Topsy the Great, Lalboom e il nuovo album Steffald

Topsy the Great hanno dato alla luce l’album nuovo, Steffald. Su fromscratch.it c’è il video di Lalboom, il singolo. Che è poco rassicurante, nel senso positivo del termine. Si tratta di una sorta di proiettile appuntito, parte in metallo, parte in fuoco, sparato dritto dritto sull’obiettivo: le nostre orecchie, che alla fine hanno un ruolo centrale, per noi, nell’ascolto della musica.

La chitarra insiste su un tema, che si ripete, come da più apprezzabile tradizione rock’n’roll. Ma non credete che sia come il r’n’r delle origini perchè non lo è. Non suona così definito, suona del tutto sbrindellato. Prende l’ossessione per un ritmo da alcune amabili frange punk, anzi dal suo corpo d’origine (ancora), ma non è punk. Quel suono metallico che emerge quasi gradualmente e fa rallentare tutto, per imporgli poi ancora velocità, è l’elemento che porta la canzone a un livello più alto: ha le dinamiche di archi e violini, ma le sembianze apparenti di una lastra di metallo vibrante. A un certo punto tocca la canzone quasi come un pianoforte e la conduce, veloce e lenta, veloce e lenta, alla fine.
Steffald esce per Fromscratch Records/Santa Valvola. Il nuovo album di Topsy the Great suona diverso dai lavori precedenti; la tracklist è:
1. Lalboom
2. Minuto
3. Vol. II
4. Tere Effe
5. V. D’Adda
6. Micizzo
7. Slurp
8. M’Ery
9. Bastoni
10. Mela Fuji
11. Ciro Pasticche
12. Giangol

12 pezzi, 34 minuti. Sono minuti in cui ogni genere di riferimento viene azzannato, masticato, in parte ingoiato, in parte sputato fuori, di base da tre strumenti: chitarra, basso, batteria, senza un secondo di cantato. I ritmi spezzano l’ascolto, a volte il basso (Tere Effe), a volte la batteria (Vol. II), a volte la chitarra (Slurp), in momenti distinti, si rendono protagonisti del rumore agitato che porta in sè il noise, mai sublimato, i già citati punk e r’n’r, mai mitizzati e il doom, mai preso troppo sul serio, per fortuna. Poi arriva Giangol, un gioiello assurdo e particolare, a chiudere i conti con un ascoltatore con le orecchie tese e malmenate, illuse poi subito disilluse della possibilità dell’esistenza di una melodia a un certo punto (Micizzo), ma davvero soddisfatte, pronte a riposarsi.

The 2nd Law, i Muse più impacchettati di sempre

La sensazione che qualcuno abbia rotto il vaso, che qualcuno abbia rovinato un’enorme possibilità data soprattutto dai milioni di fan che hanno comprato (e compreranno, per sempre) dischi su dischi e visto (e vedranno, per tutta la vita) concerti su concerti è quello che si prova se si ascolta il disco nuovo dei Muse, The 2nd Law. I ragazzi si sono un pò lasciati prendere la mano dalle ultime uscite vampiresche, si sono lasciati trascinare dall’idea molto ingombrante di essere visti e sentiti come i nuovi Radiohead o i sostituti degli U2 nel ventesimo secolo. E si sono anche lasciati prendere per le palle dalla mania di pompare certe situazioni e tutte le canzoni che cacciano sulla terra – tanto ci sarà sempre chi si precipita al concerto dei Muse, in barba a tutti quanti noi stronzi. Non c’è un accento diverso nel modo di cantare di Matthew James Bellamy, non c’è una diavolo di traccia che vada fuori dal tracciato di tutte le tracce precedenti, non solo di questo album ma di tutta la vita dei Muse. Che potrebbe anche starmi bene, come idea, ma non in questo caso.
Ricordo benissimo quando si urlò al capolavoro all’uscita di Showbiz nel 1999. Riviste come il Mucchio dedicarono ai Muse copertine gridando al miracolo, alla band più figa dell’universo. A me già facevano schifo. Quel suono impacchettato a dovere come un caramellone non mi è mai piaciuto, non mi ha mai dato niente, meno di una bruschetta bruciata. Ma ero io che mi sbagliavo, perchè poi i Muse sono diventati gli dèi, facendo da spalla a band che adoravo e adoro, come i Foo Fighters, che allora attraversano un periodaccio per l’abbandono di Pat Smear ma non credo che fossero così desolatamente fottuti da attaccarsi una simile palla (di fuffa) al piede. I Muse portarono miliardi di persone ai concerti, in dollari. Ecco.
Oggi, però, scrivono canzoni di schifo come Big Freeze. E io continuo a non capire, perchè in questa musica non ci trovo nessun tocco di niente, perchè Bellamy e gli altri hanno lasciato andare tutto quello che di buono poteva nascere, se qualcosa di buono poteva esserci. Pablo Honey dei Radiohead era un disco estremamente debole, ancora si parlava dei nuovi U2. C’era Creep, ma quella canzone era un caso, in mezzo alle altre dello stesso album – e tra l’altro la sua esecuzione in Pablo Honey è molliccia. Ma dopo Pablo Honey è arrivato The Bends (con cui i Muse di Showbiz condividono il produttore), e poi Ok Computer. Tutto potenziale esploso alla grande. Quello dei Muse invece è rimasto bloccato e non è mai uscito, anche perchè da subito si sono messi a scimmiottarsi e a pestare su una batteria che non è una batteria, è il contenitore in cui infilare il voler essere duri, romantici, elettronici, dark, spaziali, lanciati sulle orbite più lontane e autori allo stesso tempo. Insomma, un vero casino, dal quale non tutti sarebbero in grado di uscire, i Muse men che meno. Con loro si limona, si fa all’amore, si fa a botte, si piange, si ride, si vomita e si ringiovanisce. The 2nd Law è l’epilogo di tutto questo, l’episodio in cui cadono tutte le difese e si svelano palesemente le debolezze compositive, le mancanze musicali e le pochezze melodiche dei nostri amici che, ridendo e scherzando, ci accompagnano da metà degli anni ’90. Il fondo si tocca probabilmente con Unsustainable, dove l’incapacità di rielaborare una tradizione e un già sentito si palesa nelle grida disperate e in amore del cantante. Per poi arrivare a Isolated System, per lo meno pretenziosa. In un momento di bontà, mi viene da pensare che, si, i Muse potrebbero pretenderla una canzone così, in bilico tra l’estremamente melodico, l’orrore filmico e l’elettronica. Ma non ce la possono fare perchè tutto è ridotto a uno zuccherino, pulitissimo, perfetto. Altrove questo album presenta lo stesso problema. Altrove i Muse presentavano questo problema. E, quando è sporco, è sporco in modo innaturale. Volendo, si può iniziare daccapo ad ascoltare The 2nd Law, con Supremacy, dove sembra che debba arrivare Terminator e non arriva mai. Me le immagino tutte le luci, al concerto, che accecano i paganti, illusi, sballottati, disattenti. Inculati. Metto in fila due canzoni che ci pigliano in giro: Panic Station e Survival, Michael Jackson, i Queen e i seguaci di Mola Ram in Indiana Jones e il tempio maledetto serviti su un piatto d’argento.
Insomma, se qualcuno vi propone di limonare con i Muse in sottofondo, non ragionate con la lingua, mandatelo/a a cagare.

Col nuovo album John Frusciante è in a state of mind

Ricordo con desolazione il momento in cui lessi Jack Frusciante è uscito dal gruppo e con terrore il fatto che mi piacque. Inoltre, ricordo che in giro si diceva che John Frusciante si chiamava Jack, un altro pò e ci credevo anch’io, un’altra persona che mi parlava dei Red Hot Chili Peppers e del loro chitarrista Jack Frusciante, quello del libro di Brizzi, e ci credevo anch’io. Però ero un tipo tosto già all’epoca, e resistetti.
Ci dà sotto con l’elettronica John Frusciante nel suo nuovo PBX Funicular Intaglio Zone, uscito per Record Collection il 25 settembre. Aveva paciugato già con suoni sintetizzati e drum machine in The Empyrean (2009). Oggi la sua voce emerge per caso da una debolissima coltre di suonini e suonetti (Hear Say). Sembra anche ricordare un poco l’amico Anthony Kiedis quando canta in Bike, poi però è una meraviglia molto più grande quando arriva a toccare il livello di Spoek Mathambo. I tempi a tratti accelerano e sembrano diventare un ritornello del tutto inatteso. Però si sente che John Frusciante è andato altrove, più che in altri vecchi episodi, con strumenti diversi (rispetto a To Record Only Water for Ten Days), e che gli fa molto piacere toccare di nuovo corde black (Ratiug) con tanto di ah ah yeah e un free style da paura, non suo. Come sempre, uscire a cercare di capire dove si ferma il vento sarebbe più facile che cercare una logica in un disco di Frusciante. A questo punto infatti, ascoltando l’album intiero su You Tube, forse ho perso il conto delle canzoni. Dovrebbe essere Guitar quella in cui torna la chitarra in uno strisciante gioco con la batteria che esce quando vuole, e dovrebbe essere Mistakes quel ritmo che sembra Battiato in La voce del padrone e poi diventa un incrocio tra Take My Breath Away di Top Gun, Joe Cocker e suoni schifi pseudo ottanta. Forse questi ultimi sono gli errori di cui al titolo della canzone. Uprane arriva e spazza via le stupidagini e tutta una serie di grupponi che fanno l’elettronica: si, questa di Frusciante è più semplicistica e ingenua come idea di elettronica, ma c’è un movimento di idee e pensieri, uno slalom tra l’ovvietà e la piattezza, per evitarle, che fa invidia a molti. Perchè il suono e il ritmo sono tutt’altro che monotoni: sono spaziali, sono clap clap, sono drum and bass, sono accompagnati dai violini e da un sinth che spinge la voce e il cantato a impegnarsi di più. Gran pezzo Uprane. Le ultime due canzoni son Sam e Sum. La batteria (questa volta suonata, almeno pare) è un sottofondo, in primo piano Frusciante si diverte altrimenti. La chitarra, che fu la sua gloria di svago e che lo fotteva di malinconia, arriva adesso con un suono metal accompagnato da una drum machine gradualmente preponderante. Niente di nuovo, ok, ma affascinante. L’ultimo pezzo sembra restituirci (un pò) il John Frusciante di un tempo. Cinematografico, a volte.
PBX refers to an internal communication system. There is a natural version of this, wherein the ‘business or office’ is a person. A funicular involves two trams connected by a cable, one going up while the other goes down. All music perpetually does this on many levels simultaneously. Intaglio is a technique in sculpture where one works on the opposite side of the image, whereby the image will eventually appear to the spectator in relief, but the angle the sculptor works from is the negation of that. In music that I like, an approach analogous to this was employed, the more so the better. Zone refers to a state of mind wherein the rest of the world seemingly disappears, and nothing matters but the union of one’s immediate surroundings with one’s feelings. These four words linked together go far to describing my creative process” (lo ha detto qui).
Pollice alto per PBX Funicular Intaglio Zone, che è finito proprio adesso, quindi credo di aver azzeccato le canzoni. Non è stucchevole come Niandra LaDes and Usually Just a T-Shirt ma Frusciante rimane uno di quei musicisti che non ti annoia di sicuro, che ha un’idea e la butta giù, che si fa un pò di gruzzolo con i RHCP e poi torna in studio per i fatti suoi per fare le sue menate. Libero come il molto noto uccel di bosco. Canta sempre allo stesso modo, ma la sua fantasia è molto più grande della sua voce, la sua capacità strumentale ancora di più. In Niandra LaDes and Usually Just a T-Shirt vestiva i panni di Marcel Duchamp e Rrose Sélavy. Qui, in PBX Funicular Intaglio Zone, non so bene di chi vesta i panni, non l’ho capito. Mi piacerebbe indovinare. È sovversivo come un randagio, Biagio il randagio.
Ascolta PBX Funicular Intaglio Zone.
Nota obbligatoria: questo album è stato di poco preceduto dall’EP Letur-Lefr (“Letur-Lefr for me signifies the transition of two becoming one, notably symbolized by the first song on the album being the sequel to the album’s last”, sempre lui sempre qui), e stampato anche nel formato audiocassetta. Letur-Lefr è davvero un’anticipazione di PBX, anche se a volte John Frusciante sembra Phil Collins. Per fortuna poi lo ferma RZA (Wu-Tang Clan).