Neuroni Mondiale

el cannibale

La prima conseguenza vera della fine del Mondiale italiano è che i bar serviranno meno birre medie. Di birre medie se ne spillano comunque molte, ma l’incremento del numero a cui porta ogni partita della Nazionale è molto buono per i gestori. Che montano i teleschermi, preparano le sedie e i tavoli, gli aperitivi, lavorano affinchè tutto nel locale vada bene. E adesso butto sul blog anche la mia opinione, da appassionato solo delle grandi occasioni.
Poi c’è la tristezza, che per quanto mi riguarda può essere fissata nell’immagine di un bambino che con una canotta tricolore alle 19:50 di ieri calciava una palla fatta con un sacchetto del pane al centro della piazza del mio paese.
Ieri sera ho visto Giletti dire tutto e il contrario di tutto: che è colpa di Prandelli e poi che no, che Balotelli ha colpa per tutto ma poi, appena qualcuno lo contraddiceva, no. E in effetti il Giletti pensiero è la verità, perché non c’è uno che ha colpa, tutta la Nazionale ha giocato male, non ha creato occasioni, gli schemi difensivi sono saltati (e il 3-5-2 è un modo di scendere in campo improntato sulla difesa), non c’erano attaccanti, l’Uruguay c’ha fatto giocare un po’, ha visto che non c’eravamo, si è scaldato e ha segnato. Noi, che dovevamo avere una difesa di ferro, non ce l’avevamo, e non avevamo neanche gli attaccanti. Balotelli non è mai stato costante, lucidamente: non è che si possa fare affidamento su di lui, ma adesso è un negro di merda, bamboccio, un uomo non vero, una signorina. Però le palle che gli sono arrivate ieri sera sono zero.
Suarez è il pistolero cannibale, gran personaggio da usare come protagonista di un mocku bmovie ambientato negli spogliatoi. È uno scompensato che negli anni si è controllato, non sempre, grazie alla disciplina sportiva. Lo scatto impulsino ad addentare carne umana in un rotolo di stoffa, non è il primo, ricordo quello alla Premier League che costò al nostro cannibale 8 giornate in pantofole. I rumors dicono che lo squalificano anche questa volta, a Suarez, sia dalla nazionale sia dal club. Comunque è sotto indagine. E Chiellini non sapeva più dove sbattere la testa, e ha mostrando la spalla nuda.

Giocaaa.

Però, la prossima volta non si gufa. Il fine settimana scorso Eddie Vedder e Mick Jagger dovevano scaldare migliaia di persone e son saliti sul carro degli Azzurri. Eddie Vedder con la maglia della Nazionale ha cantato Porch, una delle canzoni più belle ma più sfigate dei Pearl Jam. In particolare, quel rotto in culo di Mick Jagger, per dimostrare di non fare parte della schiera infinita di inglesi risentiti, ha detto che contro l’Uruguay avremmo vinto 2 a 1. Poi se n’è andato dall’Italia e per colpa dell’alzheimer si dimenticato quello che ha detto. Se ne va anche Prandelli, che un qualche giornale sportivo oggi ha chiamato Brandelli, soprannome facile ma che fino a oggi non si era mai sentito perché non c’era stato l’input e tutti lo amavano, Cesare. Quindi, che non dia la responsabilità delle sue dimissioni ai contribuenti a cui non vuole rubare i soldi, o a un’opinione pubblica contraria alla sua panchina perché contro di lui non c’è mai stata. Ma te lo ricordi Donadoni? In questo senso, e come sempre, amo Carlo Genta, che per primo al giornale radio di stamattina ha avuto l’accortezza di farmi aprire gli occhi su quella frase del CT. Le tasse sono un tema che tira, usato da sempre per differenziarsi e per differenziare la propria proposta per il paese.

Colpa di Parolo. Uno che giocava nel Cesena dai, e Prandelli lo mette su, ha detto un riminese. SERIE A, dico solo questo.

Ci sono tante altre storie tristi sul Mondiale perso dall’Italia oltre a quella del bambino triste. Nel 2010 abbiamo fatto anche peggio, 2 punti nel girone e fuori. Lì la storia triste fu quella di Lippi, ma anche quella di un vicino di casa di mia mamma, giapponese, immigrato in Italia, innamorato dell’Italia, arrivato da pochi giorni, molto tifoso degli Azzurri. Dopo l’ultima partita ha fumato un pacchetto di sigarette dalla finestra del suo appartamento ed è scomparso per giorni. Per riapparire, e ripartire qualche mese dopo per una destinazione che non scoprirò mai. Probabilmente è a Savignano sul Rubicone, al lavoro 18 ore al giorno, dentro un capannone di mattoni. Il disagio sociale che la nazionale azzurra provoca andando affanculo al mondiale è multirazziale. Poi c’è la storia triste di Gas, che sta per Gastone, un restauratore di mobili antichi di Cesena, allenatore di qualsiasi squadra si formasse ai giardini pubblici, che urlava TIJRAA ogni volta che qualcuno entrava nell’area avversaria, per qualsiasi partita, nel 2002 in particolare, è morto mentre diceva due madonne contro Bairon Moreno. E Gas era un grande fan di Tenco. Con questa storia triste chiudo il post triste sul Mondiale finito. La prossima volta è meglio se non scrivo niente, tanto che wordpress mi aveva anche avvisato che era meglio lasciare perdere salvando quello che voleva dell’articolo e pubblicandolo a metà, fino a un’ora fa. Ma ora c’è tutto.

Una squadra di operai batte sempre una squadra di fighetti (Lucchi, Sindaco di Cesena, qualche anno fa). Uruguay avanti, Italia fuori. Io sto per il Ghana.

PUPATTOLONE

lazzaretto_jack-white

Quando metti troppe cose una sopra all’altra, il rischio grosso è che il risultato sembri niente. La musica dentro a Lazaretto è solo uno di tanti strati dell’operazione Jack White, e neanche il più importante.

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primo strato
Tutta quella storia del vinile, dell’amore estetico per l’LP ai fini hype, dell’edizione superspeciale di Lazaretto. A me sembra tutto inutile. Il motivo per cui compro vinile è perché è grande e suona meglio di altri supporti; un disco in vinile è bello per definizione ma per esserlo basta a se stesso. La passione di Jack White non è per la musica o per l’oggetto che suona, ma per gli orpelli di se stesso che ci attacca su: un lato di Lazaretto si legge al contrario, sotto le etichette ci sono pezzi nascosti da leggere a una velocità diversa, ologrammi che appaiono solo se guardi il disco con un certa inclinazione, solchi paralleli che si congiungono. Dai, vaffanculo, tutte stronzate. Se per caso compri il cd, devi morire. La musica diventa così punto di arrivo di un percorso mirabolante che serve per arrivarci, dove il punto di arrivo pesa molto meno rispetto al percorso (leggi al contrario, trova la canzone nascosta, lascia che i solchi si congiungano eee.. ecco la musica). La musica invece è la cosa che aspetti di fare tua quando hai in mano un vinile, non un tassello di un’edizione deluxe. Si ma Lazaretto è 180 grammi gne gne gne suona meglio gne gne. Il business del 180 grammi è una truffa, peso maggiore non è per forza sinonimo di suono migliore, dipende dalla miscela del vinile, fatta bene o fatta male.

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secondo strato
Il colore blu. Associare un colore, o più colori, come per i White Stripes, a se stesso per rendersi riconoscibile subito. Così, prima della musica, mi ricordo il colore: a distanza di anni, la prima cosa che mi viene in mente se dico White Stripes sono loro due vestiti di bianco e rosso.

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terzo strato
L’immagine dark ma non troppo, vampiresca ma non del tutto, con delle ombre, ma anche parti luminose e lucide, appesantisce il personaggio e ci allontana dal prestare attenzione alle canzoni che scrive. Emaciato e gotico, oltre che blu, Jack White potrebbe essere un vampiro di Vampire Diaries.

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quarto strato
La Third Man Record, che produce vinili come si faceva una volta, perché era il sogno di bimbo di Jack White. Produce musica, ma prima che di musica si parla di lui, che ha realizzato il suo sogno, per questo è importante la Third Man Record.

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quinto strato
Il record per la produzione più veloce del mondo di un disco in vinile. Ne avrete sentito parlare di sicuro.

Aggiungete altri strati, è facile che ne abbiate trovati.

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sesto strato
Togli tutti gli strati, rimane poco: la musica, una piccola parte del tutto, di un sistema di vendita più grande. Jack White fa deppiù degli artisti mainstream, perché ha il loro stesso atteggiamento ma lo maschera dietro un’etichetta che di fatto è indipendente (più o meno una one man label) ma ha una grossa cosa in comune con i gruppi indie di adesso: spinge sempre molto sul bell’aspetto. I componenti dei gruppi indie per un motivo o per un altro sono sempre belli. Jack white ha costruito un’etichetta e un personaggio indipendenti per i quali il lato coolness, e cool è uguale a bello, è essenziale. Di fatto White dà più importanza a tutt’altro, tipo il colore dei pantaloni, ma si vende come grande amante di un certo tipo di musica, di produzione, bravo autore di canzoni (cose che è sicuramente), come uno che ci crede nella musica, che la fa per passione; tutto in un pacchetto commerciale unico. Per Lazaretto ha tirato su una grandissima baracca, che è la conseguenza di anni di semina – come un martello ha menato sul vinile, creando un’attenzione che ha fatto vendere più dischi ai negozianti (= lato positivo della storia) – e poi, passato tutto al setaccio, il disco è quello che è. Di sicuro, molto meno personale di Blunderbuss.

Tutti i generi musicali presenti in Lazaretto sono il settimo strato dentro al sesto e questo disco è la musica perfetta per questa operazione, per il personaggio e per il castello che ha costruito per creare interesse al di là della musica. Quando si parla dell’ultimo di Jack White si parla di tutte le cose che ci stanno attorno, del mondo White, e una delle cose di cui si parla è la musica del disco – anch’io non ho parlato di musica, finora. Lazaretto è un insieme di tante cose, Beatles, Rolling Stones, rap, blues, rock’n’roll, country ecc ecc ma niente che possa seriamente guadagnarsi un 7 o un 8 su una rivista specializzata se non arredato di tutto l’ambaradam. Lazaretto ancor più di Blinderbuss, che era un disco blues, è fatto di assoli, chitarre distorte e orecchiabili, organi, batterie che montano la carica costantemente, pseudo rap. Lazaretto è la collezione delle cose che fanno parte della cultura di Jack White, è un inno all’autore, non è il disco di un autore. Niente di che. Il personaggio può anche essere un gran figo nella sua fabbrica, ma in quella fabbrica la musica ha la stessa importanza di un taglio di capelli e di quello di una giacca.

PUPATTOLONA

Lana-Del-Rey-Ultraviolence-2014-1500x1500Lana Del Rey è come Ben Affleck, ha sempre lo stesso sguardo. Su di lei parto con alcuni pregiudizi, dovuti non solo a Born to Die ma anche e soprattutto al fatto che pare in bomba, ma non abbastanza.
Ultraviolence è uscito una settimana spaccata fa. Ci sono canzoni che mi piacciono, perché mi fanno intravvedere qualcosa (Cruel World, West Coast) dentro un barile che l’altra volta (Born To Die) mi era sembrato vuoto, oppure perché mi piace il ritornello (Brooklyn Baby). Queste canzoni non mi hanno sorpreso, non ho mai escluso la possibilità che potesse venire fuori qualcosa di buono da Lana Del Rey. Mi sembra che ci sia una specie di desolazione dovuta a un qualche tipo di spaesamento a dominare tutto il disco nuovo e ad andare oltre l’atteggiamento annoiato per l’hype del primo disco. Il problema è che la desolazione di cui sopra non riesce a essere più di superficiale e rimane in sospeso a fare da strato pesante e impenetrabile tra me e queste canzoni, insieme a una sensualità che di solito fa saltare molto in fretta le difese, ma che in questo caso è troppo languida. Non so se Lana Del Rey è una truffa, probabilmente no perché una qualche dose di tormento stordito c’è, appunto: Elizabeth Woolridge Grant ha 28 anni, è immerdata di brutto nel business della musica da 4, ci sta che sia un po’ stordita e un po’ scontenta di se stessa. So di sicuro che Ultraviolence è un album ambient, che costruisce atmosfere più che canzoni da ricordare, e i ritornelli si reggono su melodie orecchiabili ma impalpabili. Più Dreampop che Elettropop, al contrario di Born To Die. Ma è proprio l’elemento dream a rovinarmi l’immaginazione e a fare in modo che il disco non sia diventato quello che avrei voluto, che l’Ultraviolence del titolo non si sia concretizzato nella violenza (artistica, positiva) che Lana avrebbe potuto fare a se stessa ammettendo e cantando fino in fondo l’eterno stato di sospensione in cui si trova, tra baratro personale e realtà, dove il baratro personale è il proprio lato vero, insicuro, e la realtà è quella dei discografici che la spremono. Old Money e Flipside sono le mie preferite perché rompono l’equilibrio tra condizione personale e realtà, spostandosi di più verso la prima, ma sono le uniche che scavano un po’ in questa direzione. Per questo dico che lei non è in bomba abbastanza. Lo è quanto basta per trovare ancora il mercato che vogliono i produttori (quello vecchio + qualcosa in più) ma non lo è abbastanza da essere se stessa fino in fondo.
Niente, Lana Del Rey cambia producer (le affibbiano Auerbach che comunque, almeno con i suoi Black Keys – conosco poco il suo lavoro da produttore – è un furbacchione) e rimane in fondo ancora quella delle immagini evocate (James Dean, NY City, la bottiglia di birra, Elvis, la summertime sadness ecc ecc…) più che delle canzoni riuscite.
Meglio di Born To Die, che a tratti era stucchevole proprio per le canzoni – dicono che non fosse suo, ma neanche questo lo è – e più vicino alle bonus track di Born To Die (The Paradise Edition), più che altro Ultraviolence mi fa pensare a una contraddizione tra il titolo del disco e la musica che c’è dentro, e a un titolo ironico, forse una scelta, ma l’ironia qui distrugge la ricerca di profondità. Dal momento in cui esiste questa contraddizione, diventa chiaro che la produzione non ha saputo mettere a punto l’incontro tra il lato vero della ragazza e la sua capacità di vendere download, punto d’incontro che, se ben calibrato, avrebbe permesso di vendere molti più download di quanti già non se ne vendano.