Se dici Prince mi viene in mente un mio amico

prince

Ci sono parole che appena pronunciate mi fanno venire in mente qualcuno. Se dici “Motorpsycho” mi viene in mente un amico, se dici “boscimane” me ne viene in mente subito un altro. Non ricordo bene come ho conosciuto la persona che mi si ficca in testa con “Prince” ogni volta che se ne parla, però ricordo il quando. Avevo poco più di 6 anni e avevo appena cambiato casa. I miei nuovi vicini futuri amici erano 5 e uno era lui, Andrea. Insieme abbiamo vissuto la stagione selvaggia, quella nella quale ogni cosa che fai rischi di prenderle dai tuoi genitori. Uno dei miei ricordi migliori è quella volta che dalla sua terrazza al terzo piano lanciò una saponetta Sole Piatti sulla coppa di suo zio, che stava annaffiando le piante in cortile, e lo fece crollare a terra. Io ero nella terrazza di fronte, a guardare. Era lo zio Francia, odiato da tutti noi perché rompeva sempre le palle. Come per punizione, A. la pagò con una serie di angherie ingiustificate a cui mio fratello lo sottopose per anni solo perchè era più grande di lui. Una volta l’ha costretto a incidere con un coltello il testo di Anarchy in the UK sulla tavola da skate nuova.

Fino al secondo anno di superiori ci siamo visti e frequentati spesso. Più o meno in quel periodo avevamo iniziato a suonare la batteria, tutti e due. Le nostre strade a un certo punto si sono separate anche perché lui è diventato bravo e io ho smesso. Un concerto insieme l’abbiamo fatto però, a Taibo di Mercato Saraceno, io con il mio gruppo, lui con il suo, i Feedback, una sorta di tribute band dei Guns ‘n Roses, la sua prima vera passione musicale, un amore incondizionato. Si era anche fatto tatuare la stessa donna bionda che Axl aveva sulla spalla, nella stessa posizione, ma in bianco e nero. Pochi anni dopo, sorpreso dal tempo che passa e sopraffatto dal desiderio di cambiare le cose fatte quando sembrava dovessero essere eterne, decise di coprire il tatuaggio di Axl con un disegno enorme e coloratissimo, dalla spalla all’avambraccio, per essere sicuro che della bionda non si vedesse neanche una doppia punta. Segnato dei gusti musicali che cambiano, eccoti lì costretto a farti disegnare un drago tra le rocce per smettere di vergognarti del te stesso di uno o due anni prima.

I gusti musicali di Andrea non hanno quasi mai avuto niente a che vedere con i miei, a parte i Guns. Una volta, qualche anno dopo, mi disse che Anastacia aveva un groove da paura, bellissimo. Capisco il groove, ma non riesco a comprendere il bellissimo. E a casa sua alzò il volume dello stereo a tutta randa con dentro Pay my dues. “Groove”. Se qualcuno me lo dice mi viene in mente Andrea. La sua ricetta di groove era composta da due ingredienti: la botta e la figaggine del sound che ti invoglia a ballare. Lui, oltre a spiegarmi cos’è il groove, inventò anche la definizione “Fun selector” al posto di “DJ”. Per un po’ di tempo, non so, al Velvet, i dj non li chiamavano più così ma “Fun selector”. Ma lui la inventò per se stesso, quando iniziò a praticare. Era Fun selector Bennys. Mi viene in mente lui anche quando sento quell’esprensione, che se volete è molto più altruista di dj.

Una volta parlavamo di punk rock, a lui non piaceva, si vedeva lontano un chilometro che non era roba per lui, che la roba che ascoltavano i suoi amici (più che altro hardcore) non gli dava soddisfazione. Lui cercava qualcosa di diverso, ed era il vero punk tra tutti quei punk. Cercava il funk, lo conobbe e andò fuori di testa. Il funk, non il funky: ci teneva molto a precisarlo. Il funk dei The Meters, non il funky dei Black Eyed Peas. L’ho imparata da lui la differenza. Una delle ultime volte che siamo usciti insieme l’ho lasciato mentre suonava la batteria a una mega festa. Lo faceva a modo suo, molto arty, molto espressivo. Io lo prendevo in giro per le facce (lui ha inventato i batteristi che fanno le facce!) ma era bravo a suonare, piuttosto preparato tecnicamente. Commentando la serata a Taibo di qualche anno prima, una volta disse che le mie cose le avevo fatte bene, marcando una differenza (giustissima) tra me e lui, con l’espressione “le tue cose”.

Non so quando di preciso gli venne la passione per Prince, ma gli venne, e forte. Anche oggi – ne sono convinto anche se non lo vedo da anni – vede in Prince proprio la musica come la vive lui, ci sente il groove, ci vede il fun selector per eccellenza, l’eccentricità, la tecnica. Se qualcuno oggi mi dovesse chiedere cosa ne penso di Prince, risponderei queste cose, perché ce le sento davvero se per caso mi capita di ascoltarlo. E le sento perché Andrea me le trasmetteva quando ha incominciato ad attaccarmi le pezze su di lui. In quel periodo mi convinse a comprare il cd di Purple Rain da Marco Polo, neanche con il 3×2. Guardando quegli espositori in altre occasioni, più di una volta sono stato tentato di comprare qualcos’altro di Prince. Non l’ho mai fatto. Non sono mai riuscito ad ascoltarlo con impegno e vero interesse, per me è ancora quelle cose là, per me è Andrea.

Era veramente in bomba per Prince. Sono passati anni da quando ha iniziato a essere in bomba, non ha mai smesso e adesso è parte di lui, di quelle parti irrinunciabili e che hanno contribuito tantissimo a farlo diventare quello che è. Vive a Berlino da un po’ di tempo, fa il musicista, il fun selector, il produttore e in tasca ha di sicuro un santino di Prince in primo piano che guarda quando cerca ispirazione. Una volta si era messo in testa di girare un cortometraggio e una sera ha convocato tutto il cast a casa sua. Io, che avrei dovuto scrivere la sceneggiatura, ero preso così bene che nelle settimane successive gli chiesi un centinaio di volte, telefonandogli solo per quello, “quando si fa? quando si fa?” senza mai aver scritto una riga. Forse è per questo che poi abbiamo iniziato a sentirci meno. È comunque strano adesso pensare che l’unico modo che avevo per sentirlo da casa mia a casa sua fosse il telefono fisso. È comunque strano pensare che da fare musica in un condominio dietro casa mia A. sia passato a fare musica a Berlino, in giri di cui sono a conoscenza solo perché vedo delle foto su Facebook. Giri diversi rispetto ai miei, che qua in Romagna hanno preso un po’ piede in alcuni casi, ma solo un po’. Non come avrebbero potuto fare, e hanno fatto, a Berlino. Dove Andrea, che oggi si fa chiamare Mop Mop, ha costruito la sua vita, con il santino di Prince nel portafoglio.

Calcutta: il solito amore

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Il concerto di Calcutta al Bronson era sold out da qualche giorno. Io volevo andare, ma non ho neanche strippato quando i biglietti sono esauriti. Un’altra volta al Sidro me l’ero perso perché non avevo prenotato e alla fine il locale era stato costretto a fare due concerti, la stessa sera, una cosa che è successa anche ai Flippers al FreakOut. Se continuo a rimandare ci sarò un motivo. Ieri pomeriggio però mi è salita un po’ di rogna e ho incominciato a cercare un biglietto. Qualcuno scriveva sulla bacheca del Bronson “ho un biglietto” e un minuto dopo era già scomparso. Niente da fare, avevo deciso di rimandare alla prossima. Alle 20:30 la fortuna batte il suo colpo: mi telefona di un’amica che mi offre un biglietto, dopo un attimo e alcuni sguardi scambiati con la mia ragazza vinco l’indecisione e salto su.

Il concerto è stato anche bello. Lui ha una bella voce, parla in romanesco tra un pezzo e un altro, dedica canzoni a amici che nessuno conosce ed è difficile che ti stia antipatico, il gruppo suona talmente bene da sembrare una base –  il gruppo suona bene ma sembra una base – e io pensavo che con il sold out e tutto quanto ci sarebbe stato più casino, più gente che canta a squarciagola e braccia alzate. Invece alla fine Frosinone e Cosa mi manchi a fare, i due singoloni, riscuotono un successo totale, di meno Gaetano e Dal verde, sempre meno gli altri pezzi. È il solito amore, quindi, non è un amore più grande di altri, quello che il pubblico ha per Calcutta, il solito amore per due pezzi famosissimi in questo momento e che portano tanta gente ai concerti. Non voglio fare un discorso in prospettiva, non so cosa succederà al prossimo album, se i locali saranno ancora pieni per lui oppure no, ma adesso la reazione è la solita, niente che vada oltre la normalità. Ho visto concerti con meno gente ma che cantava e aveva voglia di farsi male in tutte le canzoni. Le eccezioni sono quelle.

Infatti, Calcutta, Frosinone e Cosa mi manchi a fare, decide di farle due volte, la seconda in una alt-version da solo con la chitarra oppure seduto. In fondo ha due dischi, una scaletta di 20 canzoni potrebbe pure tirarla fuori, invece no. Capisco il motivo, sono quelle che vuole la gente, ma è una cosa che intristisce me, figurati lui. Provo a guardare le cose dal suo punto di vista: vedi la gente che impazzisce per quei due pezzi, per gli altri così così, e quando rifai Frosinone e Cosa mi manchi a fare si risvegliano tutti, su quei due pezzi, che senti dopo gli U2 all’A&O (mi è successo), che tutti conoscono, che hanno il ritmo più accattivante di tutti. La gente se li accolta in loop e il resto se lo caga poco. A un certo punto, prima dei bis (leggi: rifaccio quelle due), un ragazzo dietro di me, soddisfatto di aver appena sentito quello che voleva sentire, ha detto “beh, basta adesso no? che altre canzoni deve fare?!”. A un certo punto Calcutta ha pure detto che non hanno i pezzi. E ha mentito. I due dischi sommati fanno 22, preparali, suonali. Non hai i pezzi in cui la gente si strappa i capelli, ecco, e tu vuoi assecondare questa tendenza, non far ascoltare il più possibile anche le altre cose che hai scritto.

Calcutta o lo ami o lo odi mi hanno detto. Come il colore viola, come la Juve. A me sembra un po’ esagerato, perché io sto proprio nel mezzo. Vedrai, dopo il concerto ti schiererai, mi hanno detto. Non impazzisco, ma qualcosa mi fa muovere i piedini insieme alle altre 1000 persone che lo fanno, mi fa sentire un po’ incompreso, un po’ coinvolto in quelle canzoni ma solo un po’, anche perché ormai ho 40 anni e Calcutta canta di cose che vanno bene a 25. I testi sono carini, ripetitivi e subito memorizzabili, le melodie catchy, il disco, quello fatto con I Cani, me lo ascolto anche, l’altro mi piace di più perché è meno catchy. Non dò troppa importanza all’hype, cerco di starne fuori, e mi rendo conto che ci sono parti poetiche toccanti ma in fondo non è tutto questo granché. Dopo il concerto, la penso ancora allo stesso modo.

Disco Weeek End. Snowed In / Stormed Out, DAGS!

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Snowed In / Stormed Out è una delle cose suonate meglio che ho sentito negli ultimi tempi. È proprio un disco in cui gli strumenti vanno giù precisi e funzionano tutti molto bene nel creare armonia. I DAGS! sono morbidi nell’insieme e duri nel dettaglio, danno le sensazioni che davano i Mineral le prime volte che li ascoltavo, con le aperture che mi sbrancavano il petto e le botte di chitarra improvvise (Dance today, dance tomorrow, why not the day after), oppure i Crash of Rhinos e i Cap’n Jazz. Ma hanno anche altre cose, nella voce c’è qualcosa di art rock, qualcosa al confine tra radiohead e jeff buckley, pueblo peolple, three lakes, giardini di mirò (For instance does any of those “I” I put in a sentence make me look like an egotistical prick?) e vorrei dire anche Muse. Snowed In / Stormed Out ha un suono più definito rispetto a S/T, con un momento di stop percussioni e pianoforte (Why is there a “B” in the word “debt”?) e alcune canzoni che mi hanno fatto venire in mente i Riviera, per la delicatezza e la precisione di alcuni passaggi batteria basso e chitarra. Nei Dags! di Snowed i suoni sono più distinti. Nei Riviera sono più indefiniti e la sensazione è diversa: c’è sempre la roba scritta e detta con lo stomaco ma non ci sono i momenti di distacco.

Dei Dags! ho anche il poster in casa. Una volta conoscevo il re dei poster musicali. Era uno che abitava vicino a casa mia. Non lo vedo da anni ma una volta mi chiedeva sempre: “Che cos’è questo disco per te, così adesso, su due piedi, domani puoi cambiare, ma adesso?”.

Please let this train depart, before the feelings can catch up with me” (Chega de saudade)

Quando eravamo emo eravamo anche più giovani e ci piaceva lasciarci andare ai pensieri, alle note delle canzoni, alle sensazioni che suscitavano. Eravamo emo perché ci piaceva ascoltare quel suono e perché da quel suono ci rendevamo conto di alcune cose di noi. Anche oggi siamo emo, ci piace sempre molto quel suono, ma siamo più grandi e consapevoli che quello succede in noi all’ascolto di quel suono è una cosa a cui non possiamo lasciarci andare più di tanto o a cui non possiamo pensare tutto il giorno, perché c’è altro che dobbiamo fare. Questo disco suona così, come la trasposizione musicale di questo stato delle cose. A volte prende una direzione ed è più aggressivo (I Would Love To Send All Those Shitheads Wearing Camo To The Actual Army), a volte un’altra ed è rallentato (We all like theories, let’s not make anything ever happen) ed è come sentire insieme 1) la fine della possibilità di lasciarsi andare completamente al suono di una canzone 2) la consapevolezza bella e rassicurante che in realtà lo vorremmo ancora fare. Non sempre c’è la certezza che lo faremo, ma il pensiero di volerlo significa che abbiamo ancora voglia. E questo è un ottimo punto di partenza.
Un mio amico, che per me è l’emo, una volta era un tipo molto sentimentale. Ora ha un lavoro impegnativo, una figlia, una famiglia e non può più permettersi quell’atteggiamento nei confronti degli altri, ma a volte vorrebbe. Ascolta ancora questa musica e quando sente le note di uno dei gruppi con cui ha trascorso molte ore della sua vita precedente se lo guardi negli occhi vedi proprio che è ancora tutto lì dentro. Ascoltare Snowed In / Stormed Out dei DAGS! è come guardare quel mio amico negli occhi, fissare la realtà e la personalità separate ma entrambe possibili e necessarie, con una bellezza che è data proprio dal fatto che convivono così serenamente. È la stessa che ho trovato in questo testo dei DAGS! che prima dice “You poked my head with that finger, I know, I know you so well I could see right through your skin, to your fingertips, water erodes my heartwhy am I feeling so awkward towards anything” poi dice “anything means nothing to me“. Le due affermazioni hanno significati opposti ma vivono insieme: sentire un sacco le cose e non sentire niente, il segreto per vivere bene, mantenendo in vita le passioni che ti porti dietro da molto, quelle vere che hai sottopelle, tenerle lì per farle uscire appena puoi, e fare anche quello che devi fare.

Ma c’è un altro passo che Snowed In / Stormed Out riesce a fare: illustrare quei momenti in cui non tutto gira alla perfezione e si fa a botte con i “feelings” e/o li si lascia vincere (“The fear of being alone, the fear of being unknown, the fear of being loathed for all those fears“). In quei momenti siamo al di là della linea di confine, verso gli anni passati, più lontani da quelli presenti. Ma sono solo istanti di passaggio.

Ecco cos’è questo disco per me adesso che c’è il sole, poi magari domani piove e torno emo e vado di nuovo alla deriva.

bandcamp dei DAGS!