Eco, la musica leggera e ascoltare roba vecchia

image

Stamattina leggevo un articolo su amargine.it pubblicato dopo la notizia della morte di Eco in cui Paolo Madeddu riporta, contestaulizza, ricontestualizza e analizza alcune teorie di Eco sulla musica. Ne copio e incollo una da La musica è la macchina, un saggio contenuto in Apocalittici e integrati del 1964.

“Essendo sottoposta alle leggi economiche tipiche di un prodotto industriale (diversamente da quanto accadeva alla produzione tradizionale), la musica riprodotta (Eco si riferisce a quella riprodotta da radio, juke box, alla musica leggera dei tempi in cui scrive, alla musica prodotta con un intento commerciale importante, ndr) dev’essere consumata rapidamente e invecchiare presto, in modo che si crei il bisogno di un nuovo prodotto. Di qui, come per l’automobile o le gonne femminili, la pressione esercitata dal mercato perché gli stili tramontino rapidamente e i dischi passino di moda. Oggi il twist è già invecchiato rispetto al madison e questo rispetto al surf. Da un lato questo sottopone la sensibilità a una sorta di eccitazione nevrotica, dall’altro le impedisce di adagiarsi in formule fisse tipiche delle civiltà musicali popolari, che costituiva un fattore di conservatorismo. Peraltro i gruppi umani cessano di avere radici musicali e in futuro non potranno più riconoscersi nei propri repertori tradizionali, capaci di riassumere tutta una storia e un ethos”.

Ho spostato la riflessione di Eco riguardante la musica leggera degli anni 60 e il suo scopo commerciale sulla musica più lontana dai meccanismi commerciali più spinti. Poi ho pensato più che a quella musica alle persone che l’ascoltano, perché a volte il problema non sta nella musica ma nelle persone che ascoltano musica.

In particolare ho pensato a chi esprime il proprio parere molto negativo su amici o conoscenti che ancora ascoltano la musica di quando avevano 20 anni. Recentemente, ho letto alcuni commenti di questo tipo (molto negativi) a proposito di chi si sta godendo o si è goduto il revival indie anni 90, quello emo o post hard core. O in generale su chi continua a sentire cose vecchie (ho preso la cosa seriamente perché io sono tra questi ultimi e sono piccato).

Le persone che esprimono sentimenti negativi quando vedono che la gente su Facebook condivide pezzi vecchi, sono anche quelle che la roba pop non la considerano perché è commerciale ed è risultato solo di meccanismi del mercato ma sono anche vittime dello stesso meccanismo della produzione industriale della musica di cui Eco scrive a proposito della musica leggera degli anni 60: serve che la musica esaurisca in breve l’effetto suscitato nell’ascoltatore perché così gli si può proporre e vendere un altro modello. Chi valuta negativa la possibilità di rimanere legati alla musica di 20 anni in nome di un obbligo di ascoltare le cose nuove è vittima di questo meccanismo. Tra dieci anni le cose nuove di oggi sono vecchie e il giro riparte. In questo modo siamo sempre dentro una lavatrice che non permette di ragionare e scegliere in autonomia.

Spesso la produzione indipendente e alternativa non hanno come scopo principale quello di far uscire un prodotto solo per venderlo, ma vogliono fare un buon prodotto. Anche un prodotto pop può essere un buon prodotto ma l’attenzione alla vendibilita’ è maggiore. Chi ascolta musica meno vendibile, ma solo quella nuova, la sottopone a un meccanismo che non le appartiene. Chi non prende in considerazione la musica pop è in questo caso vittima delle motivazioni della macchina che la produce. Subire il meccanismo pop del ricambio per forza e ascoltare solo musica alternativa. Un ibrido.

L’errore fondamentale è che in questo momento storico ascoltare sia il pop sia il non pop non è più peccato. Se n’è discusso molto negli ultimi tempi sul web e penso che sia una cosa verissima.

Poi l’altro errore è non considerare che si potrebbero fare entrambe le cose: ascoltare roba vecchia e roba nuova senza metterle per forza in conflitto tra loro da questo punto di vista. In questo modo, almeno nella scelta di cosa ascoltare e nel desiderio di ascoltare, non si è soggetti ai meccanismi commerciali e allo stesso tempo si conoscono le nuove direzioni della musica e si soddisfa la curiosità di conoscerle. Possiamo ascoltare cose che ormai iniziano ad appartenere a una tradizione, cose nuove che fanno riferimento a quella tradizione e cose nuove. È legale.

La curiosità non è solo verso le novità ma verso le cose di 20 anni fa, per ogni motivo che possa venire in mente: farci un piantino, ricordare cosa è successo quella volta che ho sentito quella canzone, capire cosa mi piace ancora e cosa no, capire cosa i nuovi gruppi che s’ispirano ai vecchi hanno preso e cosa hanno lasciato, dove sono diversi i suoni e dove sono uguali, se i temi dei testi sono assimilabili o no quelli di 20 anni fa.

Comunque, leggete tutto l’articolo di Madeddu. Ci sono un sacco di cose interessanti, sia quelle che dice Madeddu sia quelle che dice Eco, alcune più condivisibili altre meno, non proprio sull’ascoltare musica vecchia ma su altri argomenti.

djsco wok end – Creamy Tales dei Big Cream

bigcream

È sabato pomeriggio, sto leggendo il giornale e ascoltando un disco con le cuffie e sto pensando che non c’è niente di meglio da fare al sabato pomeriggio che ascoltare un disco con le cuffie e leggere il giornale, se sei da solo. Il disco è quello dei Big Cream, Creamy Tales. Mi ha fatto venire in mente chi, ascoltando questo disco, ne criticherebbe le imperfezioni. Gente con la mania che un disco sia perfetto, che una batteria non sia mai indietro, che non ci sia nessuno sfasamento tra lei, la chitarra e il basso. Sono mostri non tanto lontani da noi in fondo, o per lo meno da me: ne ho uno anche in ufficio. Di sicuro ha una visione della musica diversa da quella che ha il 50% delle persone lì dentro, ma con i gusti non ci becchiamo proprio. Quindi ho concluso che il disprezzo musicale reciproco può esserci anche tra persone che cercano nella musica qualcosa di più che non siano i Coldplay, cosa che è abbastanza scontata in alcuni momenti della mia vita, ma non lo è per la maggior parte delle ore dei giorni della settimana, che trascorro in ufficio. Così, a pensarci adesso che è sabato e sono almeno 10 km distante da quel posto, posso dire che della loro opinione non me ne frega un cazzo e che penso che la verità stia da una parte sola, cioè la mia. E mentre ascolto Creamy Tales la mia verità è che non c’è niente di meglio di questo tipo di rock che unisce un sacco di cose diverse che appartengono all’uomo di sempre: tristezza, rabbia, gioia, malinconia. Che io sappia, l’uomo si è sempre arrabbiato, sentito triste, felice o malinconico. Nel Medioevo come nell’antica Roma, all’inizio del ‘900 come oggi e come quando girava con la minigonna di pelliccia. Invece, la chitarra di Joe Bonamassa cosa mi dà? Niente, al limite un po’ di tristezza. Dentro a Creamy Tales ci sono tutte le cose che sono state scritte in altre recensioni: Dinosaur jr, Sebadoh, Nirvana, Pixies, Pavement, i primi più significativi Yuck, anche se per me i primi Yuck non è che abbiano avuto più significato di quanto ne abbiano gli Yuck di adesso, cioè quello di un gruppetto. Però la cosa che ho sentito di più dentro all’ep (6 canzoni) dei Big Cream è l’abbandono di Something in the way dei Nirvana, declinato in modi diversi, con più ritmo, con più energia, con più voglia di vivere. Un abbandono energico. È possibile? Boh, evidentemente se l’ho sentito dentro ai Big Cream è possibile. Ci sono pezzi che qualcuno definirebbe derivativi, ma sono cose belle (come ha già detto quel gran figo di Arturo Compagnoni). Belle è l’aggettivo migliore che mi viene in mente e che usavamo sempre prima che uno squallido intellettualismo prendesse possesso dei nostri cervelli e impoverisse la loro capacità di volare a partire da un unico semplice aggettivo: sono belle le chitarre all’inizio di What a mess; la voce in Sleepy cloud, il suo ritornello e relativi cori, la chitarra che pare una bestia sofferente che non dà tregua al padrone che deve salvarla, vuole farlo, ma non sa come; il basso e il cratere chitarristico che si apre al  minuto 2:08 in Sleep therapy; gli stacchi della batteria che c’è poco dopo – e a questo punto io ci sento anche i Fugazi e i Karate, quindi questi ragazzi aprono anche a interpretazioni impreviste e imprevedibili, non solo a quegli anni 90; il fatto che ci siano due canzoni di fila con la parola sonno nel titolo; la melodia di Space collage. E secondo me a questi ragazzi (di tre che sono ne conosco più o meno uno e mezzo) piacciono anche i Male Bonding (Slush, la più Something in the way di tutte – leggi grande tono scazzato – anche se più veloce), che poi tutto il tono dei Male Bonding è derivativo di Something in the way, quindi tutto torna come in un calcolo matematico anche se matematico in questo mondo incerto c’è poco poco. Poi via, si va avanti nell’ascolto di questo ep che non può fare altro che mettere una botta nel vostro week end se avete un minimo di gusto musicale e visione per apprezzare quello che si può fare con tre strumenti e tre amici. Abbiate pazienza, io passo tutti i giorni NON con colleghi a cui NON frega un cazzo di musica e non ne parlano ma che hanno gusti musicali diversi dai miei e li ritengono gli unici possibili. Nel week end devo sfogarmi. Creamy Tales dei Big Cream è un ottimo modo per farlo e per concentrare il cervello su qualcosa di creativo. perché, guardate, che questo disco non è solo un omaggio a quel tipo di musica, dentro ci sono delle belle idee. Sentitelo, vedrete che è vero.

BRISIGHELLA SUONA COSÌ

2014-10-12 16.50.46

Semel in anno licet insanire means Una volta all’anno è lecito fare il pazzo, è una specie di lascia passare a 38 che teneva gli antenati per le palle: (ufficialmente) si facevano bastare una sbronza fortissima o una notte di sesso sfrenato, per il resto del tempo si moralizzavano pesantemente. Per sottolineare finalmente e una volta per tutte l’inadeguatezza all’essere umano e in particolare a quello romagnolo di quelle parole, è nata la Confraternita della tagliatella, che ha scelto di riscriverle rovesciandone il significato e di affiggerle come una legge su confraternitadellatagliatella.org: “è sempre lecito ingozzarsi”, così l’hanno ripensato. Cioè, bisogna spaccarsi di tagliatelle, ogni volta che si può. Il concetto è radicalmente diverso: ogni lasciata è persa. La Confraternita della tagliatella è un’associazione di drogati che gira i ristoranti della Romagna in preda a una fotta micidiale e in cerca di spessori, larghezze e sughi diversi per valutarli e metterli a confronto. La risultante finale del percorso è la migliore tagliatella dell’anno solare.

Brisighella è un paese di poco più di 7000 abitanti in provincia di Ravenna. Sull’origine del nome ci sono diverse ipotesi, tra le quali la meno accreditata ma decisamente più attinente al tema è “la terra in cui si coltivano cavoli”. Ho cercato “olio di Brisighella” e ho trovato diverse cose, così come per distillati e aceti, ma con “cavolo di Brisighella” non ho trovato niente, se non che ormai le piante di cavolo che una volta crescevano sul territorio adesso si sono estinte. Appartenendo alla specie della Brassica e avendo i brisighellesi storpiato il nome nei secoli, da lì deriverebbe Brisighella. Sono famosi anche i suoi tre colli, su cui sono poggiano la rocca, il santuario e la torre dell’orologio, e le escursioni avventurose alle 100 cavità naturali. Sono quelle cose che iniziano a interessarti quando andare a fare una camminata diventa the new ascoltare ai concerti, a volte è difficilissimo ammetterlo a se stessi quindi io, pur essendo distante pochi chilometri distante, non sono mai stato a Brisighella. Ci sono andato molto vicino il 24 gennaio.

Una volta c’era il Brainstorm a Fusignano – c’è ancora, ma è un po’ che non ci vado – gestito da alcuni ragazzi, tra i quali mi è capitato di conoscere meglio Alberto. Alberto e gli altri negli ultimi hanno organizzato molti concerti e alcuni sono andato a vederli, molte volte da solo, a volte con la Fede, a volte con Giovanni, una volta con Diego e una volta con Francesco. Mai tutti insieme. Facevano l’emo core, il post hardcore e lo screamo, ma anche il folk. Quelli del Brainstorm hanno inventato anche il Prime Open Air, un festival estivo di gruppi indipendenti italiani al parco. Esprimevo il mio dispiacere a Zova (uno del Brainstorm) per il fatto che il POA non si è fatto nel 2015. Mi diceva che molti di loro hanno iniziato a lavorare subito dopo l’università e che molte cose sono cambiate nel giro di pochissimo. Il POA migliorava anno dopo anno e l’edizione del 2014 è stata la migliore, una festa senza gente ubriaca in giro, molte famiglie, tutti i miei amici anche quelli più incredibili, Diego, Francesco, Giovanni e la Fede, tutti insieme. Sicuramente la situazione migliore in cui vedere un concerto, senza gente che ti tira la birra sulla maglietta e cose così.

Alberto a un certo punto si è messo insieme ad Anna. In settembre li ho incontrati a Santarcangelo in quella libreria fantastica che c’è lì vicinissimo alla piazza, era la prima volta che li vedevo insieme e da soli. Saranno morosi? Mi sono chiesto. Mi hanno praticamente risposto: mi hanno detto che avrebbero aperto un agriturismo nella campagna di Ravenna. Rio Manzolo era il nome del posto. Io e la ragazza che gestisce la libreria, alla quale ho chiesto di uscire per la prima volta quando mi ha detto che avrebbe aperto una libreria, abbiamo deciso in quel momento che avremmo vinto i chilometri che ci separano dalla campagna Ravennate e saremmo andati a mangiarci di sicuro. C’abbiamo provato ma non ce l’abbiamo fatta per un po’ di tempo. All’improvviso, uomo di casa, decido il giorno (una domenica, gli altri potevano alla domenica), chiamo Diego, gli chiedo se vuole venire con noi e stabiliamo: andiamo. Era agosto, niente più storie. La mattina dEl 9 ci saremmo fatti un bagno storico nella piscina dell’agriturismo e poi avremmo fatto pochi complimenti per il cibo e il vino di Anna e Alberto, caffè, ammazzacaffé, e avremmo accettato di abbioccarci sotto al sole del ravennate, senza lasciare passare altro tempo, perché il sole a Ravenna d’inverno viene sostituito da un grosso blocco di nebbia. Io avevo il contatto, io dovevo chiamare. Chiamo subito e Alberto mi dice che non c’è posto. Tocca rinviare. Lo dico agli altri e poco prima di Natale scopro che la versione tramandata della vicenda è che Trucco che doveva chiamare voleva andare là senza prenotare e non ha chiamato. Passano alcuni mesi e diciamo che saremmo andati di sicuro. E questa volta è stato vero, ho prenotato con anticipo. Nel frattempo Alberto e Anna hanno messo in pratica la loro idea nell’idea: fare concerti all’agriturismo. D’estate in piscina, d’inverno dentro. Diego è stato più bravo e se n’è visti alcuni.

Io uno solo. Sono andato per la prima volta a Rio Manzolo, a Villa Vezzano, a 17 minuti di macchina da Brisighella, il 24 gennaio. Era un’occasione particolare, il blocco di nebbia che abitava al posto del sole s’era preso un permesso speciale e quella sera c’era solo un lieve freddo umido che penetrava le ossa. La formula proposta per la serata era quella giusta: aperitivo circa alle 19, concerto subito dopo, ultimo piatto per la cena alla fine di tutto. E mostra di disegni a fare da tappeto a ogni momento.

menù
hummus di ceci
hummus lenticchie e zucca
crostini di pane

polpette di carne
torta di patate
erbe
torta di mele

vino Sangiovese
birra
acqua

Nella sala da pranzo di Rio Manzolo, se suonasse un gruppo screamo, salterebbero in aria delle orecchie e poi è un ambiente elegante, non è nemmeno il caso. Però ad Alberto sudano le mani e appena soffierà una brezza di primavera monterà su delle batterie e degli amplificatori e si sfogherà, outdoor. L’iniziativa musicale di Rio Manzolo ha doppio nome, ma non proprio doppia identità: è solo che Sound by the pool è la sequenza estiva di concerti, Colture sonore è quella invernale. La distinzione ha lo scopo di rendere la discontinuità stagionale e di venue, comunque non di genere, perchè i cantautori hanno monopolizzato la questione finora, conquistando la maggior parte degli appuntamenti, Riviera a parte, primi a salire sul palco di Rio.

In questo momento non riesco a pensare a una situazione migliore per vedere un concerto della sala da pranzo dell’agriturismo di Anna e Alberto, su una sedia di legno con la seduta di paglia, un dittico più che migliorativo di ogni altra situazione composto da cibo buono distribuito democraticamente e posti limitati. Interesse vero. E quindi mi sa che Alberto è quello che organizza i concerti e io finisco sempre per capire che sono le situazioni migliori per vedere i concerti.

Il 24 suonava Caso.

Cinque giorni dopo, indicativamente il 29 gennaio 2015, Alberto a Anna hanno vinto il premio della Confraternita della tagliatella, staccando di tantissimo altri agriturismi strutturatissimi. Hanno vinto anche: miglior rapporto qualità-prezzo. E io mi immagino Alberto che riceve il premio della Confraternita della tagliatella con la maglia dei RAEIN e che mentre dice Grazie grazie non dovevate pensa al prossimo concerto singalong da fare, o al prossimo cantante folk nebbioso da chiamare. È un drogato, come i confratelli, ma per organizzare gigs.