Ma chi è Flavio Briatore? Quando faceva il discografico a Milano, negli anni ’80, fu condannato al carcere. Non si dedicava solo alla musica, ma anche ad altri affari, connessi a bische clandestine e al gioco d’azzardo. Fuggì nelle Isole Vergini per non essere rinchiuso e tornò in Italia solo dopo un’amnistia. Questi gli esordi di Flavio Briatore, episodi interessanti che seguirono, in ordine cronologico inverso: la fallimentare gestione di una holding del gruppo Caproni Aeroplani; la losca fine della Paramatti Vernici di Cuneo di proprietà prima di Michele Sindona poi dell’imprenditore edile Attilio Dutto, che fu ucciso in circostanze misteriose; la bancarotta del ristorante Tribüla di cui era proprietario; la tesina sulla costruzione di una stalla in un istituto privato per geometri e, grande inizio di carriera, la doppia bocciatura alle scuole superiori, sempre a geometri.
I successi arrivano solo con la Formula 1, ma la tragica epopea di Flavio Briatore non è ancora finita. Con una differenza rispetto agli inizi: i guai giudiziari si sostituiscono definitivamente ai disastri imprenditoriali. Briatore è stato indagato nel 1992 e nel 2003, squalificato dal campionato automobilistico nel 2008 – quando era alla guida della Renault – per atti illeciti in occasione di un incidente (ma la decisione del Tribunale francese venne ritirata e Briatore venne risarcito a suon di bigliettoni), privato dello yacht per frode fiscale nel 2010 e accusato di truffa ai danni dello Stato nel 2011.
Ecco, quest’uomo oggi conduce un programma televisivo, The Apprentice su Cielo, in cui apprendisti imprenditori cercano di imparare l’arte del boss Flavio. Arte della truffa. Briatore li cazzia di continuo e non si capisce perchè, visto che i suoi esordi da grande uomo che imprende sono stati disastrosi. Ciò non toglie che i giovani sedicenti imprenditori CON LE PALLE siano PALLONI gonfiati totalmente incapaci. Si autoimbiriscono e credono molto in sè stessi, ma non c’è proprio fondamento. Flavio, li hai scelti tu? Potevi fare meglio. I maschi hai deciso di sceglierli in base agli occhiali, al colore degli occhi, al portamento e solo se erano incapaci di parlare. I criteri di scelta per le donne sono stati due: le tette e lo sguardo perso nel vuoto. Tutti, quando aprono bocca, non sembra che debbano spiegare qualcosa, ma che stiano facendo un qualsiasi sforzo fisico immane, perchè devono dimostrare di essere tosti. Briatore, giusto in TV puoi fare il talent scout.
Briatore è l’esempio dell’imprenditore che sembra aver fatto successo perchè ce l’ha fatto credere un certo tipo di televisione presentandocelo sempre come “il migliore”. In realtà ha fatto poco più di niente, solo un sacco di soldi con due o tre colpi di culo. Piace, piace molto, perchè è il tipico fanfarone pieno di autostima preso a esempio dall’Italia uscita dagli anni ’80 e dall’era del cinghiale bianco, dall’Italia che Silvio Berlusconi ha plasmato come voleva negli ultimi 20 anni.
Il Billionaire, effettivamente un altro grande successo di Flavio Briatore, la sua discoteca, è chiuso dall’inizio dell’estate appena conclusa. Perchè in Italia si pagano troppe tasse per imprendere.
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Si, la neve si è sciolta anche qui: Blankets di Craig Thompson
Scoprire le cose in ritardo non è mai bello per sto cazzo di internet che impone di essere sempre sul pezzo per qualsiasi cosa. Se, per caso, per una semplice fatalità, internet a casa non funziona, sei fottuto – scusate la volgarità, ma sono sprovvisto di smartphone. Se funziona, possono accadere cose grandiose, o grandiosamente tristi. Per esempio tra il 4 e il 5 agosto si è diffusa molto rapidamente la notizia della morte di Jason Noble, uno dei musicisti rock più estrosi degli ultimi 20 anni (ha messo lo zampino in gruppi come Rodan, Shipping News e Rachel’s). La notizia è stata diffusa dalla moglie, attraverso una pagina web che gestiva con il marito, e milioni di persone hanno condiviso il lutto. Era successo con MCA, e con tanti altri.
Ne approfitto per salutare Jason Noble: dopo anni di lotta contro il cancro, ci lascia un’eredità fantastica.
Guardando alcune foto di Jason Noble ho notato una somiglianza chiara e lampante con Craig Thompson (www.dootdootgarden.com) giovane. Lo scorso anno, per Natale, ho letto il suo Habibi (2011), una storia grandiosa. Così mi sono informato. Sul web ovviamente c’è un patrimonio d’informazioni più prezioso del primo soldo di Paperon de’ Paperoni e, dopo troppo attendere, ho deciso di portarmi a casa dalla mia libreria preferita un altro suo graphic novel, precedente: Blankets (2003). Dopo Habibi, bisognava completare il percorso, anche se in ritardo e all’indietro. I ritratti del Thompson adolescente contenuti in Blankets lo rappresentano incredibilmente somigliante a Jason Noble. Ma cosa dici! diranno molti di voi. Non rompete i coglioni, le somiglianze sono soggettive. Vi dirò di più, Craig Thompson assomiglia anche a un mio amico. Vale la proprietà transitiva.
Se non che, pochi giorni fa ho iniziato a leggere Blankets. È un romanzo autobiografico che racconta il rapporto dell’autore con la famiglia, la scuola, la religione, l’amore e se stesso. È tutto un casino, perché Craig è un ragazzo sensibile e acuto che si fa un sacco di domande ed è diverso dai bulli che frequentano la sua scuola e i campi scolastici. È tutto un casino perché Craig vede le cose da un altro punto di vista e non le accetta così come gli vengono imposte, è solo apparentemente remissivo. È tutto un casino perché a Craig la religione, così come gli viene insegnata, gli sembra strana e il suo rapporto con Dio non è facile: ne riconoscerà sempre l’esistenza ma (gradualmente) non riconoscerà la validità di tutto ciò che l’uomo ha costruito attorno a Dio. È tutto un casino perché Craig capisce che la sua famiglia ha difficoltà economiche, ma non comprende alcuni atteggiamenti aggressivi del padre, di cui ha paura. È tutto un casino perché Craig ha trovato l’amore in Raina, una ragazza diversa, simile a lui, che abita a 600 km di distanza, con una vita complicata e dura. È un casino, insomma. È un’altra storia difficile (anche Habibi lo è) che racconta di personaggi forti ma isolati, che per un motivo o per un altro devono lottare per campare.
L’insegnamento della religione è il mezzo attraverso il quale si corre il rischio di rovinare le infanzie, in America come in Italia. La religione, non l’indottrinamento, ne paga le conseguenze, appare in una luce negativa, ma potrebbe anche essere interessante e nascondere aspetti positivi. E questo Craig lo capisce. Craig accetta e vuole Dio, ma s’interroga su tutto il resto. E a un certo punto arriva a darsi risposte precise, e decise. Il percorso religioso che Craig Thompson reale farà sarà lungo perché, dopo Blankets, studierà per anni per scrivere Habibi, un libro sul Corano. Un denominatore comune delle due opere è l’interesse per il linguaggio, la parola, la traduzione da una lingua all’altra e la traduzione dal punto di vista filologico: Thompson è attento a questi elementi quando legge i testi religiosi; per questo è per noi interessante vedere quanto di, e come, questo interesse si riversa sulla pagina del fumetto. Rispetto ad Habibi il linguaggio tradisce una maggiore semplicità, la quale, per assurdo, fa trasparire una sorta di distacco dai fatti (personali) raccontati, segno (FORSE) di un’elaborazione in atto. Il tratto di Thompson in Habibi raggiunge la perfezione, lo studio dei caratteri arabi eleva non direi il livello del disegno, ma la sua precisione. Blankets è decisamente più impreciso, è più inquieto, forse più immaturo, si, ma è un’immaturità del tratto che restituisce tantissime sfumature della personalità dello scrittore e di ciò che accade intorno a lui. Ci sono quelle macchie nere, quelle code d’inchiostro che invadono la pagina sfilacciandosi, che sembrano i capelli di Craig da giovane e sottolineano il contrasto tra lui e tutto il mondo, tranne Raina. Quando Craig cresce (sulla pagina lo fa – per forza, per natura e per assunzione di nuove consapevolezze – attraverso una metafora splendida sulla neve e il Mito della caverna) le macchie nere scompaiono e si ragiona di più per contrasto, sia dal punto di vista del disegno, che da quello del rapporto Craig/Mondo. In questo cambiamento, l’amore, il suo sviluppo e la sua fine giocano un ruolo fondamentale.
Il respiro dei due graphic novel è differente. Il passo compiuto con Habibi è enorme: Habibi è l’affacciarsi a un mondo per lo meno diverso da quello in cui l’autore è nato e di cui ha subito l’educazione, è allargare gli orizzonti, è capire chi è lontano da noi. Craig adolescente faceva fatica a sopportare una serata a una festa perché non corrispondeva alle sue aspettative. Craig universitario comprende qual è il male principale della religione, per la quale l’uomo s’impone di non vedere ciò che c’è intorno.
Forse, proprio in questa riflessione di Blankets stanno il seme e il perchè di Habibi.
Opere universali che diventano da subito grandi eredità.
L’Acqua buia fa paura: il romanzo di Joe Lansdale
Acqua buia di Joe R. Lansdale racconta la storia di Sue Ellen, Jinx e Terry, tre ragazzetti che decidono di portare a Hollywood le ceneri di May Lynn, un’amica trovata morta nel fiume Sabine, Texas. Per farlo devono raggiungere prima Gladewater, via fiume, e partono per un viaggio che metterà le loro vite nelle mani della natura e della cattiveria umana. C’è, infatti, chi le insegue, con le pistole, o con le fauci e un coltellaccio, ma ci sono anche il bosco e il fiume.
Siamo negli anni ’30.
La scrittura di Lansdale è di altissimo livello. Com’era successo in In fondo alla palude, le parole creano due mondi, uno naturale e uno umano, che si compenetrano in modo malsano, facendosi male a vicenda. In questo caso, i ragazzi si gettano nella natura per completare la volontà, per soddisfare un desiderio, e la natura, di fronte all’eccessiva sfrontatezza di tre giovani, scatena la propria ira e affila le proprie armi: il temporale e gli impervi percorsi nella foresta. Ci sono alcuni elementi di disturbo nel gioco di penetrazione uomo-natura, quello più forte è ancora l’uomo (adulto) che, in un caso, si intromette nel gioco giovani-natura e, nell’altro caso, si intromette nel mondo selvaggio e ne assume tutte le caratteristiche più violente (nasce così Skunk).
I ragazzi hanno 16 anni, sono loro i responsabili di alcune azioni prorompenti che li avvicinano troppo alla natura e sono loro a pagare le conseguenze del “peccato originale” adulto nei confronti della natura stessa. Il fiume viene contaminato con l’omicidio; il corpo della ragazza, lasciato a decomporsi nel fiume, è la materia privata della vita e sulla quale si manifesta la violenza che intacca la natura. Prima del viaggio, i tre ragazzi pagano per la sete di potere e denaro degli adulti; durante il viaggio sopportano la rabbia del fiume scatenata dalla violenza umana.
È l’età dei protagonisti che non convince. Questi ragazzi di 16 anni, delineati nel modo in cui vengono delineati, non possono decidere di proseguire nel loro intento nonostante tutto, per un motivo che è, si, comprensibile ma del tutto aleatorio, troppo romantico. Si tratta di un’obiezione semplice ma che fa cadere tutta la storia, perché la priva del significato principale: la scoperta della malvagità umana e della natura non ha un motore valido e i ragazzi sono troppo grandi. Mentre in In fondo alla palude tutto era mosso da ragazzini 12enni alla scoperta del mondo, ingenui, in Acqua buia i personaggi vengono descritti come più maturi rispetto a ciò che fanno: parlano da grandi, agiscono da piccoli. L’incongruenza spacca l’azione, la rende inverosimile.
Questo quello che pensavo fino all’ultima pagina. Non che Lansdale scriva chissache nell’ultima pagina, perché non aggiunge nulla a quello che già sappiamo, però mette giù le cose in quel modo che ti fa dire “Ecco!” o “Eureka!”. Il pensiero ti ronza in testa per tutta la durata del romanzo, anche quando non leggi, e non capisci come mai quella cosa dei 16enni non quadra, ti chiedi come mai Lansdale, gigante del far tornare anche i più piccoli dettagli, l’abbia fatta così grossa ‘sto giro. Poi, con le ultime righe cambi idea. The power of Joe.