanda dicendo “sono un artista” e Crepet ha risposto:
Lo vedremo
Lo vedremo
Lo vedremo Lo vedremo Lo vedremo Lo vedremo18
Giovanotto!

Prima, Crepet si era espresso in modo confusionale. Pro? Contro? È stato situazionista, si è acceso o si è svaccato a seconda di quello che diceva YS e se trovava interessanti o meno gli input di Chiambretti. Poi ci sono state le altre tre donne che hanno appoggiato YS, oltre a Orietta B. In collegamento via etere, speculare a Crepet ma più maestrina, c’era una psicologa. La sua tesi è quella dei critici musicali più illuminati (quindi anche la mia..): è giusto che ai giovani piaccia e ai vecchi non piaccia YS, esattamente come ai nostri vecchi non piaceva quello che piaceva a noi quando eravamo giovani.

YS annuiva. Per il resto, rispondeva a cazzo alle domande che non gli interessavano, più deciso a quelle che gli interessavano. DJ Aniceto gli ha detto che su internet si fa successo con la “cacca” e che con la sua musica spinge i giovani a drogarsi. E YS ha risposto “Perché la gente non si drogava prima che esistessi io vero?”. Aniceto, steso, ha ribattuto ma è stato inutile, gli applausi ne coprono la voce, la platea, questa e altre volte nel corso della trasmissione, era dalla parte di YS.

Torno indietro di quasi due anni. Bello Figo GU ospite da Belpietro è il precedente di questa puntata di Matrix. Preso di mira da tutti i presenti, trattato come uno scarto umano da gente di elevatissimo spessore come Alessandra Mussolini, Bello Figo si difese benissimo. Chiambretti però ha fatto un passo in avanti: ha fatto in modo che alcuni si schierassero a favore, per poter rivendicare un vago equilibrio e un’analisi super partes, ha detto al pubblico di applaudire molto anche YS, ma il processo era comunque in atto. I pareri sono come i coglioni, diceva Clint Eastwood nel suo solito modo così onnicomprensivo e poco sessista di descrivere l’essere umano: ognuno ha i propri. Però, gli ospiti avevano la presunzione di possedere la verità e di voler insegnarla, sia che la loro opinione fosse positiva sia che fosse negativa, ironica, o no, così ironica da non capire se fosse ironica o meno. Fai musica, dici cose, fumi nei video e ti esponi alle critiche, è normale. Ma questa cosa, di fronte a un artista nuovo, di fare quelli che ne hanno viste tante e di trasformare l’età dei vecchi in uno strumento di condanna e quella dei giovani in un motivo di vergogna, è totalmente inutile. Perché tanto, lui si becca lo stesso le visualizzazioni su YouTube, entra nella vita di tuo figlio e la influenza, anche solo per la durata di un flame intenso, ma comunque raggiunge il suo (o di chi ci sta dietro) scopo. Mettere a processo o infamare le cose nuove perché non le si capisce (Federico Sardo su Sfera Abbasta) non serve a fermarle, per fortuna. Piaccia o non piaccia la musica di YS, sia o non sia un fuoco di paglia, è il presente, che si inserisce in un momento storico in cui l’hip hop e i derivati spopolano anche in Italia e sono un ponte verso la musica del futuro e verso la comprensione dei più giovani, credo.

Insomma, è giunta l’ora di far votare la giuria. Condanna o no? Un attimo che conto i voti (Chiambretti ovviamente contro):

Hanno votato NO:
Chiambretti appunto secondo me,
la ragazza prete,
il DJ.

È un SI per:
la psicologa collegata,
le due tipe a bordo palco,
Orietta B. (mia mamma dice: “Stai malissimo coi capelli così corti”, mia nonna diceva: “Perché ti sei tagliato i capelli, hai dei ricci così belli..”. Orietta è come una nonna e non poteva che prendere YS sotto la sua covata con quella dolcezza lì, commento al nuovo taglio di capelli compreso).

Non s’è capito:
Crepet.

4 a 3 e un boh. Platea inaffidabile. (C’era anche Alda D’eusanio, ha fatto la battuta del cazzo su YS poi ha parlato d’altro). Ma la vittoria non conta tanto. Chiambretti fa queste puntate di Matrix (non molto tempo fa, c’è stato Sfera Ebbasta, che non è stato trattato come YS ma il tono era sempre delegittimante) per compiacere quelli spaventati dalla novità perché è completamente diversa dalla tradizione in cui sono cresciuti. I mostri sono loro, oltre a Chiambretti e ai giudici della trasmissione.

LORO 3, un film di Chiambretti.

Anche rispetto Sfera Ebbasta, l’attacco ha fatto un passo in avanti. Sfera Ebbasta è stato oggetto di critiche superficiali, che non riconoscevano in lui una profondità, un riflesso dei giovani di adesso, perché non la cercavano neanche e si limitavano a commentare non la musica ma solo l’aspetto. Con YS, Chiambretti ha portato la critica dei social in televisione, restringendo il target e insistendo su quella parte di pubblico che guarda la sua TV: i genitori di 45-50, a cui bisogna far presente bene che il figlio ha gusti pericolosi, e quelli che sono diventati abbastanza adulti da poter fare la parte dello zio. E l’ha studiata in modo che sembrasse una discussione super partes, tentando così di renderla interessante.

Guardate l’espressione di YS mentre la finta Orietta Berti coverizza una sua canzone. Visto che lo sguardo è coperto dagli occhiali da sole, la bocca parla da sola: è tra il non sto capendo bene, cosa vogliono questi e il chi se ne frega di quel che pensano. È l’atteggiamento giusto. Tutto quello a cui ha risposto con sufficienza meritava sufficienza e tutto quello a cui non ha prestato attenzione, magari guardando il cellulare (cosa che ha suscitato perculo), non la meritava.

A Padova il 30 maggio, a un concerto fatto pochi giorni dopo Chiambretti, YS ha reagito peggio alla folla e alla gente. A Cesena, il 2 giugno, è andata un po’ meglio, anche se l’impianto non ha funzionato bene e il concerto è durato un quarto d’ora, mi dicono. Le cose potrebbero migliorare, oppure no. Il sindaco di Bassano ha vietato il concerto di Young Signorino, perché è una “presenza inopportuna”dopo le polemiche culminate con la richiesta dell’assessore regionale all’Istruzione di ritirare il patrocinio del Comune alla manifestazione. YS era finito sotto accusa per le sue canzoni diseducative. Ha detto il sindaco: “Abbiamo pensato a un evento di vasta portata che potesse offrire al target adolescenziale e giovanile un’opportunità di aggregazione, di cultura e di espressione artistica. Young Signorino appare quasi esclusivamente come fenomeno mediatico, più che artistico, e di provocazione artificiosa e calcolata, più che di genuina trasgressione o contestazione giovanile”. Nella puntata del suo programma del 7 giugno, Fiorello ha letto il testo di La Danza dell’Ambulanza e poi, naturalmente ironicamente, ha commentato: “Perché vietare i suoi concerti?”.

Insomma ce la prendiamo con chi ci ruba quello che ci appartiene. Young Signorino ci sottrae il controllo dei figli, come se prima di lui (o prima di internet) l’avessimo avuto. Vi ricordate Chunk dei Goonies, quella scena in cui racconta tutto, ma proprio tutto alla banda Fratelli? Potremmo raccontare un sacco di cose che abbiamo fatto da giovani al di fuori del controllo dei nostri genitori. E non mi pare che ci fosse già internet, o YS.

Gli immigrati invece ci rubano il lavoro. La paura del diverso è alimentata sia da Salvini sia dalla televisione, in trasmissioni come quella di Chiambretti. In questo caso l’ironia, sempre salutata come una cosa positiva, diventa un modo per mascherare e rendere apparentemente più innocuo e accettabile un tentativo di emarginare. Il finto sostegno a YS da parte di alcuni ospiti è parte integrante della struttura della trasmissione, realizzata per far sembrare strano e pericoloso quello che è diverso dalla tranquilla normalità su cui vorremmo il totale controllo. A Matrix non hanno parlato di musica, neanche superficialmente. La puntata è stata scritta per colpire un bersaglio con uno stile e una struttura decisi a tavolino, precisi ed efficaci, assecondando una paura che esiste già ma che va alimentata, per darci la sicurezza che esista un ordine che agisce per noi e argina il problema. Nel caso di YS ci s’inventa il pericolo a cui sarebbero esposti i figli, trovando terreno fertile per la paura nella proposta di avversione al nemico scelto.

Nel caso degli immigrati ci s’inventa un quadro di pericolo verso tutta la società, ingigantendo e parlando solo episodi negativi, raccontando balle sul fatto che l’Italia è stata lasciata sola dall’Europa, inventandosi un’invasione di africani. Che ci rubano il lavorano, ci stuprano le figlie, ci sparano, mettono a rischio la nostra religione eccetera. Immigrati e YS: i livelli a cui s’interviene sono diversi (uno famigliare, l’altro sociale) ma toccano entrambi le corde più sensibili e hanno lo stesso scopo: innescare la bomba della paura nei confronti di qualcosa di diverso che sconvolge un ordine prestabilito. Quello nei confronti degli immigrati è razzismo, disprezzo e sfruttamento dei propri privilegi, senza nemmeno pensare a una vera strategia per l’integrazione, fondamentale per costruire una società più equa in cui gli immigrati non vivono più in condizioni di isolamento e non sono più spinti a delinquere per essere poi offesi e umiliati a parole e nei fatti.

Nel caso di YS non è razzismo ma paura di una novità che tocca e usa tasti sensibili, cose che sono sempre state motivo di incomprensione tra genitori e figli, perché piacciono ai ragazzi (la droga, i tatuaggi, lo smartphone), sono un modo per esprimere diversità, insoddisfazione, se stessi (l’aspetto fisico, il modo di vestire) oppure un rifugio di sicurezza per i genitori (la religione). La religione è denominatore comune, sempre presente quando si parla di paure, e infatti Chiambretti ci costruisce sopra la gag più pungente di tutte per concentrare l’attenzione sull’argomento. Visto che agli immigrati si contesta di avere i telefonini e di cercare il wi-fi, è chiaro che anche lo smartphone è un elemento che spaventa spesso e molto. La soluzione proposta è comunque l’umiliazione: il pubblico ludibrio per YS, lasciarli in mezzo al mare a morire per gli immigrati. Problematiche con implicazioni e di dimensioni diverse, ma affrontate a partire dallo stesso principio di avversione alla novità e alla diversità. Gonfiate da chi dovrebbe farci ragionare e invece agisce in modo becero: la TV fatta in quel modo, che asseconda le paure per trovare consenso e far crescere gli ascolti, e i politici che non fanno politica ma solo strategia per prendere più voti. Argomenti di dimensioni diverse. Mezzi diversi, stesso meccanismo, stessi risultati: paura e chiusura, in nome della sicurezza, e senza minimamente pensare alle esigenze reali del presente e del futuro, della società e dei ventenni di adesso.

L’atteggiamento razzista e offensivo che si sta diffondendo è tutto sbagliato. Anche perché Salvini cresce nei sondaggi in tutte le fasce d’età e YS si becca le infamate (a prescindere da una critica della musica) anche dai più giovani. Motivo? “Sembra scemo”. Non sono solo i genitori ad avere questo tipo di atteggiamento. E questo, secondo me, è preoccupante.

Avevo iniziato a scrivere questo post a fine maggio, poi ho avuto un sacco di dubbi, poi ho deciso di finirlo, un po’ perché Salvini ha iniziato a fare lo stronzo di brutto, ma anche perché mi ha fatto venire voglia Polaroid, con questo invito. Un altro articolo utile è questo.

“Qui c’è il wi-fi?”
(YS da Chiambretti)

Aiuto non ho il titolo ma è sul concerto di FLOHIO

Penultimo live del Beaches Brew: Flohio e il suo DJ. Lui è schizzato fuori per primo dalle quinte, con gli occhiali da sole, una t-shirt nera e calzoni corti militari. Abbastanza tamarro. Lei è arrivata sotto alla tettoia che sorrideva e che io neanche me ne sono accorto. Cioè, è entrato prima il suo sorriso poi lei. Ha iniziato a rappare subito, tre secondi dopo. Piano piano ha iniziato anche a ballare. Il suo modo di muoversi era sempre in crescendo: all’inizio della canzone era easy, poi diventava una specie di ragno che salta, un po’ sgraziata ma attraente, nel senso che guardarla era bello. Più il concerto proseguiva più mi rendevo conto che l’ingrandirsi del suo sorriso era direttamente proporzionale all’incattivirsi del suo flow. Cattivissimo flow e grandissimo sorriso hanno cortocircuitato con Watch Out, un climax che io pensavo fosse già arrivato con la canzone precedente, per dire com’è cresciuta la tracklist. A sinistra del palco c’era un orologio, con il conto alla rovescia dei minuti che mancavano alla conclusione. Ingombrante, stimolante, portava sempre più vicina la fine ma trascinava sempre più in alto gli ormoni dei bassi, che sono quelli che ti si piantano nello stomaco durante un concerto e fanno l’effetto di una pizza fatta lievitare troppo velocemente. Crescono. Il concerto di Flohio in effetti è stato così. Il modo in cui è uscita dal retro del palco e ha iniziato a sparare le rime subito, all’improvviso, ha avuto quell’effetto lì. Prima di vederla nel programma del festival non sapevo chi fosse, poi è spuntata sul palco e ha fatto un macello, in senso positivo. Come la pizza fatta lievitare poco, cotta e mangiata, magari lì per lì è buonissima, poi ti si pianta e non sai che fare per uscirne. Non per forza la cosa è negativa, perché quel senso di pienezza è piacevole, ti manda in un super relax da sballo. Ma ti manda anche in super sbattimento perché ti passa faticosamente. In questi giorni ho ascoltato a ripetizione Flohio, quello che si trova mi piace ma ha qualcosa che non arrivo a capire, che mi spinge a riascoltare, e non so che fare per uscirne. Solo riascoltare. È frustrante, ma anche appagante. Una cosa che ho notato ascoltando la roba in streaming è che è tutto diverso dal live, più contenuto nelle distorsioni dei suoni e nella carica propulsiva. Il live è stato propulsivissimo. Il DJ a un certo punto si è tolto la maglietta, è schizzato via dalla console, è piombato sul fronte del palco e ha riempito tutti gli spazi vuoti coi muscoli. Poi è salito sulla transenna, di fronte a me, per fare Watch Out. E lì, da che pompava con le braccia e urlava nel microfono, sembrava stesse gonfiando una mega camera d’aria. Il pubblico era sul pezzo, trascinato completamente da quella macchina da bassi. Watch Out con quel muro davanti era una contraddizione in termini: non vedevo niente. Dietro di me, dal pogo dei giovani (=senza paura), a un certo punto ho sentito arrivare un’onda: due ragazze che volevano a tutti i costi attaccarsi alla transenna. Ho perso il contatto con la prima linea, smadonnato, mi sono sistemato a ruota col broncio ma ho raggiunto una visuale migliore, devo ammetterlo. Una delle due ragazze era particolarmente carica, credo sbronza. Watch Out stava già montando da un po’, aveva già spinto sul pedale della ripetitività, era già al quindicesimo ritornello identico ai primi 14, quando la ragazza carica non c’ha più visto e ha cominciato ad accarezzare il petto e pure il pacco del DJ, che ha continuato a fare il suo lavoro, freddo come un mega amplificatore d’acciaio. Mentre lui tirava all’inverosimile la muscolatura e lei gli piantava le unghie nell’addome, Flohio era dall’altra parte della transenna e dirigeva tutta l’orchestra: uno dei migliori scorci del Beaches Brew di sempre: portava il microfono alla bocca, vomitava qualche parola perfetta, allontanava il microfono, sorrideva. E daccapo. Aveva tutto sotto controllo, anche la vampira alla transenna. Con le basi sui denti, la versione dal vivo di Watch Out ha goduto di tutto questo ed è uscita fuori diversissima da quella che si ascolta su Youtube, o Spotify. Flohio rappa sempre in modo regolare e ripetitivo ma in bilico tra il perdere il tempo e tenerlo, perché arriva a dire mille parole in un nanosecondo. Le comprime. È sempre un po’ disturbante nei suoni che sceglie, per niente scontata nei ritmi e nelle basi. Ma dal vivo è stata molto più rough, aiutata anche dal DJ che ha fatto un gran lavoro dietro alla consolle, ma anche davanti.

Io intanto mi distruggevo le Vans. Ho dato due lippe nella transenna (dolore sempre vivo). Due, non di più, ma ben assestate, e la plastica davanti ha ceduto. Quando Flohio (che non si dice floyo ma fl-ohio, come l’Ohio, anche se lei è nigeriana, trasferita a Londra) ha detto “Abbiamo ancora 4 minuti” guardando l’orologione, anche i più giovani e sfrittellati dal pogo hanno trovato il fiato per protestare perché mancava troppo poco. Flohio è una da spezzare le gambe anche ai giovani, una che arriva sul palco come un lampo e amalgama in un attimo la forza fisica arrogante di un omone grandissimo alla propria, che è esile e travolgente. Lui ci mette il grugno, lei il controllo e il sorriso. Due Master of Ceremony all’attacco sotto rete e la folla è montata come si deve, sempre più incline alla violenza. Tutti i ragazzi erano ai loro piedi come in un rito di Kalima (io non li avevo più, i piedi, ma per il resto ero come i ragazzi, da osservatore). Ancora giovani che hanno voglia di farsi male ai concerti. Bene.

Io, dopo, come molti altri, mi sono mosso in direzione palco sulla spiaggia, per vedere Jlin, celebrale, una sorpresa continua, immobile, anche perché è imballabile. Rispetto a Flohio, l’opposto. Comunque, alla fine del set di Flohio, la vampira e il DJ si sono abbracciati. Violence, but also love.