OFFLAGA

Offlaga_Disco_Pax_Socialismo_Tascabile

Il 4 aprile si è diffusa la notizia della morte di Enrico Fontanelli degli Offlaga Disco Pax. Quel pomeriggio ho telefonato a mia nonna per farle gli auguri per il suo 94° compleanno. Non le ho detto di Enrico Fontanelli ma le ho chiesto come stava. Lei mi ha risposto così così, che se muore lei non è niente e che è quando muoiono i giovani che lasciano il vuoto perché lasciano tutto quello che hanno e che devono avere.

Sono 20 anni che è morto Kurt Cobain

Kurt Cobain

C’è stato un periodo in cui ascoltavo i Nirvana e Kurt Cobain era ancora vivo. Sono passati 20 anni e questo pensiero non mi sembra così realistico e lui mi sembra morto da sempre. Ho ricordi personali, slegati da una storia condivisa, cioè non ho mai visto dal vivo i Nirvana per esempio, e forse il motivo della mia sensazione è proprio questo. Forse dipende anche dal fatto che nel ’94 avevo solo 16 anni. Ma credo ci sia anche dell’altro. Ricordo la sera in cui Planet Rock su Radio2 diede la notizia, ricordo come quando perché ho iniziato ad ascoltare i Nirvana ma la sensazione predominante rimane l’assenza, molto più ingombrante della presenza. Da vivo ha fatto dischi che non dimenticherò mai, ok, ma la sua morte è stata così importante che la sensazione della mancanza ha coperto tutto il resto; canzoni, foto, ricordi, rivedo tutto con questo filtro. E’ il morto maledetto per quelli circa della mia età vagamente interessati alla musica rock, è quello di cui tutti parlano con un velo di tristezza nella voce, è quello che ha legato la propria ascesa artistica e musicale al suicidio. Tutti, io compreso, aprono la scatola Kurt Cobain ed escono un po’ di cose, la prima è la morte.
Questo il brutto pensiero con cui volevo aprire il post sull’anniversario della morte di Kurt Cobain, e di fatto l’ho aperto con questo brutto pensiero. Poi mentre scrivevo mi veniva in mente che non è giusto o corretto identificare lui e i suoi pezzi con il suo suicidio; molte canzoni sono l’inquietudine (e immagino un’inquietudine di tanti tipi) e non indicano la soluzione nella morte, ma nella distorsione della chitarra e nei riff. I Hate My Self and I Want To Die doveva chiamarsi In Utero. L’eroina e l’ulcera scandivano gli umori di Kurt Cobain. Ma prima che accadesse nella musica dei Nirvana io non c’ho mai sentito la morte. Non si comanda a una sensazione, quella dell’assenza, ma ripercorrendo un po’ di ricordi scopro che più che altro quella sensazione è sbagliata perchè è il risultato dell’accumularsi negli anni di articoli letti e video visti in cui Kurt Cobain era solo un tossico disperato, che poi (a sentire molti era inevitabile) è morto. Ci sono le dichiarazioni di non mi ricordo chi che parla di Kurt nei suoi momenti di lucidità come di un musicista scrupoloso; ci sono i suoi diari a testimoniare la voglia di ricercare; ci sono un sacco di altre cose a dirci che quando non era fatto era vivissimo e ci sono anche le canzoni a ripetere i momenti altissimi in cui i Nirvana mi hanno regalato il suono delle mie giornate e la prima vaga consapevolezza del fatto che in qualche modo la musica avrebbe avuto un ruolo nella mia vita. Allora, e adesso mi è chiaro, Cobain non è solo morte e droga.

E’ morto il 5 aprile, il cadavere è stato trovato l’8, la notizia è arrivata forse il 9, il 10 sono andato a scuola e i miei compagni mi dicevano che l’avrei sostituito io nei Nirvana. Non so perché lo dicevano, non ho mai cantato in vita mia. Tornato a casa, mia mamma disse che aveva saputo del suicidio e che le dispiaceva molto. Fu strano trovarsi d’accordo con lei, che era mia mamma e aveva 50 anni, e non coi ragazzi della mia età. Di solito la morte avvicina ai personaggi famosi, e tutti diventano fan, da subito. In quel caso, con alcuni miei compagni questa regola non ebbe valore. Non perché avessero personalità particolarmente rocciose, ma perché per molti di loro era pur sempre un drogato, e c’erano pur sempre gli Ace of Base come alternativa. Dalla mia parte c’erano quelli con cui condividevo la musica. Ma il mondo non era diviso in due, anzi, il mondo era ancora più grande, perché mia mamma era molto toccata da quello che era successo. Kurt Cobain muore e mia mamma strippa: prima c’erano state tutte le volte in cui l’aveva sentito suonare dallo stereo e aveva chiesto “Con chi è arrabbiato quello?”, ma comunque mi era sembrato insolito e bellissimo che avesse espresso il suo dispiacere senza che nessuno gliel’avesse chiesto. Ricordo quel momento come il momento dell’adolescenza in cui io e mia mamma siamo stati più vicini, e abbiamo condiviso qualcosa che non riguardava la famiglia.

Sono passati vent’anni, qualcuno in America vorrebbe vederci chiaro e riaprire il caso partendo dall’ipotesi (non nuova) di suicidio. Pochi giorni fa la polizia di Seattle ha reso pubbliche alcune vecchie foto della scena del suicidio per fugare ogni dubbio e confermare il verdetto. Io naturalmente non lo so dove sta la verità. Altrettanto naturalmente ai tempi, da fan in fotta, ero interessato alle speculazioni sul possibile coinvolgimento di Courtney Love nella morte. Ascoltavo Into Yer Shtik dei Mudhoney e provavo piacere all’idea che anche la vedova si facesse saltare la testa. Insomma volevo trovare un responsabile della scomparsa del mio musicista preferito che non fosse lui stesso. Un po’ di tempo dopo ho visto le Hole dal vivo. Ricordo Courtney Love distrutta, non ricordo di aver pensato che lo facesse per fare scena. Ricordo che ho pogato molto, che mi sono divertito, e che in quel momento ho pensato che Courtney fosse una gran figa e che spaccasse il culo. In lei avevo visto disperazione, desolazione, solitudine e droga, e mi era piaciuto. Anche se forse mi sbagliavo a vedere tutto quello che avevo visto e avrei dovuto vedere solo una troia approfittatrice. Non lo so. Ricordo comunque che le Hole fecero una cover dei Nirvana, Penniroyal Tea mi sembra, ma potrei sbagliarmi anche su questo. Adesso non penso più troppo a Courtney Love ma solo che c’è stata una sera in cui ho cenato e Kurt Cobain era vivo e la volta dopo non lo era più, e c’era un giorno in cui il poster in camera mia raffigurava una band che esisteva ancora, era attiva e nel pieno della propria forza espressiva, e il giorno dopo rappresentava solo il passato. E adesso sono ancora dentro a quel passato. Noto anche che ho sempre pensato che fosse sbagliato dire Kurt è il mio idolo, ma a 20 anni di distanza sono ancora qui a scrivere le menate che state leggendo e la cosa mi pare almeno contraddittoria. Vorrei dire insomma che la cosa più rilevante è che a un certo punto, neanche troppo all’improvviso, Kurt Cobain è morto e solo con questo ho dovuto fare i conti e ce li faccio ancora adesso.

Non ho mai pensato che stesse ascendendo al paradiso delle rock star maledette. No. Si è ammazzato. Cazzo. Punto. Aveva 27 anni, come Jim Morrison, Jimi Hendrix eccetera ma non me n’è mai fregato di questo discorso. Quello che mi interessava era la musica: non farà più musica, non avrò più la possibilità di vederlo suonare dal vivo, non esisteranno mai più i Nirvana, dei Nirvana non usciranno più dischi nuovi. Le pubblicazioni postume le ho quasi tutte in casa, ma non è la stessa cosa andare a comprare quelle o un inedito fresco di stampa. Neanche i Foo Fighters e gli Sweet 75 erano lo stesso, anzi erano il contrario visto che Dave Grohl diceva che non gli piaceva vedere ai suoi concerti i ragazzini con la maglia dei Nirvana perché lui non era più il loro batterista. La confusione dei tempi tempi verbali è dovuta al fatto che non so bene se penso ancora quelle cose oppure se il tempo mi ha fatto rassegnare e quindi no, oppure in parte si e in parte no. Comunque, quando Kurt Cobain si è ammazzato è stato come rimanere senza musica, come se mi avessero rubato lo stereo. Sono lì che ascolto la musica in camera e a un certo punto salta tutto e rimane accesa solo la lampadina accanto al letto. Ero un fan a cui non bastavano quelle poche canzoni ma che doveva farsele bastare, un fan triste come tanti altri. E questa era la nostalgia reale. Adesso mi manca avere la certezza di quello che Kurt Cobain avrebbe fatto, una carriera solista, un altro gruppo, sempre i Nirvana, schifo come succede spesso, oppure proprio niente. Se me lo immagino ancora vivo, e magari anche guarito da tutto, mi chiedo quante cazzate avrebbe detto come veterano della musica anni ’90 e autore di alcuni album importanti. Per quanto sia irrilevante questo mio pensiero, penso sia ancora più irrilevante quello di chi lo vede come il morto figo della propria generazione. Non è quello il punto. Di morto mitico c’è già Jim Morrison, che non è della mia generazione ma ha fatto invaghire un sacco di gente della mia età. Ascoltati i Doors se vuoi avere un morto figo. Se Cobain non fosse morto e si fosse isolato dal mondo, non so, come Sid Barrett, molti si sarebbero dimenticati di quanto era bello ascoltare col walkman la sua musica, ma molti altri no. E magari alcuni di questi molti altri avrebbero avuto anche la voglia, con un po’ di tempo e denaro a disposizione visto che non è detto che sia dietro l’angolo, di andare a bussare alla sua porta, vedere se li avrebbe sbattuti fuori o, in caso avesse fatto la pace con l’ulcera e con l’idea di essere stato famoso e avesse aperto, di chiedergli di mettere un autografo sulla copertina di In Utero, il suo album preferito dei Nirvana. Sto immaginando una cosa che non esiste, e per questo è così povera, prosciugata e incredibile: perché gli anni di assenza la rendono molto irreale. Ancora con questa assenza. Ma dentro alla realtà falsa che ho immaginato c’è quella cosa che si chiama In Utero e che, ripubblicata dopo 20 anni in un’edizione stralusso, è riuscita a ipnotizzarmi del tutto per qualche giorno. E questo significa non solo che ho cambiato per la prima volta in vita mia idea sui cofanetti postumi, ma soprattutto che dentro quella cosa c’è ancora tutta la forza che c’era 20 anni fa.

Vai nei negozi di dischi: a Berlino (Pete Doherty è uno stronzo)

Ce ne sono milioni di negozi di dischi a Berlino. Noi siamo andati in questi, quindi non rompete il cazzo con i no, è più bello questo, quell’altro. Una cosa in particolare mi è piaciuta dell’andare per dischi a Berlino, essere capitato qui.

hard wax, berlin

Cioè all’Hard Wax (Paul-Lincke-Ufer 44, metro Kottbusser Tor o Gorlitzer Bhf). Siamo arrivati a Kreuzberg, abbiamo cercato l’indirizzo e siamo capitati nella zona residenziale più calma della città, con i bambini che tornano a casa da soli da scuola sotto al sole. Paul-Lincke-Ufer è fatta di appartamenti, negozi, garage. Una via, insomma. Il civico 44 è in un cortile in cui c’è un meccanico delle bici e delle moto, in tizio in un open space che ti fa la limonata fresca o ti vende una birra con un’ape gigante sopra e un’altra roba che in questo momento non mi ricordo. Tutto nella più trasandata coolness. Un po’ come entrare nell’appartamento dei miei zii, che però è meno figo, saliamo al secondo piano e lì c’è Hard Wax. Non è il fascino dell’esotico, è più che altro il fatto che il vinile di elettronica è diverso rispetto al vinile rock. Cioè, lì non si preoccupano dell’art work. Busta nera, gialla, bianca, bustina di plastica rigida, etichetta tipo prove della scientifica e basta. La cosa più elaborata è il centrino. Non sarò in grado di dire con precisione i generi, perché non so una mazza, ma trovate techno, dubstep, house, disco, drum&bass e appunto elettronica. Se siete degli intripponi di questi generi musicali, andateci. Se siete dei pesci fuor d’acqua come me, andateci.

gita fuori porta a ratisbona
Oltre alla capitale, della Germania abbiamo visitato anche Wittenberg, per Martin Luthero, e Ratisbona, per la birra. Una notte Pete Doherty ha sfondato la vetrina e ha rubato due dischini e una chitarrina allo Shadillac, in Kramgrasse 1. Chiedere di farsi raccontare al padrone com’è andata non è stata una buona idea perché la visione dei suoi denti all’ora di pranzo non è appetitosa e perché, anche lui, sembrava avere fame. Non era contento di raccontarlo, non ne aveva, non gli importava della pubblicità, poche seghe ragazzi, noi siamo qui per vendere cultura, non per parlare di un coglione sbronzo. Bravo Doherty, a Ratisbona non succede mai niente, hai fatto succedere qualcosa. Lo Shadillac non è il mio negozio di dischi tedesco preferito: se c’è qualche 60enne che legge neuroni, ci vada, perché è molto ben fornito di anni ’60 e ’70, soprattutto usato; e negli indipendenti ci mette un po’ di tutto. Cd usati di qualsiasi genere sono in ottime condizioni e costano 5 euro; il vinile non costa più di 20, a parte qualche reissue deluxe. Non tiene Babyshambles.

Prima di sapere tutto questo, cercando su google “record shop in regensburg” avevamo ricavato informazioni sbagliate: secondo un sito di cui non ricordo il nome (appuntarselo mai) il fattaccio doveva essere successo in un altro negozio, Am Ostentor, Ostengasse 15. Andiamo anche lì. La questione del furto occupò un posto importante nella nostra giornata ratisboniana. Fare quattro chicchere col padrone è stato piacevole per due motivi. 1. Quando gli ho chiesto che avevo sentito parlare del furto perpetrato da una famosa rock star di un gruppo famoso di cui non ricordavo il nome – oh, in quel momento non me lo ricordavo – lui mi ha detto che era successo in un altro negozio, di cui mi ha dato l’indirizzo e di cui mi ha parlato benissimo, e che in quel momento non ricordava neanche lui il nome della rock star. Ecco il valore della musica di Pete Doherty: in un negozio di dischi, il padrone non si ricorda chi è, anche se si è reso protagonista di uno spiacevole fatto di cronaca in città. Appena Doherty ne combina una, la notizia diventa subito più importante di lui e della sua musica. 2. Quando poi gli ho detto che in Italia molti negozi di dischi hanno chiuso negli ultimi anni, mi ha risposto DA JA?! molto stupito. Perché comunque lui con quei quattro dischi e un buon giro di gente ci campa bene, e non mi ha neanche parlato di download gratuiti, illegali, legali e Spotify. Am Ostentor è piccolo, 20 metri quadri, e tiene cd usati da 5 a 10 euro, nuovi a circa 15. Il vinile (dalla seconda alla quinta mano) tutto sotto ai 20. Novità zero, solo cose vecchie, provenienti da qualsiasi decennio. E del gran German Rock. Ho notato che in Germania il German Rock è molto presente nei negozi. Non so se si tratta di gruppi che possono corrispondere ai Negrita oppure agli eroi locali di turno, ma comunque c’è attenzione, per entrambe le fasce. Sicuramente molta è merda, come quella italiana che trovi da noi negli iper, ma non credo che da Ostentor ci fosse roba tipo Negrita tedeschi, così sulla fiducia. Sempre che esistano i Negrita tedeschi insomma. Il proprietario dell’Am Ostentor era il tipico metal hippie, con gusti musicali molto pesi e il ritmo di vita di uno veramente che la vita la prende molto bene.

am ostentor ratisbona

ritorno a berlino
Tornati nel cuore dell’Impero, ho scoperto che il mio negozio di dischi preferito in città nonostante il nome è Vinyl a gogo, il più caro di tutti. (Krossener 24 am Boxhagener Platz). Il tizio si chiama Andreas. Gli ho comprato: Quicksand, Manic Compression; The Smiths sull’onda dell’entusiasmo di un articolo letto su Blow Up; Killing Joke, Fire Dancer. Lui se l’è presa un po’ quando gli ho chiesto se potevo controllarli e mi ha detto DA JA?! e in inglese che strana richiesta, io non compro vinile malmesso. Devo avergli risposto una cosa come sono italiano, ho la sindrome dell’inculata. Lui non ha riso e mi ha raccontato del suo shop on line. Tanto per dare un’idea di quello che ha:
– catalogo 70, 80, 90
– selezione a volo d’uccello per gli anni 2000
– gli imperdibili del punk e cose anche più recenti e meno note
– metal: selezione non saprei di che tipo, di sicuro non c’erano troppe cose sputtanatissime
– catalogo emo/hc buono con i must (più emo che hc)
– musica tedesca e berlinese dai 90 fino a oggi, ma anche il classico kraut classico
– reggae e hip hop, ma non l’universo mondo
– novità poche (questa cosa delle non-novità è strana, anche Am Ostentor non ne aveva, ma ci poteva stare; da Vinyl a gogo me ne aspettavo di più; mi sono interrogato e informato su sta cosa, m’hanno detto che sono capitato nei posti sbagliati e magari al momento sbagliato).

Prezzi altissimi, visto che è tutto usato. In media 20 euro al pezzo. I prezzi più alti se li vedesse Salvini direbbe che sono uno dei motivi principali per cui vuole uscire dall’Europa, e che basta con i tedeschi che vogliono fare l’economia europea: la prima stampa di At the Drive Relationship of Command 125 euro, quella di Pere Ubu Modern Dance un prezzo piuttosto alto che non ricordo (appuntarselo mai). Quelli che costano così si possono anche lasciare lì, tutto il resto si fa. Salvini ascolta Per Ubu, spesso bevono insieme. Il Vinyl a gogo è fico, Matte, anche da fuori.

vynil a gogo, berlin

Core Tex (Oranienstrasse 3) è un posto hard core metal ska dove ancora l’hard metal deve essere uno duro che se fa il negoziante deve trattare male il cliente. Non c’è poliziotto buono, tutti cattivi e fanno tutti i rutti. Qui dentro ci sono le felpe più brutte che io abbia mai visto. E’ un gran posto, un po’ poser ma fornitissimo, anche di novità, rarità e 7”, e i prezzi sono buoni (un cd nuovo = sotto ai 20 euro).
Molto più hippie Heisse Scheiben, dove vendevano anche Gianna Nannini e Gianni Morandi in mezzo a un catalogo niente male di rock classico, jazz, disco, hip hop, drum&bass, reggae, ska, blues, country, clubmusic, musica da chiesa, city rambleror, beer rock e francese porno anni 30 (18/20 euro il nuovo; 5/18 l’usato, a seconda delle condizioni, pessime o no). Tutto in legno fenolico.
Piatto Forte invece è il negozio di Michele D’Alessio, uno dei cento batteristi dei Negazione. Non mi sembrava troppo presentabile, il negozio, e da quando ci sono stato io (estate 2013) ha chiuso (sei mesi fa) e deve riaprire domani, in un altro posto, Gorlitzer strasse 52 primo piano, sopra al Nest Café, di cui io non so nulla ma che è molto famoso. E vi mollo un gioiello, la foto della vecchia sede, che testimonia lo stato di decadenza fisica in cui si trovava il Piatto Forte, a causa della gentrificazione.

piatto forte, berlino

Quindi questi sono i negozi di dischi che abbiamo avuto il tempo di vedere a Berlino e non solo, intersecando le nostre uscite con la storia, i costumi, la religione, la contemporaneità, le api, la vita nei quartieri e la criminalità in Germania. Ditemi voi quali altri si possono visitare la prossima volta che andiamo. E ditemi anche che quando non so come chiudere un articolo è meglio scrivere solo Ciao.

Monaco.