Margherita poco pomo e birra media e metti su quell’album lì (pizza birra dischi 2015)

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Se dovessi dire un piatto di cui non posso fare a meno, direi la pizza. Alcune volte la mangio perchè ne ho voglia, altre perchè ne ho bisogno. Dopo una giornata in cui magari le cose non sono andate benissimo una pizza buona dà un gusto che scioglie tutte le tensioni. La differenza tra pizza e musica sta nel fatto che se la pizza è buona è sempre un piacere, la musica buona invece può anche dare sensazioni negative, ma la sua utilità sta sempre nell’essere una via d’uscita. Esempio: ascolto musica incazzata perché sono incazzato e sto meglio. Pizzaiolo e musicista hanno la stessa importanza, per il ruolo che ricoprono. La birra è una cosa che va bene sia con la pizza sia con la musica, io non sono un appassionato ma è il cacio sui maccheroni. Le tre cose insieme sono finite in questa classifica, divisa in le pizzerie 2015 della Valle del Rubicone (se vieni da queste parti, vacci), le birre da pizza e i migliori dischi, sempre 2015. Il problema più grosso consiste nel fatto che nelle pizzerie che Federica ha scelto non trovi assolutamente le birre che Francesco ha nominato. Ma questo problema non trasforma questa classifica in una cosa poco seria. C’è pur sempre l’asporto. Per il resto, io, Diego e Paso abbiamo fatto i dischi 2015. Ci sono delle ripetizioni ma va bene lo stesso, perché lo scopo era parlare delle cose migliori uscite durante l’anno secondo noi e le cose migliori secondo noi sono quelle.

DIEGO TREDISCHI
CASO – Cervino. È vero, non faccio testo. Quest’anno ho ascoltato pochi dischi, sono stato sotto la soglia della decenza, ma almeno ho già il primo buon proposito per il prossimo anno. Tra i pochi dischi che ho ascoltato il migliore è stato sicuramente Cervino. Io non faccio testo, dicevo, ma conosco gente che ha ascoltato tantissimi dischi e che dice la stessa cosa. Di Cervino mi sono innamorato inesorabilmente e sono tuttora in una fase di vera e propria dipendenza; cerco di limitarne l’ascolto per paura che l’effetto si affievolisca. L’amore per Cervino è lo stesso che provavo leggendo Alta Fedeltà, solo vent’anni più maturo. Vent’anni di consapevolezze, disillusioni, fallimenti e parziali redenzioni. Ognuno di noi ha una storiella da raccontare della quale trova traccia in Cervino. Io ne ho trovate tante. Così mi chiedo se anche adesso i lampioni si spengono con un calcio o se al parco i ragazzi giocano ancora fino a buio e per fare goal vale tutto. La sensazione migliore è quella di ascoltare musica che avresti voluto scrivere tu, come succede per certi libri. È difficile raccontare i propri trascorsi senza tradire scadente nostalgia; Caso ci riesce e la musica attorno non è altro che una stupenda colonna sonora calata perfettamente nel contesto di alti e bassi di una vita intera.

CLEVER SQUARE – Nude Calvalcade. “We’re not a band anymore” è il laconico messaggio nella loro pagina web. Fa un po’ male ogni volta che lo rileggo. Fa male, ma è una parabola perfetta, perché dei Clever non si potrà mai dire abbastanza carini i primi, merda tutto il resto. Nude Calvalcade è l’apice, l’album migliore della band che mai conoscerà il viale del tramonto. Come uno sportivo che si ritira dopo aver vinto. Prematura scomparsa, si direbbe, non fosse che a ben guardare la storia è durata circa dieci anni. Il titolo dice tutto, questo album è una nuda cavalcata che arriva con pochi fronzoli, con una scrittura e con suoni mai così azzeccati, dove i Clever Square hanno sempre cercato di arrivare: un posto ben definito tra i grandi dell’indie-nineties più genuino trasportato in maniera convincente ai giorni nostri. Una cavalcata che non dà tregua… così, pezzo dopo pezzo, è difficile scegliere il migliore, il livello è alto e costante. E quando arrivi alla fine succede che riparti da capo anche senza volerlo: è una cavalcata nuda e inarrestabile.

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KURT VILE – B’lieve I’m going down. Sono un fan di Kurt Vile dell’ultima ora e mi sono avvicinato a questo album senza troppe pretese. Il primo ascolto mi ha lasciato quasi indifferente, ma ce n’è stato un secondo, un terzo e poi molti altri. Carino, ma è un album normale, mi sono detto. Innamorarsi della normalità è qualcosa di speciale. Ed è proprio quello che è successo per questa voce monotona, a tratti un po’ insolente, e per l’incedere di banjo e chitarra che segna il passo lungo tutto l’album. Uno dei quei dischi buoni per macinare chilometri in una stagione indefinita e bucolica. Mentre devo ancora capire qual è la chiave del disco e perché abbia fatto presa su di me, leggo Mark Kozelek: “Best song I heard all year: Life Like This by Kurt Vile”. Ne esco ancora più disorientato e per riprendere la retta via continuo l’ascolto.

5 DISCHI MIEI
Stavamo guidando sull’E45 da Ravenna a Cesena. Stava guidando, la mia ragazza, visto che io ero ko lì di fianco. Dovevo vomitare e ho tirato giù il finestrino. Ho messo la faccia fuori dimenticandomi che porto gli occhiali. Tempo tre secondi e sono volati via, in mezzo alla strada oppure al di là del guard rail, dove l’erba selvaggia e il buio nascondevano qualsiasi cosa. Io ero molto contrario ma lei ha accostato alla prima piazzola ed è andata a cercarli, duecento metri più indietro. Volevo inseguirla ma sono sceso e mi sono reso conto che non stavo in piedi. Era freddo, umido e c’era quella nebbiolina killer che hanno inventato a Ravenna. Dopo qualche minuto la Fede è riemersa dal buio, niente occhiali. Siamo saliti in macchina e siamo tornati a casa. È uno dei miei ricordi migliori dell’anno. Eravamo stati a Madonna dell’Albero, in un locale famoso, a vedere i Clever Square che presentavano Nude Cavalcade, il mio album dell’anno. Dopo un po’ che lo ascolti degli anni ’90 non rimane niente e tutto lo spazio lo occupano la struttura solidissima delle canzoni, il loro timbro forte e le melodie memorabili. Sono abbastanza convinto che un disco legato a un ricordo abbia più valore rispetto a uno che non lo è. Se il ricordo non è un granché – nello specifico in termini di premura e self respect – diventa automaticamente il massimo se c’è un disco indimenticabile che lo accompagna. (Mi ero ubriacato dopo il concerto).

CAPRA, Sotto la panca. Contiene molte cose con cui mi sento in sintonia. C’è lui che aiuta la moglie per il lavoro; lui che va da solo all’attacco di una persona che gli sta antipatica quando questa persona non c’è, cosa che faccio sempre anch’io quando sono da solo in macchina; c’è il ping pong come metafora del rapporto tra due persone; la canzone su suo babbo che inizia con “mancavi solo tu”, finisce con “e poi col tempo ho imparato a fare a meno di te” e in 4 minuti dà perfettamente corpo a un cambiamento che in realtà è lungo anni; nella stessa canzone, le chitarre sembrano prima le zampe dei granchi poi le gocce che saltano via dalla cresta delle onde; nell’ultima canzone Capra e sua moglie cantano insieme una frase bellissima per la figlia. Io non ho una figlia ma se l’avrò spero che nella mia famiglia ci sarà quell’armonia. Sotto la panca ha una batteria tamugna, registrata benissimo. Ed è pieno di chitarre nascoste, ne ho scoperte di nuove ancora l’altro ieri.

Cervino di CASO. Ci sono mille parole diverse, al contrario del disco di Capra. Caso racconta le cose, lucido e severo nei confronti della realtà che ha davanti. Parla dell’impresa di una vita con immagini chiarissime e spiacevoli, autobus persi, faccende archiviate, scelte sbagliate che vorresti scivolassero via e apparati digerenti che dovrebbero aiutarti invece proprio da loro tutto tornerà a galla. C’è quella cosa che mi frega sempre, un gigante di fronte ai piccoli cambiamenti con cui sono diventato grande: la voglia di stare in disparte che non mi è passata. Tutte le parti del disco suonano insieme nel migliore dei modi. Il contrasto tra la seconda chitarra pacata e tranquilla e la voce spigolosa, le cose difficili e le cose belle rendono Cervino il disco che contiene tutta la vita in 11 canzoni.

2 Ynfynyty dei CherubsI Cherubs non erano neanche una volta gli uomini più brutti del mondo. Gli uomini più brutti del mondo sono sempre stati gli Hammerhead. Possono tre uomini mediamente brutti invecchiati normale che stanno a Austin e hanno tre nomi del cazzo come Kevin, Brent e Owen fare un miracolo? Si che possono. Sono un gruppo a cui non avrei dato nessuna speranza di vivere una vita più lunga di tre anni, mai proprio, neanche quando hanno pubblicato i benedetti Icing e Heroin Man. Il batterista e il bassista una volta hanno fatto a botte dopo un concerto e da quella volta i Cherubs non sono più esistiti. In questi ultimi anni gli hanno dedicato anche delle compilation, per evocarli. Sensibili alle lusinghe, dopo 21 anni hanno fatto il loro terzo disco e hanno fatto il loro maledetto miracolo.

Il disco dei Fell Runner avrebbe sin dall’inizio alcune caratteristiche che non mi convincono quasi mai: niente forza, molta smania. Nello specifico la chitarra e la batteria: un attimo prima sono ripetitive, un attimo dopo cambiano molto velocemente molte volte senza preoccuparsi di incidere in nessun modo. Normalmente l’intenzione di mettere insieme jazz, afro beat e math rock mi avrebbe fatto perdere la pazienza subito. Invece più passano i giorni più continuo ad ascoltarlo. La complessità in questo caso ha meno a che fare con la tecnica e più con il ritmo, che rallenta molto in Cobwebs e Fall Back, mentre le altre canzoni sono scazzate ma mi fanno anche venire voglia di ballare o muovere la testa, a seconda. Non ho ancora capito come la smania si sia trasformata in forza, ma è successo.

LA PLAYLIST DEL PASO
1. Zeit The World Is Nothing Lp (Assurd Records)
2. The Mild Starve To Death 7″ (Assurd Records)
3. O Pietra 12″ (Grindpromotion Records)
4. Lamantide Carnis Tempora : Abyssus “12” (Shove Records)
5. Endon Mama Lp (Hydra Head Records)

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LA FEDE: LE PRIME 10 PIZZERIE DEL RUBICONE E DINTORNI
10 . Pizzeria Mimì da Ulisse – Savignano sul Rubicone. Tonda/Asporto
Eri uno dei miei preferiti, ma non mi ascolti. Se ti dico che la voglio con poco pomodoro è inutile che la fai uguale alle altre e poi ci metti l’oliva. Ultimo posto.

9. Da Ettore – Savignano. Tonda/Pizzeria
Fanno una cosa che si chiama giropizza in cui devi mangiare come uno stronzo ed è da sola una buona ragione per non metterci più piede. Gli ingredienti sono davvero scadenti ma nel complesso si lascia mangiare.

8. Cuccagna – Cesenatico. Tonda/Pizzeria
Te la fanno in tutti i modi pensabili. Era tutto molto bello finché una notte non ho visto la morte e ora non ho più il coraggio di andarci.

7. Notte e dì – Santarcangelo. Tonda/Pizzeria
La pizza è leggera e un po’ poco saporita, il locale tutto a separè e divanetti fioriti che è rimasto uguale a 30 anni fa mi mette sempre un po’ di inquietudine. La cosa veramente positiva è che c’è sempre posto.

6. La Cantina – Santarcangelo. Al metro/Pizzeria
Buona la pizza al metro, sono svelti e gentili anche quando c’è casino, in cassa c’è sempre qualche sorpresa ma insomma, può succedere.

5. Pizzeria dei Portici – Santarcangelo. Al metro/Al taglio
Ah da qui in giù son tutte buone. Questa è al taglio, sempre buona, vorrei che nella margherita ci fosse meno pomodoro ma è un problema mio. Sono aperti anche a pranzo, sono sempre gentili, e una sera per la fiera di San Martino nonostante la ressa mi hanno lanciato al volo una piada al salame che mi ha salvato la vita.

4. Aqua Sale – Cesenatico. Ristorante Pizzeria
Sul canale di Cesenatico ha aperto questo ristorante/bottega gestito da napoletani che propone piattini di pesce abbastanza cari e queste pizzette tonde che vengono servite in coppia e che sono davvero buone, soffici e ben lievitate.

3.Il Borghetto – Savignano. Tonda/Pizzeria
Questo posto per me rimane un mistero. La mozzarella non è mozzarella, le cameriere sono scortesi, se gli girano ti fanno aspettare anche un’ora per portar via e se mangi lì quando torni a casa devi mettere tutto a lavare dalla puzza che ti si attacca addosso. Resta una delle pizze più buone e ci vado sempre volentieri.

2. La Coccinella – Savignano. Tonda/Pizzeria
La pizza è deliziosa, coi bordi alti e la mozzarella saporita. In cassa hanno fatto un casino, per questo è al secondo posto.

1. La Rustica – Santarcangelo. Al taglio
Apre quando ne hanno voglia. La notte bevi come un cammello ed è la pizza al taglio più cara della romagna, vieni preso a male parole e la fila non è mai inferiore ai 40 minuti. C’è anche un cartello con scritto “Chiedeteci quello che volete, non chiedeteci cosa deve uscire”. Resta, nel 2015 e ogni anno prima di questo, la pizza più buona del mondo.

LE BIRRE DA BERCI DIETRO, FRANCESCO
Premessa: non so assolutamente un cazzo di birra, ne so di birra quasi meno di quanto ne sappia di vino o di motociclette. Il fatto strano è che ormai è la cosa in cui mi spendo più soldi in assoluto, per via del fatto che ho calato gli acquisti di dischi e tutti i libri che compro hanno titoli come ATTENTI AL GUFO o LUPO&LUPETTO o LA CHIOCCIOLINA E LA BALENA. Così, insomma, la classifica de LE TRE MIGLIORI E LE TRE PEGGIORI BIRRE DA PIZZA PER IL 2015 è una classifica per forza di cose incompleta e noiosa, pertanto vi consiglio di stappare prima d’iniziare a leggere.

le migliori 3 birre da pizza nel 2015

ZONA CESARINI
La Zona Cesarini è la mia birra italiana preferita, il birrificio si chiama Toccalmatto e sta dietro al casello di Fidenza -il che se torni da Milano è piuttosto comodo. La Zona Cesarini è una birra piuttosto virulenta di quelle con scritto dietro INSANELY HOPPY PALE ALE, la sua particolarità a leggere l’etichetta è che in zona Cesarini vengono aggiunte quantità smodate di luppoli di non so bene quale provenienza. La mia formazione standard per una serata felice è di tornare da Milano, fermarmi a Fidenza, pigliarmi una Zona con notevole risparmio di contanti (nel senso che no, è più un rito, una bottiglia da 75 costa tipo 10 euro anche dentro al birrificio), arrivare a casa, metterla in frigo/freezer per tutto il tempo che posso, ordinare una pizza e bermela in solitaria. 75 cl sono la quantità ottimale per una pizza: più di una media, meno di un litro, più di due birre da 33, una pinta e mezzo. Quando qualche genio inventerà il bicchiere da 75 alla spina avrà svoltato il consumo di pizza.

STATALE52
L’altra sera sono capitato a Genova di sera per la prima volta in vita mia. All’ostello ho chiesto un posto per bere birre e mi hanno consigliato questa birreria che si chiama forse Scurreria, dove mi son messo ad aspettare un amico da solo come un cane, bevendo birra e mangiando pizzette. Il tizio dietro al bancone mi ha consigliato questa Statale52, Birrificio Lariano, di cui ho finito per bere 4 bicchieri senza devastarmi l’appetito nè niente. Non so niente del birrificio ma alla spina è davvero una bombetta nucleare, confido di importarla quanto prima a casa e utilizzarla a mo’ di Zona. Perchè, uno si potrebbe chiedere, fai il fighetto con le birre se non fai altro che ingozzarti di pizze da asporto dentro un cartone? Risposta: le pizzerie non hanno quasi mai birre buone. Se ti va molto bene puoi sperare in una Guinness alla spina (oscar alla carriera, birra da pizza perfetta, finisce che ne bevi 4 con 2 pizze e fino alla mattina successiva è semplicemente UN SOGNO), o magari in una di quelle carte delle birre precompilate e invase da roba trappista e simili (non mi piacciono le birre belghe, sorry). Così uno si prende pizza e birra da asporto. La soluzione ideale sarebbe di avere una pizzeria che ti permetta di sederti con la tua bottiglia di birra, in modo da non dover mangiare ogni volta una pizza rinvenuta nel cartone per via del vapore. Certo, sì, passo ORE a ragionare su questa roba.

CREAM ALE
La Cream Ale è più o meno uno standard di Mikkeller e quindi tutto sommato una delle loro birre più facili da trovare nella mia zona. Sta in bottiglia da 33 cl e come quella sopra ha la solita impostazione ultra-luppolata ma non impostata su quel concetto caricone della Zona, è una cosa più leggera a livello di grado e di residuo e ha un rapporto qualità-prezzo da far sì che il malessere fisico del giorno successivo si riduce a favore del malessere finanziario -se vuoi star male bevendo Mikkeller Cream Ale spendi sui 40 euro, grossomodo.

le peggiori 3 birre da pizza nel 2015

PORETTI
Il birrificio Angelo Poretti è sicuramente la più grande manifestazione del genio diabolico di un direttore ufficio marketing all’italiana. Suppongo che la prima volta che sono andati a scaffale con l’etichetta con scritto “RICETTA ORIGINALE AI 3 LUPPOLI” le vendite siano aumentate del 25%. E quando hanno deciso di immettere una bottiglia di fascia più alta e chiamarla “4 LUPPOLI”? Tu immaginati il signor Angelo Poretti (in Carlsberg) che salti. Poi boh, si son fatti prendere la mano e hanno creato il più gioioso incubo distopico della storia della birra da supermercato. birre a 5, 6,7 luppoli che fioccavano, tutte con lo stesso identico sapore e io che le ho provate praticamente TUTTE nella speranza che i nuovi luppoli aggiunti dessero finalmente un sapore di luppolo alle loro birre, speranza regolarmente frustrata. Quando il gioco ha iniziato a mostrare la corda il birrificio Poretti è dovuto correre ai ripari e si è messo a investire sugli stili veri e propri. Hanno creato la gamma in lattina a NOVE LUPPOLI che vantava una IPA e una porter e una weiss e cose così (potrei sbagliarmi). Costo più alto, e le ho riprovate tutte comunque (un disastro). Quello che spaventa di più nella strategia di marketing dei Poretti non è tanto ciò che è successo fino ad ora, ma le infinite possibilità future: mentre tutti stanno imitando il concetto, investendo su radler e birre speziate alla cannella, Poretti inizierà a pensare ad un rilancio sulla posta, arrivando a una linea da 23 luppoli entro fine 2017, e poi iniziando gradualmente a calare fino ad arrivare al paradosso, verso estate 2019, di una nuova etichetta “UN LUPPOLO SOLO MA STAVOLTA SI SENTE”.

BIRRA ARTIGIANALE ITALIANA
Questa birra non ha marchio, non ha nome, non ha colore e non ha gusto. O meglio ha tanti marchi e tanti nomi e colori e non ha gusto, o ha un gusto sbagliato, o costa comunque tre volte più di quanto valga. Il suo mercato è sterminato, occupa metri e metri di scaffali in grande distribuzione ed è composto da persone sulla quarantina che preferiscono la birra al vino ma non hanno voglia di farsi delle Moretti. Soluzione? BIRRA ARTIGIANALE ITALIANA, prodotta da minuscole aziende agricole appassionate e piene di talento, etichette vintage, creazioni ardite, milioni di marche diverse. LA ROSSA, L’AMBRATA eccetera, costano quanto una birra di cristo e valgono quanto una bottiglia di Moretti. Probabilmente ne esistono tantissime di valore, ma per una birra buona che scopri hai pagato 15 birre tristi. Non vale la candela.

CERES
Detesto la Ceres. La ragione è che hanno qualcuno di detestabile che gli fa i social, non so dire chi cosa o come, dev’essere questo team di CREATIVI del cazzo che fanno LANCI e CAMPAGNE e altre cose di cui non so assolutamente nulla. Tutti voi avete un amico che di mestiere fa tipo il MEDIA GURU o l’INFLUENCER, no? Ecco, il vostro amico influencer e media guru RILANCIA i CONTENUTI delle pagine social di Ceres e le commenta scrivendo “bravi.” o anche “bravissimi.”, sempre col punto alla fine. Ecco, in quei momenti il vostro amico media guru influencer vuol dirvi “io so come si comunica, e sto facendovi un esempio di altre persone che sanno farlo”, ma quello che fa all’atto pratico è aprire uno squarcio sul futuro e mostrarvi un mondo in cui tutto è social, tutto è divertente, tutto è una versione arguta e ridanciana di quello che tre ore prima vi faceva girare le palle. Ecco, questo genere di impostazione geniale e simpatica ad ogni costo punta (credo) sull’idea di farti sapere cosa succede se si prende un normale addetto ai social media, lo si riempie di Ceres da colazione in poi e gli si dà libero accesso al computer. Capirai. Anche io sono più simpatico da ubriaco, ma questa gente sta vendendo comunque alcolici, cioè in realtà sta vendendo mal di testa, incidenti automobilistici, cirrosi epatiche, alito cattivo e brutte analisi del sangue. E cosa ci sta dando in cambio? Due risate e una birra dolciastra da sedicimila gradi. Li odio.

GRAPPINO

La peggior canzone di Natale: Adeste Fideles

 

“Mamma, quando arriva Babbo Natale?”
“Arriva sulle 6 e mezza/7 arriva”

Sveglia alle 6 del 25, appuntamento in camera di mio fratello alle 6:20, già vestiti, e attesa fino alle 6:45 minimo. La mattina di Natale eravamo intrappolati tra il desiderio di aprire il regalo e quello di vedere in faccia sto cazzo di Babbo Natale. Solo che non si poteva, incontrarlo. Quindi dovevamo aspettare che se ne fosse andato di sicuro. Avrà fatto? No ancora è presto, la mamma ha detto non prima delle 7. Comunque è molto puntuale, ti ricordi l’anno scorso? Viene dal nord e il nonno ha detto che quelli del nord sono pignoli sugli orari, ancora peggio dei tedeschi, anzi no, degli svizzeri. Orecchie tese e a ogni rumore dicevo sottovoce “è lui” e mio fratello, che è sempre stato più grande di me di tre anni, rispondeva “è il motorino del frigo”. Scafatissimo. Vabé, c’erano due possibilità di portare a conclusione la questione. O dopo un po’ e prima che finisse l’embargo saltavamo su, andavamo di sotto di corsa, ci stupivamo un attimo che fosse già tutto sotto l’albero e distruggevamo i pacchetti. Oppure partiva il rito della vestizione, lentissimo, non prima delle 7. Scendevamo dal letto, calzettoni di lana, hai sentito questo rumore?!, no, è la caldaia, maglione di lana, un braccio, poi l’altro, occhi seri, orecchie di sotto, accappatoio per vincere il freddo. L’albero era spento: mia mamma aveva la fobia che le luci saltassero in aria di notte. Scendevamo dalle scale come ladri col cuore in bocca. La pila non la tenevo io, e da dietro vedevo le porzioni di stanza illuminate cambiare velocemente. Prima illuminava lontano dall’albero, poi sempre più vicino, poi boom! sotto l’albero. Un maestro della suspense. Ci buttavamo a pesce e la carta del pacco finiva in giro per la stanza. Qualcuno accendeva la luce. Dopo un po’ arrivava mia mamma, e buon Natale, e buon Natale, raccoglieva la carta e andava a fare il caffè. Tornava, accendeva l’albero e negli occhi aveva già la vena del pranzo con i parenti, che stava preparando da una settimana e che era arrivato al rush finale.
Vicino all’albero c’era un mangianastri. Dentro, la cassettina con le più belle canzoni natalizie, a me o mio fratello il compito di farla partire. La prima (Jingle Bells) la saltavamo, ne avevamo già abbastanza. La sera prima fermavamo il nastro nel punto in cui doveva iniziare e il nastro non andava in modalità salvaschermo o risparmio energetico. Non si disattivava. Rimaneva lì. Attaccava Tu scendi dalle stelle e dopo uno o due minuti arrivava di sotto mio babbo. E buon Natale, auguri, e buon Natale. E che due coglioni. Era fissato, voleva ascoltare quelle canzoni mentre noi uomini di casa cincischiavamo intorno ai regali. Non gli interessava del messaggio delle canzoni ma del momento che la musica contribuiva a creare. Durante l’anno non è che ci fossero poi tante occasioni. I momenti assumono sempre più importanza con il passare del tempo, diceva.
Ma io non ero così d’accordo perché col tempo avrei per esempio rinunciato molto volentieri al momento in cui il nastro passava da Tu scendi dalle stelle a Adeste Fideles. Ogni anno lo stesso istante, sempre peggio, quello in cui il trattore dentro al mangia cassette urlava tutta la fatica che faceva e interpretava quanto per me quel pezzo fosse spezzabolgia. E non si poteva saltare al successivo, perché Adeste Fideles era il necessario bridge tra Tu scendi dalle stelle e Stille Nacht. Fino a poco prima ero immerso nel regalo. Un attimo dopo partiva il coro in latino, tomba di ogni entusiasmo.
Adeste Fideles è una canzone che ha toccato la sensibilità di molti: Giuni Russo, Bocelli, Celine Dion, le Verdi Note, Enya, il Coro dell’Antoniano e i Twisted Sister. E nessuno è riuscito a vincere la sua forza: chiunque la interpreti, è sempre e comunque una canzone solenne ma triste. È compassionevole, come un ciellino che – dopo averti chiesto “e tu cosa fai?” con un sorriso da motivatore e dopo che gli hai raccontato in due parole la cosa migliore della tua vita e che pensi valga la pena di esser raccontata anche a uno stronzo che non si fa i cazzi suoi – ti dice “ma tu sei felice?”.

Il testo è il Natale. Lo scopo principale dell’autore è invitare la gente nella capanna a vedere Gesù bambino appena nato. Non sempre è facile attirare la gente vicino a un bue e a un asino. John Wade, che nel ‘700 trascrisse per primo testo e musica (l’autore rimane ignoto), lo sa e usa alcuni formaggini per i topi in botta Natale. Il primo è Betlemme, nota e irresistibile località turistica, il secondo la visita del nuovo venuto come breve ma intenso momento di affrancamento dal lavoro faticoso e quotidiano. In concreto, si invita il pastore a lasciare le pecore e a farsi un giro a Betlemme, per farsi un cicchetto e se ci scappa tempo andare dal piccolo, che dal canto suo è uno spettacolo da non perdere, lo splendore eterno nascosto dentro un sacco di carne. Questa cosa mi ha sempre lasciato un po’ perplesso e ho sempre associato l’immagine del padre eterno incarnato agli insaccati, buonissimi ma non proprio salutari, se si esagera. In qualche modo anche la religione è così, una buona via di fuga che rischia di diventare un eccesso.

Adeste Fideles può incendiare gli animi. Aumenta l’eccitazione del momento, crea il ripieno di gioia e senso del Natale da mettere dentro ai veicoli umani che diffondono il verbo in modo cieco e comprano regali per bambini che pochi anni dopo scoprono con tristezza che non c’è nessun Babbo Natale e nessuna magìa, ma sono pronti per diventare religiosi. Adeste Fideles è anche suo malgrado balzata poco tempo fa al centro dell’attenzione ed è diventata il simbolo della cristianità italica contro le altre religioni. In una scuola di Casazza (BG) era ottobre quando il corpo docente stava preparando I musicanti di Casazza, spettacolo natalizio ispirato ai Musicanti di Brema, durante il quale alcuni bambini avrebbero dovuto cantare Adeste Fideles. La Preside aveva sollevato il dubbio di incoerenza del pezzo, perché “troppo cristiano”, nel senso che non c’entrava col tema dello spettacolo. Spettacolo che coinvolgeva anche studenti non cristiani. Alla fine il Collegio aveva deciso di fare Jingle Bells Rock. Ma la banda ha protestato su Facebook, le proteste sono arrivate a Maurizio Gasparri che ha aperto subito il cassetto “crocifissi rimossi dalle aule” e ha chiesto al Ministro Giannini di cacciare la Preside. La Lega di Casazza ha inneggiato al furto dei valori cristiani per timore delle altre religioni e ha soffiato sul fuoco del “dovremo forse chiedere il permesso a qualcuno per intonare i nostri canti di Natale?”. La Preside ha respinto tutte le accuse di crociata anti-cattolica (va sempre a messa a proclamare le letture) ma ha sottolineato che il suo compito di insegnante è quello di proporre qualcosa di coerente dal punto di vista didattico. Alla fine Adeste Fideles si è fatta: affanculo la coerenza didattica ma i valori cristiani a Casazza sono ancora intatti contro il nemico.
Qualsiasi fosse stata la canzone di Natale messa in discussione, Gasparri avrebbe aperto il suo cassettino. Ma dentro a una lettura interessata del testo di Adeste Fideles gli alfieri della difesa politica e propagandistica della religione possono sguazzare alla grande, rendendo una canzone di duecento e passa anni fa il baluardo di una polemica, quella della crociata del crocifisso nelle scuole italiane, montata soprattutto negli ultimi anni e che con il contenuto della canzone non c’entra niente. Un punto per Adeste Fideles, quindi, scambiata per simbolo della lotta all’invasione quando è solo un pezzo sulla natività.

Però io me lo ricordo il Venite adooreeemus! che strideva con la carta colorata dei pacchi. Tornando a bomba, qualche anno più tardi mio fratello si stancò di far finta di credere a Babbo Natale per farmi giocare, poi smisi di crederci anch’io e tutta la cerimonia saltò. All’inizio, quando ci ripensavo, avevo lo stesso buco nel cuore che mi lasciava Adeste Fideles quando arrivava nel mangianastri. Adesso, tutto è così lontano da sembrarmi il racconto di un’altra persona.

Springtime, Black Tail (dentro a: un revival che forse sta finendo)

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Finché il revival tira, di dischi ne escono a fiumi. I gruppi che ho visto scritti su tutti i muri nel corso del revival anni ’90 degli ultimi anni sono i Pavement e i Dinosaur Jr, oltre ai Nirvana per ragioni più economiche che musicali. Ma le sfumature sono di più se uno ascolta quello che è uscito e se cerca di pensare a 20 anni fa. La maggior parte delle cose non le vorrei indietro nemmeno a costo di un Mark Linkous che ritorna e fa un disco che mi stacca un altro pezzo di cervello e lo mette dentro la scatola delle cose che non devono andare perse. Sempre in bilico tra il dramma irrisolvibile e la resistenza auto imposta solo per dignità e non per fede, quegli anni sono passati lasciando segni che non vorrei: per prime, le insicurezze che costellano la vita di uno che cerca di restare grande; seconde, le occasioni mancate e terzo il tempo perso. Ci sono persone che vorrei rivedere, ma ce ne sono altre che preferirei non sentire mai più perché di sicuro mi darebbero un epilogo sbagliato. Altre ancora l’epilogo sbagliato me l’hanno già dato. È difficile gestire i ricordi, adesso noi parliamo con nonchalance di revival e consideriamo solo la musica. Ma la musica non è mai una cosa che si sposta nel tempo da sola. Contiene ricordi belli e ricordi brutti e se ritiri fuori dal cilindro lei, ritiri fuori anche loro. Puoi aver fatto pace quanto vuoi col passato ma comunque è li e tu lo guardi, e questo è un gesto concreto, che fai perché qualcosa, indietro, da guardare c’è sempre. Non tutto si guarda volentieri però. Girare la testa dall’altra parte è impossibile in questo caso, se giri la testa, l’immagine del ricordo la segue e le si para davanti. Come un cazzo di esercito armato e pronto all’attacco.
Ogni 20 anni pare ci tocchi ripensare a quello che è successo 20 anni prima. Prima il grande entusiasmo, poi iniziano le smorfie e si passa oltre. Così, facciamo finta che non sia successo niente e che non ci siano ripassate dentro al cervello le cose che abbiamo vissuto quando eravamo diversi. Che bel gioco.
Qualche resto rimane e il fluire del revival diventa eterno. Al Melania di Gatteo a Mare all’inizio dei 2000 c’erano feste anni ’70 e ’80 un sabato si e uno no. Quei party, dentro alle sale sudate di un’ex pizzeria, sotto terra, sotto a soffitti bassi e sopra a pedane strette, rendevano la sensazione di stantìo delle canzoni trasmesse da dj. Ancora il revival anni ’90 non sembrava possibile. Adesso sta già scemando e tra poco diventerà un flusso continuo, ci faremo l’abitudine. I nomi grossi li sentiamo già dappertutto, il flusso è già stato innescato: l’altro giorno ho pagato il dentifricio allo Spendibene e sotto c’era Even Flow dei Pearl Jam. Rape Me è già roba da Virgin Radio e diventerà come Heroes di David Bowie: sigla di trasmissioni televisive paracule, e qualcos’altro di simile. Di ascoltare i Bedhead, magari dovremo preoccuparci da soli e va molto bene. Se li sentirò trasmessi dalla radio del tabaccaio all’inizio sarò in bolgia, poi rifletterò e lascerò insieme ai soldi per le cicche anche l’altro pezzo di cervello che avrei dovuto mettere dentro alla scatola ma, si, va bene così. Tanto ormai. Per il resto, dopo un po’ si fa l’abitudine anche ai ricordi peggiori, neanche questo è un bel gioco, ma è così.
Per quanto riguarda la musica, una volta fatta l’abitudine ai ricordi a cui è legata, l’ho già svuotata di buona parte della sua ricchezza. Rimangono le note, i testi e le voci che mi entrano dentro, oppure mi rimbalzano lontano. Se mi rimbalzano lontano, al netto dei ricordi raschiati via, allora a quel punto la musica non ha più senso, e neanche il revival. Non sto facendo un discorso dal punto di vista economico per le etichette e i gruppi, per quello, certo, ha sempre senso.
Ho sentito un disco perché il comunicato richiama alcuni gruppi degli anni ’90, Springtime dei Black Tail (Mia Cameretta Records). Il suo problema è che suona sempre molto attento a essere delicato e pacato, anche quando spinge di più (Oak). Ci vorrebbero pezzi irresistibili, ma non ci sono. Sono carini e un po’ svogliati, a volte si risollevano, poi perdono ancora grinta, come in How To Be Lost At Sea, che ha un bel basso nel ritornello ma una strofa che è come se ti proiettasse davanti le facce dei Black Tail con la bolla nel naso e la bocca aperta. Gli anni novanta (i Built To Spill dell’inizio di Tree Tops) non sono un fuoco che brucia dentro, ma una luce fioca lontana. Ultimamente ho sentito Car Seat Headrest, Palehound, Childbirth, in qualche modo dischi del revival. Mi hanno fatto la stessa impressione di Springtime: manca un’idea e manca un cuore da cui venga l’idea. La produzione di note che ricordano Elliot Smith, di cui i Black Tail sono dichiaratamente fan, non è sufficiente e diventa un esercizio di stile. Non è che se esce un disco di questo tipo penso che il revival sia finito. Springtime mi ha fatto solo venire in mente quanto sia impegnativo un revival, dal momento che non tutti sono all’altezza di supportarlo dal punto di vista qualitativo musicale. Il revival deve soddisfare le esigenze di chi ha dei ricordi là dentro o di chi deve ancora scoprire le cose. Non è facile.
Iniziano a passare i mesi e i mesi che passano segnano che la tensione diminuisce. In questo caso. In giro c’è meno attenzione, si parla d’altro, comunque di dischi a tema continuano a uscirne. Ma tra 21 giorni è il 2016 e tra quattro anni saremo pronti per il revival anni 2000. Merda.