La peggior canzone di Natale: Adeste Fideles

 

“Mamma, quando arriva Babbo Natale?”
“Arriva sulle 6 e mezza/7 arriva”

Sveglia alle 6 del 25, appuntamento in camera di mio fratello alle 6:20, già vestiti, e attesa fino alle 6:45 minimo. La mattina di Natale eravamo intrappolati tra il desiderio di aprire il regalo e quello di vedere in faccia sto cazzo di Babbo Natale. Solo che non si poteva, incontrarlo. Quindi dovevamo aspettare che se ne fosse andato di sicuro. Avrà fatto? No ancora è presto, la mamma ha detto non prima delle 7. Comunque è molto puntuale, ti ricordi l’anno scorso? Viene dal nord e il nonno ha detto che quelli del nord sono pignoli sugli orari, ancora peggio dei tedeschi, anzi no, degli svizzeri. Orecchie tese e a ogni rumore dicevo sottovoce “è lui” e mio fratello, che è sempre stato più grande di me di tre anni, rispondeva “è il motorino del frigo”. Scafatissimo. Vabé, c’erano due possibilità di portare a conclusione la questione. O dopo un po’ e prima che finisse l’embargo saltavamo su, andavamo di sotto di corsa, ci stupivamo un attimo che fosse già tutto sotto l’albero e distruggevamo i pacchetti. Oppure partiva il rito della vestizione, lentissimo, non prima delle 7. Scendevamo dal letto, calzettoni di lana, hai sentito questo rumore?!, no, è la caldaia, maglione di lana, un braccio, poi l’altro, occhi seri, orecchie di sotto, accappatoio per vincere il freddo. L’albero era spento: mia mamma aveva la fobia che le luci saltassero in aria di notte. Scendevamo dalle scale come ladri col cuore in bocca. La pila non la tenevo io, e da dietro vedevo le porzioni di stanza illuminate cambiare velocemente. Prima illuminava lontano dall’albero, poi sempre più vicino, poi boom! sotto l’albero. Un maestro della suspense. Ci buttavamo a pesce e la carta del pacco finiva in giro per la stanza. Qualcuno accendeva la luce. Dopo un po’ arrivava mia mamma, e buon Natale, e buon Natale, raccoglieva la carta e andava a fare il caffè. Tornava, accendeva l’albero e negli occhi aveva già la vena del pranzo con i parenti, che stava preparando da una settimana e che era arrivato al rush finale.
Vicino all’albero c’era un mangianastri. Dentro, la cassettina con le più belle canzoni natalizie, a me o mio fratello il compito di farla partire. La prima (Jingle Bells) la saltavamo, ne avevamo già abbastanza. La sera prima fermavamo il nastro nel punto in cui doveva iniziare e il nastro non andava in modalità salvaschermo o risparmio energetico. Non si disattivava. Rimaneva lì. Attaccava Tu scendi dalle stelle e dopo uno o due minuti arrivava di sotto mio babbo. E buon Natale, auguri, e buon Natale. E che due coglioni. Era fissato, voleva ascoltare quelle canzoni mentre noi uomini di casa cincischiavamo intorno ai regali. Non gli interessava del messaggio delle canzoni ma del momento che la musica contribuiva a creare. Durante l’anno non è che ci fossero poi tante occasioni. I momenti assumono sempre più importanza con il passare del tempo, diceva.
Ma io non ero così d’accordo perché col tempo avrei per esempio rinunciato molto volentieri al momento in cui il nastro passava da Tu scendi dalle stelle a Adeste Fideles. Ogni anno lo stesso istante, sempre peggio, quello in cui il trattore dentro al mangia cassette urlava tutta la fatica che faceva e interpretava quanto per me quel pezzo fosse spezzabolgia. E non si poteva saltare al successivo, perché Adeste Fideles era il necessario bridge tra Tu scendi dalle stelle e Stille Nacht. Fino a poco prima ero immerso nel regalo. Un attimo dopo partiva il coro in latino, tomba di ogni entusiasmo.
Adeste Fideles è una canzone che ha toccato la sensibilità di molti: Giuni Russo, Bocelli, Celine Dion, le Verdi Note, Enya, il Coro dell’Antoniano e i Twisted Sister. E nessuno è riuscito a vincere la sua forza: chiunque la interpreti, è sempre e comunque una canzone solenne ma triste. È compassionevole, come un ciellino che – dopo averti chiesto “e tu cosa fai?” con un sorriso da motivatore e dopo che gli hai raccontato in due parole la cosa migliore della tua vita e che pensi valga la pena di esser raccontata anche a uno stronzo che non si fa i cazzi suoi – ti dice “ma tu sei felice?”.

Il testo è il Natale. Lo scopo principale dell’autore è invitare la gente nella capanna a vedere Gesù bambino appena nato. Non sempre è facile attirare la gente vicino a un bue e a un asino. John Wade, che nel ‘700 trascrisse per primo testo e musica (l’autore rimane ignoto), lo sa e usa alcuni formaggini per i topi in botta Natale. Il primo è Betlemme, nota e irresistibile località turistica, il secondo la visita del nuovo venuto come breve ma intenso momento di affrancamento dal lavoro faticoso e quotidiano. In concreto, si invita il pastore a lasciare le pecore e a farsi un giro a Betlemme, per farsi un cicchetto e se ci scappa tempo andare dal piccolo, che dal canto suo è uno spettacolo da non perdere, lo splendore eterno nascosto dentro un sacco di carne. Questa cosa mi ha sempre lasciato un po’ perplesso e ho sempre associato l’immagine del padre eterno incarnato agli insaccati, buonissimi ma non proprio salutari, se si esagera. In qualche modo anche la religione è così, una buona via di fuga che rischia di diventare un eccesso.

Adeste Fideles può incendiare gli animi. Aumenta l’eccitazione del momento, crea il ripieno di gioia e senso del Natale da mettere dentro ai veicoli umani che diffondono il verbo in modo cieco e comprano regali per bambini che pochi anni dopo scoprono con tristezza che non c’è nessun Babbo Natale e nessuna magìa, ma sono pronti per diventare religiosi. Adeste Fideles è anche suo malgrado balzata poco tempo fa al centro dell’attenzione ed è diventata il simbolo della cristianità italica contro le altre religioni. In una scuola di Casazza (BG) era ottobre quando il corpo docente stava preparando I musicanti di Casazza, spettacolo natalizio ispirato ai Musicanti di Brema, durante il quale alcuni bambini avrebbero dovuto cantare Adeste Fideles. La Preside aveva sollevato il dubbio di incoerenza del pezzo, perché “troppo cristiano”, nel senso che non c’entrava col tema dello spettacolo. Spettacolo che coinvolgeva anche studenti non cristiani. Alla fine il Collegio aveva deciso di fare Jingle Bells Rock. Ma la banda ha protestato su Facebook, le proteste sono arrivate a Maurizio Gasparri che ha aperto subito il cassetto “crocifissi rimossi dalle aule” e ha chiesto al Ministro Giannini di cacciare la Preside. La Lega di Casazza ha inneggiato al furto dei valori cristiani per timore delle altre religioni e ha soffiato sul fuoco del “dovremo forse chiedere il permesso a qualcuno per intonare i nostri canti di Natale?”. La Preside ha respinto tutte le accuse di crociata anti-cattolica (va sempre a messa a proclamare le letture) ma ha sottolineato che il suo compito di insegnante è quello di proporre qualcosa di coerente dal punto di vista didattico. Alla fine Adeste Fideles si è fatta: affanculo la coerenza didattica ma i valori cristiani a Casazza sono ancora intatti contro il nemico.
Qualsiasi fosse stata la canzone di Natale messa in discussione, Gasparri avrebbe aperto il suo cassettino. Ma dentro a una lettura interessata del testo di Adeste Fideles gli alfieri della difesa politica e propagandistica della religione possono sguazzare alla grande, rendendo una canzone di duecento e passa anni fa il baluardo di una polemica, quella della crociata del crocifisso nelle scuole italiane, montata soprattutto negli ultimi anni e che con il contenuto della canzone non c’entra niente. Un punto per Adeste Fideles, quindi, scambiata per simbolo della lotta all’invasione quando è solo un pezzo sulla natività.

Però io me lo ricordo il Venite adooreeemus! che strideva con la carta colorata dei pacchi. Tornando a bomba, qualche anno più tardi mio fratello si stancò di far finta di credere a Babbo Natale per farmi giocare, poi smisi di crederci anch’io e tutta la cerimonia saltò. All’inizio, quando ci ripensavo, avevo lo stesso buco nel cuore che mi lasciava Adeste Fideles quando arrivava nel mangianastri. Adesso, tutto è così lontano da sembrarmi il racconto di un’altra persona.

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