Il concerto di compleanno e alcune cose che gli sono successe intorno

compleanno

Ho ricontrollato, da Cesena a San Severo di Foggia in treno ci vogliono poco meno di cinque ore. Quel viaggio l’ho fatto insieme ad alcuni amici nell’estate del 1996. Partimmo in agosto e in mezzo c’era il mio compleanno, che ogni anno ricorre il 18. Quella volta compivo 18 anni. A San Severo siamo arrivati di mattino presto, e non fu troppo divertente sostare in stazione per un po’, non si trovava cibo e non c’era nessuno in giro se non persone che avresti voluto che non ci fossero. La spedizione in direzione campeggio sui lidi pugliesi era organizzata in questo modo: in 5 eravamo in treno, altri 4 erano in pulmino e si portavano dietro le tende di tutti. Da San Severo dovevamo salire su una locomotiva delle Ferrovie del Gargano, attraversare una parte molto brulla, dove una volta giravano gli spaghetti western, poi il Parco Nazionale, arrivare più o meno fino a Vieste e prendere un pullman verso una località di cui non ricordo il nome. Lì, in quella località, avrebbero dovuto prenderci su gli altri col pulmino e insieme avremmo dovuto raggiungere il campeggio, cosa che non successe. Strano, perché di solito andava sempre tutto liscio con quei ragazzi.
Ricordo due cose della sosta nella stanzioncina delle corriere: un piazzale di sassi bianchi e bollenti, una telefonata da un telefono pubblico a un cellulare mattonella di uno degli amici in pulmino che rispose alla chiamata (passo uno, livello di difficoltà: 2) ma (passo due, livello di difficoltà: 10) non seppe dirci dove si trovavano ma solo “qua è bellissimo”. Ricordo una cosa del viaggio in pullman: la tosse che venne al mezzo sulle salite del Parco Nazionale. E, ultimo ma più faticoso, ricordo che l’ultima parte di salita l’abbiamo fatta con gli zaini in spalla con il più grande di noi che urlava dall’inizio della fila indiana rivolto verso le montagne “chi si ferma è perduto!” mentre macinava metri su metri senza voltarsi mai. Grazie Pizzo, ricorderò sempre la tua spinta insostituibile, arrivai al campeggio grazie a te e a una compilation (108, Nirvana, Green River) che mi ero fatto e che tenevo al volume calibrato per sentire tutto, musica e grida d’incoraggiamento. Poco dopo destinazione arrivò anche il pulmino, e iniziarono 10 giorni molto divertenti.
Era 1996, quindi, cioè l’anno in cui uscì Killing Me Softly dei Fugees, il tormentone dell’estate (e del bar del campeggio) insieme a California Love di 2Pac e Dr.Dre, Summer is Crazy di Alexia e Children di Robert Miles. C’erano anche Born Slippy degli Underwold e Gangsta Paradise di Coolio, ma erano troppo violent drugs per essere trasmesse dal music dealer del bar. Per sentirle dovevi andare alla discoteca, a 200 metri di distanza, sulla spiaggia, verso le due o le tre del mattino di qualsiasi giorno della settimana. Killing Me Softly nel nostro campeggio te la davano insieme alla terra della piazzola, quasi come Summer is Crazy ma di più. Quell’estate in Gargano io m’innamorai di quella donna, Lauryn Hill non Alexia, fui geloso di Wyclef Jean e per una decina di giorni caddi in una dimensione in cui il mio rock (quasi) non esisteva. Si, la canzone con cui celebrai il raggiungimento della maggiore età fu Killing Me Softly dei Fugees, che (addirittura) campionava Bonita Applebum degli A Tribe Called Quest, che avrei scoperto qualche anno più tardi, perché non ero un rapper e in quel periodo lì la separazione tra rapper e ruocker era pesa a Cesena, come se fossimo in un film. Il primo rapper mai comparso a Cesena è un mio amico che si chiama Tomaso, non Tommaso, proprio Tomaso, perché da noi in Romagna c’è questa abitudine di non pronunciare le doppie ed è così radicata che ha travolto anche i nomi di battesimo. Tommy mi aveva detto che Killing Me Softly dei Fugees era la base dell’rnb contemporaneo, io c’avevo creduto e ci credo anche adesso, perché lui era il mio guru per la musica dei negri. Comunque, non mi aveva detto che è una cover di una canzone di Charles Fox e Norman Gimbel, che non sono due rapper ma due compositori. Per questa mancanza, non si merita ulteriori righe si blog e torno a parlare del mio compleanno del 1996.
Per cena, eravamo a mangiare su una baracca bianca in spiaggia. Da bere prendemmo del Sangiovese, giusto per non sentirci troppo lontani da casa. Furono dieci giorni da diciottenni in vacanza. Quella sera, alla discoteca, davano musica che non ci piaceva, così io e un altro amico (quello che dormiva in tenda con me) ci mettemmo davanti alla consolle e iniziammo a fare finta di essere fatti di coca, tirando su col naso e pulendoci le gengive con le dita. Il dj ci guardava con gli occhi spenti e basta, chissà cosa speravamo di ottenere.
L’altra sera all’Hana Bi hanno suonato i Fuzz, quelli di Ty Segall. Lui ha 28 anni compiuto l’8 giugno, e dal 2008 – anzi dal 2005, ma con meno foga, come componente di Epsilons, Party Fowl e Traditional Fools – si sta costruendo una discografia pazzesca tra ep, album per i fatti suoi e collaborazioni. Con i Fuzz ha fatto un numero piuttosto elevato di ep e due dischi, i Fuzz stessi hanno fatto un numero piuttosto elevato di ep e due dischi. Sono tra Pink Floyd, Spacemen 3, Mercury Rev, Black Sabbath, Fuzztones, Monster Magnet e fanno una cosa unica di garage e heavy metal con dentro del rock psichedelico, spaziale, stoner, raccogliendo le influenze dagli anni 60 fino a oggi, e qualche volta hanno pure un bagliore di Raga Rock. Sono belli ripetivi, sono fighi, dal vivo suonano forte con un sacco di pentatoniche (grazie Giovanni) e quest’anno sono stati il concerto del mio compleanno.
Ho avuto tante canzoni del compleanno (Midlife Crisis dei Faith no more nel 93, Death or Glory dei Clash tutta l’estate della maturità, On the seabiscuit range dei Clever Square l’anno scorso) ma non mi era mai capitato di essere a un concerto proprio quel giorno lì. Improvvisamente me ne sono reso conto e ho pensato che non fosse una cosa particolarmente significativa ma che mi sarebbe piaciuto festeggiare in quel modo, così ho colto al volo l’occasione per andare a vedere Ty Segall. La serata è partita benissimo. I Fuzz erano già lì che facevano roteare per bene le loro pelli e le loro corde come se fossero dentro al concerto da un’ora, in realtà avevano appena iniziato. Un tipo (un signore, non un ragazzino) che conosco di vista, arrivato probabilmente molto presto per prendere il posto in prima fila vista la gran massa di gente presente, tra una canzone e l’altra si alzava sulla transenna con un colpo di reni incredibile per la sua età, si voltava e s’incazzava urlando cose incomprensibili – per colpa della confusione – a quelli dietro di lui che facevano casino, cioè cose come pogo e spinte, insomma cose mai viste e imprevedibili a un concerto dei Fuzz. Proprio mentre aspettavo il terzo colpo di reni sulla transenna, ho visto mio fratello e sono andato a salutarlo. Eravamo rimasti vagamente d’accordo che ci saremmo visti al concerto, dal momento che era il 18 agosto ed era una buona occasione per farci un saluto. Non ci vediamo spesso ultimamente. Era con due amici, uno dei quali mi ha detto “devi fartene una ragione” e io non ho capito se si riferiva agli eterni giri psycho garage dei Fuzz o ai miei 37 anni. Così come ci siamo visti (per caso) poco dopo ci siamo persi di vista, perché io ho incrociato un altro mio amico, uno che pensa che i Calexico siano i nuovi Gipsy Kings, come me, l’ho salutato, l’ho perso, mi sono girato, ho perso la mia ragazza, mi sono voltato verso il palco e il tizio incazzato aveva appena lanciato un labiale violentissimo contro i giovani che si facevano male e che gli facevano male sotto il naso senza che lui potesse farci niente, nonostante l’ira terribile.

Quella sera al chiosco sulla spiaggia spinavano una birra speciale, la Monkey. Dovendo guidare non avevo nessuna intenzione di assaggiarla, visto che mi ero già giocato il bonus bevendo una birra normale al bar. Durante i concerti all’Hana Bi, vista la location estiva e lo spirito di libertà che infonde, possono capitare cose impreviste, come parlare con gli amici delle cose della vita, e tutto può nascere addirittura da un compleanno come tutti gli altri, come quello dell’anno scorso e dell’anno prima, solo con un concerto in più che lo accompagna. Basta avere una capacità, che per alcuni è una normale attività quotidiana: riuscire contemporaneamente a fare chiacchere e ascoltare chi suona, è bello, si può fare, non vuol dire che non hai seguito lo shou, funziona ed è molto utile. Mentre facevo lo slalom tra una sedia e l’altra sulla sabbia, anche per evitare che mi venisse il formicolìo ai piedi da eccessivo stare fermo e in piedi, ho visto un amico e gli ho detto “è il mio compleanno!” e lui ha detto “davvero!? birra!”. E ci siamo fiondati al bancone della Monkey Beer a prendere due medie. C’era una fila abbastanza lunga e nella bolgia, nel momento in cui finalmente ha messo in canna i nostri bicchieri, il barista ha fatto in modo che lo scontrino che gli avevamo appena appoggiato sotto gli occhi venisse risucchiato giù giù nel lago di birra che si forma sotto alle spine e scomparisse per sempre, al suono di un fuzz onnicoprente. È bastato un “te l’avevo messo qui, lo giuro!” in risposta all’accusatorio “e lo scontrino?!” per farlo calmare subito e permettergli di proseguire nel suo lavoro, uno dei più preziosi della serata. La birra era molto buona e la mia era anche un po’ più di media, visto che a un certo punto della conversazione si è stabilito che io non dovessi guidare al ritorno. Francesco invece doveva, visto che era solo, e ha travasato un bel tre dita di sua Monkey nel mio bicchiere. Non sono mai stato un accanito sostenitore del piacere della conversazione, non sempre provo piacere nel fare conversazione. Questo non vuol dire che non voglia avere a che fare con le persone che ho vicino, ma solo che a volte penso ad altro. Non vorrei passare per stronzo per questo. Però ci sono delle persone che mi fanno cambiare idea su questa questione, lì sul momento, durante la chiacchierata, sicuramente per quello che dicono oppure, boh, per una serie di motivi che mi fa scoprire una cosa nuova. Per essere più preciso, a volte mi chiedo “ma perché con questa persona non c’ho parlato più spesso in passato?”. L’altra sera, mentre mi formulavo la domanda nel cervello, i Fuzz hanno chiuso il concerto e salutato tutti. A quel punto la serata poteva terminare perché la musica dal vivo alla fine è la base di tutto, la scusa bella che ci tiene lì ad ascoltare, e anche a fare discorsi sulle cose. Finita quella, se il tempo stringe, se il giorno dopo lavori o altri cazzi, vuol dire che il tempo è scaduto.
Il mio amico mi dice che deve andarsene, appunto. Andiamo a cercare gli altri, li troviamo, il gruppo si sfalda abbastanza in fretta e io vado a ordinare due Dark’n’Stormy al bar perché, è ufficiale, non guido al ritorno. Non sono tutti e due per me, uno è per un altro amico. Nel momento in cui glielo do e mi fa gli auguri, il tempo è come se non esistesse e, proprio perché non esiste, non se ne avverte lo scorrere, è come se viaggiasse più veloce della luce e la sua velocità non riuscissimo neanche a percepirla. Quella sera il dj non mi è piaciuto e il cocktail è finito subito. È già passata la mezzanotte da un po’, l’estate per alcuni è finita, ci salutiamo dicendoci alla prossima, c’è un po’ di tristezza in tutto quello che succede e non è solo perché la prossima volta che ci rivedremo sarà autunno, c’è qualcos’altro. Non so se era quello, ma sei giorni dopo (oggi) i Clever Square hanno reso ufficiale la notizia del loro scioglimento. Al momento dei saluti la sera dei Fuzz c’erano due di loro, avevo visto l’inquietudine in uno di loro, ma non posso dire che fosse quello il motivo, non so neanche se tutto fosse già deciso. Comunque sia, il mio compleanno si è chiuso con quelle sensazioni, che hanno trascinato la coda del concerto dei Fuzz fino all’uscita, poi sulla strada verso la macchina hanno preso il sopravvento e coperto tutti i toni della chitarra che il mio amico sessantenne voleva ascoltarsi in santa pace in prima fila con lo stomaco ammaccato sulla transenna.
Sabato 21 agosto, i Clever Square hanno fatto il loro concerto più bello, almeno tra quelli che ho visto io. Era l’ultima data, io non lo sapevo, ma qualcosa che non andava c’era, fuori dal palco. Oggi, facendo convergere sensazioni distanti provate in serate diverse, il risultato è il vuoto. I Clever non ci sono più e non ci saranno più neanche i loro live, situazione nella quale mi piaceva moltissimo trovarmi. Però c’è la loro musica, che rimarrà anche quando altre estati e altri compleanni saranno passati, e ancora dopo. Ci saranno periodi in cui la ascolterò meno o non l’ascolterò per niente, ma quando vorrò potrò tornarci su solo per godermela e spaccarmi di ricordi allo stesso tempo. La loro musica io ce l’ho qui a casa, su tutti i formati possibili, perché così me la posso portare dove voglio.

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