Heavy Blanket: blaze guitar, basso, batteria e cantina

Il suo nome è Johnny Pancake ma non so se è lui quello che cercavo.

Batteria che colpisce i quarti necessari poi rulla molto spesso, basso sempre presente, sempre con lo stesso giro, poi chitarra che svisa. Così inizia Heavy Blanket, il nuovo-vecchio progetto di J. Mascis con Johnny Pancake e Pete Cougar (la prima traccia si chiama Galopping Tow Ard the Unknown).
Per sentire qualcosa di più peculiare dobbiamo aspettare la seconda canzone (Spit in the Eye: 7 minuti e 57 secondi), dove a un tratto tutto cambia e si trasforma in un inseguimento tra il basso e la batteria, con J. Mascis che impazzisce e si diverte (più o meno) ad andarci intorno. Tutto torna insomma: l’album suona come quelle cassette registrate in cantina quando chi suona si lascia andare e non si preoccupa di trovare una melodia, ma solo di tenere su il pezzo tramite una sorta di struttura. Tutto qui, il resto viene in quel momento affidato alla chitarra che traballa ma non perde mai gli accenti giusti. Il basso e la batteria non fanno poco: tengono su tutto, con una certa pazienza, ripetitività (ma anche variandosi) e potenza. Il basso in Spit in the Eye è davvero mastodontico.

Pete Cougar, il primo ranger della Snoqualmie National Forest, qui fotografato di fronte a un grizzly appena ucciso. È lui.

È interessante perché Heavy Blanket intreccia passaggi epici alla Kyuss a passaggi da sottoscala, e tutto diventa un’unica cosa. Blockheads è molto molto scazzona, apparentemente, ma sono i passaggi del batterista e la velocità che danno questa sensazione: dopo un po’ ti accorgi che anche il basso ci sta dentro. In realtà ti rendi conto che nulla sarebbe se non ci fossero quel tipo di basso e quel tipo di batteria alle spalle di una chitarra così destrutturata. Batteria che batte dove deve, basso che batte dove deve, batteria che ogni tanto si perde, basso che ogni tanto si perde (lo fanno insieme, ma non sempre): questa fluidità permette di avere una sezione ritmica impeccabile. Sebadoh e furiosi anni ’90 vengono in mente con l’incipit di Corpuscle Through Time, dove però J. Mascis e la sua chitarra sono così epici da ricordare un po’ anche i Pink Floyd. Basso e batteria sempre uguali (circa), con un giro già sentito (certo), ma sempre efficace (sicuro): non è certo un pezzo per chi cerca di conquistare una donna. Ma è, in fondo, un pezzo per ballare in un angolo, scuotendo la testa su e giù.


Eccolo, poi, il basso che cambia un po’ taglio e ricorda un poco gli Shellac: Dr. Marten’s Blues. La strofa alterna più o meno all’infinito una prima parte ritmata e una seconda parte fatta di due note di basso, e giù di batteria che tiene il passo. Si tratta dell’album ideale da ascoltare per chi ama l’atteggiamento da cantina: prendiamo una batteria, le facciamo dei suoni colmi e un po’ dilatati; prendiamo un basso, lo facciamo andare a palla ma lo incolliamo alla batteria; prendiamo una chitarra e la facciamo andare a ruota libera, con gli accenti giusti. No Telling No Trail (ultima canzone: 8 minuti e 22 secondi) rallenta un po’: sembra che la stanchezza abbia preso il sopravvento dopo la session dei cinque pezzi precedenti. Non è stanchezza della fantasia, è stanchezza fisica.
Ma quante diavolo sono le (ultime) anime di J. Mascis, tra Several Shades of Why (ultimo album solista), Heavy Blanket e (come sempre) Dinosaur Jr.? Non si può dire che questo Heavy Blanket sia accostabile a qualcuno degli altri progetti/prodotti che ha fatto uscire nell’arco degli ultimi mesi. È la Desert Session di tre ganzi gonzi che si sono ritrovati e che, se te li metti in cuffia, creano il vuoto intorno.
Qui lo streaming totale dell’album, che uscirà martedi 8 maggio.

The Hunger Games

The Hunger Games è il futuro, o meglio un futuro, che non desideriamo. Distopia è il contrario di utopia: distopia è un mondo futuro immaginato, in negativo, utopia è il pensiero di un mondo ideale. The Hunger Games è un romanzo distopico. Utopia è la speranza, distopia è l’assenza di speranza, o una speranza ingannevole. The Hunger Games è la speranza che diviene un bene per pochi: alla fine solo uno sopravviverà.
Dal romanzo di Suzanne Collins, Gary Ross ha tratto il film, che, per chi non ha mai letto il libro, come me, rappresenta un ritorno ai temi distopici di 1984 di Orwell (e del film omonimo di Michael Radford), così amati da risultare ancora molto potenti, pur cambiando le epoche, le tecnologie, i metodi della repressione e della violenza del potere politico. I figli degli uomini di Alfonso Cuaron, The Road di John Hillcoat e altri film hanno ultimamente ripreso il tema della distopia. Si, ma non con la stessa aderenza al mondo orwelliano che caratterizza The Hunger Games. A questo proposito, il punto d’incontro è il potere politico totalitario, che controlla e vede tutto.

C’è un secondo riferimento fondamentale: da Battle Royale di Koushun Takami (film di Kinji Fukasaku) The Hunger Games prende l’idea del gioco, che il potere utilizza per dimostrare di essere imbattibile e attraverso cui fornisce la speranza, un po’ di speranza, la cui realizzazione si ottiene solo attraverso una via: la violenza. Perché la vita ce l’hai oggi, ragazzo, ed è una fortuna: per averla ancora domani, lotta, e uccidi chi potrebbe togliertela. Volente o nolente, buono o cattivo, uccidi. Dovrai farlo.
Ma, rispetto ai due grandi precedenti sin qui citati, The Hunger Games cambia leggermente le carte in tavola. 1984 non prevede spiragli di sopravvivenza al Regime. Battle Royale non lascia spazio all’immaginazione, la violenza è esplicita, e non c’è speranza: nel caso in cui sopravvivano più ragazzi, il governo li fa saltare in aria. Attenzione però a Battle Royale II: Requiem, dove i ribelli si organizzano. Ecco il punto di svolta da cui riparte The Hunger Games, che concede respiro alla rivolta popolare. E lascia in secondo piano la violenza.

E se davvero potessimo interpretare la politica di Monti come un hunger game economico? Cioè: tutti vengono posti nella stessa situazione, pagare molte tasse, per vedere chi schiatta prima. Solo che alcuni sono più forti di altri, alcuni sono più grandi di altri, alcuni hanno avuto la possibilità di “allenarsi”, altri no. Perché ci farebbero questo? Perché negli anni abbiamo sempre scelto governi incapaci che ci hanno condotto a questo punto.
Ipotesi partigiane a parte, The Hunger Games è la nuova rappresentazione di un futuro negativo. Scenari apocalittici e disastrosi erano già stati immaginati, in passato, ed erano molto somiglianti ad alcune realtà. Orwell ha scritto 1984 nel 1948, quando ancora era in vita lo stalinismo e poco dopo la conclusione dell’esperienza nazi-fascita. Al di là del rapporto tra tempo di stesura del testo e tempo reale di attuazione delle dittature, una cosa è rilevante: l’uomo è in grado di commettere azioni più che folli, l’hunger game non è poi così irreale.

The Hunger Games in Italia: i player di Mario Monti

Katniss Everdeen (Jennifer Lawrence)

Sta per arrivare il primo maggio 2012. Sarà bello anche quest’anno come tutti gli anni andare a comprare due garofani rossi da mettere in un vaso in sala, o in cucina. Ma, quest’anno, non è solo questo il punto. Quest’anno, il primo maggio, esce al cinema The Hunger Games.
In questa pagina non troverete spoiler, perché non ho letto il libro da cui è tratto il film.
Il romanzo (omonimo, di Suzanne Collins) è il primo di una serie di tre: il secondo è La ragazza di fuoco, il terzo e ultimo, che uscirà in Italia tra 15 giorni, è Il canto della rivolta.
La protagonista vive laddove una volta c’era il Nord America, nella terra di Panem, il cui governo è a Capitol City. Ogni anno i governanti scelgono un ragazzo e una ragazza da ciascuno dei 12 distretti che costituiscono Panem per farli combattere fino alla morte, in uno show televisivo. Immaginate se Mario Monti scegliesse da ogni Regione italiana uno, e una, di noi per farci ammazzare a vicenda, allo scopo di dimostrare che lui può farci fare qualsiasi cosa, e quindi, in qualche modo, di sicuro ci farà anche pagare l’Imu con l’aliquota al 4%. Poi chiederebbe a Berlusconi di trasmettere tutto su Italia 1.
L’iniziativa governativa in The Hunger Games è la conseguenza di un precedente tentativo di ribellione al potere. La protagonista è Katniss Everdeen, una ragazza proveniente dal Distretto 12, dal quale viene scelto anche Peeta Mellark. E se invece Mario Monti, come conseguenza dello schifo, per smantellare la vecchia politica e il temibile mondo dello spettacolo, con un colpo di genio scegliesse, in base al luogo di nascita, questi personaggi?

Piemonte: Flavio Briatore e Daniela Santanchè
Valle d’Aosta: Piero Chiambretti e ?
Lombardia: Silvio Berlusconi e Maria De Filippi
Trentino-Alto Adige: Erminio Boso e Alessia Merz
Veneto: Renato Brunetta e Katia Ricciarelli
Friuli-Venezia Giulia: Mario Luzzato Fegiz e ?
Liguria: Claudio Scajola e Alexia
Emilia-Romagna: Pierluigi Bersani e Simona Ventura
Toscana: Licio Gelli e Stefania Sandrelli
Umbria: Giuliano Urbani e Sara Tommasi
Marche: Fabri Fibra e ?
Lazio: Francesco Storace e Alessandra Mussolini
Abruzzo: Bruno Vespa e ?
Molise: Antonio Cornacchione e ?
Campania: Clemente Mastella e Barbara D’Urso
Puglia: Rocco Buttiglione e Nadia Desdemona Lioce
Basilicata: ?
Calabria: Agostino Saccà e Anna La Rosa
Sicilia: Fabrizio Corona e Stefania Prestigiacomo
Sardegna: Valerio Scanu ed Elisabetta Canalis

Alcuni posti sarebbero ancora vacanti, alcune scelte obbligate, prese però in base a un criterio calcolato. Anche Bossi e Maroni sono lombardi. Emilio Fede e Angelino Alfano sono siciliani. Casini è nato in Emilia-Romagna. Toto Cutugno, Pupo e Marcello Lippi sono toscani. Andreotti, D’alema e Rutelli sò laziali. Maurizio Costanzo è abruzzese, Gigi D’Alessio è campano e Albano Carrisi è pugliese.
Sarebbero scelte difficili. Ma Monti annuncerebbe una seconda edizione, entro il 2013.