The 2nd Law, i Muse più impacchettati di sempre

La sensazione che qualcuno abbia rotto il vaso, che qualcuno abbia rovinato un’enorme possibilità data soprattutto dai milioni di fan che hanno comprato (e compreranno, per sempre) dischi su dischi e visto (e vedranno, per tutta la vita) concerti su concerti è quello che si prova se si ascolta il disco nuovo dei Muse, The 2nd Law. I ragazzi si sono un pò lasciati prendere la mano dalle ultime uscite vampiresche, si sono lasciati trascinare dall’idea molto ingombrante di essere visti e sentiti come i nuovi Radiohead o i sostituti degli U2 nel ventesimo secolo. E si sono anche lasciati prendere per le palle dalla mania di pompare certe situazioni e tutte le canzoni che cacciano sulla terra – tanto ci sarà sempre chi si precipita al concerto dei Muse, in barba a tutti quanti noi stronzi. Non c’è un accento diverso nel modo di cantare di Matthew James Bellamy, non c’è una diavolo di traccia che vada fuori dal tracciato di tutte le tracce precedenti, non solo di questo album ma di tutta la vita dei Muse. Che potrebbe anche starmi bene, come idea, ma non in questo caso.
Ricordo benissimo quando si urlò al capolavoro all’uscita di Showbiz nel 1999. Riviste come il Mucchio dedicarono ai Muse copertine gridando al miracolo, alla band più figa dell’universo. A me già facevano schifo. Quel suono impacchettato a dovere come un caramellone non mi è mai piaciuto, non mi ha mai dato niente, meno di una bruschetta bruciata. Ma ero io che mi sbagliavo, perchè poi i Muse sono diventati gli dèi, facendo da spalla a band che adoravo e adoro, come i Foo Fighters, che allora attraversano un periodaccio per l’abbandono di Pat Smear ma non credo che fossero così desolatamente fottuti da attaccarsi una simile palla (di fuffa) al piede. I Muse portarono miliardi di persone ai concerti, in dollari. Ecco.
Oggi, però, scrivono canzoni di schifo come Big Freeze. E io continuo a non capire, perchè in questa musica non ci trovo nessun tocco di niente, perchè Bellamy e gli altri hanno lasciato andare tutto quello che di buono poteva nascere, se qualcosa di buono poteva esserci. Pablo Honey dei Radiohead era un disco estremamente debole, ancora si parlava dei nuovi U2. C’era Creep, ma quella canzone era un caso, in mezzo alle altre dello stesso album – e tra l’altro la sua esecuzione in Pablo Honey è molliccia. Ma dopo Pablo Honey è arrivato The Bends (con cui i Muse di Showbiz condividono il produttore), e poi Ok Computer. Tutto potenziale esploso alla grande. Quello dei Muse invece è rimasto bloccato e non è mai uscito, anche perchè da subito si sono messi a scimmiottarsi e a pestare su una batteria che non è una batteria, è il contenitore in cui infilare il voler essere duri, romantici, elettronici, dark, spaziali, lanciati sulle orbite più lontane e autori allo stesso tempo. Insomma, un vero casino, dal quale non tutti sarebbero in grado di uscire, i Muse men che meno. Con loro si limona, si fa all’amore, si fa a botte, si piange, si ride, si vomita e si ringiovanisce. The 2nd Law è l’epilogo di tutto questo, l’episodio in cui cadono tutte le difese e si svelano palesemente le debolezze compositive, le mancanze musicali e le pochezze melodiche dei nostri amici che, ridendo e scherzando, ci accompagnano da metà degli anni ’90. Il fondo si tocca probabilmente con Unsustainable, dove l’incapacità di rielaborare una tradizione e un già sentito si palesa nelle grida disperate e in amore del cantante. Per poi arrivare a Isolated System, per lo meno pretenziosa. In un momento di bontà, mi viene da pensare che, si, i Muse potrebbero pretenderla una canzone così, in bilico tra l’estremamente melodico, l’orrore filmico e l’elettronica. Ma non ce la possono fare perchè tutto è ridotto a uno zuccherino, pulitissimo, perfetto. Altrove questo album presenta lo stesso problema. Altrove i Muse presentavano questo problema. E, quando è sporco, è sporco in modo innaturale. Volendo, si può iniziare daccapo ad ascoltare The 2nd Law, con Supremacy, dove sembra che debba arrivare Terminator e non arriva mai. Me le immagino tutte le luci, al concerto, che accecano i paganti, illusi, sballottati, disattenti. Inculati. Metto in fila due canzoni che ci pigliano in giro: Panic Station e Survival, Michael Jackson, i Queen e i seguaci di Mola Ram in Indiana Jones e il tempio maledetto serviti su un piatto d’argento.
Insomma, se qualcuno vi propone di limonare con i Muse in sottofondo, non ragionate con la lingua, mandatelo/a a cagare.

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