Giønson s/t, soprattutto sui testi

 

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Di solito non mi viene da scrivere così, canzone per canzone come un elenco, ma stavolta questa cosa non saprei come metterla giù diversamente (ndr).

Vita di mare: c’è un confine molto labile tra la vita di merda e quella di merda dorata ed è indagabile con l’ironia iconoclasta, quella che distrugge i simboli della felicità materiale, tra i quali campeggiano in maniera gigantesca e chiarissima nel loro esplicare un significato: due bare in mogano – una per me l’altra per la mia donna, per essere i più ricchi del cimitero (primo livello di inutilità, quando sei morto) – e pagare le tasse (secondo livello di inutilità, il più alto e feroce, quando sei ancora vivo). E in effetti alla fine c’è bisogno di una targa che ti ricordi che non fai più una vita di merda. Questa è la prima canzone, che toglie senso a un certo concetto di vita differente dandone ancora di più al suo contrario.

La seconda canzone, dal titolo con due significati – entrambi corretti – Sguscio, toglie senso al tentativo di cercare qualcosa di buono in quello che ci circonda. Neanche questo ha senso e visto che cambiare vita in una certa direzione ne ha ancora di meno, rimaniamo così. Questa cosa è estremamente vera, è l’esposizione perfetta di un desiderio vivo, contro il quale combattevi e di cui adesso accetti con pazienza l’esistenza ogni volta che si ripresenta (che pare sempre l’ultima): desiderare una vita migliore, non essere contento di quello che ti viene offerto e capire ancora una volta che quello che fai tu è semplice, tranquillo e piccolo ma è la tua roba. È la canzone che te lo dice: la prima parte espone l’occasione concessa ancora una volta a quel desiderio ed è HC veloce e strillato, la seconda (una riga di testo cantata una volta: consapevolezza forte) rallenta, ed è il rendersi conto della realtà, con conseguente fuga verso te stesso.

La terza sembra la canzone seria della consapevolezza, all’inizio. Alla fine (anche qui: nel momento in cui te ne rendi conto l’hc rallenta) capisci che è una fregatura e non c’è niente di così serio. Ma i toni me l’avevano fatto pensare. I testi si evolvono, non dicono una cosa e poi si fermano, non si accontentano e arrivano al punto di prendere in giro se stessi tirando fuori una situazione assurda che mette in un contesto preciso tutto quello che è stato detto prima, gli toglie il significato universale che non vuole avere e cambia senso. Si chiama Ci toccherà ed è la canzone in cui i Giønson scrivono con forza il capitolo in cui dicono che non vanno presi seriamente e che non vale tanto la pena frignare. L’emo core è ancora vivo (altrove) ma giochiamoci su, magari distruggendolo momentaneamente con questa canzone e con le sue sue origini hard core e punk.

La quarta prosegue la seconda, sulla sindrome del cambiamento, altrimenti detta Sindrome di Balboa: se io posso cambiare e tu puoi cambiare allora tutto il mondo può cambiare. Stavolta non è all’esterno che si cerca ma in se stessi. 30 anni fa Rocky sperava di mettere fine alla Guerra Fredda con il suo discorsino, adesso Putin è alleato di Erdogan contro gli Stati Uniti e non è cambiato un cazzo. Balboa cercava un cambiamento dal particolare al generale, la Sindrome di Balboa lo cerca dal particolare al particolare, dalla mamma dei Goonies a me. Niente da fare. Sguscio diceva che neanche gli altri non cambiano: è un disastro su tutta la linea.
Comunque, i Giønson cercano sempre il cambiamento del se stesso e basta, mai insieme, sempre parallelamente agli altri. Alla fine la sconfitta è sempre tua, mai di tutti, e non è vero che mal comune mezzo gaudio. Anche da questo punto di vista è un disastro, o forse una salvezza, perché un posto in cui tornare a stare bene c’è sempre, e non è di sicuro quello di Vita di mare, ma il guscio da cui nasce Sguscio.

Nuovi vecchi è la parte finale della vita nel guscio di tutto questo. Le generazioni si susseguono ed è naturale che ci siano dei nuovi vecchi che sostituiscono quelli di prima. Non esito a definire s/t dei Giønson un concept album sul tempo che passa, non in generale, ma su come passa e su come cazzo lo passiamo noi.

Annosa questione è la vera conclusione dell’ep, nel condominio di Cusano Milanino e non nel Bosco Verticale di Milano. Se un disco finisce con “io ce l’ho messa tutta” abbiamo già capito. Alle Olimpiadi è l’espressione che usano gli atleti che non vincono, dopo quattro anni di allenamenti e un solo obiettivo. Mancato. Perché non si può rendere definitiva la questione dicendo che hai scoperto dove stare bene, bisogna sempre mettere in dubbio la certezza, disturbarla. È necessario, altrimenti ci rubate l’anima della questione.

La musica è hard core, a volte veloce a volte no, che comunque ti dà quel sentore di verità detta velocemente, non per forza la tua verità, non per forza una verità assoluta, ma bruciante. 

Che i testi siano molto buoni non è scontato. Prendete i Bruuno per esempio, genere assimilabile, ma testi di una pesantezza abnorme, capovilliani. Le parole non devono per forza corrispondere alla verità – sono anni che ascoltiamo l’emo, la trasposizione musicale e testuale migliore di una tristezza teatrale, la messa in scena di una finzione, ma una finzione che in certi casi ti strappa i muscoli dello stomaco – ma devono raccontarla bene.

I Giønson ricordano i Verme, e infatti si mormora che il cantante sia lo stesso. E infatti come i Verme parlano de vita, meeting il Vasco più sicuro di sé e la desolazione di Ron allo stesso tempo.

E il rullante della batteria, uguale a quello dei CIV, innesca ricordi che sono vita passata e, per questo, registrata per sempre. Basta un suono per farlo. Con un elemento proprio della musica, e non sempre o non per forza esplicativo di qualcosa, si può creare un’ambientazione per chi ascolta. E il guscio è fatto. Il guscio sono gli anni passati, un proprio mondo confinato, da cui non si riesce o non si vuole uscire. Giusto o sbagliato non importa, tanto è solo il suono di un rullante.

Qual è l’episodio dei Goonies che ricordate appena dite Goonies? Io quello di Chunk che confessa tutto ma proprio tutto alla Banda Fratelli. Gli racconta di quando ha rovesciato il vomito finto addosso alla gente e altre marachelle, senza filtro alla genuina ignoranza che le ha generate. I Giønson sono un po’ così. Prima di tutto, senza filtro all’ignoranza anche loro, nel senso che buttano lì la questione senza tanti problemi e vanno a fondo con pochissimo. Secondo: quei momenti di Sguscio e Ci toccherà, in cui il testo e la musica cambiano direzione insieme, sono la lucidità, quella illuminante di un momento solo, brevissimo, innescato da un qualsiasi stimolo, in cui però si vuota il sacco e si rende chiara la verità, disarmante e imprevista, ma che fa anche ridere. I Giønson come Chunk. Streaming.

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