Smartphone utile. Algiers, Stregoni e Mdou Moctar.

La mia foto, l’unico legame serio tra gli Algiers e uno smartphone

Il 29 agosto ho visto il concerto degli Algiers all’Hana Bi. Il giorno dopo ho iniziato a scrivere la recensione, ma non l’ho mai finita. Col tempo ho aggiunto delle cose, che c’entrano poco col concerto, e ne ho tolte delle altre. Alla fine, la recensione è questa. Ho collegato gli Algiers a Stregoni, che ho collegato a un’altra cosa e poi a Mdou Moctar, che ho ricollegato agli Algiers. Boh.

L’unione di musica bianca e musica nera è LA caratteristica degli Algiers. La cosa detta così può essere interessante, oppure no, a seconda dei gusti. Secondo me, lo è abbastanza. Lo è diventata ancora di più quando ho letto la storia della città da cui provengono e in cui si sono formati culturalmente: Atlanta, Georgia. Mi sono limitato al ‘900 perché sono pigro.

Atlanta

Dopo esser stata distrutta durante la Guerra Civile, venne ricostruita sul modello delle città industriali del Nord, diverso da quello delle piantagioni schiaviste usato in precedenza. Tra la fine del 19° e l’inizio del 20° secolo, Atlanta crebbe tantissimo, come la sua popolazione: nel 1900 c’erano 90.000 abitanti, nel 1910 150.000. L’inurbazione crescente intensificò i contatti tra i lavoratori afroamericani e i bianchi. Fu un incontro difficile, violento, tanto che nel 1906 si arrivò all’Atlanta Race Riot, durante il quale i bianchi assaltarono i negozi degli afroamericani perchè si era diffusa la notizia (mai accertata) che donne bianche fossero state violentate da uomini afroamericani. Il risultato degli scontri fu – oltre ai morti – la divisione netta tra le vite e le attività economiche di bianchi e neri: venne istituito uno status di “separati ma uguali” per i neri americani e gli altri gruppi razziali non bianchi.

Lo sviluppo della città non si fermò: la presenza della Delta Airlines e della Coca Cola le diede sicuramente una bella spinta. Nel 1950 Atlanta aveva più di 300.000 abitanti, che diventarono presto 400.000. Crescita inarrestabile da una parte, problemi di convivenza dall’altra: Atlanta ha avuto un ruolo decisivo nel movimento per i diritti civili iniziato da Rosa Parks (che nel 1955 a Montgomery rifiutò di cedere il posto a un bianco sull’autobus). In città c’erano molte Università afroamericane e Martin Luther King nacque proprio lì, ad Atlanta, dove frequento il college.

La fine della segregazione nei quartieri, nei trasporti pubblici, nei cinema e nelle scuole nei ’60 e l’espansione dei ’50 portarono più residenti afroamericani in città. I bianchi si spostarono nei sobborghi e, negli anni ’70, gli afroamericani arrivarono a costituire la maggioranza degli abitanti.

Tutto questo si inserisce naturalmente in un contesto più ampio, che ha come teatro tutti gli Stati Uniti. La schiavitù degli afroamericani, iniziata all’inizio del 1600, venne abolita nel 1865 con il XIII emendamento della Costituzione, dopo la Guerra Civile. Almeno sulla carta, perchè la convivenza tra bianchi e neri non fu facile neanche dopo e non lo è adesso. Il disco degli Algiers risente di questa tematica, la interpreta.

Una serie TV che può diventare un documento sulla vita, violenta, della città di oggi – ma ancora non so se è davvero così perché ho visto solo la prima puntata – è Atlanta.

Algiers

Con la storia di Altlanta, gli Algiers alimentano musica e testi. Smascherano le difficoltà della convivenza e allo stesso tempo creano un esito positivo. Uniscono melodie vocali Gospel e ritmi bianchi, un confronto continuo che dà risultati non immediati ma genera anche passaggi molto ballabili. È un disco con molta enfasi, che si prende la briga di sintetizzare in musica (come hanno già fatto altri) due mondi musicalmente diversi e che convivono da anni con difficoltà ancora evidenti. Il ritmo cambia, diventa invadente ma la voce Gospel si fa grossa per difendere il proprio spazio e rimane sempre Gospel. È una specie di lotta, fatta di rapporti di forza che replicano quelli dell’Atlanta degli scontri razziali.

Il loro primo disco, omonimo, è uscito per Matador qualche mese fa. Neuroni sempre sul pezzo. Il batterista è (dall’anno scorso) quello dei Block Party, per qualche anno una delle band più fighe del mondo. Io li ho ascoltati sempre un po’ col cazzo fiaccato per quello che rappresentavano: usciti poco dopo i Franz Ferdinand e The Rapture, giocavano con il passato post punk e funk punk privandoli di qualsiasi tipo di arguzia, tutti ritmi accattivanti e cupi in modo solo apparentemente brillante, palesemente falsi, pieni di suoni para elettronici per dare una lucidata al passato, molto suono poche idee. Outfit fighissimi, estetica giustissima, ma dal punto di vista musicale un corto circuito totale.

Gli Algiers con i Bloc Party c’entrano, batterista a parte. Per la coolness intendo. Attillati perfetti, gli Algiers non sono belli ma sono fighi, giovani ma con l’aria vissuta. Stilosi. La cosa più lontana da quello che vorrei vedere sul palco. Di solito mi piace vedere gente vestita normale, non persone uscite da una cantina piena di amido. La figaggine è parte integrante del loro spettacolo, come la recitazione, fatta di molti gesti e di occhi al cielo più del dovuto (normalmente non mi piace la teatralità nella musica).
Poi, sono in formazione cosmopolita, come i Bloc Party (o i Bad Brains!). Sono un nero, due bianchi, il batterista inglese dai lineamenti orientali. Questa cosa potrebbe sembrare forzata, per apparire carichi di influenze diverse. Ma, nel loro caso, le influenze ci sono davvero. Il disco è un’opera omogenea ma spezzata da mille differenze, risultato del lavoro di un gruppo di persone che si sono capite seppur provenienti da ascolti diversi e che hanno rimodellato i vari stili di riferimento che finiscono per confondersi nel risultato finale.

Gli Algiers non giocherellano al ribasso con nessun passato e in nessuna delle direzioni che prendono. C’entrano anche con i TV On The Radio. Il tentativo di infilare la negritudine nella musica occidentale, nel caso dei TV, la assottiglia, la sottomette e la fa scomparire nella complessità insopportabile della scrittura. Negli Algiers le canzoni si muovono grazie a un’inquietudine in cui la musica bianca mette dentro ritmi e suoni all’infinito ma la musica nera conquista il suo spazio.

Sono un po’ i primi Interpol, per i quali hanno aperto anche dei concerti. Sono i Gun Club più che i Birthday party, Willis Earl Beal se solo gli fosse venuta in mente qualche idea in più, sono il ritmo sincopato e spezzato del post punk ma lo sono in modo rallentato, più ingombrante, per niente secco. Sono il Gospel che esce di casa nella metropoli contemporanea piena di traffico: confuso di fronte a una cosa che gli appartiene ma non conosce, gestisce bene l’affronto. Alcuni passaggi ricordano i Portishead, o i PiL nelle parti più vagamente dub. Fanno del funk punk industrial noise. Elettronico. Un sacco di riferimenti, compressi come se fossero sottovuoto. Sono pieni di idee e Algiers non è un disco simpatico da ascoltare, nel senso che si sente che è studiato forse più del dovuto. Dal vivo l’intreccio compositivo sembra ingrossarsi ancora di più, alcune volte non procede in modo del tutto fluido, altre sembra più libero. Nel disco, gli spazi di movimento delle idee sono angusti (le canzoni non sono mai troppo lunghe), sono più ampi solo nei casi in cui le note o la voce prendono il sopravvento per soddisfare il bisogno di respirare per avere un senso. Tutto è soppesato bene e allo stesso tempo non c’è esagerazione o fanatismo nei confronti di questo o quel riferimento.

Stregoni

“Abbiamo deciso di conoscere chi arriva nel nostro Paese andando oltre gli stereotipi e i ritratti macchiettistici. Incontriamo i ragazzi nei centri di accoglienza e chiediamo loro di portarci una canzone contenuta nei loro cellulari, strumenti di salvezza, troppo spesso strumentalizzati dagli ultras dell’ignoranza di casa nostra. Poi ne estrapoliamo un frammento, lo mandiamo in loop e lo usiamo come base cui si aggiungono via via nuovi ingredienti. Il risultato è una canzone creata ex novo grazie ai contributi di tutti i partecipanti” (Johnny Mox a globalist.it, qui)

Stregoni è il progetto messo in piedi da Johnny Mox e Above the Tree. Above the Tree è il progetto solista di un ragazzo di Trento. La sua musica è suadente ma dopo qualche minuto mi stanca. In realtà, fatto Stregoni una rana, Above the Tree si può considerare il girino. Prima di tutto, nel suo flow psichedelico mette insieme tutto: afro, blues, post rock. Poi, si legge su wiki, Above the Tree “si esibisce mascherato da figura mitologica, metà uomo e metà pollo, impersonando un personaggio che è un doppio” e, e qui veniamo al dunque, “il pollo si comporta in maniera istintiva e poco lungimirante e a volte le performance di Above the Tree si trasformano in esperimenti caotico/scientifici. Con questo spirito, Above the tree inizia nel 2007 un tour quasi senza sosta per tutta l’Europa”. Anche la messa in scena di Stregoni è così, istintiva, anche Stregoni è crossover e anche Stregoni sta girando l’Europa.

Johnny Mox è un ragazzo da solo, pure lui. Non ha sempre suonato da solo però, ma coi Moxters of the Universe e coi Gazebo Penguins per esempio. Non ho un animale da paragonargli, ma posso dire che è sempre di Trento e non si stanca mai di fare cose nuove. Il risultato è sempre qualcosa di estremamente suo. Un teste fidato mi ha detto che la sua cultura musicale è molto ampia. In effetti si sente dalle canzoni che scrive: in tre dischi ha sbaragliato le linee di confine tra i generi, passando dai ritmi tribali all’Amphetamine Reptile. In realtà, da un certo punto di vista anche Johnny Mox è il girino di Stregoni, perché anche lui porta avanti l’idea di musica come confronto tra sonorità e culture differenti. Ma l’esito a cui arriva è diverso, è ordinato, ripetitive e preciso.

Nel corso del tempo ha pubblicato Lord Only Knows How Many Times I Cursed These Walls, un EP di 4 pezzi strumentali con le chitarre che sembrano percussioni, più orientato all’America delle distorsioni; We=Trouble, che gioca col beatbox; Obstinate Sermon, il compimento di un cammino che ha incrociato Gospel, Metal, Desert Session e Hip Hop. Dopodiché, Johnny Mox è schizzato via, nel senso che è partito con un progetto che va oltre la sperimentazione musicale: Stregoni, un’analisi lucida dell’attualità a partire dalla musica. Il tema centrale è l’immigrazione in Italia e in Europa oggi, l’integrazione di mondi diversi. Il meccanismo disumanizzante dei centri di accoglienza viene smontato con una proposta umana e razionale su come l’accoglienza dovrebbe essere. Stregoni come gli altri dischi di Johnny Mox mischia i generi ma in più li mette in balìa dell’improvvisazione affidandosi alla musica e alla tradizione degli altri. Si parte da un linguaggio comune, il che mette in primo piano l’esigenza di una lingua da condividere per riuscire. Perciò Stregoni è una proposta di integrazione linguistica: le differenze non devono più essere usate come scusa per giustificare la mancata di comunicazione e integrazione. In concreto, è sbagliato non insegnare la lingua a chi arriva: non conoscerla genera incertezza e precarietà.

“L’intensità dell’identità etnica di un gruppo immigrato è data generalmente dall’atteggiamento della società che lo accoglie. A volte la discriminazione rafforza o addirittura crea l’identità; ma anche la rete di solidarietà esistente all’interno di una comunità produce gli stessi effetti” (Marcello Flores, Il Secolo Mondo, il Mulino, 2002)

L’accoglienza delle società in cui i ragazzi arrivano è un aspetto rilevante con cui si scontrano o che incontrano (più la prima) ed è questo il motivo per cui insegnare la lingua è importante: abbiamo la possibilità di vivere meglio il cambiamento mantenendo le identità e facendole convivere. Non è una cosa semplice, anche se c’è una lingua comune, non s’ingrana sempre.
Stregoni ci prova proponendo una forma aperta di solidarietà. Johnny Mox e Above the Tree, suonando, non rimangono come sono ma si trasformano insieme agli altri, per vedere dove porta l’incontro. È una buona accoglienza nei confronti degli immigrati. Ma non sempre la buona accoglienza porta a buoni risultati.
L’integrazione non succede per forza, le due parti che s’incontrano possono non riuscire a stabilire un buon collegamento. Stregoni rivela proprio questo aspetto: alcune serate vanno storte, la musica non parte bene e non succede niente di buono, magari perché non c’è feeling o perché le culture sono forti, in alcune persone diventano anche impermeabili ed è difficile farle funzionare insieme. Siamo sul metaforico, ma rende bene le possibili difficoltà che s’incontrano del creare integrazione.

La band non esiste più

Stregoni e Algiers sono l’esempio di come la musica possa essere un terreno d’integrazione, tra generi o tra esseri umani. La differenza sta nel fatto che mentre gli Algiers integrano nel loro studio di registrazione, Johnny Mox e Above the Tree danno spazio a degli sconosciuti – che non sono della cerchia dei quattro musicisti che hanno deciso di fare un disco insieme – e tutto diventa abbastanza imprevedibile. Negli Algiers la band è la band, il pubblico è il pubblico, come per quasi tutte le band del mondo. Stregoni fa suonare degli elementi estranei, in una specie di stile libero. Come quello di Sister Rosetta Tharpe, che nelle chiese degli Stati Uniti del Sud (anni 30-40) ispirava i fedeli ad aggiungere voci e ritmi in risposta al suo canto, diventando così un upgrade del predicatore tradizionale che invece guidava i fedeli per farli cantare durante le celebrazioni. In ogni caso, il pubblico era spinto a partecipare dalla personalità (di Rosetta o del predicatore) e dalla fede.

In questo articolo sul sito del Massachusetts Institute of Technology si parla di Eran Egozy, clarinettista del Radius Ensemble, gruppo di musica da camera di Cambridge. In marzo il RE ha suonato 12, un’opera di Eun Young Lee, che l’ha scritta appositamente per il RE. 12 include movimenti di percussioni da far suonare a 12 persone del pubblico, con il cellulare. Egozy stesso ha creato l’applicazione da usare per farlo.

“We started by imagining what an audience participation experience could be like. There have been a few examples in the past, but not many. We wanted to create an experience where audience members can meaningfully join in the music-making process that is normally only available to the musician on stage. I thought it would be fun to have people use their smartphones because they are very comfortable and familiar devices, much like the instruments used by professional musicians. We want each participant in the audience who is performing along with the musicians to really feel like they have an effect on what’s happening. We have had two rehearsals to test the technology and gauge people’s reactions”

Se scrivete su google “audience participation experience” trovate informazioni accademiche e anche un brevetto per fare la cosa. Il brevetto riguarda interazioni possibili in uno spettacolo live di diversi tipi e le interazioni possono essere di varia natura, anche trasmettere e ricevere segnali audio da e per il pubblico. Alcuni studi riguardano la televisione. Comunque sia, in questi casi ci sono sempre da una parte una regia, dall’altra un vero pubblico, un audience che come tale diventa oggetto di un esperimento, guidato e spinto a fare. Nel caso di “12”, è la app che guida i partecipanti, che hanno tutti le stesse possibilità di scelta.

Stregoni di volta in volta coinvolge musicisti nuovi. Ogni musicista dà un contributo in base alle proprie capacità e caratteristiche. Lo fa se vuole, non fa parte di un pubblico omogeneo spinto a compiere un’azione, “intimidito” (tra virgolette) dal tutti lo fanno lo devo fare anch’io. Quello di Stregoni non è un pubblico vero e proprio. Si tratta di persone che potrebbero anche starsene tra il pubblico e ascoltare, ma decidono di partecipare a una jam musicale. La cosa fica è che, a monte, non esiste una vera e propria band, o una guida, ma solo due tizi che danno il LA, non con musica loro tra l’altro, poi vanno dietro a quello che succede. Alla fine si crea sempre un gruppo, ma ogni volta è diverso.

Sia 12 sia Stregoni allargano i confini della band tradizionale, ma in modi e per scopi diversi. Una cosa che hanno comune è il cellulare, fondamentale in entrambi i casi.

Smartphone

Qualche anno fa un mio amico era seduto fuori dalla stazione di Cesena. Aveva appoggiato la borsa e il cellulare sulla panchina, a venti centimetri di distanza dal proprio culo. Si è distratto un attimo e.. il cellulare non c’era più. Ha alzato lo sguardo, ha visto che un ragazzo nero ne aveva uno proprio uguale al suo ed è scattato a riprenderselo. Peccato che non gliel’avesse rubato e che il cellulare del mio amico fosse finito non so come sotto alla borsa. Nel momento in cui veniamo privati di una cosa importante possiamo dare il peggio di noi. Vale per molti oggetti. In quel caso, il mio amico, invece di cercare, ha creato una situazione poco simpatica e ha sbroccato subito per una cosa molto importante: lo smartphone.

Stregoni, coi cellulari, fa esattamente il contrario: cerca di creare integrazione. Ogni volta luoghi (Italia e Europa) e musicisti diversi, per unire culture musicali e cercare di cogliere i cambiamenti e le difficoltà che la musica può contenere. La musica negli smartphone è identità culturale, esiste già quando il viaggio inizia e accompagna i profughi per tutta l’attraversata. Ma non è solo questo. Stregoni dà tanta importanza ai cellulari per un motivo preciso. A questo proposito questo articolo su hihere.eu è da leggere: i profughi non possono fare a meno di uno smartphone perché è attraverso quello che rimangono in contatto con le famiglie, ottengono info attendibili sul percorso e sul paese in cui arrivano, comunicano con gli altri per aiutarsi a vicenda, usano i servizi di geolocalizzazione.

“Una nuova concezione, per quanto motivata essa sia, generalmente si afferma non tanto in forza delle sue prove, quanto in base al grado di ricettività che incontra nel modo di pensare e di sentire di una data epoca” (Marius Schneider, Pietre che cantano, Archè, 1976)

Pensiero comune e stampa a criticano tout court gli smartphone: li usiamo troppo, è pericoloso, si dice. Non è solo così. Qualche giorno fa Moby ha pubblicato il del secondo singolo estratto dal nuovo album.

Moby ne ha parlato così: “Per me il video parla della nostra crescente dipendenza dalla tecnologia e delle interazioni tra le persone, o meglio: dell’assenza di interazioni tra le persone. L’accento è posto sul fatto che la tecnologia ci influenza, ci desensibilizza. Abbiamo costruito delle grandi città, delle grandi industrie, dei grandi sistemi. Questi sistemi sono stati costruiti per proteggerci, per renderci liberi. Ma invece di fare questo hanno inquinato la nostra aria, ucciso gli animali e massacrato la terra – e siamo noi che abbiamo creato distruzione. Pensavamo di aver risolto i problemi della distribuzione del cibo e della distribuzione delle ricchezze, ma siamo più infelici che mai”.

Nel video (di animazione) si vedono persone che stanno sempre al cellulare e ne pagano le conseguenze, anche gravi. Questa critica è sicuramente fondata, ma è parziale. Moby sceglie di affrontare il problema nel modo più facile, quello più condiviso, che tutti accettano. Non dice la cosa che invece avrebbe attirato più critiche: non mette in evidenza i vantaggi che uno smartphone può dare. Il continuo insistere su quanto sia diabolico il telefonino con l’internet spinge molti a non considerare nemmeno che in alcuni casi può essere molto utile, o addirittura indispensabile, per alcune persone. Per gli immigrati, è impossibile arrivare in Europa senza uno smartphone.

Quest’estate ho visto il concerto di Mdou Moctar, 13 giorni prima di quello degli Algiers. Lui è un chitarrista Tuareg del Niger che fa dell’incrocio musicale una delle sue cifre stilistiche principali, unendo musica tradizionale e suoni elettrici. È molto bella la storia del come si è fatto conoscere. È questa, in brevissimo. Il suo primo disco Anar (del 2008) non era ancora uscito che già le canzoni giravano come suonerie dei cellulari nella regione del Sahel, in Africa. Poi, quando sono finite nella compilation “Music For Saharan Cellphones”, pubblicata dalla Sahel Sound, hanno fatto il giro del mondo.

Diamo la colpa al cellulare di un sacco di cose, ormai è normale. I giovani non parlano più: è colpa dello smartphone. Usano le chat anche se sono a un metro di distanza! Però, magari sembra che uno stia chattando invece sta facendo, non so, un editing da paura su una foto. Oppure condivide robe con i suoi amici. Significa non comunicare più? No, anzi.
Non leggiamo più, colpa degli smartphone. C’è chi sul telefono legge articoli su articoli, in pausa pranzo, sul treno, sul tram. Non legge un libro, ma legge e tiene sempre sveglio il cervello.
I cellulari fanno male, ci scoppiano in faccia, guarda il Samsung Galaxy Note7. Succede in una percentuale molto bassa rispetto a tutti i modelli prodotti nel mondo.
Non scopiamo più. Non ci credo.

Con lo smartphone si possono fare un sacco di cose utili, anche se magari non sembra. Si può attraversare il Mediterraneo. Oppure, partendo da una musica salvata nel cellulare di una persona che viene dall’altra parte del mare, si può fare un loop per costruire collegamenti con altre musiche di altri posti ancora più lontani e farli ascoltare alle persone che hai di fronte. Che magari si stanno bevendo una birra nel locale in cui vanno sempre dopo una noiosa giornata di lavoro in un paesino piccolo piccolo nel quale mai avrebbero pensato di trovare un collegamento con posti lontanissimi.

Oppure, si possono ascoltare le compilation per le suonerie, e in mezzo (imprevedibilità) trovarci qualcosa che ci piace. Dove non arrivano gli altri modi, arrivano gli smartphone e le suonerie: per Modou Moctar non era difficile piacere (Tinariwen, musicista Tuareg, aveva già molto successo), era difficile arrivare. Ecco fatto.

Usare le app di un computer o di uno smartphone per creare la musica è una cosa frequente nell’elettronica contemporanea. Holly Herndon per esempio campiona i toni di Skype. Ho trovato questa citazione su Wiki:

“The more comfortable we get with these devices, the more vulnerable we are. We are learning more and more about the National Security Agency revelations. I think it is really interesting that we have never been more intimate with these machines, and at the same time have never had such cause to be suspicious of them. We wanted to capture both of those sides” (Cluttered workspaces are digitally re-created in Holly Herndon’s Chorus music video, De Zeen Magazine, 2014).

Mentre Eran Egozy fa riferimento solo al rapporto positivo che abbiamo con lo smartphone (“I thought it would be fun to have people use their smartphones because they are very comfortable and familiar devices”) Holly Herndon va più a fondo e riconosce l’esistenza di un rapporto ambiguo, che è comunque un rapporto “intimo”. Così, per esprimere dei sentimenti, in Platform (disco del 2015) usa i toni del suo laptop. Ha dichiarato, rivolta a chi sostiene che un computer sia “freddo”: “Come esprimere le emozioni che proviamo? Mi sembrerebbe strano usare un crescendo di violini per descrivere i sentimenti che provo dopo che mi sono lasciata con uno su Skype“.

A questo proposito, Valerio Mattioli, su Prismo, ricorda una discussione avuta con alcuni interlocutori ai quali ha chiesto quali fossero i “picchi emotivi delle loro giornate-tipo“.

E dice: “Prendi un giovedì a caso: è mattina, suona la sveglia, e quello è senz’altro un picco, no? Un evento cioè che nel suo piccolo ‘spezza’ l’ipotetica linea piatta data dalle abitudini di tutti i giorni. E poi? Ti lavi, ti vesti, esci in strada: tutto come al solito, linea piatta continua. A un certo punto dal tuo smartphone arriva l’inconfondibile bleep di una notifica su Facebook, ed eccolo! L’inavvertibile sussulto del picco. Chi mi cerca? Chi starà parlando di me? Di cosa staranno ciarlando i miei amici vicini e lontani? Aggiungete alle notifiche di Facebook i trilli di Skype, quelli di WhatsApp, gli scampanellii di quel residuo di un tempo ormai remoto che sono gli SMS, o molto più prosaicamente il cellulare che squilla mentre state ad annoiarvi alla fermata del tram. A loro modo, sono tutti Grandi Eventi in sedicesimo che messi assieme consumano senza sosta il nostro bagaglio emotivo, o più che consumarlo diciamo che lo colonizzano. Una giornata veramente noiosa, è una giornata in cui su Facebook non succede niente“.

Se consideriamo questo aspetto, è chiaro che il cellulare abbia anche un’utilità artistica. La tecnologia è proprio il mezzo attraverso il quale possiamo esprimere emozioni e raccontare storie. In questo senso, il disco di Holly Herndon fa un passo in più di Stregoni, perchè arrangia le canzoni inserendo i toni di Skype, ma è come Stregoni, perché entrambi partono dalla tecnologie contemporanee per costruire racconti e musica.

L’utilità di uno smartphone può essere anche politica. Sempre Mattioli, su Blow Up di ottobre 2016, scrive:

Far Side Visual (2011) di James Ferraro, che pure era firmato dall’uomo che l’hypnagogic pop l’aveva praticamente inventato, piazzava in copertina un iPad e un’istantanea da Google Street View, portava titoli che ammiccavano beati ai nuovi feticci del tecnocapitalismo globale, e per quanto imperfetto e non esattamente futuribile (in fondo, a livello di suoni, tradiva non tanto una certa ‘patina anni 90’ quanto una strana aria da ‘Windows 98’, che è diverso) sapeva provocare quel misto di eccitazione e di disagio dato dalla realizzazione che ehi, siamo nel 2011, il nostro mondo è questo ed è un mondo tutto hi tech e HD, la nostra vita di tutti i giorni non può prescindere da Google e Apple, tanto vale prenderne atto e mettere da parte synth valvolari e bucolici affreschi in Super 8. Cinque anni dopo, però, lo stesso Far Side Visual pare il reperto di un’era simpaticamente kitsch e ingenua: da allora (…) i sample presi dalle librerie dell’iphone sono stati sostituiti da un supplizio di effetti in 3D che sembrano rimandare più a qualche videogioco sparatutto”.

Mattioli prosegue e dice che la musica elettronica venuta dopo Ferraro ha complicato le cose, perché ha preso sul serio la critica ideologica alla tecnologia (cioè anche gli smartphone) che nel disco di Ferraro veniva fuori in modo non dichiarato, tanto da destare il sospetto che la sua non fosse una critica ma una celebrazione del capitalismo tecnologico. L’elettronica degli anni ’10 si è invece “politicizzata”.

Stregoni alla musica dello smartphone aggiunge molti strumenti non digitali e un messaggio politico-sociale suo. Quindi, aggiunge altra musica che lo distingue nettamente – in termini di generi – dai musicisti di elettronica anni ’10 ma – in termini di arricchimento della musica – lo avvicina a loro che, come dice Mattioli, hanno aggiunto effetti 3D. Stregoni politicizza il messaggio, il che (ancora) lo avvicina a loro. Il contesto storico è lo stesso, s’intreccia con un contesto culturale differente e dà come risultato un uguale scopo della musica: dare un messaggio politico e muovere una critica alla società.

Rispetto all’uso tecnologia, c’è una differenza tra gli elettronici e Stregoni. Per i primi, tecnologia è strumento e allo stesso tempo bersaglio della loro critica: odio e amore, come dice Holly Herndon. In Stregoni è punto di partenza e oggetto indispensabile per salvare vite umane, quindi giudicato solo positivamente, almeno da questo punto di vista.

E per quanto l’utilizzo di internet e dei mezzi con cui lo navighiamo sia per i musicisti della internet music più influente sulla scrittura (quando di scrittura si può parlare, visto che TCF dice addirittura di non aver avuto controllo sui suoni del suo disco di cui adesso non sto qui a scrivere il titolo perché è una sequenza di numeri e lettere, come il nome del cazzo di un file), Stregoni, non usando i toni di internet ma il device e la musica che ci portiamo dentro al mezzo che usiamo di più per navigare, fa un’operazione diversa ma sempre del tutto dentro alla internet era dei musicisti della internet culture. Questi ultimi sono nella internet era e suonano come l’era stessa, Stregoni crea un collegamento tra questa era e le tradizioni. Il terreno comune è internet, indispensabile  ai musicisti per fare quello che fanno, indispensabile ai profughi per arrivare in Europa non del tutto allo sbando.

Gli Algiers rimangono fuori dal discorso smartphone/tecnologia estrema applicata alla musica. Proprio non mi è venuto in mente niente di sensato per farceli stare dentro. Per questo il titolo del post è sul cellulare, l’unico argomento che non riguarda il gruppo da cui parto (e con cui finisco) e non comune a tutti i gruppi che ho preso in considerazione: per ripicca verso me stesso.

Mdou Moctar

Di preciso, che roba fa Mdou Moctar?

È un cantautore Tuareg originario del Niger, uno dei primi a suonare musica berbera con la chitarra elettrica. Anar è influenzato dalla musica degli Hausa – un gruppo etnico presente in molti paesi dell’Africa – composta da due elementi: il primo è il folk rurale suonato con la zucca, il liuto o il flauto che accompagnano anche le danze spirituali e il culto del trance, durante il quale donne e uomini ballano scatenati (a metà di questo video); il secondo è lo stile musicale dell’Elogio (verso un padrone), i cui principali strumenti sono il canto, la tromba e le percussioni.

Afelan, il secondo disco (2013), contiene pezzi che uniscono Jimi Hendrix e BB King e ballate che ricordano Nusrat Fateh Ali Khan. Sembra non esserci un equilibrio ma alla fine c’è, ed è retto dalle chitarre elettriche assillanti, le batterie ripetitive e il canto ispirato che generano caos e stabilità allo stesso tempo. Dentro ad Afelan ci sono blues, trance music, psichedelia acida e non soporifera.
Dopo i primi due album, Mdou Moctar ha curato la colonna sonora per il film Akounak Tedalat Taha Tazoughai, che per certi versi è un omaggio a Purple Rain di Prince.
Le sue influenze sono tantissime e in questo ricorda da vicino l’approccio musicale sia di Stregoni che degli Algiers: provengono da tre posti diversissimi del mondo ma succhiano le musiche di popolazioni vicine e lontane. È africano, come molti dei musicisti di Stregoni, ma è difficile stabilire una connessione precisa con loro, perché loro provengono da Stati diversi dell’Africa, con tradizioni differenti.

“They were very racist”

Così mi sembra abbia detto Mdou Moctar a un certo punto durante il concerto, in mezzo a un discorso che non ho capito del tutto, non per il suo inglese, per il mio. MM ha tagliato corto, ma il succo era che all’ingresso in Italia ha avuto a che fare con la polizia che l’ha trattato in modo razzista. Il suo viaggiare per fare concerti è politico.
Primo, perché attraversa le frontiere vestito da Tuareg, rischia di incontrare corpi militari ignoranti (e che usano la scusa dei controlli di sicurezza per trattare di merda persone che il loro cervello bacato reputa pericolose e inferiori a prescindere), suona vestito allo stesso modo, perché è giusto non abbandonare la propria cultura proprio nel momento in cui la stai suonando.
Secondo, perché gira Europa e Stati Uniti, dove porta una musica che è risultato dell’incontro tra due culture che si sono influenzate reciprocamente (quindi anche quella occidentale ha subìto l’influenza di quella africana e questo può non essere visto di buon grado dalle menti limitate).
Terzo, perché non è una musica solita e facile: per quanto possa negli ultimi anni aver avuto successo dalle nostre parti (Bombino), rivela in modo forte le caratteristiche del sound africano, subito, al primo ascolto. Non c’è bisogno di indagare troppo, sono caratteristiche evidenti, che MM ti spara subito in faccia, e in questo consiste buona parte della loro forza.

Politica

La politica è, quindi, uno dei temi di Stregoni e di Mdou Moctar. Ma anche degli Algiers. Nel loro caso, politica è religione, perché in America la religione è stata un elemento di forte identità della collettività afroamericana sin dall’inizio del ‘900. La canzone è il posto in cui religione, violenza, razzismo e lotta trovano spazio. Un’unica dimensione in cui viene rappresentato sia quello contro cui si combatte sia la battaglia che si sta combattendo: la musica e le voci rappresentano la violenza della schiavitù e la voglia di libertà che le si scaglia contro.

Tracce evidenti della lotta degli afroamericani si trovano nei testi degli Algiers. Spesso si tratta di frasi significative in un contesto complesso, composto da riferimenti alla storia, all’oggi e alla vita di tutti i giorni. La conclusione è che poco è cambiato. Ecco alcuni passaggi:

“Who is black enough to be left behind” (But She Was Flying)

“We’ll put our faith into Afropop in a decolonized context” e “You put your hand out to shake / Then they export you in chain / You fought / for centuries for change / And they gave you / more of the same” (Irony Utility Pretext).

“Four hundred years / Four hundred years of slave of torture”. Chiude con “Cause all our blood is in vain” (Blood).

L’elemento politico, a volte, trova risalto nella musica, altre si fonde con lei tanto da rimanere nascosto. Claudette cita Memphis, non definisce con precisione una tematica sulla città, ma viene citata quella città, non un’altra. Proprio Memphis, dove il movimento per i diritti civili degli afro americani negli anni ’60 ha avuto molta importanza, dove fu ucciso Martin Luther King (si chiude un cerchio) e dove ancora oggi si sente forte la mancanza d’integrazione vera tra bianchi e neri.

Nel disco c’è un’altra traccia profonda dell’azione politica degli afroamericani, della loro cultura e religione. È una traccia visiva, ma che diventa parte della musica: le foto del booklet ritraggono momenti di protesta, primi piani intensi di volti e mani, quartieri di città in rovina, simboli religiosi. Gli autori sono Sam Campbell e Brad Feuerhelm. Poi c’è un disegno, di Nicola Morrison, una specie di opera geometrica in decomposizione. In realtà è una forma abbastanza incomprensibile, ma di sicuro è una macchia rosso sangue in un contesto fotografico che parla di soprusi. Né le foto né il disegno sono espliciti, ma entrambi colpiscono per violenza espressiva. La macchia rossa è la rappresentazione più estrema della forza espressa dai testi e dalle foto. L’opera visuale completa quella musicale.

Altre cose sugli Algiers

Dal vivo la loro vitalità non viene a meno, sul palco rendono bene lo smanezzo che han messo nei pezzi. Lo fanno spesso in attimi veloci, che corrono lasciando impressioni differenti. A volte tutto fila liscio, a volte sembra che qualcosa non funzioni troppo bene, loro continuano a recitare la parte ma è come ascoltare un nastro rallentato, non perché il suono lo sia effettivamente, ma perché è macchinoso, non perfettamente rodato, non del tutto aderente ai cambiamenti di ritmo e stile. La complessità esce meglio sul disco. Forse col tempo miglioreranno, dal vivo. Va levigato qualche suono, aggiustata la velocità di qualche passaggio, regolato qualcos’altro. I pezzi sono brevi e ti lasciano nel momento in cui non devono finire, ma non è questo il problema, succede anche sul disco. L’impressione è che dal vivo le canzoni siano solo una parte di un copione da eseguire. Il copione è il concerto, ma è freddo. Senti i bassi, ti fai prendere dal ritmo ma non senti altro. Sono macchine che eseguono bella musica, intrecciata bene, amalgamata meno, sul palco sono vitali ma un po’ distaccati dal cuore di quello che fanno su disco. E la forza del gospel va un po’ a farsi fottere.

Altro elemento che prevale nella musica degli Algiers è (oltre a un modo di cantare che mi ricorda continuamente Nina Simone, attivista per i diritti civili) l’influenza del punk lirico americano degli anni ’80, quello che dava molta importanza al cantato, lo metteva al centro della canzone, come Jello Biafra dei Dead Kennedys o Lee Ving dei Fear. Si tratta di personaggi oggi bolliti, ma che anni fa rappresentano quel modo di cantare come piaceva a loro, cioè diversamente rispetto ad altri gruppi del periodo, come Germs o Black Flag. Forse Joe Strummer, dall’Inghilterra, aveva in certi momenti un modo di cantare simile. Quel tipo di impostazione canora è arrivata fino agli Algiers. Nel disco mi è sembrata simile ai Fear no di sicuro la varietà di idee, ma proprio il rapporto tra la voce e la musica: in alcuni momenti sono la stessa cosa, in altri la voce scappa via, in altri ancora la musica si arricchisce di cose inaspettate, è quasi disconnessa dalla voce, lontana. Questa diversificazione è estremamente stimolante per chi ascolta, perché la mente passa da un momento all’altro ed esce dall’uniformità e dalla monotematicità che altra musica corre il rischio di darti.

È una prospettiva differente quella degli Algiers. Mi riferisco al loro modo di mettere un sacco di carne al fuoco, per soddisfare la visione della musica che vogliono fare, aperta a tante strade e soluzioni senza che ce ne sia una prevalente. O meglio, con una prevalente (il Gospel) ma in modo che tutte le altre musiche siano emanazione diretta di quel Gospel e poste sullo stesso livello. In questo modo si genera confusione. Il disco degli Algiers è un disco confuso ma dentro alla confusione sta la loro curiosità di scoprire e il loro desiderio di fare qualcosa di proprio con tutti gli ascolti fatti. È una visione propria, una forma di omaggio a tutto quello che hanno messo dentro al disco. Forse saranno scomparsi tra due anni, ma avranno lasciato un disco pieno di interessi musicali, con la volontà di farli propri, di proporne una visione.

Fine pippone

Appendice sulla teatralità

L’altro giorno stavo cercando qualcosa di sensato da aggiungere a un eventuale pippone finale sugli Algiers. In quel momento vedo che un amico ha condiviso su Facebook una cosa su The Decline of Western Civilisation, un documentario. In generale, parla della musica di Los Angeles negli anni ’80, in particolare il primo episodio (di tre) parla della musica punk. Mi sono venute in mente alcune immagini di quel film (tra le quali quelle dei Fear) e mi è venuto un sospetto. L’ho riguardato e il sospetto è diventato un’associazione di idee. Ogni gruppo punk di LA negli anni ’80 aveva una sua teatralità violenta, come poi anche il punk degli Stoogees o quello inglese degli anni ’70. Quello di LA, però, ha una marcia in più da questo punto di vista: è più cool, sembra tutto più calcolato. Come se gli anni ’80 di Reagan avessero fatto arrivare il loro tocco della morte anche lì dentro, nonostante fossero proprio il modello contestato. Una teatralità simile l’ho ritrovata negli Algiers dal vivo, trasformata – per assecondare ritmi meno veloci – in gesti più lenti, più razionali, più introversi. La loro messa in scena è passata attraverso quella degli anni ’90, dove emo, grunge e post hard core avevano ciascuno una propria teatralità, alcune volte implosiva altre esplosiva, ma comunque l’avevano. Ed è passata attraverso quella degli anni 2000, che si è ripulita alla grande e ha assunto l’aspetto delle camicie dei Franz Ferdinand. Ogni cosa viene fatta per mostrare se stessi in un certo modo. Gli Algiers sono un’interpretazione raffinata di 4 decenni di musica dell’apparire e mettono in scena una teatralità pacata e nervosa, introversa e aggressiva, fatta di vestiti e gestualità (ma anche di una proposta musicale complessa, componente essenziale). Che pesantezza. Ma infatti il loro concerto è stato particolarmente invadente e impegnativo, non è andato via liscio come l’olio, per questo non è stato un concerto come un altro.

Quindi? Tutto questo impegno, tutti questi temi importanti e – alla fine – viene fuori che gli Algiers sono dei poser. Saranno una vera band? In effetti, visti da vicino, sembrano una boy band, nel senso che sembrano scelti accuratamente da qualcun altro, non provenienti da una stessa storia, o almeno da uno stesso giro musicale. Una seria, composta da musicisti veri e che ha fatto un disco della madonna, qualitativamente e contenutisticamente di livello altissimo, ma un po’ boy band sembrano. Una cosa che non succede sempre quando scrivo, ma che mi piace molto, è iniziare a scrivere con un’idea (fare la recensione di un concerto) e finire con tutt’altro (cercare di cavarci le zampette su altri temi difficilissimi più o meno collegati). E, per essere una boy band, gli Algiers, me ne hanno fatti venire in mente di altri temi.

Nel frattempo, continuando a cercare, ho trovato questa compilation Nao Wave Brazil Post Punk 1982-88 e ho trovato qualche somiglianza con la Los Angeles degli stessi anni, e con gli Algiers.

Ha compiuto 25 anni Nevermind, il disco dei Nirvana che non piaceva ai Nirvana

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“Ma i Nirvana sono quelli di I’m Too Sexy?”
“Ma noo!”

Tra me e mio fratello ci sono tre anni anni di differenza e questo è il nostro primo dialogo sui Nirvana. Lui è quello da cui mi arrivava la musica. Nessun amico metallaro, nessun negoziante logorroico. Mio fratello. Lui aveva l’amico metallaro e comprava dischi dal negoziante logorroico, quello che loro gli davano, lo dava a me. Faceva da passacarte per proteggermi da persone per la maggior parte del tempo spiacevoli e con aliti agghiaccianti. Dev’essere stato un lavoro durissimo, perché ricordo che una notte ero nel letto a casa di mia nonna a contare i gruppi di cui avrei potuto diventare fan. Nell’elenco c’erano quelli di cui sentivo cose in giro, in radio o in TV, per lo più Queen ed Elio e le storie tese. Mi dicevo che avrei dovuto trovare un terzo gruppo da seguire però dopo basta perché incominciavano a diventare troppi. Era l’89, o forse il ’90. Quello scambio di battute tra me e mio fratello è sicuramente del ’92 perché I’m Too Sexy dei Right Said Fred è uscita quell’anno e si sentiva dappertutto. Quindi, ho conosciuto i Nirvana nel ’92. Per il Natale di quello stesso anno andai da Righi Music, coi soldi dei miei naturalmente, a comprare Incesticide da regalare a mio fratello. Questo significa due cose, ma soprattutto una: che a quel punto il filtro del fratello maggiore di protezione dal negoziante di dischi era caduto. La seconda è che Incesticide è stato il primo album dei Nirvana di cui ho vissuto l’uscita sapendo chi fossero i Nirvana. Quello dopo, sarebbe stato In Utero. L’ultimo e il più bello che abbiano mai fatto.

Quando riuscii a capire che c’era differenza tra Nirvana e Right Said Fred, diventai drogato di Nevermind. In quel momento, lo ero già di Angel Dust dei Faith No More e Ten dei Pear Jam, i primi dischi che ho comprato per me. Decisi per un po’ di tempo che i gruppi che seguivo erano già abbastanza e ascoltai solo quei tre dischi per qualche mese. O forse qualche settimana. Poi iniziò a piacermi comprare dischi. Seguirono altri innamoramenti per gruppi che ancora oggi non mi tolgo dalla testa, Pavement, Dinosaur Jr, Sparklehorse. E giù a comprare dischi, io o mio fratello. Quando ho conosciuto Nevermind, quindi, era solo l’inizio di un lungo periodo in cui quello che volevo fare era ascoltare musica, comprandola. L’amico metallaro sarebbe entrato in gioco pochi anni dopo e in realtà mi ricordo che tra le prime cose mi passò gli Shelter. Non era un metallaro, quindi, ma il suo ruolo era lo stesso. A quel punto, comunque, anche il secondo velo protettivo fraterno era caduto. A comprare dischi degli Shelter fu però mio fratello. Quello che voglio dire è che potevamo permetterci di sfogare la nostra voglia di ascoltare roba. Non è indicativo dello stare bene di due ragazzetti di 14 e 17 anni, ma è qualcosa. Un ragazzetto di 14 anni può avere un sacco di paranoie, e io le avevo, ma in fondo era normale averle. Non avevo problematiche serie o particolarmente impegnative da affrontare, quelle sono venute dopo. Ascoltavo Nevermind perché mi piacevano le melodie, i suoni, la voce e la batteria potente, non mi fregava niente di essere parte di un gruppo molto ampio di ragazzi nel mondo che avevano trovato in quel disco l’espressione della loro disperazione, non sapevo neanche che questi ragazzi esistessero, non sapevo cosa fosse la disperazione. Mi piaceva come suonavano i Nirvana. Era una roba completamente diversa persino da Ten e Angel Dust, che erano più gommosi, mentre Nevermind era uscito proprio bene, bello diretto.

In realtà, non era sincero proprio per niente, perché Butch Vig (il produttore) lo aveva confezionato ben bene, trasformandolo (si sa) in qualcosa di diverso rispetto a quello che volevano i Nirvana. Era bello diretto ma non era come doveva essere. Sarebbe stato meglio se fosse stato come doveva? Oppure peggio? Non posso saperlo. Fu una cavalcata inarrestabile dal punto di vista commerciale, ma era un disco snaturato dal produttore. Migliaia di ragazzi in tutto il mondo riconoscevano la propria incazzatura in un disco che in realtà era una mezza fregatura, una presa in giro, una musica non vera fino in fondo, una bomboniera creata ad arte. La casa discografica, si dice, non si aspettava così tante vendite. Butch Vig era consapevole fino in fondo di ciò che stava facendo? Non so. A parte questo,  quello che importa è che il disco non era quello che chi l’aveva scritto avrebbe voluto che fosse. Per quello, nel ’93, arrivò In Utero. Non mi ricordo chi l’ha comprato, io o mio fratello, ma l’avevamo in casa appena uscito. Anzi, qualche anno dopo ne ho comprata un’altra copia per averne una mia (la solita storia).

Ieri si festeggiavano i 25 anni di Nevermind. Si continua a dire che in quel disco un’intera generazione si riconosce (l’articolo peggiore è questo) e nella stampa nazionale si continua a parlare di Nevermind come del miglior disco dei Nirvana. In termini di vendite di sicuro (30 milioni contro i 15 milioni di In Utero) e pare sia questo il criterio di giudizio: più copie si vendono, più disperati ci sono che lo ascoltano e dicono di riconoscersi, più il disco è generazionale. Ma è In Utero a essere considerato, da chi lo ha ascoltato veramente e da chi ha un briciolo di sensibilità musicale, il disco migliore dei Nirvana, lo è già da un po’ di tempo, non sono io a dirlo per la prima volta. E lo è perché è il disco che corrisponde alla volontà del gruppo, e in questo caso la volontà del gruppo era la cosa migliore da fare. Neanche In Utero mi piaceva perché mi rispecchiassi in ciò che diceva, ma perché mi piacevano le canzoni e mi trasmettevano smarrimento e forza che non erano per niente mie ma che mi entravano dentro ugualmente, erano belle da ascoltare.

Nevermind è il prodotto di un altro (Butch Vig) che lo modellò, lo cambiò in maniera rilevante – anche questa è una cosa emersa da tempo. Molti ragazzi della mia età e anche un po’ più grandi si sono riconosciuti in un messaggio che non corrisponde fino in fondo a quello che il suo autore voleva trasmettere. Non è Kurt Cobain il portavoce della generazione X, è Butch Vig, il batterista dei Garbage. Vi piace l’idea? Non è molto bella. Tutto questo per dire che stiamo festeggiando i 25 anni del disco che la stampa, i commenti su Facebook e le vendite hanno stabilito essere quello che ha cambiato la vita di un’intera generazione ma che non è quello che volevano i Nirvana. Stiamo festeggiando l’artista che ha dato voce a un’intera generazione ma per farlo abbiamo scelto un disco fallato. Tra due anni è il 25° di In Utero. Quello è il disco che Cobain voleva, ma non è considerato il disco che dà voce a una generazione, perché è stato deciso così, perché non tutti l’hanno comprato, perché quando è uscito un po’ la fotta era già passata, perché il tempo per trovare e vendere il disco che rivoluzionò il rock era già passato. Evidentemente la “voce della nostra generazione” e la “nostra generazione” non erano sincronizzati e la nostra generazione aveva bisogno di sentirsi dire cose diverse rispetto a quelle che voleva dire Kurt Cobain.

Per questo dico che invece di pensare a tutte quelle stronzate (“la voce di una generazione”, “la disperazione di tutti”, eccetera) penso alla musica. Da questo punto di vista, Nevermind spacca, ma In Utero spacca ancora di più. E nel 2018 compie 25 anni. Sono appena 3 anni che ne ha compiuti 20 e sono già pronto a festeggiare davvero, di nuovo.

Giønson s/t, soprattutto sui testi

 

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Di solito non mi viene da scrivere così, canzone per canzone come un elenco, ma stavolta questa cosa non saprei come metterla giù diversamente (ndr).

Vita di mare: c’è un confine molto labile tra la vita di merda e quella di merda dorata ed è indagabile con l’ironia iconoclasta, quella che distrugge i simboli della felicità materiale, tra i quali campeggiano in maniera gigantesca e chiarissima nel loro esplicare un significato: due bare in mogano – una per me l’altra per la mia donna, per essere i più ricchi del cimitero (primo livello di inutilità, quando sei morto) – e pagare le tasse (secondo livello di inutilità, il più alto e feroce, quando sei ancora vivo). E in effetti alla fine c’è bisogno di una targa che ti ricordi che non fai più una vita di merda. Questa è la prima canzone, che toglie senso a un certo concetto di vita differente dandone ancora di più al suo contrario.

La seconda canzone, dal titolo con due significati – entrambi corretti – Sguscio, toglie senso al tentativo di cercare qualcosa di buono in quello che ci circonda. Neanche questo ha senso e visto che cambiare vita in una certa direzione ne ha ancora di meno, rimaniamo così. Questa cosa è estremamente vera, è l’esposizione perfetta di un desiderio vivo, contro il quale combattevi e di cui adesso accetti con pazienza l’esistenza ogni volta che si ripresenta (che pare sempre l’ultima): desiderare una vita migliore, non essere contento di quello che ti viene offerto e capire ancora una volta che quello che fai tu è semplice, tranquillo e piccolo ma è la tua roba. È la canzone che te lo dice: la prima parte espone l’occasione concessa ancora una volta a quel desiderio ed è HC veloce e strillato, la seconda (una riga di testo cantata una volta: consapevolezza forte) rallenta, ed è il rendersi conto della realtà, con conseguente fuga verso te stesso.

La terza sembra la canzone seria della consapevolezza, all’inizio. Alla fine (anche qui: nel momento in cui te ne rendi conto l’hc rallenta) capisci che è una fregatura e non c’è niente di così serio. Ma i toni me l’avevano fatto pensare. I testi si evolvono, non dicono una cosa e poi si fermano, non si accontentano e arrivano al punto di prendere in giro se stessi tirando fuori una situazione assurda che mette in un contesto preciso tutto quello che è stato detto prima, gli toglie il significato universale che non vuole avere e cambia senso. Si chiama Ci toccherà ed è la canzone in cui i Giønson scrivono con forza il capitolo in cui dicono che non vanno presi seriamente e che non vale tanto la pena frignare. L’emo core è ancora vivo (altrove) ma giochiamoci su, magari distruggendolo momentaneamente con questa canzone e con le sue sue origini hard core e punk.

La quarta prosegue la seconda, sulla sindrome del cambiamento, altrimenti detta Sindrome di Balboa: se io posso cambiare e tu puoi cambiare allora tutto il mondo può cambiare. Stavolta non è all’esterno che si cerca ma in se stessi. 30 anni fa Rocky sperava di mettere fine alla Guerra Fredda con il suo discorsino, adesso Putin è alleato di Erdogan contro gli Stati Uniti e non è cambiato un cazzo. Balboa cercava un cambiamento dal particolare al generale, la Sindrome di Balboa lo cerca dal particolare al particolare, dalla mamma dei Goonies a me. Niente da fare. Sguscio diceva che neanche gli altri non cambiano: è un disastro su tutta la linea.
Comunque, i Giønson cercano sempre il cambiamento del se stesso e basta, mai insieme, sempre parallelamente agli altri. Alla fine la sconfitta è sempre tua, mai di tutti, e non è vero che mal comune mezzo gaudio. Anche da questo punto di vista è un disastro, o forse una salvezza, perché un posto in cui tornare a stare bene c’è sempre, e non è di sicuro quello di Vita di mare, ma il guscio da cui nasce Sguscio.

Nuovi vecchi è la parte finale della vita nel guscio di tutto questo. Le generazioni si susseguono ed è naturale che ci siano dei nuovi vecchi che sostituiscono quelli di prima. Non esito a definire s/t dei Giønson un concept album sul tempo che passa, non in generale, ma su come passa e su come cazzo lo passiamo noi.

Annosa questione è la vera conclusione dell’ep, nel condominio di Cusano Milanino e non nel Bosco Verticale di Milano. Se un disco finisce con “io ce l’ho messa tutta” abbiamo già capito. Alle Olimpiadi è l’espressione che usano gli atleti che non vincono, dopo quattro anni di allenamenti e un solo obiettivo. Mancato. Perché non si può rendere definitiva la questione dicendo che hai scoperto dove stare bene, bisogna sempre mettere in dubbio la certezza, disturbarla. È necessario, altrimenti ci rubate l’anima della questione.

La musica è hard core, a volte veloce a volte no, che comunque ti dà quel sentore di verità detta velocemente, non per forza la tua verità, non per forza una verità assoluta, ma bruciante. 

Che i testi siano molto buoni non è scontato. Prendete i Bruuno per esempio, genere assimilabile, ma testi di una pesantezza abnorme, capovilliani. Le parole non devono per forza corrispondere alla verità – sono anni che ascoltiamo l’emo, la trasposizione musicale e testuale migliore di una tristezza teatrale, la messa in scena di una finzione, ma una finzione che in certi casi ti strappa i muscoli dello stomaco – ma devono raccontarla bene.

I Giønson ricordano i Verme, e infatti si mormora che il cantante sia lo stesso. E infatti come i Verme parlano de vita, meeting il Vasco più sicuro di sé e la desolazione di Ron allo stesso tempo.

E il rullante della batteria, uguale a quello dei CIV, innesca ricordi che sono vita passata e, per questo, registrata per sempre. Basta un suono per farlo. Con un elemento proprio della musica, e non sempre o non per forza esplicativo di qualcosa, si può creare un’ambientazione per chi ascolta. E il guscio è fatto. Il guscio sono gli anni passati, un proprio mondo confinato, da cui non si riesce o non si vuole uscire. Giusto o sbagliato non importa, tanto è solo il suono di un rullante.

Qual è l’episodio dei Goonies che ricordate appena dite Goonies? Io quello di Chunk che confessa tutto ma proprio tutto alla Banda Fratelli. Gli racconta di quando ha rovesciato il vomito finto addosso alla gente e altre marachelle, senza filtro alla genuina ignoranza che le ha generate. I Giønson sono un po’ così. Prima di tutto, senza filtro all’ignoranza anche loro, nel senso che buttano lì la questione senza tanti problemi e vanno a fondo con pochissimo. Secondo: quei momenti di Sguscio e Ci toccherà, in cui il testo e la musica cambiano direzione insieme, sono la lucidità, quella illuminante di un momento solo, brevissimo, innescato da un qualsiasi stimolo, in cui però si vuota il sacco e si rende chiara la verità, disarmante e imprevista, ma che fa anche ridere. I Giønson come Chunk. Streaming.