Luge alla ricerca del suo wonderwall

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Luge era un mio amico, lo è ancora, quando lo incontro ci salutiamo, niente di più, ci salutiamo e basta. Non è successo niente di particolare, sono solo passati un po’ di anni, abbastanza da rendere imbarazzante un qualsiasi tipo di dialogo. Luge era un figo: era un bel ragazzo, lavorava e sapeva giocare a calcio, praticamente aveva tutto. Occhi azzurri, capelli castano chiari lunghezza media un po’ spettinati un po’ ingellati sulle tempie e sulla fronte, jeans rotto e felpa o maglia di lana perennemente senza camicia. Portò per la prima volta a Cesena il jeans col cagotto, quello calato fino alla fine del culo, non a vita bassa, molto abbassato ma mai troppo, stretto dalla cintura di pelle, un segno di ribellione equilibrata. Sapeva camminarci alla grande. Dopo di lui dilagò la moda, ma nessuno sapeva portarli come lui, sembravano tutti scemi, legati come salami.
Ma l’accessorio più figo del look di Luge era lo scooter: il Quartz blu con raffreddamento a liquido. Lo trattava come un oggetto assolutamente privo di valore. Il cavalletto si ruppe il primo giorno e non l’ha mai fatto mettere a posto, piuttosto appoggiava il suo cavallo a una staccionata, a un albero o lo stendeva per terra. Nel giro di qualche anno, in molti trattavano male lo scooter. Luge aveva fatto scuola, ancora una volta. Negli ultimi giorni di vita il Quartz era messo davvero male. E quello era il momento migliore, l’apice della curva verso la coolness. Era questione di estetica della vita, di way of life, non poteva che essere così.
Luge non camminava, saltellava sulle punte. Questo gli dava un portamento sicuro. E aveva una risata acuta e tagliente, provocatoria. Era sempre un po’ sopra alle righe, faceva un po’ la testa calda, aiutato anche dalla stazza nerboruta e dalle ossa grosse, ma era un buon ragazzo. Con me è sempre stato tranquillo. Fu uno di quelli che mi salvò dai ragazzi che volevano menarmi con il tirapugni a Serravalle. Adesso sembra che io abbia vissuto nella banlieu di Parigi ma no, era Cesena, e quello è l’unico episodio di quel tipo che mi sia mai successo. Per il resto, niente vita pericolosa.

Con gli amici ci vedevamo in questo Serravalle, un parco scrauso sotto le mura est (?) della città. Alcuni ci stavano tutto il giorno, quand’era bel tempo. Io non ero tra quelli sempre presenti, infatti non avevo un ruolo particolare. D’inverno ci si spostava al bar Wilson. Una sera di ritorno dalla vasca in centro con due amici, entriamo dall’ingresso laterale dei giardini e vediamo del movimento dove avevamo lasciato i motori, dove li lasciavamo sempre. Un gruppo di ragazzi ubriachi. Avvicinandoci, individuiamo qualche viso noto. Ci chiedono da accendere. Uno non ce l’ha, l’altro neanche, io ce l’ho. Prendo l’accendino dalla tasca e loro mi accerchiano, uno fa il giro da dietro e fa partire un montante, col tirapugni, l’ho visto. L’ho scansato quel cazzotto: l’unico riflesso da pugile della mia vita. Gli altri li ho dribblati e sono corso verso il bar. I miei due amici non c’erano, scappati, ma c’era Luge. Insieme a un altro tipo basso e grosso (uno che giocava a rugby) mi ha accompagnato al motore. Sentivamo i teppisti che risalivano il giardino in direzione opposta, gridando “se lo prendiamo lo ammazziamo, se lo prendiamo lo ammazziamo”. Salgo sul mio scooter, grazie Luge, grazie Simone, vado a casa. Giro di telefonate panico con i genitori dei miei amici, che erano rincasati, bel coraggio, e buonanotte. Il giorno dopo le panchine di Serravalle erano imbrattate, i cestini rovesciati, in giro c’era pure del sangue. Ragazzate.

A calcio Luge faceva il portiere, ed era un portiere della madonna, con una tigna incredibile, saltava come una faina, se la sera prima non aveva bevuto troppo. La sua passione sfrenata per il calcio lo portava, ogni tanto, non sempre, a parlare per cori, quelli che imparava allo stadio Manuzzi, di cui era un assiduo frequentatore, come me del resto. Un’altra delle cose che cantava erano le canzoni degli Oasis, di cui era un grande fan. La loro arroganza, quella di Liam, era in linea perfetta con il carattere di Luge. Per questo io, fan dei Blur, lo guardavo un po’ di traverso, ma non dicevo niente. Del resto non era il caso di fare una tragedia, c’erano altre cose che io Luge avevamo in comune: la domenica allo stadio, appunto, e anch’io avevo il Quartz, col raffreddamento a liquido, come il suo però rosso, e anch’io l’avevo trattato male una volta, involontariamente, ma tentai di farla passare come una cosa voluta. Espressi la via ribellione su di lui una volta sola, perché mio babbo s’era incazzato molto e in seguito prestai molta attenzione. Oltre a queste due cose, non avevo nient’altro in comune con Luge.

Quello era il periodo in cui al sabato mi ubriacavo spesso, lui sempre di più comunque. Una sera rimasi molto tempo fuori dal locale più vicino alla città, il Vidia, che è anche famoso. Sotto la pioggia, seduto sul marciapiede tra le macchine parcheggiate davanti all’ingresso, con una papalina blu in testa e la testa tra le gambe.

A un certo punto sento da lontano uno che canta a squarcia gola Today is gonna be the day that they’re gonna throw it back to you. By now you should’ve somehow realized what you gotta do. I don’t believe that anybody feels the way I do about you now, realizzo che la voce non mi è nuova e alzo lo sguardo: oltre l’orizzonte dei cofani a tre centimetri dal mio naso vedo Luge in performance, con le braccia al cielo, in maglione e jeans basso. Erano pene d’amore? Magari aveva litigato ancora con la sua ragazza, ricordo un rapporto difficile. Chissà se pensava che fosse lei il suo wonderwall. Because maybe You’re gonna be the one that saves me And after all You’re my Wonderwall. Comunque stessero le cose, fu la mia sveglia, spalancai gli occhi, mi alzai barcollando e seguii il suo canto, rientrai in discoteca. Nel corridoio d’ingresso, Luge si era calmato, per non farsi cacciare, e non cantava più. Io gli ero dietro, lui non si era accorto di me, io avevo la gola secca. Nell’esatto istante in cui feci vedere il timbro sulla mano al buttafuori, il dj attaccò Wonderwall. Luge pochi metri davanti a me alzò le braccia al cielo e urlò di gioia, con la bocca spalancata che neanche Schillaci, e si precipitò in pista. Eccolo, l’aveva trovato: il suo vero, unico wonderwall, gli stava andando dritto incontro. Io no, non stavo bene e poi ero un fan dei Blur e mi rifiutai facendo una boccaccia.

Questo è il ricordo più vivo che ho di (What’s the Story) Morning Glory?, uscito 20 anni fa.

1995 contro 1995, lo stesso anno uscì anche Blur, quello con Song 2. Riascoltandolo adesso è un po’ stupido ma non è male. Si ascolta molto bene, canzoni brevi e non troppo impegnative, a tratti un po’ insistite su un’unica vera idea (You’re So Great), con le girandole fatte di chitarra che a volte rappresentano un legame strettissimo con i dischi precedenti (non è più brit pop, ma è comunque pop), a volte sono invenzioni degne di nota, altre un’eco sicuramente volontaria degli Husker Du o dei Beastie Boys. (What’s the Story) Morning Glory? è ancora un treno in corsa invece. I Blur, nel tentativo di evolversi, vent’anni fa ce l’hanno fatta ma ascoltate adesso molte canzoni di Blur sembrano un giochino con le molle. Gli Oasis non avevano cambiato una virgola rispetto al primo disco, Noel ha solo scritto canzoni migliori, 20 anni fa dicevo che palle, adesso penso che quel non cambiamento gli abbia permesso di essere (20 anni dopo) più solidi e resistenti dei Blur. E poi vado per gli anta e quando sento Wonderwall non mi arrabbio più, mi s’intenerisce il cuore.

Davvero, non l’avrei mai detto che anche in questo avrei assomigliato a Luge.

Are You Ready To Be Heartbroken? (GIONA, in particolare sui testi)

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L’AMO, quando si è sciolto, ha condiviso su Facebook un post molto triste. La tristezza era a un livello tale da diventare l’humus su cui scrivere un disco nuovo: GIONA. Per tutti i giovani tristi è uscito in streaming non molto tempo fa e uscirà fisicamente tra poco per To Lose La Track, Stop Records e Fallo Dischi. È un titolo esplicito. La prima canzone emersa dalla coltre dell’attesa (almeno per me) è stata Peroni, che racconta l’inutilità di una vita senza la persona che ami e senza le cose che vorresti – ma che non è più possibile – fare insieme a lei. Piccole cose, senza le quali rimane un vuoto che devi colmare da solo. Alla fine ho collegato e scoperto che parlare di quell’inutilità significa esserne coscienti e che dentro a Peroni c’è una consapevolezza rocciosa, ma di una persona a pezzi. Ci sono arrivato solo ascoltando tutto il disco. (Apro una piccolissima parentesi. Per ogni cosa, se ne parlo ne sono cosciente, ma una canzone ben scritta e ben suonata amplifica tutto. A volte, l’idea che mi faccio del primo pezzo estratto da un disco cambia molto quando ascolto tutto il resto. A quel punto la prospettiva sul singolo cambia e cambia il suo significato. Mi è successo con Peroni, che all’inizio per me era solo una canzone triste).

L’elenco delle canzoni di Per tutti i giovani tristi è questo, mi serve perché così posso mettere in neretto quelle di cui parlo di più. L’ordine nella track list non segue un discorso logico. Dopo vediamo in che senso.

1.Guardia
2.Squassanti
3.Pendere
4.Coerenza Tralalà
5.Tutto Tutto Vero
6.Gaiola
7.Peroni
8.BAR
9.Tutto Tutto Nero 
10.Do You Wanna Dance?
11.Traiano
12.Assonnata

Legatissimo come sonorità alla new wave italiana di adesso, a Tante Anna e Havah, Giona ha un modo di cantare più irregolare di Baronciani e Camorani. Si è preso il suo spazio, le sue distorsioni sono meno sature, meno dark ed è più pop anche di Havah.
La musica ha tratti più morbidi rispetto a L’Amo. Li prende anche da Daydream Nation dei Sonic Youth. La cosa più travolgente è che li usa per raccontare punti di vista trancianti. I tratti morbidi danno vita a una calma sorprendente e a parole senza paura nel delineare le parti più inquietanti della vita, sugli amici, la propria città e l’amore. Succede in Assonnata, che dice “il taglio che ho su di me mi serve per portarti con me” in mezzo all’eco delle chitarre, laggiù, come se stesse parlando di cose senza importanza e innocue, come se solo la musica avesse importanza. Invece la musica è solo il muro contro cui si spiaccica la vita delle parole, ancora più violente della materia di quello schianto. Assonnata parla di un amore finito di cui non puoi fare a meno, una cosa che succede a milioni di persone. Ma a Giona succede in quel modo lì, con quelle chitarre e con quelle poche parole, che inquadrano la disperazione. Il tono nichilista ma propositivo, sempre favorevole alla distruzione, aggiunge il tocco di classe: “smetterei per non sapere cosa fare”. Del resto, le canzoni si nutrono del passato di Guardia, in cui si trascorreva “tutto il giorno a ridere di quello che non sarà” e in cui ogni verso scava una badilata in più nella fossa del cinismo: “picchiami come facevi dieci anni fa > picchiami sul cuore > cercalo in questa cavità > come al tempo della droga”. Giona fa sempre una scelta precisa, la sua vita è triste ma non è nelle mani di qualcun altro. Tutte le parole sono scritte in quest’ottica di reazione alle cose, ironica, beffarda e masochista, con molte sfumature. Pendere è il primo episodio della reazione contro la sudditanza. Dice: “lasceremo agli altri pendere dalle tue labbra: son troppo alto, son troppo alto. a ben vedere credo che tutto quello fin qui visto non è memorabile”. Poi Giona diventa quello che ha già dato e detto tutto, non disincantato ma svuotato da tutti i tentativi fatti, in Coerenza Tralalà, che dice “e se occorresse un motivo, ti prego non guardare me”. Tutto tutto vero è un’altra canzone all’attacco, poi il cuore torna in fondo alla bottiglia di Gaiola, e “non morir così sarebbe un peccato”.
Sono immagini che non restituiscono una linea di pensiero costante, al contrario. Descrivono situazioni tragiche aggredite con la forza delle parole che le immortalano, distaccandosene ma allo stesso tempo rendendole vivissime. È uno scontro condotto in modo instabile.

Poi arriva il giro di Peroni, momento-base, scena madre di un disco che mi provoca reazioni inaspettate. Quello iniziale è uno di quei giri di chitarra in cui ai concerti le mani si alzano con l’indice puntato appena parte la canzone, perché la si aspettava o perché la si riconosce subito, arriva la scarica, e giù a ballare sul ritmo della batteria. Ballare? E la tristezza dov’è andata a finire? Un pomeriggio ero seduto alla mia scrivania, al lavoro, ascoltavo in cuffia Per tutti i giovani tristi e pensavo alla passione per le tette che ho in comune con il cantante dell’Amo e di Giona (si ascoltino rispettivamente Non è semplice slacciare un reggiseno e Squassanti). All’altezza di Pendere mi è venuta voglia di ballare, salire sul tavolo, che è piccolo ma a forma di palcoscenico, e seguire la linea ellittica che disegna, a piccoli passi, poi a salti, da destra verso sinistra, da sinistra verso destra e così via. Non l’ho fatto, una delle cose che ho scoperto quest’estate è che faccio fatica a ballare anche quando sono ubriaco, figuriamoci nel grigio di quei mobili con il rumore zanzaroso dei computer e delle tastiere che battono come cento telescriventi sotto alle cuffie. Però mi era venuta voglia. Ballerò al concerto (al Vidia), alzando il ditino all’inizio di Peroni. No, non lo farò. Mi guarderò intorno, non ci sarà un rumore lavorativo ma una chitarra, delle melodie vocali distaccate ma imponenti e una batteria glaciale. E sarà POP! un mulino di lacrime ma POP. In quel momento avrò in tasca la sicurezza di chi sta passando un momento bello. E, in questo momento, in cui parlo di quel momento, a quanto pare sono così sicuro di me da usare i punti esclamativi e il maiuscolo nelle parole.

Ma non sono convinto di questa sicumera, perché ascoltando Giona mi rimane una sensazione amara, quella di uno che non sa ballare, perché in fondo il sentimento prevalente nel disco è proprio la tristezza, nonostante tutte le sfumature, anche quando il futuro non sembra così terribile, anche con l’amore ancora non del tutto morto, nonostante l’aggressività sia, a volte, la prima sensazione che mi salta nelle orecchie. Un altro momento-base del disco è BAR, l’amore che forse continua, l’apice della gioia, la tristezza di uno che – malgrado tutto – ha speranza, che dice:

“a me non sembra sai che tutto finirà, io conservo tutto quel che mi dai e poi finiremo a bere in quel bar, lo so, sorry, sono abitudinario e non posso fare a meno di te. e poi parliamo ancora di quel viaggio che tu desideri fare insieme a me. no, non voglio, lo sai mi muovo poco, lo so, sorry sono abitudinario e non posso fare a meno di te”

BAR, Peroni, Assonnata, Pendere sono quattro momenti in cui la consapevolezza della tristezza c’è, ma non è definitiva. La vera consapevolezza, la sua sfumatura più profonda e sottile, è affidata a un attimo e non è mai così limpida fino a quel momento, che dura 55 secondi: Tutto tutto nero. Le canzoni prima e dopo non hanno un ordine in crescendo verso Tutto tutto nero, non sono un percorso graduale, perché non per forza ce ne deve essere uno per arrivare a dire le cose. Poi chiuso, basta, tutto torna come prima. E questo è il disco di un uomo che sa come sta ma che non si comporta di conseguenza. La consapevolezza di una cosa non comporta per forza la sua accettazione. Non c’è corrispondenza tra la consapevolezza delle parole e il tono del disco; in questo senso Per tutti i giovani tristi si auto-spara in due direzioni, è pessimista ma mantiene una sua forza di fondo.

Rimane un mistero per me, per esempio, il ruolo di Traiano, che parla di una vita senza possibilità, di un coltello e di amici col coltello più lungo. Lo stesso che c’è in testa alla pagina dello streaming del disco di giona su bandcamp? E rimane un mistero il ruolo dell’amico nominato in Tutto tutto vero. L’amore non c’entra niente e tutto il disco parla di amicizia?

Insomma, è un percorso pieno di alti e bassi per vedere 55 secondi di nero definitivo. Il disco non si chiama, non so, Siamo giovani e tristi, ma Per tutti i giovani tristi. Per tutti i giovani tristi è meno definitivo e rende significative tutte le sfumature di tristezza delle canzoni. In questa scoperta delle mille tristezze, Tutto tutto nero è il momento peggiore, quello in cui Giona si rende conto che nessuno ha un ruolo decisivo nella vicenda. “Quel che noi saremo, sai, non sta a noi decidere. io vedo tutto nero”. Tutte le sfumature precedenti e successive si schiantano su questa.

E la domanda da porre a Giona mentre suona dal vivo è Are You Ready To Be Heartbroken?. È il titolo di una canzone di Lloyd Cole and the Commotions che ho conosciuto a pagina 131 di “My Tunes” di Blatto (leggetelo). Lloyd Cole dice che la sofferenza d’amore è la peggiore di tutte. In sostanza: adesso sei carichissimo per tutta una serie di motivi, ma sei pronto ad avere il cuore spezzato? È una cosa che non dipende da te, se succede, succede, puoi essere tutto quello che vuoi adesso, ma non serve a niente. Sei pronto a ricevere questo regalo che non vuoi? Quella è la domanda, e la risposta è no, anche se heartbroken Giona lo è già, sa di esserlo, ma non è pronto.

Rimane in sospeso una cosa che ho tirato fuori prima, l’aggressività. Può essere un’arma di difesa, soprattutto con quella chitarra in mano. Giona ha preso la tristezza e l’ha messa dentro a un flusso di canzoni fatte di sentimenti non definitivi e alla fine ha espresso il punto di forza dei giovani tristi nella coscienza del proprio stato d’animo, mantenendo un costante atteggiamento all’attacco. I giovani tristi potrebbero essere per questo anche giovani molto resistenti e minacciosi. Questa violenza è latente all’interno del disco. Serve per difendersi, per non sentirsi schiacciati da quello che succede.

C’è una doppietta di canzoni che ha un certo significato. La 9 e la 10. Dopo Tutto tutto nero puoi, se vuoi, se sei capace, ballare sulla cover di Do You Wanna Dance?. Quando ti fa ballare, Giona ti ha già detto che non c’è speranza. Vedi tu se seguire il suo percorso irregolare fino in fondo o fermarti prima e accettare la consapevolezza definitiva come tale, e basta.

 

CRONACA LOCALE. Dopodomani Oscar cambia gestione.

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Ci sono stati altri negozi di dischi a Cesena, ma nessuno è stato come Rev Up. Double Drake. Oscar. C’è stato Francolini, ma era uno che gonfiava molto i prezzi con la scusa di essere affilliato Dimar Rimini. C’era Righi, ma era uno che se gli chiedevi i Fugazi ti voleva vendere Jamiroquai perchè magari i Fugazi in quel momento non li aveva. È l’inventore dei ti potrebbe interessare anche di Amazon. C’era Sound&Vision: Giovanni prima di Oscar è arrivato a un tanto così da essere come Oscar ma a un certo punto si è sposato.

Oscar è precipitato in città all’improvviso, dicono da Londra o direttamente da una gita al mare con Pete Townsend, in un pomeriggio di fine estate se non sbaglio. Di quanti anni fa, non mi ricordo di preciso, ma secondo me una quindicina.

Sono passati diversi anni, adesso il negozio non chiude all’improvviso come era arrivato, sono mesi che gira la voce. Ma soprattutto il negozio non chiude, cambia solo gestione, lo rileva un ragazzo che suonava nei Nabat, a partire già da fine ottobre circa, dopo un normale momento di transizione durante il quale verrà sistemato anche l’interno del negozio. Io continuo ad andarci. La fornitura sarà sempre simile, con più metal e più street punk a quanto pare, forse, chissà.

Oscar era il poliziotto cattivo, mi mancherà (dicono che nei primi tempi sarà ancora là dentro, per il passaggio di consegna da vero aziendalista). Mi mancheranno le male parole e i mugugni. Ho passato ore senza accorgermene dentro a quel posto e forse proprio lì ho imparato che stare dentro a un negozio di dischi mi fa stare bene. Ho imparato anche che il talento di dj audio-video di Oscar è innegabile. Si sparava (si spara tutt’ora) film e musica quasi a tutte le ore, entravi e ti stordiva con il volume stratosferico delle pallottole di un cazzo di western o con Manu Dibango a tutto volume, o con tutte e due le cose. I momenti di silenzio erano surreali, attimi dallo spazio. Quei silenzi, a volte erano tali e quali alle risposte ai miei “ciao” appena entrato. Niente. Ok, forse ho esagerato, non teneva sempre la musica alta. Ma alla fine era bello quando lo faceva, entravi e saltavi sulla porta perché da fuori non è che si sentisse poi tantissimo, ti prendeva alla sprovvista.

Poi, ci sono i giorni in cui si sente tenero, e mette su i Beach House, tu entri e lui è tranquillo, sereno, t’impezza. L’atmosfera è rarefatta, volano sorrisi. Mai capito del tutto quell’uomo. Ma gli ho comprato il mondo, e ce l’ho ancora tutto a casa, il mondo. So che uno deve comprare dischi con misura, valutando bene cosa prendere su e cosa lasciare lì, soprattutto oggi che si può ascoltare tutto prima, ma io ho sempre comprato dischi che volevo comprare, qualche pacco l’ho preao, si, ma è da mettere in conto. ERA da mettere in conto, dai, adesso muovendo le chiappe sul computer ci si può informare bene. È una condanna, una malattia, una tosse del falegname, il raffreddore dell’eterno margusone. Non so. Ma l’ultimo disco da Oscar l’ho comprato sabato pomeriggio. Il primo, un tot di anni fa.

I sabato pomeriggio. Incontravo un sacco di gente là dentro, persone che non sopportavo e persone con cui mi davo appuntamento proprio lì. E persone che non vedevo da tempo. Non era male. Disco migliore comprato da Oscar: il primo dei Jesus Lizard, disco peggiore: il secondo dei Turin Brakes.

Se volete, domani c’è ancora il 4X2. Poi, un attimo di pausa e si riparte per… un altro giorno di gloria (gag).