Il nuovo disco di Miley Cyrus è bellissimo

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Lo so che lei sono due anni che fa la lingua, so che il disco è in buona parte prodotto e scritto dai Flaming Lips, e che loro sono il miglior gruppo pop della Sfera quindi bisogna distribuire i meriti del risultato, so anche che lei ha continui atteggiamenti probabilmente offensivi nei confronti del sesso femminile, come altre sue colleghe, so che ci bombarda di continuo col personaggio che ha/hanno creato e che potrebbe essere un pessimo esempio per le ragazzine, so che il suo disco è quello che ottenete se al tempo stesso semplificate, rendete più tamarro con le finte aritmie e spaciugate The Terror con l’hip hop anni 90, P. Diddy, i Portishead e FKA Twigs. So tutte queste cose. Miley Cyrus è un personaggio così stupido che la sua stupidità è sinonimo di mancanza di profondità, che sfocia nell’eccesso bambinesco e in un atteggiamento da fuck the world in pon pon, è così stupida che con Bangerz ha dovuto chiamare Terry Richardson per spaccare con un video. Terry Richardson. Ma nel suo disco nuovo, Miley Cyrus & Her Dead Petz, c’è una solutidine così forte (Fweaky) e una paura così evidente (I Get so Scared) da mettermi all’angolo. E il suo tono di voce è così smaccatamente ingannevole, a volte aggressivo a volte il contrario a volte svogliato, che io ci casco subito. Ogni volta sulla voce ha un effetto, non è lei e non è mai vicina, i metri di distacco che raggiunge dalle cuffie in cui l’ascolti sono tanti, e sono tra le cose che mi stanno piacendo di più. L’incontro tra Miley Cyrus e i Flaming Lips più l’ascolto più scopro essere l’ideale (Karen Don’t Be Sad) e la sintonia è evidente, non bisogna negarsi a certe affinità. Evil is but a shadow è un titolo noir, per una canzone molto noir, da cui viene fuori ancora di più il tocco dei Flaming Lips, sbilanciati dentro ai Portishead. E Pablow the Blowfish probabilmente è la canzone che preferisco. È dedicata a un animale e alla fine MC fa finta di piangere e le riesce benone. Un pezzo incredibile.
Questo è il pop che voglio da una star, sofferto e divertito, finto senza mezzi termini, paraculo e bilanciato perfettamente tra un pubblico composto da chi ascolta la musica e da chi ascolta la musica. In modo da fregarci tutti. Con le melodie che incalzano il cervello ma lo lasciano anche spacchettato, immobile, non essendo il disco sempre in grado di dare input da sviluppare, ma da accettare così come suono. Con un’aria vagamente intelligente ma un aspetto svenevolmente provocatorio, urlato e sussurrato, con l’immaginazione al potere non più di quanto lo sia già stata in passato nei Flaming Lips, ma comunque vittoriosa quanto basta per dire ok hai vinto, questo disco è bellissimo. Anche se lei sembra fissata solo con la lingua, le creste bionde e i costumi alla Borat.

Vai nei negozi di dischi #10 – Bleecker Street Records New York

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No non resisto. Ho due foto, una da fuori in cui si vede bene la vetrina, l’altra è questa qui. Dentro non ne ho fatte perché il proprietario, estremamente serioso, e serioso americano che è molto peggio del serioso italiano, perché privo di ironia e di sorriso latente sornione, mi ha spaventato. Ero sicuro che se mi avesse beccato mi avrebbe cacciato. E io non volevo essere cacciato da quel posto. Ma surprise!.
Non resisto a usare questa foto invece dell’altra perché, come potete vedere dallo sguardo in camera stile ti ammazzo dopo che ho finito la pizzetta e dalla mano sinistra del ragazzo a destra, i due tipi si sono accorti che li stavo fotografando. Ho fatto finta di niente con una bravura rara. Uno dei due mi ha urlato dietro “hey baby, don’t shoot me, kiss me”, io, anche un po’ fuori dal loro raggio visivo, ho fatto la faccia del “che bizzarra città new york, la gente grida le cose senza un perché, stavo solo facendo una foto alla vetrina” e sono entrato.
Una cosa di cui mi sono reso conto solo dopo un po’ che smarmittavo tra i vinili non lontani dalla cassa è che il padrone, l’uomo senza sorriso, aveva un rapporto ambiguo con la commessa. Ambiguo non nel senso di marpione, ma nel senso che a parole i ruoli erano invertiti, lei diceva a lui cose come “renditi utile prendimi una sportina”, “il conto lo faccio io perché se fai come hai fatto prima…” e così via. Lei controllava i nuovi arrivi, lei li prezzava e li sistemava tra gli scaffali, lei controllava i conti (sono stato dentro un po’ di tempo, si). Lui aveva la faccia di gesso, un muso grandissimo, qualsiasi cosa lei dicesse, commentava con un “mmh”. Però parlava, l’ho sentito dire cose ai clienti. A parte questo, sono certo che fosse lui il padrone. Non perché è il maschio. La prova inconfutabile l’ho avuta quando ho fatto cadere un cd – di fronte al quale mi ero perso e mi si è rammollita la mano (Vivadixiesubmarinetransmissionplot di Sparklehorse). Lui si è materializzato dietro di me (un secondo prima era al bancone), l’ha raccolto e m’ha guardato con uno sguardo che voleva dire “questo cd è mio, attento”. Aveva il piglio del padrone.

Non ho foto dell’interno però la sistemazione delle cose era molto classica e molto chiara. È passato qualche mese (da aprile), sicuramente non ricordo bene qualcosa. Comunque: ingresso, vetrina e cassa sulla destra (e fin qui era facile); novità (pochine a dire il vero), 7”, lunga parete di vinili catalogo rock/indie/alternative rock, poi classic rock, tutto sulla sinistra. Magliette del negozio appena entri. Al centro e sulla destra, lungo espositore di cd rock/indie/alternative rock e colonne sonore; country e usato sul fondo; soul, blues, hip-hop di sotto. Poster e dvd. Pareti coloratissime. Una bella stanza lungo un tot di metri insomma e in qua e in là effigi di John Lennon, Jim Morrison o David Lee Roth che ti guardano ognuno con un’espressione esaminatrice sua. Più o meno, la pianta è così:

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Ma perché il Bleecker Street Records si chiama così ma è in West Fourth Street 188? È una domanda che mi sono fatto anch’io. Nel 2013, dopo trent’anni, il negozio si è spostato da Bleecker Street, che si trova dietro l’angolo rispetto alla West Fourth. All’inizio sembrava dovesse chiudere, perché l’affitto nel vecchio posto, sotto una nuova proprietà, sarebbe salito a 27.000 dollari al mese. 27.000, erano muri preziosi. Ma alla fine non ha chiuso. Non so cosa ci sia adesso nella vecchia sede, forse un negozio di caramelle per adulti, però questo posto nuovo è interessante. All’angolo con la Jones Street è stata scattata la foto della copertina di Freewheelin’, vicino alla casa in cui viveva Bob Dylan con la ragazza che si porta a braccetto, Suze Rotolo. Siamo nel Greenwich Village, addirittura.

E che figata che l’episodio numero dieci di vai nei negozi di dischi la serie sia capitato a New York. Di quella città, così vuota, così noiosa, ho visto solo alcuni negozi di dischi, questo è quello in cui ho ritrovato il bozzolo, e ci sono tornato due volte in una settimana, settimana in cui ero con la mia ragazza e non potevo trascorrere tutto il tempo là dentro. Salvezza, direi, sennò chi la vede la città. Il bozzolo è la sensazione dello stare bene. Spesso però il bozzolo si rivela traditore. Ti sembra di avere tutto sotto controllo e provi una sana attrazione verso gli oggetti che ti circondano, alcuni li desideri davvero tantissimo. Ad altri ti ci vorresti accucciare sopra, come il tuo gatto si accuccia sul letto sui tuoi vestiti perché gli piace l’odore. Un disco che mi ha fatto questo effetto rivedendolo tra gli scaffali del Bleecker Street è stato Mindstate di Pete Phillie and Perquisite che comprai in cd da DeeJay Mix. DeeJay Mix era un negozio di dischi a Cesena che cambiò tre sedi, a quel tempo era già nell’ultima sede, poi chiuse. Ci lavorava Antonio, che per i dischi nuovi era il migliore feed umano che conoscessi. Le novità che potevano interessarti, te le faceva sentire. E anche quelle che non potevano interessarti, così, perché bisogna sempre ascoltare cose nuove. Mindstate fu una di queste, un gran disco, con quei suoni tra Snoop Dogg e una cosa seria. Raffinatissimo. Adesso Mindstate mi piace anche solo guardarlo e ricordare, mi piace il suo odore. Allora potevo ascoltarlo per ore. Il tempo m’ingabbiava, non mi permetteva di rendermi conto del fatto che passava, era traditore. Anche il bozzolo è traditore per lo stesso motivo, il tempo passa senza che me ne accorga. Passa un’ora e io credo siano venti minuti. Sono l’ultimo dei romantici.

Ok i prezzi al Bleecker Street Records non erano bassissimi, comunque ho trovato il modo di portarmi a casa un po’ di cose, perché il bozzolo è anche una specie di parassita che risveglia l’istinto, solitamente soffocato dal pensare le cose in un’ottica pratica. Come succede nel Demone sotto la pelle. Senza conseguenze tragiche ma solo personali. Una delle quali è il senso di colpa che segue l’acquisto. Ecco, parliamo del senso di colpa che segue l’acquisto. È causato dal fatto che adesso la musica è disponibile in altri modi, gratis, e io potrei anche, e infatti lo faccio, ma in molti di quei modi non me la porto veramente a casa. Ed è causato dal fatto che sono grande e devo smettere di comprare dischi, devo investire i miei soldi, non spenderli e basta. Ma si tratta di un investimento per la mia serenità. E sono molto motivato dal fatto che mi piace l’idea dello scambio tra me, l’artista e il negozio di dischi. Io dare soldi tu dare manufatto. Quando penso a queste cose, ecco che il senso di colpa mi passa. Si tratta di un pensiero di breve durata, non di un lungo percorso filosofico cognitivo. Perché tanto è un rimuginare sempre su cose che so già. Parassita non è una bella parola, rappresenta un dolore o un peso per chi lo subisce e un’offesa per chi lo è. Invece il bozzolo è una grande sensazione, e io sono contento quando ci sono dentro. Sono l’ultimo dei romantici. Ma dovevo comunque guardare al cambio. A fine aprile un dollaro era 0.89 euro, quindi non era troppo favorevole, solo un po’, e mi sono trattenuto. Tutto dipende da questo. Il vinile nuovo era prezzato tra i 15 e i 30 dollari, con picchi vari sempre più su per le edizioni deluxe. I cd nuovi costavano dai 10 ai 20. Usato: non pervenuto.

Ho comprato: Ancient Melodies of the Future dei Built to Spill in cd perchè ce l’avevo solo masterizzato e mi stavo antipatico; i Gray Matter in vinile, un gruppo Dischord di fine anni 80 che non conoscevo, preso così rischiando il pacco perché tanto Mackaye ha sempre ragione. Tra l’altro la sede della Dischord è al 3819 di Beecher Street di Washington, foneticamente c’è solo una L di differenza con Bleecker Street, che sia anche per questo che l’ho comprato?; il vinile doppio di Frankie Welfare Boy Age 5 dei Braid, edizione del quindicesimo anniversario, con artwork nuovo e via dicendo perché sono un gonzo del deluxe; 3-Way Tie (For Last) dei Minutemen in cd perché non ce l’avevo. Là dentro si respira aria di grandi classici ma si trovano tante cose diverse, soprattutto nella scansia a sinistra.

Hanno una gatta in negozio, è tranquilla, deve avere una certa esperienza. Quando sono uscito, il giorno in cui ho scattato la foto, ho dato un’occhiata in giro e ho visto che era definitivo: i due boys non mi stavano facendo la posta. Così ho avuto via libera per pensare in tranquillità. Ho pensato che la gatta mi assomigliasse. Come lei, ero tranquillo e beato, il senso di colpa mi era già passato.

www.bleeckerstreetrecordsnyc.com

Il concerto di compleanno e alcune cose che gli sono successe intorno

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Ho ricontrollato, da Cesena a San Severo di Foggia in treno ci vogliono poco meno di cinque ore. Quel viaggio l’ho fatto insieme ad alcuni amici nell’estate del 1996. Partimmo in agosto e in mezzo c’era il mio compleanno, che ogni anno ricorre il 18. Quella volta compivo 18 anni. A San Severo siamo arrivati di mattino presto, e non fu troppo divertente sostare in stazione per un po’, non si trovava cibo e non c’era nessuno in giro se non persone che avresti voluto che non ci fossero. La spedizione in direzione campeggio sui lidi pugliesi era organizzata in questo modo: in 5 eravamo in treno, altri 4 erano in pulmino e si portavano dietro le tende di tutti. Da San Severo dovevamo salire su una locomotiva delle Ferrovie del Gargano, attraversare una parte molto brulla, dove una volta giravano gli spaghetti western, poi il Parco Nazionale, arrivare più o meno fino a Vieste e prendere un pullman verso una località di cui non ricordo il nome. Lì, in quella località, avrebbero dovuto prenderci su gli altri col pulmino e insieme avremmo dovuto raggiungere il campeggio, cosa che non successe. Strano, perché di solito andava sempre tutto liscio con quei ragazzi.
Ricordo due cose della sosta nella stanzioncina delle corriere: un piazzale di sassi bianchi e bollenti, una telefonata da un telefono pubblico a un cellulare mattonella di uno degli amici in pulmino che rispose alla chiamata (passo uno, livello di difficoltà: 2) ma (passo due, livello di difficoltà: 10) non seppe dirci dove si trovavano ma solo “qua è bellissimo”. Ricordo una cosa del viaggio in pullman: la tosse che venne al mezzo sulle salite del Parco Nazionale. E, ultimo ma più faticoso, ricordo che l’ultima parte di salita l’abbiamo fatta con gli zaini in spalla con il più grande di noi che urlava dall’inizio della fila indiana rivolto verso le montagne “chi si ferma è perduto!” mentre macinava metri su metri senza voltarsi mai. Grazie Pizzo, ricorderò sempre la tua spinta insostituibile, arrivai al campeggio grazie a te e a una compilation (108, Nirvana, Green River) che mi ero fatto e che tenevo al volume calibrato per sentire tutto, musica e grida d’incoraggiamento. Poco dopo destinazione arrivò anche il pulmino, e iniziarono 10 giorni molto divertenti.
Era 1996, quindi, cioè l’anno in cui uscì Killing Me Softly dei Fugees, il tormentone dell’estate (e del bar del campeggio) insieme a California Love di 2Pac e Dr.Dre, Summer is Crazy di Alexia e Children di Robert Miles. C’erano anche Born Slippy degli Underwold e Gangsta Paradise di Coolio, ma erano troppo violent drugs per essere trasmesse dal music dealer del bar. Per sentirle dovevi andare alla discoteca, a 200 metri di distanza, sulla spiaggia, verso le due o le tre del mattino di qualsiasi giorno della settimana. Killing Me Softly nel nostro campeggio te la davano insieme alla terra della piazzola, quasi come Summer is Crazy ma di più. Quell’estate in Gargano io m’innamorai di quella donna, Lauryn Hill non Alexia, fui geloso di Wyclef Jean e per una decina di giorni caddi in una dimensione in cui il mio rock (quasi) non esisteva. Si, la canzone con cui celebrai il raggiungimento della maggiore età fu Killing Me Softly dei Fugees, che (addirittura) campionava Bonita Applebum degli A Tribe Called Quest, che avrei scoperto qualche anno più tardi, perché non ero un rapper e in quel periodo lì la separazione tra rapper e ruocker era pesa a Cesena, come se fossimo in un film. Il primo rapper mai comparso a Cesena è un mio amico che si chiama Tomaso, non Tommaso, proprio Tomaso, perché da noi in Romagna c’è questa abitudine di non pronunciare le doppie ed è così radicata che ha travolto anche i nomi di battesimo. Tommy mi aveva detto che Killing Me Softly dei Fugees era la base dell’rnb contemporaneo, io c’avevo creduto e ci credo anche adesso, perché lui era il mio guru per la musica dei negri. Comunque, non mi aveva detto che è una cover di una canzone di Charles Fox e Norman Gimbel, che non sono due rapper ma due compositori. Per questa mancanza, non si merita ulteriori righe si blog e torno a parlare del mio compleanno del 1996.
Per cena, eravamo a mangiare su una baracca bianca in spiaggia. Da bere prendemmo del Sangiovese, giusto per non sentirci troppo lontani da casa. Furono dieci giorni da diciottenni in vacanza. Quella sera, alla discoteca, davano musica che non ci piaceva, così io e un altro amico (quello che dormiva in tenda con me) ci mettemmo davanti alla consolle e iniziammo a fare finta di essere fatti di coca, tirando su col naso e pulendoci le gengive con le dita. Il dj ci guardava con gli occhi spenti e basta, chissà cosa speravamo di ottenere.
L’altra sera all’Hana Bi hanno suonato i Fuzz, quelli di Ty Segall. Lui ha 28 anni compiuto l’8 giugno, e dal 2008 – anzi dal 2005, ma con meno foga, come componente di Epsilons, Party Fowl e Traditional Fools – si sta costruendo una discografia pazzesca tra ep, album per i fatti suoi e collaborazioni. Con i Fuzz ha fatto un numero piuttosto elevato di ep e due dischi, i Fuzz stessi hanno fatto un numero piuttosto elevato di ep e due dischi. Sono tra Pink Floyd, Spacemen 3, Mercury Rev, Black Sabbath, Fuzztones, Monster Magnet e fanno una cosa unica di garage e heavy metal con dentro del rock psichedelico, spaziale, stoner, raccogliendo le influenze dagli anni 60 fino a oggi, e qualche volta hanno pure un bagliore di Raga Rock. Sono belli ripetivi, sono fighi, dal vivo suonano forte con un sacco di pentatoniche (grazie Giovanni) e quest’anno sono stati il concerto del mio compleanno.
Ho avuto tante canzoni del compleanno (Midlife Crisis dei Faith no more nel 93, Death or Glory dei Clash tutta l’estate della maturità, On the seabiscuit range dei Clever Square l’anno scorso) ma non mi era mai capitato di essere a un concerto proprio quel giorno lì. Improvvisamente me ne sono reso conto e ho pensato che non fosse una cosa particolarmente significativa ma che mi sarebbe piaciuto festeggiare in quel modo, così ho colto al volo l’occasione per andare a vedere Ty Segall. La serata è partita benissimo. I Fuzz erano già lì che facevano roteare per bene le loro pelli e le loro corde come se fossero dentro al concerto da un’ora, in realtà avevano appena iniziato. Un tipo (un signore, non un ragazzino) che conosco di vista, arrivato probabilmente molto presto per prendere il posto in prima fila vista la gran massa di gente presente, tra una canzone e l’altra si alzava sulla transenna con un colpo di reni incredibile per la sua età, si voltava e s’incazzava urlando cose incomprensibili – per colpa della confusione – a quelli dietro di lui che facevano casino, cioè cose come pogo e spinte, insomma cose mai viste e imprevedibili a un concerto dei Fuzz. Proprio mentre aspettavo il terzo colpo di reni sulla transenna, ho visto mio fratello e sono andato a salutarlo. Eravamo rimasti vagamente d’accordo che ci saremmo visti al concerto, dal momento che era il 18 agosto ed era una buona occasione per farci un saluto. Non ci vediamo spesso ultimamente. Era con due amici, uno dei quali mi ha detto “devi fartene una ragione” e io non ho capito se si riferiva agli eterni giri psycho garage dei Fuzz o ai miei 37 anni. Così come ci siamo visti (per caso) poco dopo ci siamo persi di vista, perché io ho incrociato un altro mio amico, uno che pensa che i Calexico siano i nuovi Gipsy Kings, come me, l’ho salutato, l’ho perso, mi sono girato, ho perso la mia ragazza, mi sono voltato verso il palco e il tizio incazzato aveva appena lanciato un labiale violentissimo contro i giovani che si facevano male e che gli facevano male sotto il naso senza che lui potesse farci niente, nonostante l’ira terribile.

Quella sera al chiosco sulla spiaggia spinavano una birra speciale, la Monkey. Dovendo guidare non avevo nessuna intenzione di assaggiarla, visto che mi ero già giocato il bonus bevendo una birra normale al bar. Durante i concerti all’Hana Bi, vista la location estiva e lo spirito di libertà che infonde, possono capitare cose impreviste, come parlare con gli amici delle cose della vita, e tutto può nascere addirittura da un compleanno come tutti gli altri, come quello dell’anno scorso e dell’anno prima, solo con un concerto in più che lo accompagna. Basta avere una capacità, che per alcuni è una normale attività quotidiana: riuscire contemporaneamente a fare chiacchere e ascoltare chi suona, è bello, si può fare, non vuol dire che non hai seguito lo shou, funziona ed è molto utile. Mentre facevo lo slalom tra una sedia e l’altra sulla sabbia, anche per evitare che mi venisse il formicolìo ai piedi da eccessivo stare fermo e in piedi, ho visto un amico e gli ho detto “è il mio compleanno!” e lui ha detto “davvero!? birra!”. E ci siamo fiondati al bancone della Monkey Beer a prendere due medie. C’era una fila abbastanza lunga e nella bolgia, nel momento in cui finalmente ha messo in canna i nostri bicchieri, il barista ha fatto in modo che lo scontrino che gli avevamo appena appoggiato sotto gli occhi venisse risucchiato giù giù nel lago di birra che si forma sotto alle spine e scomparisse per sempre, al suono di un fuzz onnicoprente. È bastato un “te l’avevo messo qui, lo giuro!” in risposta all’accusatorio “e lo scontrino?!” per farlo calmare subito e permettergli di proseguire nel suo lavoro, uno dei più preziosi della serata. La birra era molto buona e la mia era anche un po’ più di media, visto che a un certo punto della conversazione si è stabilito che io non dovessi guidare al ritorno. Francesco invece doveva, visto che era solo, e ha travasato un bel tre dita di sua Monkey nel mio bicchiere. Non sono mai stato un accanito sostenitore del piacere della conversazione, non sempre provo piacere nel fare conversazione. Questo non vuol dire che non voglia avere a che fare con le persone che ho vicino, ma solo che a volte penso ad altro. Non vorrei passare per stronzo per questo. Però ci sono delle persone che mi fanno cambiare idea su questa questione, lì sul momento, durante la chiacchierata, sicuramente per quello che dicono oppure, boh, per una serie di motivi che mi fa scoprire una cosa nuova. Per essere più preciso, a volte mi chiedo “ma perché con questa persona non c’ho parlato più spesso in passato?”. L’altra sera, mentre mi formulavo la domanda nel cervello, i Fuzz hanno chiuso il concerto e salutato tutti. A quel punto la serata poteva terminare perché la musica dal vivo alla fine è la base di tutto, la scusa bella che ci tiene lì ad ascoltare, e anche a fare discorsi sulle cose. Finita quella, se il tempo stringe, se il giorno dopo lavori o altri cazzi, vuol dire che il tempo è scaduto.
Il mio amico mi dice che deve andarsene, appunto. Andiamo a cercare gli altri, li troviamo, il gruppo si sfalda abbastanza in fretta e io vado a ordinare due Dark’n’Stormy al bar perché, è ufficiale, non guido al ritorno. Non sono tutti e due per me, uno è per un altro amico. Nel momento in cui glielo do e mi fa gli auguri, il tempo è come se non esistesse e, proprio perché non esiste, non se ne avverte lo scorrere, è come se viaggiasse più veloce della luce e la sua velocità non riuscissimo neanche a percepirla. Quella sera il dj non mi è piaciuto e il cocktail è finito subito. È già passata la mezzanotte da un po’, l’estate per alcuni è finita, ci salutiamo dicendoci alla prossima, c’è un po’ di tristezza in tutto quello che succede e non è solo perché la prossima volta che ci rivedremo sarà autunno, c’è qualcos’altro. Non so se era quello, ma sei giorni dopo (oggi) i Clever Square hanno reso ufficiale la notizia del loro scioglimento. Al momento dei saluti la sera dei Fuzz c’erano due di loro, avevo visto l’inquietudine in uno di loro, ma non posso dire che fosse quello il motivo, non so neanche se tutto fosse già deciso. Comunque sia, il mio compleanno si è chiuso con quelle sensazioni, che hanno trascinato la coda del concerto dei Fuzz fino all’uscita, poi sulla strada verso la macchina hanno preso il sopravvento e coperto tutti i toni della chitarra che il mio amico sessantenne voleva ascoltarsi in santa pace in prima fila con lo stomaco ammaccato sulla transenna.
Sabato 21 agosto, i Clever Square hanno fatto il loro concerto più bello, almeno tra quelli che ho visto io. Era l’ultima data, io non lo sapevo, ma qualcosa che non andava c’era, fuori dal palco. Oggi, facendo convergere sensazioni distanti provate in serate diverse, il risultato è il vuoto. I Clever non ci sono più e non ci saranno più neanche i loro live, situazione nella quale mi piaceva moltissimo trovarmi. Però c’è la loro musica, che rimarrà anche quando altre estati e altri compleanni saranno passati, e ancora dopo. Ci saranno periodi in cui la ascolterò meno o non l’ascolterò per niente, ma quando vorrò potrò tornarci su solo per godermela e spaccarmi di ricordi allo stesso tempo. La loro musica io ce l’ho qui a casa, su tutti i formati possibili, perché così me la posso portare dove voglio.