L’ORIGINE DEL CALDO. Un racconto per l’Italian Party 18

Orso Grigio grande fan dell’Italian Party vi invita a partecipare al festival il 21 luglio e a leggere questo racconto istruttivo, scritto dal suo amico Trucco e ispirato al caldo delle scorse edizioni.

Ginetta: “Allora ci vediamo domani?”
Gino: “Ci vediamo domani”
Ginetta: “Alle 4 davanti alla fontana?”
Gino: “Alle 4 davanti alla fontana”
Ginetta: “Sicuro sicuro?”
Gino: “Si, si, sicuro”
Ginetta: “Ok. Ciao”
Gino: “Ciao”

Gino e Ginetta si scambiarono un lunghissimo bacio. Poi si guardarono negli occhi e Ginetta ruppe per prima il contatto visivo: ragazza un po’ pedante, però quando c’era da prendere le decisioni importanti era sempre lei che faceva il primo passo. Lo salutò e si allontanò verso il centro del paese. Gino rimase qualche secondo immobile a guardarla, poi se ne andò dalla parte opposta.

Ginetta abitava molto vicino. Camminava spedita, felice. Con le mani in tasca, le sembrava di stringere un foglio: il foglio dell’appuntamento con Gino. Lo sentiva. Lo tirò fuori. Aprì il pugno. Era vuoto, sorrise. Un appuntamento fantasma. Arrivata di fronte a casa, suonò il campanello. Sorrideva ancora. “Chi è?” chiese la voce decrepita della nonna. “Sono io, apri”. La nonna le aprì insolitamente subito e Ginetta scomparve dietro al portone.

Gino invece doveva prendere l’autobus per tornare a casa e quindi raggiunse la fermata. “Domani alle 4” pensava. “Domani alle 4, domani alle 4, non devo sbagliarmi”. Dovette aspettare un bel po’ prima che arrivasse il B3. Era caldo, ti credo, era il 20 luglio, se non fa caldo il 20 luglio, quando lo fa? Ai lati della strada c’erano le fiammelle di calore, come sempre con quella stagione. Poi, successe una cosa nuova: i pensieri di Gino incominciarono a incasinarsi, le parole nella sua mente si ammucchiarono. “Alle domani 4” pensava. “Domani due più due alle”. Il caldo tramortiva la sua lucidità, cervello e memoria erano finiti chissà dove. Valli a trovare adesso.

Finalmente arrivò l’autobus. Gino salì e si mise a sedere (aveva l’abbonamento). Fin lì ce la poteva fare. Non c’era nessuno. Solo lui, l’autista accaldato e qualche fiammella sparsa qua e là sulle sedie. Le porte si chiusero e l’autobus partì. Le parole gli uscirono dalla testa. Tutte le lettere si sparpagliarono impazzite lungo il corridoio. Gino si alzò incredulo e tentò di raccoglierle ma erano bollenti e scivolose e non riusciva a tenerle in mano. Si stavano sciogliendo per il caldo. Ogni tanto una fiammella gli passava davanti per scendere o cambiare posto: le sedie si stavano liquefacendo e la loro plastica si appiccicava a quella delle lettere. Che vita di merda. Riuscì a raccoglierle tutte e portarsele via in qualche modo.

L’autobus si fermò davanti a casa. Una volta nella sua stanza, buttò tutte le lettere sul tavolo. Passò tutta la sera a cercare di riordinarle. Ma non ci riuscì. Nella sua mente, rinfrescata dal condizionatore, si era ristabilito un discreto ordine. Ma quelle lettere e quel pensiero, ormai usciti dalla testa, rimanevano privi di senso. Le lettere si erano solidificate ma continuavano a non voler dire niente. Passò tutta la notte ad anagrammare. Sapeva che quella frase era importante. C’era una F, o forse una E mozzata, una I, che forse era stata una L. E ce n’erano altre. Non che fossero tante, ma gli sembravano più di quelle che dovevano essere, ed erano monche. Si addormentò all’alba, mentre fuori spuntavano le prime fiammelle. Scomparivano al crepuscolo e ritornavano in città alle prime ore del mattino. Era già un gran caldo.

L’indomani alle 4
Ginetta era appena arrivata alla fontana.
“Gino non c’è ancora” pensò.
Le piaceva arrivare per prima agli appuntamenti. Non in anticipo, per prima. E le piaceva ancora di più arrivare per prima agli appuntamenti con Gino. “Non è difficile” pensò. Guardava gli zampilli dell’acqua, lanciava nella vasca alcune vecchie lire, infilava le mani nell’acqua e si sciacquava la faccia. Le piaceva quella fontana. Lì s’incontrava sempre con Gino. Lì si erano visti per la prima volta: era estate, lui stava facendo il bagno e lei, seduta sullo scalino che gira intorno alla fontana, leggeva un libro. Gino scivolò proprio quando era accanto a lei e la bagnò dalla testa ai piedi. “E svegliati!” gli voleva urlare Ginetta, che all’inizio si arrabbiò, poi scoppiò a ridere. Gino sembrava proprio imbranato.

Di sicuro, era sempre in ritardo. Per passare il tempo, Ginetta guardava le fiammelle che cadevano nell’acqua e si spegnevano, lasciando il niente dopo di sé. Saltavano sul muro e, ignare del pericolo, si tuffavano, friggevano per qualche secondo e scomparivano. “Un po’ di caldo in meno” diceva Ginetta ogni volta che ne moriva una.
In realtà, col tempo le fiammelle erano diventate più furbe e nell’acqua ce ne finivano sempre meno, solo quelle più giovani (quelle gialle). Quelle più anziane (rosse) erano più esperte. Si erano evolute e avevano imparato che a quella fontana non si dovevano neanche avvicinare. Sai mai che qualche infamone gliele buttasse dentro. Cercavano di insegnare come funziona la loro vita grama alle fiammelle gialle ma non tutte ascoltavano e spesso erano incontrollabili. Son ragazzi. E poi dicevano che ogni volta che moriva una fiammella gialla, ne compariva una rossa, da qualche parte, quindi era impossibile salvarsi.

Ginetta si avvicinò a una delle fiammelle rosse, perché vedeva un riflesso strano. La fiammella la guardò un po’ storto ma non si mosse, per sicurezza, spaventata. Ginetta riuscì a vedere il riflesso e quello che conteneva. C’era una piazza e un chiosco e in un cartellone grande c’era scritto Italian Party 100 o una cosa del genere. C’erano tre palchi e sopra ogni palco c’era un certo Johnny Mox in tre versioni diverse: uno che sembrava lui da vecchio che suonava musica mai sentita, uno più giovane che faceva hip hop e un altro che faceva una cosa con dei ragazzi neri. Poi si sentivano le voci di un po’ di boys che dicevano “Ma che caldo fa” e uno di loro, che era proprio Gino, rispose “Tranquilllo, ho il mio cellulare refrigerante” e li spruzzò tutti coprendoli di un morbido velo di gelo. Al che loro se ne andavano in giro dicendo “Ah che bello ci vediamo l’Italian Party al fresco, possiamo girare da un palco all’altro e vedere tutti i gruppi!”.

Le 4 e 10 minuti. Ginetta si allontanò dalla fiammella rossa direi, a dir poco, pensierosa. E cosa sarà questo Party Italian 100? Ma poi, è vero, chissà che fine avrà fatto il cellulare di Gino, perché non lo usa per chiamarmi o mandarmi un messaggio? E cosa ci faceva Gino là? “Appena arriva m’incazzo”. Come al solito. “Io non sono mai arrivata in ritardo a un appuntamento con lui” pensava. Sono sempre io ad aspettare. “Che stronzo”. Ma Gino non lo faceva apposta, ogni volta che avevano un appuntamento, un imprevisto lo faceva tardare. Un imprevisto insormontabile. Cause di forza maggiore. Sempre.
Le 4 e 13. “Questa volta si sarà rovesciata sotto sopra la casa…”. Ginetta si bagnò di nuovo il viso. Faceva un caldo incredibile. Una fiammella morì nello stesso momento in cui infilò le mani nell’acqua. Fissò per qualche istante il vuoto lasciato dal fuoco. Lo fissò attentamente. Mai nessuna fiammella negli anni le aveva rivelato il segreto dell’Italian Party.
Le 4 e 16. Tirò fuori lo smartphone dalla borsetta. Ancora nessun messaggio. Attaccò ad ascoltare questo Johnny Mox su Spotify. Il ritmo di quella canzone, The Long Drape, si sposava perfettamente con quello delle fiammelle che morivano scandendo il passare del tempo.
Le 4 e 21. Sul cd la canzone successiva, nella fontana altre fiammelle morte. Ginetta, molto arrabbiata. Nessuna ipotesi assurdamente realistica le venne in mente e certamente la sua più ricercata fantasia non sarebbe stata all’altezza della fantastica realtà di Gino. Spense il Spotify e rimise lo smartphone nella borsa. La sua rabbia era lì lì per esplodere.
Le 4 e 22. Esplose. Si alzò in piedi, raggiunse due fiammelle rosse che facevano la siesta, le raccolse e le scaraventò nell’acqua. Una mossa felina, non fece neanche in tempo a bruciarsi. Pedante, ma veloce. Una delle due fiamme doveva essere quella che le aveva rivelato la profezia del Party italiano. “Sembrava una cosa bella, speriamo che succeda lo stesso anche se ho ammazzato la fiammella”. Un paio di passanti la fissarono stupiti e lei li bruciò con lo sguardo. Se ne andarono.

Ma che fine aveva fatto Gino? Aveva rinunciato a cercare un senso al pensiero perduto ed era uscito di casa per andare alla fontana, tanto si vedevano sempre lì. E, mentre s’incamminava verso la fermata dell’autobus facendo il numero di Ginetta sul cellulare, era inciampato dentro a una fiammella ed era finito all’Italian Party. Una volta di là, la richiamò. Lei rispose e Gino disse: “Muoio dalla voglia di raccontarti che cosa assurda mi è successa”. Lei, seduta sullo scalino della fontana, chiese:

“Ah si, e cosa, sentiamo?”
“Stavo venendo alla fontana ma sono inciampato in una fiammella, ci sono cascato dentro e adesso sono..”
“Ma vaffanculo.. All’Italian Party 100?”
“Si… come fai a saperlo?”

Ginetta vide all’improvviso un’altra fiammella rossa con il riflesso dell’Italian Party e gli rispose: “Aspé, arrivo”. E si tuffò dentro alla fiammella.

Si ritrovò nella piazza che aveva visto prima, con lo stesso cartellone, solo che notò che c’era scritto Italian Party 100 °C. In effetti faceva caldino e si mise alla ricerca di Gino, che amava tanto ma che soprattutto aveva il suo cellulare refrigerante. Lo trovò, a lei passò subito l’incazzatura, si refrigerarono insieme, videro un sacco di concerti, tipo diciannove, e senza avere caldo. Umbertide? Si si, dovevano essere lì, l’aveva detto uno prima. Si, e a Umbertide non c’erano le fiammelle, e neanche la fontana. Lì c’era la Fiamma Imperatrice, la più rossa di tutte, la più grande di tutte, in fondo alla piazza, inspegnibile, il caldo si spreddava proprio a partire da lei per tutto il Mondo e a Umbertide non c’era possibilità di rinfrescarsi se non con della birra. Per un pelo di arietta fresca bisognava aspettare il calar della sera. Era il cuore del caldo mondiale ma l’Imperatrice aveva una certa età, andava a dormire presto e quando dormiva emanava meno caldo. Per quello le fiammelle scomparivano di notte. Un sistema infallibile, che aveva inventato, brevettato e venduto in tutto il Mondo tanti anni prima, quando era dagli amici Sumeri. Adesso abitava a Umbertide, perché la riportava indietro ai tempi antichi.

Umbertide, una cittadina senza fiammelle (le prime iniziavano a vedersi subito fuori da Umbertide perché l’Imperatrice era un po’ prima donna e voleva dominare la città) e senza la possibilità di abbassare la temperatura uccidendole, ma dove una volta all’anno si organizzava quel Party con concerti a nastro. Qualcuno viveva lì ma la maggior parte della gente era passata come G&G attraverso una fiammella, da città diverse. Per loro era stato un caso, ma gli altri conoscevano questa Festa Italiana e infatti si erano portati dietro i banchetti per vendere dischi, toppe o magliette. E quelli che suonavano erano passati con gli strumenti e tutto. Ci devono essere delle mega fiammelle dalle loro parti. Ma la Fiamma Imperatrice è immortale? O quando morirà verrà sostituita dalla seconda fiamma più grande? O la successione è ereditaria? Ma le fiammelle rosse crescono anche di dimensione? Tutte domande che rimarranno senza risposta.

Con quelle temperature il cellulare refrigerante, per ricaricarsi, aveva bosogno di ore e purtroppo non poteva essere usato per fare la refrigerazione do it your self per gli altri regaz, ma tutti gli invidiosi se ne fecero facilmente una ragione perché fu una grande festa. C’era anche una chiesa-palco e i regaz ogni tanto andavano a rinfrescarsi tra le mura sacre che, si sa, sono sempre più fresche. Fuori dalla chiesa c’era un sit-in di protesta dove si urlava “Facciamoci suonà anche Tunonna nella chiesa!”.
Nel corso della giornata avevano suonato addirittura due gruppi inglesi, i Tellison e gli Olympians; tali Labradors avevano fatto saltare tutti, ma anche gli I Like Allie; in un gruppo chiamato Gazebo Penguins c’era il cantante che si chiamava Capra e a fine concerto aveva una linea del sudore incredibile sulla maglietta*; i più cattivi erano stati i Montana, i Chambers e i Kint, i più matti da far paura i Cayman o qualcosa del genere, di Johnny Mox la Ginetta si era già innamorata; oltre a Tunonna, anche Girless e Dead Poet Society avevano suonato da soli; a Ginetta era piaciuti un sacco i DAGS, a Gino i Suvari; grande successo per gli Afraid; HEXN viaggione; i Futbolìn hanno cantato una canzone che faceva “l’inverno sta arrivando, rigido!” che ha dato un po’ di speranza a tutti. Poi G&G scoprirono che c’era pure una compilation su Spotify.

Verso mezzanotte, quando era il momento di tornarsi a casa, il mantello refrigerante era scomparso, perché oltre a refrigerante era anche permaloso, appena arrivava un po’ di fresco di sera si sentiva inutile e se ne andava. Poi, senza fiammella-porta, come potevano fare a tornare non lo sapevano, dovevano chiedere. Forse bisognava passare attraverso la Fiamma Imperatrice. No, se passi da lì, muori. Nessun problema, tanto avevano sentito dire che c’era una fattoria con piscina convenzionata con l’Italian Party 100 °C e potevano passare una notte fresca lì.

L’indomani
Autostop.


“Tutti volere supporter pack di Italian Party 2018
(cit. Orso Grigio)

* ma i Gazebo Penguins purtroppo hanno annullato la data.

Vivere in campagna. Malkmus and his Jicks: Sparkle Hard

Sporty
Le nuotate alla piscina comunale di sera dopo i compiti erano sempre una palla, ma alla fine ero contento. Arrivavo là che non ne avevo mezza e uscivo sfasciato, di quella stanchezza bella però, come si dice, perché sei soddisfatto e pensi che sia utile. Il mio stile preferito era la rana ma nessuno dei simpatici istruttori che ho avuto nel corso del tempo mi ha mai permesso di farne tanta: avevo bisogno di allargare le spalle, non di stringerle, e la rana ti fa chiudere a guscio. La mia cassa toracica era stretta come quella di un ciclista, “ma non sei un ciclista, ah ah!”, mi ha detto una volta un istruttore, facendomi veramente sbellicare di risate. Anche lo stile libero ni. Dovevo fare il dorso o il delfino. Che palle.

Però nuotare mi piaceva, perché ero sicuro che fosse un modo per migliorare quella forma fisica di cui non andavo mica tanto fiero. Momento minimo della mia autostima fisica: il dottore alla visita medica militare che vedendomi nudo nato urla: “Attenzione, arriva Schwarzenegger!”.

In piscina con me veniva Rigi. Poi c’era Zigartina, uno del liceo. Lo avevamo chiamato così perché dopo 50 vasche io e Rigi andavamo a prendere un ovino kinder, lui si fumava una bella sigaretta a polmone aperto. Spesso ci portava e veniva a prendere mio nonno, che a volte rimaneva in gradinata a guardarci. Se durante la lezione sentivamo “Vai Giacomo!”, o anche “Dai Rigi” (per par condicio, è sempre stato un po’ democristiano) allora voleva dire che era rimasto. Una volta ha urlato anche “Vai Zigartina!”.

Il 24 novembre 1992 in piscina non c’erano né Rigi né Zigartina e mi aveva accompagnato mia mamma. Aveva portato anche mio fratello proprio lì di fronte, al Carisport. Suonavano i Sonic Youth, e di spalla i Pavement. Anch’io volevo un sacco andare ma mi fu proibito, perché era meglio non saltare nuoto. Una storia veramente triste. La lezione fu stancante e soddisfacente come le altre volte ma mi beccai una sgridata dall’istruttrice (la Paola) perché non l’avevo ascoltata e avevo fatto troppa rana. Il mio spirito ribelle contro le regole dei genitori si manifestava contro le regole dell’istruttrice. Inutile sottolineare l’inutilità del gesto. Mio babbo lavorava sempre fino a tardi e quella sera mia mamma fece tre avanti e indietro da casa. Il terzo fu per andare a ri-prendere mio fratello e io saltai in macchina, solo per vedere la sua faccia all’uscita dal concerto. Mi ricordo che aveva il Barbour. E che era molto gasato. Io invece ero l’uomo rana…

Garage
Anni dopo la piscina, io e altri miei amici regaz avevamo l’abitudine d’incontrarci nel garage di Giordano, al sabato nel pre-serata. Parlavamo di massimi sistemi, bevevamo un paio di bicchieri di sangiovese, passavamo ore a decidere cosa fare e intanto ascoltavamo un po’ di musica. Ma non poltrivamo solo così miseramente, andavamo anche a un sacco ai concerti insieme. Oggi quel modo di andare ai concerti è solo un ricordo, per farlo succedere ancora bisogna che venga giù il Signore. Adesso mettiamo lo stesso entusiasmo, non so, per andare a fare una camminata in montagna. I tempi cambiano, i legami rimangono ma si crea una distanza maggiore. Quando ci si vede è tutto uno stare benone ma, comunque, non si va ai concerti insieme. Tanto meno ci si becca al sabato sera nel garage di Giordano ad ascoltare Wowee Zowee. I Pavement sono stati tra i king indiscussi di quel periodo. Momenti che segnano.

Cavalli
Molta di quella vita, di 20 anni fa, l’abbiamo solo vissuta, è rimasta inesaminata e ha bisogno di essere compresa. Quello che succedeva, succedeva e basta, con una specie di assenza di coscienza che rendeva belle le cose proprio perché erano immediate, spontanee. Non era proprio assenza di coscienza, piuttosto assenza di indecisioni o di analisi delle possibili alternative. Ai tempi Stephen Malkmus era il cantante dei Pavement, che erano ancora in attività. Poi si sono sciolti e Malkmus ha iniziato la carriera solista, per lo più coi The Jicks, che continua tuttora. All’inizio, viveva la musica e il gruppo da dentro, c’era dentro fino al collo proprio. Adesso, a quello sguardo, ne ha aggiunto un altro, dall’esterno, per esaminare quello che ha fatto e continuare a farlo approfondendo e sviscerando quello che gli piace, che è poi il suo mestiere. Sono passati anni ma Malkmus è ancora lì a fare quella musica, sognando. Lo stile è lo stesso ma lo fa con questo atteggiamento nuovo, diverso. E io lo ascolto ancora perché c’è ancora molto da scoprire. È un maestro, non è un bambino, e con Sparkle Hard, il suo ultimo disco, ha cambiato la sostanza del proprio sguardo.

E per cambiare la sostanza, ha cambiato anche la forma, cioè modo di suonare la chitarra. Niente più aggressività ma solo super relax, limbo, la vita in una fattoria con i cavalli. La melodia prevale sulle svise di chitarre psyco seventy. Ed è questo il modo in cui è arrivato alla tenera età di 52: piuttosto sereno direi. Questo è il suo modo di vedere le cose da fuori. Continua a lavorare il cuore della questione e rallenta tutto quello che c’è attorno. È una sospensione che lo aiuta a osservare meglio. Non fare più tante svise significa non essere più completamente travolto dalla musica e dalla scrittura, controllarle di più. Anche solo rispetto all’album precedente, questo cambiamento è chiaro. Malkmus e i Jicks hanno scritto Sparkle Hard cercando di guardare il passato dal presente e il presente dal presente.

Ha senso? O è sensato solo uno sguardo dal presente al futuro? La musica come le altre arti deve contribuire allo sviluppo della mente umana. Quindi bisogna cercare il futuro, perché servono sempre input nuovi e bisogna progredire. Una parte dei musicisti in attività ha questo ruolo. È normale che altri musicisti sentano invece ancora la necessità di esprimersi con modalità simili a quelle usate in passato: accanto a chi stimola con cose nuove, c’è chi ha il compito di rassicurare. All’ascoltatore la facoltà di scegliere. È normale che convivano questi e quegli artisti, questi e quei fruitori. Però non è che chi continua a fare le stesse cose debba per forza lacrimare nostalgia. La sincerità nell’arte è sopravvalutata, perché forzare se stessi può portare a superare i propri limiti e quindi potenzialmente a risultati eccellenti. Questo non toglie che proseguire un discorso iniziato in passato sia un ottimo punto di partenza se è quello che si vuole. Se ti muovi dentro al passato cercando punti di vista nuovi può diventare interessante.

“Even if it’s risky and it can really turn bad, no doubt!” (cit. Malkmus nel link sopra). A fare dischi simili a quelli prima ci si prende un rischio, perché potrebbero non piacere più a nessuno o, più realisticamente, solo a quelli della tua età. Potrebbe essere deprimente, dice Malkmus. Suona come se fosse la sua ultima occasione e il suo ultimo tentativo. Io non lo so se lo sarà, ma Sparkle Hard è un disco esaltante. Malkmus è stato in grado di tenere alto il livello delle sue uscite per tutti questi anni e adesso ci fa anche vedere come si fa a non cadere nell’imitazione di se stessi. Arrivarci così, alla tua età. It’s time to shake your ass Stephen, again.

Passo e chiudo
Ma perché vi ho raccontato tutto questo? Me lo stavo chiedendo anch’io, quando all’improvviso ho scoperto la risposta. Non mandarmi al concerto fu per il mio bene, e questo lo apprezzo. Però. Adesso, da un lato, sono ancora rachitico come quando mi sgridavano perchè facevo troppa rana. Dall’altro, la prima volta che ho sentito i Pavement, poco prima del loro concerto al Carisp, all’improvviso sono diventati quello che mi era sempre mancato: sono cose che succedono, prima pensi di vivere bene poi conosci una cosa nuova e ti chiedi come hai fatto a stare senza (più o meno così è andata quando ho scoperto il caffè). Da quella volta, prima o poi un disco di/con Stephen Malkmus è sempre arrivato, continua ad arrivare sempre e io continuo ad aspettarlo ogni volt a. Penso: se tutta la mia vita andasse a rotoli, potrei andare a vivere su un’isola deserta. Ma, metti caso che là il wi-fi non funzioni, poi mi perdo il prossimo disco di Malkmus. No?

Detto tutto questo adesso ditemi: mi è servito di più il nuoto o Stephen Malkmus?

Tentativo di riflessione sul fatto che tutti danno addosso a Young Signorino e agli immigrati

Il 25 maggio Young Signorino era ospite da Chiambretti a Matrix. È stato una specie di processo con più giudici che entravano in scena più o meno uno alla volta, più o meno all’improvviso, e dicevano la propria. Opinion time, ritmo serrato, senza tregua. Le domande le faceva Chiambretti, che moderava, con meno arroganza gerarchica di un Mentana o un Giletti ma la simpatia è comunque un’altra cosa.

Quando è arrivato sul palco, ad aspettare YS c’era Orietta Berti, che è completamente sui coppi, e infatti tra i due c’era intesa. Lo sapete, no: YS si spaccia come il figlio di Satana. Ecco, a questo proposito, la prima giudice a entrare è stata un’arcidiacona, moglie e madre, simbolo di quanto sia avanti la Chiesa in Italia, dice Chiambretti. Non così avanti da ammettere l’esistenza di Satana però: non ci sono prove! diceva la donna, è tutto marketing! Argomentazione arguta e necessaria. A cui YS ha risposto senza problemi: sono il figlio di Satana, è vero e basta. La storia è che, dopo essere stato ricoverato per overdose di psicofarmaci, YS si è risvegliato così, figlio di Satana.

Poi è arrivato Crepet, che sembrava Feltri in collegamento al venerdi pomeriggio alla Zanzara. Vestito come un cummenna fuori per la gita della domenica. A un certo punto YS ha risposto a una domanda dicendo “sono un artista” e Crepet ha risposto:
Lo vedremo
Lo vedremo
Lo vedremo Lo vedremo Lo vedremo Lo vedremo18
Giovanotto!

Prima, Crepet si era espresso in modo confusionale. Pro? Contro? È stato situazionista, si è acceso o si è svaccato a seconda di quello che diceva YS e se trovava interessanti o meno gli input di Chiambretti. Poi ci sono state le altre tre donne che hanno appoggiato YS, oltre a Orietta B. In collegamento via etere, speculare a Crepet ma più maestrina, c’era una psicologa. La sua tesi è quella dei critici musicali più illuminati (quindi anche la mia..): è giusto che ai giovani piaccia e ai vecchi non piaccia YS, esattamente come ai nostri vecchi non piaceva quello che piaceva a noi quando eravamo giovani.

YS annuiva. Per il resto, rispondeva a cazzo alle domande che non gli interessavano, più deciso a quelle che gli interessavano. DJ Aniceto gli ha detto che su internet si fa successo con la “cacca” e che con la sua musica spinge i giovani a drogarsi. E YS ha risposto “Perché la gente non si drogava prima che esistessi io vero?”. Aniceto, steso, ha ribattuto ma è stato inutile, gli applausi ne coprono la voce, la platea, questa e altre volte nel corso della trasmissione, era dalla parte di YS.

Torno indietro di quasi due anni. Bello Figo GU ospite da Belpietro è il precedente di questa puntata di Matrix. Preso di mira da tutti i presenti, trattato come uno scarto umano da gente di elevatissimo spessore come Alessandra Mussolini, Bello Figo si difese benissimo. Chiambretti però ha fatto un passo in avanti: ha fatto in modo che alcuni si schierassero a favore, per poter rivendicare un vago equilibrio e un’analisi super partes, ha detto al pubblico di applaudire molto anche YS, ma il processo era comunque in atto. I pareri sono come i coglioni, diceva Clint Eastwood nel suo solito modo così onnicomprensivo e poco sessista di descrivere l’essere umano: ognuno ha i propri. Però, gli ospiti avevano la presunzione di possedere la verità e di voler insegnarla, sia che la loro opinione fosse positiva sia che fosse negativa, ironica, o no, così ironica da non capire se fosse ironica o meno. Fai musica, dici cose, fumi nei video e ti esponi alle critiche, è normale. Ma questa cosa, di fronte a un artista nuovo, di fare quelli che ne hanno viste tante e di trasformare l’età dei vecchi in uno strumento di condanna e quella dei giovani in un motivo di vergogna, è totalmente inutile. Perché tanto, lui si becca lo stesso le visualizzazioni su YouTube, entra nella vita di tuo figlio e la influenza, anche solo per la durata di un flame intenso, ma comunque raggiunge il suo (o di chi ci sta dietro) scopo. Mettere a processo o infamare le cose nuove perché non le si capisce (Federico Sardo su Sfera Abbasta) non serve a fermarle, per fortuna. Piaccia o non piaccia la musica di YS, sia o non sia un fuoco di paglia, è il presente, che si inserisce in un momento storico in cui l’hip hop e i derivati spopolano anche in Italia e sono un ponte verso la musica del futuro e verso la comprensione dei più giovani, credo.

Insomma, è giunta l’ora di far votare la giuria. Condanna o no? Un attimo che conto i voti (Chiambretti ovviamente contro):

Hanno votato NO:
Chiambretti appunto secondo me,
la ragazza prete,
il DJ.

È un SI per:
la psicologa collegata,
le due tipe a bordo palco,
Orietta B. (mia mamma dice: “Stai malissimo coi capelli così corti”, mia nonna diceva: “Perché ti sei tagliato i capelli, hai dei ricci così belli..”. Orietta è come una nonna e non poteva che prendere YS sotto la sua covata con quella dolcezza lì, commento al nuovo taglio di capelli compreso).

Non s’è capito:
Crepet.

4 a 3 e un boh. Platea inaffidabile. (C’era anche Alda D’eusanio, ha fatto la battuta del cazzo su YS poi ha parlato d’altro). Ma la vittoria non conta tanto. Chiambretti fa queste puntate di Matrix (non molto tempo fa, c’è stato Sfera Ebbasta, che non è stato trattato come YS ma il tono era sempre delegittimante) per compiacere quelli spaventati dalla novità perché è completamente diversa dalla tradizione in cui sono cresciuti. I mostri sono loro, oltre a Chiambretti e ai giudici della trasmissione.

LORO 3, un film di Chiambretti.

Anche rispetto Sfera Ebbasta, l’attacco ha fatto un passo in avanti. Sfera Ebbasta è stato oggetto di critiche superficiali, che non riconoscevano in lui una profondità, un riflesso dei giovani di adesso, perché non la cercavano neanche e si limitavano a commentare non la musica ma solo l’aspetto. Con YS, Chiambretti ha portato la critica dei social in televisione, restringendo il target e insistendo su quella parte di pubblico che guarda la sua TV: i genitori di 45-50, a cui bisogna far presente bene che il figlio ha gusti pericolosi, e quelli che sono diventati abbastanza adulti da poter fare la parte dello zio. E l’ha studiata in modo che sembrasse una discussione super partes, tentando così di renderla interessante.

Guardate l’espressione di YS mentre la finta Orietta Berti coverizza una sua canzone. Visto che lo sguardo è coperto dagli occhiali da sole, la bocca parla da sola: è tra il non sto capendo bene, cosa vogliono questi e il chi se ne frega di quel che pensano. È l’atteggiamento giusto. Tutto quello a cui ha risposto con sufficienza meritava sufficienza e tutto quello a cui non ha prestato attenzione, magari guardando il cellulare (cosa che ha suscitato perculo), non la meritava.

A Padova il 30 maggio, a un concerto fatto pochi giorni dopo Chiambretti, YS ha reagito peggio alla folla e alla gente. A Cesena, il 2 giugno, è andata un po’ meglio, anche se l’impianto non ha funzionato bene e il concerto è durato un quarto d’ora, mi dicono. Le cose potrebbero migliorare, oppure no. Il sindaco di Bassano ha vietato il concerto di Young Signorino, perché è una “presenza inopportuna”dopo le polemiche culminate con la richiesta dell’assessore regionale all’Istruzione di ritirare il patrocinio del Comune alla manifestazione. YS era finito sotto accusa per le sue canzoni diseducative. Ha detto il sindaco: “Abbiamo pensato a un evento di vasta portata che potesse offrire al target adolescenziale e giovanile un’opportunità di aggregazione, di cultura e di espressione artistica. Young Signorino appare quasi esclusivamente come fenomeno mediatico, più che artistico, e di provocazione artificiosa e calcolata, più che di genuina trasgressione o contestazione giovanile”. Nella puntata del suo programma del 7 giugno, Fiorello ha letto il testo di La Danza dell’Ambulanza e poi, naturalmente ironicamente, ha commentato: “Perché vietare i suoi concerti?”.

Insomma ce la prendiamo con chi ci ruba quello che ci appartiene. Young Signorino ci sottrae il controllo dei figli, come se prima di lui (o prima di internet) l’avessimo avuto. Vi ricordate Chunk dei Goonies, quella scena in cui racconta tutto, ma proprio tutto alla banda Fratelli? Potremmo raccontare un sacco di cose che abbiamo fatto da giovani al di fuori del controllo dei nostri genitori. E non mi pare che ci fosse già internet, o YS.

Gli immigrati invece ci rubano il lavoro. La paura del diverso è alimentata sia da Salvini sia dalla televisione, in trasmissioni come quella di Chiambretti. In questo caso l’ironia, sempre salutata come una cosa positiva, diventa un modo per mascherare e rendere apparentemente più innocuo e accettabile un tentativo di emarginare. Il finto sostegno a YS da parte di alcuni ospiti è parte integrante della struttura della trasmissione, realizzata per far sembrare strano e pericoloso quello che è diverso dalla tranquilla normalità su cui vorremmo il totale controllo. A Matrix non hanno parlato di musica, neanche superficialmente. La puntata è stata scritta per colpire un bersaglio con uno stile e una struttura decisi a tavolino, precisi ed efficaci, assecondando una paura che esiste già ma che va alimentata, per darci la sicurezza che esista un ordine che agisce per noi e argina il problema. Nel caso di YS ci s’inventa il pericolo a cui sarebbero esposti i figli, trovando terreno fertile per la paura nella proposta di avversione al nemico scelto.

Nel caso degli immigrati ci s’inventa un quadro di pericolo verso tutta la società, ingigantendo e parlando solo episodi negativi, raccontando balle sul fatto che l’Italia è stata lasciata sola dall’Europa, inventandosi un’invasione di africani. Che ci rubano il lavorano, ci stuprano le figlie, ci sparano, mettono a rischio la nostra religione eccetera. Immigrati e YS: i livelli a cui s’interviene sono diversi (uno famigliare, l’altro sociale) ma toccano entrambi le corde più sensibili e hanno lo stesso scopo: innescare la bomba della paura nei confronti di qualcosa di diverso che sconvolge un ordine prestabilito. Quello nei confronti degli immigrati è razzismo, disprezzo e sfruttamento dei propri privilegi, senza nemmeno pensare a una vera strategia per l’integrazione, fondamentale per costruire una società più equa in cui gli immigrati non vivono più in condizioni di isolamento e non sono più spinti a delinquere per essere poi offesi e umiliati a parole e nei fatti.

Nel caso di YS non è razzismo ma paura di una novità che tocca e usa tasti sensibili, cose che sono sempre state motivo di incomprensione tra genitori e figli, perché piacciono ai ragazzi (la droga, i tatuaggi, lo smartphone), sono un modo per esprimere diversità, insoddisfazione, se stessi (l’aspetto fisico, il modo di vestire) oppure un rifugio di sicurezza per i genitori (la religione). La religione è denominatore comune, sempre presente quando si parla di paure, e infatti Chiambretti ci costruisce sopra la gag più pungente di tutte per concentrare l’attenzione sull’argomento. Visto che agli immigrati si contesta di avere i telefonini e di cercare il wi-fi, è chiaro che anche lo smartphone è un elemento che spaventa spesso e molto. La soluzione proposta è comunque l’umiliazione: il pubblico ludibrio per YS, lasciarli in mezzo al mare a morire per gli immigrati. Problematiche con implicazioni e di dimensioni diverse, ma affrontate a partire dallo stesso principio di avversione alla novità e alla diversità. Gonfiate da chi dovrebbe farci ragionare e invece agisce in modo becero: la TV fatta in quel modo, che asseconda le paure per trovare consenso e far crescere gli ascolti, e i politici che non fanno politica ma solo strategia per prendere più voti. Argomenti di dimensioni diverse. Mezzi diversi, stesso meccanismo, stessi risultati: paura e chiusura, in nome della sicurezza, e senza minimamente pensare alle esigenze reali del presente e del futuro, della società e dei ventenni di adesso.

L’atteggiamento razzista e offensivo che si sta diffondendo è tutto sbagliato. Anche perché Salvini cresce nei sondaggi in tutte le fasce d’età e YS si becca le infamate (a prescindere da una critica della musica) anche dai più giovani. Motivo? “Sembra scemo”. Non sono solo i genitori ad avere questo tipo di atteggiamento. E questo, secondo me, è preoccupante.

Avevo iniziato a scrivere questo post a fine maggio, poi ho avuto un sacco di dubbi, poi ho deciso di finirlo, un po’ perché Salvini ha iniziato a fare lo stronzo di brutto, ma anche perché mi ha fatto venire voglia Polaroid, con questo invito. Un altro articolo utile è questo.

“Qui c’è il wi-fi?”
(YS da Chiambretti)