Oasis Menarsi è Supersonico

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Un’interessante prova per i famosi Oasis eroi del britpop, che in questo film si cimentano con qualcosa di nuovo: sborrare.

Supersonic, diretto da Mat Whitecross e prodotto dal James Gay-Rees, quello di Amy che adesso sta girando Maradona, ripercorre solo una parte della storia degli Oasis, dagli esordi fino al concertone da 250 mila persone a Knebworth nel 1996. Solo i primi due album, Definitly Maybe e (What’s the Story?) Morning Glory. Si parla molto di musica, che non è così scontato. Per esempio, Montage of Heck la musica se la caga molto poco. I due documentari sono l’opposto, anche perché Supersonic esalta i Gallagher, anche se erano due stronzi, Montage of Heck fa di tutto tranne che esaltare Kurt Cobain, anche se uno stronzo non era, lo rende un personaggio piatto, l’artista problematico e tossico. Da una parte pompare la band e gasare il pubblico per consolidare il mito, dall’altra screditare il protagonista di fronte a una platea che lo adora per fare in modo che Courtney Love ne esca al meglio. In un altro universo ancora si trova Heaven Adores You su Elliot Smith, che nelle parti più toccanti si abbandona nelle mani del protagonista per tentare di andare il più a fondo possibile della sua personalità.

Ma torniamo ai Gallagher. Oasis Supersonic parte dall’infanzia dei fratelli, descrive la famiglia e inquadra il contesto sociale. Quartieri popolari di Manchester, famiglia di immigrati irlandesi, tre figli (nell’ordine Paul, Noel e Liam), padre ubriacone che picchia i due più grandi risparmiando il più piccolo, madre che scappa di casa con i ragazzi ed è costretta a fare mille lavori. Un disastrone. Noel a un certo punto dice che il padre forse in qualche modo “beat the music” dentro di lui, cioè gli ha infilato la musica dentro a suon di botte, il che rende molto l’idea di quello che il rock’n’roll potesse significare per lui, almeno all’inizio. Ed è simpatìa subito: questo tipo di contestualizzazione rende la loro conquista del mondo una cosa giusta. E quando Noel (o Liam, non ricordo) alla fine del film, nel climax del concerto finale, voce fuori campo, dice che gli Oasis sono stati la prima band a conquistare il mondo partendo dalle case popolari di Manchester, io salgo in piedi sul divano e urlo Hasta la victoria sempre!. Fidel Castro morirà poco dopo l’uscita del documentario portandosi via il ‘900, come hanno detto in molti senza considerare che da tempo Fidel era un vegetale e con lui lo era il ‘900, secolo che sembra lontano anni luce, anche se sono passati neanche 20 anni, considerati tutti i cambiamenti epocali: lo streaming, le auto elettriche, la musica fluida, Matteo Renzi. Comunque, va bene, prima della morte di Fidel, eravamo ancora nel ‘900, e gli Oasis erano ancora un modello di rivincita sociale. Ma adesso che è morto Fidel Castro sono uscito dal secolo breve e sta cosa che gli Oasis rappresentassero la rivincita sociale non mi convince più. Secondo me a loro non gliene fregava niente e l’hanno tirata fuori nel documentario perché fa presa. A loro interessava fare la loro cosa, a Liam stare al centro dell’attenzione con la sua faccia da cazzo, a Noel far conoscere le proprie canzoni a milioni di persone.

Noel era il più schivo e aveva sempre la chitarra in mano. A Liam invece piaceva essere guardato. Se n’è praticamente sbattuto della musica fino a quando suo fratello non l’ha portato a vedere dal vivo gli Stone Roses. Prima che nascessero gli Oasis, Noel scrive canzoni e fa il roadie, Liam cazzeggia, poi inizia a cantare in un gruppo. Noel lo viene a sapere e dice “cosa? hai un gruppo?!”. Liam gli chiede di entrare a farne parte, lui risponde solo se posso essere il leader totale, scrivere i pezzi e i testi, non ne voglio sapere della tua strafottenza che prende il sopravvento sul mio talento. Ok, deal, dice Liam, cacciamo il mio chitarrista e si parte.

Gli altri vengono scelti con un criterio: devono stare cagati. Paul McGuigan (Guigsy), il bassista, Paul Arthurs (Bonehead), il chitarrista, e Tony McCarroll, il batterista, sono proprio le persone giuste.

Trovano un manager quasi subito: Alan McGee (ex Biff Bang Pow!) della Creation Records, che li vede, se ne innamora e gli produce Definitly Maybe. Per promuovere il disco fanno qualche concerto in Inghilterra e va benissimo, poi negli Stati Uniti, e va un po’ meno bene, come per esempio al Whiskey a Go Go, dove Liam scopre il crystal meth. Iniziano a preparare il secondo album, prima non sono contenti del suono, poi si, escono, vendono un botto di dischi, fanno il tour mondiale, anche in Giappone, e dicono “Oh, ‘sti giapponesi sono strani!”. Con questa frase Liam (o Noel, non ricordo) congela per sempre la verità sugli Oasis: di fronte all’incontro di culture ammettono quello che pensano, non dicono uuh che carini questi giappi, mi piace un sacco la loro civiltà, ma si bloccano, l’archiviano come diversa e divertente, folle. Gli Oasis sono questo, sinceri e oasiscentrici, quindi UK-centrici. I loro tour funzionano davvero solo in Inghilterra, all’estero qualcosa va sempre storto, come se non si trovassero. Loro sono il Regno Unito, lo incarnano e sanno di esserlo. È un loro limite di intelligenza, ma è stato anche il loro punto forte, che gli ha permesso di presentarsi così sicuri di se stessi anche se al loro interno l’equilibrio era instabilissimo. Gli ha permesso di diventare il simbolo di molti ragazzi e di vendere milioni di dischi in tutto il mondo. Altroché la rivincita sociale, quello che gli ha permesso di vendere è stata la sborrata.

L’apice di tutto questo si manifesta nell’agosto del 1996, a Knebworth, al concerto in cui raccolgono 250.000 fan su un prato. 2 milioni e mezzo di persone (quasi il 4% della popolazione britannica) cercano di comprare il biglietto ma non ci riescono. Non esisteva ancora il bagarinaggio on line, ma solo quello face to face. Chissà che ruolo ha avuto. Quel concerto è in Inghilterra ma rappresenta la sclerosi per gli Oasis che dilaga in tutto il mondo.

E l’Italia è uno dei posti in cui attecchisce. Ne sono un esempio il mio amico Luge e tutti gli ultracorti a forma di Gallagher che invasero la penisola a un certo punto.

Body Snatching

Si parla di vera e propria invasione. A tal punto che i loro fan acquistavano una sicumera improvvisa, iniziavano a camminare come Liam e ti guardavano con la sua faccia. Per fare questo e tenerli sotto controllo, attraverso le note delle canzoni veniva instillata in loro una vana speranza: fare innamorare perdutamente Patsy Kensit, è possibile solo se diventi come Liam. Era una specie di messaggio subliminale ma non serviva ascoltare la musica all’indietro, era lì, molti venivano conquistati, altri no (quelli che preferivano i Blur), ad altri ancora non gliene fregava un cazzo e in fondo avevano ragione: quando mai il rock inglese ha avuto davvero un senso?

Praticamente Oasis Supersonic è un dietro le quinte del body snatcher realmente successo a metà anni novanta dove gli alieni erano quattro ragazzetti inglesi con alle spalle una squadra di produzione motivata a conquistare il mondo. E anche se i sondaggi davano vincitori i Blur, la presenza degli Oasis era più ingombrante, perché i Blur piacevano agli impacciati, ai goffi. Insomma, tu eri lì che te la spassavi nel ’93 poi nel ’94 ti rendi conto che

the population of your community is being replaced by the Gallaghers.

A un certo punto in Italia hanno iniziato a spuntare fuori come funghi quelli che si vestivano come gli Oasis, con il cappellino da pescatore sugli occhi, il poncio verde, il maglione bicolore con la riga orizzontale e le clark. Posseduti fatti e finiti. Erano anche considerati fighi, cioè avevano un certo appeal sulle ragazze. C’era anche uno che veniva all’università con me che si vestiva così. Era il top, aveva sempre la battuta pronta, studiava 2 ore e prendeva 30, saltellava sulle punte quando camminava (interpretazione sua della camminava a papera di Liam: ultracorto con personalità, 10 punti in più). Era uno di quelli che sapeva di essere considerato un figo, ma faceva il modesto. “Ma no, dai, io non..”. Poi usciva dalla porta dell’aula planando sullo sperma. Una specie di upgrade di falsa modestia di Liam. Personalità dentro all’involucro occupato. D’You Know What I Meeean?!

Ogni tanto qualcuno prendeva anche le sembianze di Noel. Però lui non era un personaggio da avanspettacolo, era meno estetico del fratello, meno poderoso, e se anche qualche posseduto si fosse ispirato a lui, tu l’avresti visto e avresti pensato al fratello, che era il vero logo degli Oasis. Nel 90% dei casi.

Guigsy e Bonehead no si vedevano mai in giro. Ancor meno McCarroll, il più nascosto, tanto che a un certo punto (precisamente 5 giorni prima di conquistare le classifiche d’Inghilterra con Some Might Say) venne cacciato dal gruppo e sostituito da Alan White, fratello di Steve White, batterista di Paul Weller. Più figo, ma non abbastanza come ultracorpo. Ma va bene così, perché la missione dei Gallaghers era quella di conquistare il mondo con le proprie sembianze, non quelle di altri.

liam

Il documentario si ferma al concertone. Poi uscì Be Here Now, per il quale iniziarono a venire fuori le magagne vere. La presa bene dei fratelli finisce di prevalere sulla presa male, le discussioni iniziano a lasciare un segno. In più, per le prime volte si dice in giro che le loro canzoni sono tutte uguali. Ricordo questa discussione tra due miei amici, fan senza ritegno, in cui uno diceva che Be Here Now era fantastico e l’altro che D’You Know What I Mean era un plagio di Wonderwall.

Quindi, fa bene a fermarsi lì, in qualche modo ci risparmiano la poppa della fall dopo la rise che spesso i film musicali ci propinano. Concentrarsi sulla sborra è il segreto per risvegliare i fan vecchi e conquistarne di nuovi. Far vedere Liam che attira l’attenzione con quel piglio da pezzo di merda. Liam che che fonda un gruppo anche se tre giorni prima ascoltava solo l’inno nazionale inglese e Noel che fa sempre il roadie è come se Liam avesse detto a Noel “fratello, a me non me n’è mai fregato un fuck di musica, mi è bastato farmi vedere a un concerto e ti ho superato mentre te eri ancora lì a cincischiare coi cavi degli altri, vieni qui da me valà”. Noel che s’impone come leader sulla carta, io io io. Liam che guarda la telecamera come si guarda uno scarafaggio ed espone la sua filosofia di vita superiore. Noel che dice in TV che è lui che fa tutto ma ai concerti quando canta da solo la gente rimane lì perché ha pagato il biglietto nella speranza che presto torni Liam. Liam torna e se il fratello ha detto qualcosa che non gli va, lo smerda.

(Knebworth, 10 agosto 1996, dialogo:)
Noel: “La storia è qui, adesso, stiamo facendo la storia”
Liam: “Tu, stupida figa, questa non è la fottuta storia, questo è Knebworth”

Noel che lo mena, spacca lo studio e se ne va, lui, leader tecnico e maturo del gruppo, getta merda sul fratello che invece è “intrattabile, incontrollabile, troppo ubriaco per cantare”.

Insomma quel misto di sicumera e instabilità e inquietudine che porta a una manifestazione ancora diversa della spermata: la rissa.

Menare

Gli Oasis si menano tra loro, menano la famiglia anzi, visto che Liam una sera ha rischiato di saccagnare anche suo padre, che li aveva raggiunti dopo 12 anni che non li cagava, sorpresa!, a Dublino, pagato dal settimanale News of The World (quello di Murdoch che ha chiuso nel 2011 dopo lo scandalo dello spionaggio) in occasione della tappa del tour di What’s the Story? Il babbo che mena Noel, Noel che mena gli strumenti e i mixer, Liam che sta per menare il babbo, Liam e Noel che si menano, mena che ti mena, sono riusciti a creare un mito ma anche a entrare nella rock and roll hall of menare, a essere tra i più famosi gruppi della musica di menare (dopo il cinema di menare). Altro gruppo di menare: i Guns and Roses – tornati ancora una volta di attualità in questi giorni perché a giugno 2017 suonano a Imola, e in quell’occasione riaprono l’ospedale per i matti della città lo voglio ricordare – dove Axl menava sempre Stephanie Seymour. Robe vecchie. Che però, producono ancora mito.

Simpatia.

Ho un dubbio, che non significa che io abbia una certezza. Cosa sarebbero adesso gli Oasis se non si fosse creato attorno a loro il mito dei due fratelli che non vanno d’accordo? La loro musica non sarebbe stata la stessa. Ai tempi andava il brit pop, e bona. Ma adesso, voglio dire, ascoltate quei pezzi, c’è un tipo che canta come se avesse una tromba nelle narici e l’altro che suona la chitarra con la flemma di uno gonfio di birra. Adesso, sarebbe stato fatto un documentario se i due fratelli Gallagher non fossero stati i fratelli Gallagher? No, perché il film crea il mito attraverso la rivincita sociale (che, boh), le botte e i litigi. Che parte ha la musica in tutto questo non so. Forse la pompa dei due fratelli ha spinto in alto le canzoni. Ci sarebbe stato materiale musicale per scrivere il documentario? No, ci sarebbero state le riprese dei concerti, dello studio di registrazione eccetera, ma quelle ci sono di tutti i gruppi che fanno dischi e tour. La maggior parte del valore degli Oasis è sempre stato nella carica umana esplosiva dei due protagonisti? Se loro fossero stati più anonimi, le loro canzoni non avrebbero avuto la presa che hanno avuto. Il loro modo di essere piaceva e piace, è contagioso (body snatcher). La camminata di Liam spingeva un bel po’ e spesso ha sfondato. Quella bomba a orologeria di Noel è affascinante. Ubriacarsi o tirare fuori la parte peggiore di se e mandare all’aria ripetute volte il gruppo è un atteggiamento attraente. Solo la musica sarebbe stata sufficiente a conquistare il mondo? Non lo so, e lascio stare perché le cose sono andate così, c’era la musica + i gallagher e non una sola delle due cose. Non posso considerare la storia diversamente dai fatti e dagli elementi che li compongono. È la Storiografia.

Ho letto qui che rappresenta un errore non aver incluso il terzo album nel documentario perché in termini di storytelling è riduttivo e riduttivo. In realtà, era necessario per chiudere la narrazione all’apice del successo, per rendere il grande evento l’atto conclusivo di tutto il racconto e per chiudere la storia decretando il mito. In più, in quei due anni, gli Oasis hanno pubblicato le canzoni che sarebbero bastate, nel senso che di meglio non potevano fare e non hanno fatto. Oasis Supersonic è appunto un film di rise and fall senza la fall. Il motivo sta nel fatto che Liam e Noel non volevano raccontare tutta la loro storia ma solo la parte più figa, quella che li ha lanciati in orbita, quella in cui ancora droga, alcol e botte erano più che altro delle gag, non quella (immediatamente) successiva che li ha portati verso la fine. Alla fine di agosto 1996, viene interrotto il tour negli Stati Uniti, Noel strippa perché Patsy gli sembra Yoko Ono e Liam guadagna di più in diritti d’autore… Fino al 28 agosto 2009 quando i fratelli si menano per l’ultima volta, annullano una data a Parigi e le successive (di cui una a Milano) e Noel se ne va per sempre, perché non sopporta più Liam. Perché raccontare tutto questo se vuoi creare un mito. Sarebbe controproducente, farebbe venire a galla che gli Oasis non sono solo botte per la bolgia.

È un documentario davvero simpatico. La prima cosa simpatica è che nel documentario esistono quasi solo gli Oasis. Solo due volte (vicinissime tra loro) si sente qualcuno che dice la parola “blur”. E basta così, la contestualizzazione è tutta qui. Non che sia obbligatorio contestualizzare bene in un documentario autocelebrativo, ma è divertentente il modo in cui non viene fatto.

(Dell’amicizia con Evan Dando dei Lemonheads nessuna traccia).

La seconda cosa simpatica è il ruolo del calcio. I fratelli guardavano sempre la partita mentre registravano e quelli sono i momenti più sinceri, oltre a quando sono sbronzi. Ciao, sono Liam, anni: 20, ruolo: capitano, squadra: rossa, città: Manchester, VIVA IL CALCIO.

La terza cosa simpatica è una cosa triste. In alcuni momenti del documentario vedi che Liam parla alla camera e Noel che gli sta dietro. C’è questa tensione per cui il più piccolo prende il sopravvento sul più grande perché vuole stare al centro dell’attenzione, il più grande subisce e dice vacca troia sto stronzo. Succede anche sul palco. Lo dice con gli occhi, però sta zitto, si vede benissimo. Fa passare un po’ di tempo, va in studio e lo mena, veramente, visto che lo distrugge. E la news finisce sui giornali. Nessuno credo abbia mai rimarcato abbastanza l’importanza del fatto che Noel non scoppiava subito dopo il misfatto, ma dopo qualche ora. E che la sua incredibile ira arrivava all’improvviso. Mentre Liam aveva sempre la manopola del volume a palla. Per questo da ora in poi in eventuali conversazioni li chiamerò Turbo Liam e Noel il Diesel. Tutto questo, però, mi fa notare che esisteva quel Noel ed esiste il Noel di oggi, che è diverso e che esce dal documentario un po’ come il comandante della nave. Si rifà. Lì per lì sembrava quello che soffriva e basta, che faceva tutto ma stava cagato ed esplodeva a volte all’improvviso, oggi appare come il saggio, che racconta la storia avendo capito l’importanza del ruolo di entrambi i fratelli. In fondo, è lui che ha dato il colpo di spugna finale. Liam, invece, sembra sempre uguale, sia nel documentario sia quando lo leggiamo oggi sui giornali. Insomma, va bene consolidare il mito, va bene non raccontare tutto, vanno bene le botte e la sborra, ma bisogna andare avanti. E, dopo tutto, in Supersonic un legame col presente, e forse col futuro, c’è. Non è solo nostalgia del passato. Alla fine, è tra Montage of Heck e Heaven Adores You: un po’ scredita un personaggio, un po’ ne racconta la personalità. Ma soprattutto è la rivincita di Noel il Diesel, il Saggio.

Liam, don’t look back in anger.

Luge alla ricerca del suo wonderwall

luge

Luge era un mio amico, lo è ancora, quando lo incontro ci salutiamo, niente di più, ci salutiamo e basta. Non è successo niente di particolare, sono solo passati un po’ di anni, abbastanza da rendere imbarazzante un qualsiasi tipo di dialogo. Luge era un figo: era un bel ragazzo, lavorava e sapeva giocare a calcio, praticamente aveva tutto. Occhi azzurri, capelli castano chiari lunghezza media un po’ spettinati un po’ ingellati sulle tempie e sulla fronte, jeans rotto e felpa o maglia di lana perennemente senza camicia. Portò per la prima volta a Cesena il jeans col cagotto, quello calato fino alla fine del culo, non a vita bassa, molto abbassato ma mai troppo, stretto dalla cintura di pelle, un segno di ribellione equilibrata. Sapeva camminarci alla grande. Dopo di lui dilagò la moda, ma nessuno sapeva portarli come lui, sembravano tutti scemi, legati come salami.
Ma l’accessorio più figo del look di Luge era lo scooter: il Quartz blu con raffreddamento a liquido. Lo trattava come un oggetto assolutamente privo di valore. Il cavalletto si ruppe il primo giorno e non l’ha mai fatto mettere a posto, piuttosto appoggiava il suo cavallo a una staccionata, a un albero o lo stendeva per terra. Nel giro di qualche anno, in molti trattavano male lo scooter. Luge aveva fatto scuola, ancora una volta. Negli ultimi giorni di vita il Quartz era messo davvero male. E quello era il momento migliore, l’apice della curva verso la coolness. Era questione di estetica della vita, di way of life, non poteva che essere così.
Luge non camminava, saltellava sulle punte. Questo gli dava un portamento sicuro. E aveva una risata acuta e tagliente, provocatoria. Era sempre un po’ sopra alle righe, faceva un po’ la testa calda, aiutato anche dalla stazza nerboruta e dalle ossa grosse, ma era un buon ragazzo. Con me è sempre stato tranquillo. Fu uno di quelli che mi salvò dai ragazzi che volevano menarmi con il tirapugni a Serravalle. Adesso sembra che io abbia vissuto nella banlieu di Parigi ma no, era Cesena, e quello è l’unico episodio di quel tipo che mi sia mai successo. Per il resto, niente vita pericolosa.

Con gli amici ci vedevamo in questo Serravalle, un parco scrauso sotto le mura est (?) della città. Alcuni ci stavano tutto il giorno, quand’era bel tempo. Io non ero tra quelli sempre presenti, infatti non avevo un ruolo particolare. D’inverno ci si spostava al bar Wilson. Una sera di ritorno dalla vasca in centro con due amici, entriamo dall’ingresso laterale dei giardini e vediamo del movimento dove avevamo lasciato i motori, dove li lasciavamo sempre. Un gruppo di ragazzi ubriachi. Avvicinandoci, individuiamo qualche viso noto. Ci chiedono da accendere. Uno non ce l’ha, l’altro neanche, io ce l’ho. Prendo l’accendino dalla tasca e loro mi accerchiano, uno fa il giro da dietro e fa partire un montante, col tirapugni, l’ho visto. L’ho scansato quel cazzotto: l’unico riflesso da pugile della mia vita. Gli altri li ho dribblati e sono corso verso il bar. I miei due amici non c’erano, scappati, ma c’era Luge. Insieme a un altro tipo basso e grosso (uno che giocava a rugby) mi ha accompagnato al motore. Sentivamo i teppisti che risalivano il giardino in direzione opposta, gridando “se lo prendiamo lo ammazziamo, se lo prendiamo lo ammazziamo”. Salgo sul mio scooter, grazie Luge, grazie Simone, vado a casa. Giro di telefonate panico con i genitori dei miei amici, che erano rincasati, bel coraggio, e buonanotte. Il giorno dopo le panchine di Serravalle erano imbrattate, i cestini rovesciati, in giro c’era pure del sangue. Ragazzate.

A calcio Luge faceva il portiere, ed era un portiere della madonna, con una tigna incredibile, saltava come una faina, se la sera prima non aveva bevuto troppo. La sua passione sfrenata per il calcio lo portava, ogni tanto, non sempre, a parlare per cori, quelli che imparava allo stadio Manuzzi, di cui era un assiduo frequentatore, come me del resto. Un’altra delle cose che cantava erano le canzoni degli Oasis, di cui era un grande fan. La loro arroganza, quella di Liam, era in linea perfetta con il carattere di Luge. Per questo io, fan dei Blur, lo guardavo un po’ di traverso, ma non dicevo niente. Del resto non era il caso di fare una tragedia, c’erano altre cose che io Luge avevamo in comune: la domenica allo stadio, appunto, e anch’io avevo il Quartz, col raffreddamento a liquido, come il suo però rosso, e anch’io l’avevo trattato male una volta, involontariamente, ma tentai di farla passare come una cosa voluta. Espressi la via ribellione su di lui una volta sola, perché mio babbo s’era incazzato molto e in seguito prestai molta attenzione. Oltre a queste due cose, non avevo nient’altro in comune con Luge.

Quello era il periodo in cui al sabato mi ubriacavo spesso, lui sempre di più comunque. Una sera rimasi molto tempo fuori dal locale più vicino alla città, il Vidia, che è anche famoso. Sotto la pioggia, seduto sul marciapiede tra le macchine parcheggiate davanti all’ingresso, con una papalina blu in testa e la testa tra le gambe.

A un certo punto sento da lontano uno che canta a squarcia gola Today is gonna be the day that they’re gonna throw it back to you. By now you should’ve somehow realized what you gotta do. I don’t believe that anybody feels the way I do about you now, realizzo che la voce non mi è nuova e alzo lo sguardo: oltre l’orizzonte dei cofani a tre centimetri dal mio naso vedo Luge in performance, con le braccia al cielo, in maglione e jeans basso. Erano pene d’amore? Magari aveva litigato ancora con la sua ragazza, ricordo un rapporto difficile. Chissà se pensava che fosse lei il suo wonderwall. Because maybe You’re gonna be the one that saves me And after all You’re my Wonderwall. Comunque stessero le cose, fu la mia sveglia, spalancai gli occhi, mi alzai barcollando e seguii il suo canto, rientrai in discoteca. Nel corridoio d’ingresso, Luge si era calmato, per non farsi cacciare, e non cantava più. Io gli ero dietro, lui non si era accorto di me, io avevo la gola secca. Nell’esatto istante in cui feci vedere il timbro sulla mano al buttafuori, il dj attaccò Wonderwall. Luge pochi metri davanti a me alzò le braccia al cielo e urlò di gioia, con la bocca spalancata che neanche Schillaci, e si precipitò in pista. Eccolo, l’aveva trovato: il suo vero, unico wonderwall, gli stava andando dritto incontro. Io no, non stavo bene e poi ero un fan dei Blur e mi rifiutai facendo una boccaccia.

Questo è il ricordo più vivo che ho di (What’s the Story) Morning Glory?, uscito 20 anni fa.

1995 contro 1995, lo stesso anno uscì anche Blur, quello con Song 2. Riascoltandolo adesso è un po’ stupido ma non è male. Si ascolta molto bene, canzoni brevi e non troppo impegnative, a tratti un po’ insistite su un’unica vera idea (You’re So Great), con le girandole fatte di chitarra che a volte rappresentano un legame strettissimo con i dischi precedenti (non è più brit pop, ma è comunque pop), a volte sono invenzioni degne di nota, altre un’eco sicuramente volontaria degli Husker Du o dei Beastie Boys. (What’s the Story) Morning Glory? è ancora un treno in corsa invece. I Blur, nel tentativo di evolversi, vent’anni fa ce l’hanno fatta ma ascoltate adesso molte canzoni di Blur sembrano un giochino con le molle. Gli Oasis non avevano cambiato una virgola rispetto al primo disco, Noel ha solo scritto canzoni migliori, 20 anni fa dicevo che palle, adesso penso che quel non cambiamento gli abbia permesso di essere (20 anni dopo) più solidi e resistenti dei Blur. E poi vado per gli anta e quando sento Wonderwall non mi arrabbio più, mi s’intenerisce il cuore.

Davvero, non l’avrei mai detto che anche in questo avrei assomigliato a Luge.

Beady Eye, BE (mai stato un fan degli Oasis io)

Beady Eye BE

Oasis, Beady Eye, Noel Gallagher, ALL LEGENDS.
Beady Eye is better without Noel.
Nigh flying birds are better without Liam.
Oasis is nothing without Liam or Noel.
(gally0106 in fotta su YouTube)

La copertina è la migliore del 2013. A Pistoia i Beady Eye sono riusciti a svuotare la piazza durante il concerto (ieri), non c’è da meravigliarsi vista e considerata l’aura di merda e antipatia con cui si è volontariamente fatto capanno Liam Gallagher, aura che i fan hanno sopportato, ignorato o di cui si sono compiaciuti per anni ma non a Pistoia, dove si sono fatti schifo per aver pagato. Pistoia Riot.
BE (2013) è il secondo album dei Beady Eye dopo Different Gear, Still Speeding (2010) e in qualche modo ha un senso, una storia cui fare riferimento e i soliti mostri sacri da omaggiare per l’ennesima volta. Soon comes Tomorrow è una bella canzone. È un album per i fan ma i fan, dal vivo, lo scorreggiano.
BE è tutto su YouTube in un file unico.

Estratto dalle dichiarazioni di Liam Gallagher dopo che la copertina è stata censurata per la distribuzione nei supemercati britannici di fianco agli ingredienti per il Sunday roast: “Sì, è sexy. A me le tette anni Sessanta piacciono sempre”.