Il nuovo disco di Miley Cyrus è bellissimo

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Lo so che lei sono due anni che fa la lingua, so che il disco è in buona parte prodotto e scritto dai Flaming Lips, e che loro sono il miglior gruppo pop della Sfera quindi bisogna distribuire i meriti del risultato, so anche che lei ha continui atteggiamenti probabilmente offensivi nei confronti del sesso femminile, come altre sue colleghe, so che ci bombarda di continuo col personaggio che ha/hanno creato e che potrebbe essere un pessimo esempio per le ragazzine, so che il suo disco è quello che ottenete se al tempo stesso semplificate, rendete più tamarro con le finte aritmie e spaciugate The Terror con l’hip hop anni 90, P. Diddy, i Portishead e FKA Twigs. So tutte queste cose. Miley Cyrus è un personaggio così stupido che la sua stupidità è sinonimo di mancanza di profondità, che sfocia nell’eccesso bambinesco e in un atteggiamento da fuck the world in pon pon, è così stupida che con Bangerz ha dovuto chiamare Terry Richardson per spaccare con un video. Terry Richardson. Ma nel suo disco nuovo, Miley Cyrus & Her Dead Petz, c’è una solutidine così forte (Fweaky) e una paura così evidente (I Get so Scared) da mettermi all’angolo. E il suo tono di voce è così smaccatamente ingannevole, a volte aggressivo a volte il contrario a volte svogliato, che io ci casco subito. Ogni volta sulla voce ha un effetto, non è lei e non è mai vicina, i metri di distacco che raggiunge dalle cuffie in cui l’ascolti sono tanti, e sono tra le cose che mi stanno piacendo di più. L’incontro tra Miley Cyrus e i Flaming Lips più l’ascolto più scopro essere l’ideale (Karen Don’t Be Sad) e la sintonia è evidente, non bisogna negarsi a certe affinità. Evil is but a shadow è un titolo noir, per una canzone molto noir, da cui viene fuori ancora di più il tocco dei Flaming Lips, sbilanciati dentro ai Portishead. E Pablow the Blowfish probabilmente è la canzone che preferisco. È dedicata a un animale e alla fine MC fa finta di piangere e le riesce benone. Un pezzo incredibile.
Questo è il pop che voglio da una star, sofferto e divertito, finto senza mezzi termini, paraculo e bilanciato perfettamente tra un pubblico composto da chi ascolta la musica e da chi ascolta la musica. In modo da fregarci tutti. Con le melodie che incalzano il cervello ma lo lasciano anche spacchettato, immobile, non essendo il disco sempre in grado di dare input da sviluppare, ma da accettare così come suono. Con un’aria vagamente intelligente ma un aspetto svenevolmente provocatorio, urlato e sussurrato, con l’immaginazione al potere non più di quanto lo sia già stata in passato nei Flaming Lips, ma comunque vittoriosa quanto basta per dire ok hai vinto, questo disco è bellissimo. Anche se lei sembra fissata solo con la lingua, le creste bionde e i costumi alla Borat.

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