Gente che tiene botta: Italian Party 2019

love supreme italian party

Una cosa che non mi aspettavo da To Lose La Track è che facesse un festival come tutti gli altri. E infatti non è così! L’Italian Party più che un festival è un hamburger col pane piccolo e dentro una svizzera più grande, o una di quelle pizze con un chilo di farcia alta 20 centimetri. Sono bravissimo a scegliere le metafore, ma per chi non le avesse capite queste due vogliono dire che suonano un sacco di gruppi, in uno spazio limitato. Volendo potresti arrivare alle 4 del pomeriggio e vedere la prima band, fare due metri e prendere una birra, poi girarti di 180 gradi e guardare la seconda band, girarti e prendere un’altra birra (di solito fa caldo), fare venti metri per andare all’altro palco a vedere un altro gruppo e tornare indietro al palco uno per il gruppo successivo. Niente terza birra, pensi, sennò è troppo, e quindi non fai neanche quei due metri per andare a prenderla. Se a una cert’ora hai fame, fai tre metri e va ai prendere da mangiare. E se ti volti, c’è il bagno proprio lì. Quando è finita la messa, puoi andare a prendere un po’ di freschino al terzo palco, a trenta secondi di cammino dal secondo e trentuno dal primo: in chiesa. Insomma, quel che voglio dire è che non sarà il festival all’insegna dell’attività fisica ma è quello più a misura a cui io sia mai stato.

Ed è anche il festival più simile a Godzilla King of the Monster mai visto: ci sono un sacco di mostri e sono tutti pronti a spaccare tutto. I mostri sarebbero i gruppi, che hanno una gran voglia di salire sul palco e quando ci salgono lo rovesciano. Poi magari qualcuno ti piace qualcun altro no, ma è evidente che hanno tutti molta fotta di suonare, all’Italian Party. Inoltre, muovendoci sempre nel contesto di questa chiarissima metafora, To Lose La Track tira fuori sempre qualcosa di nuovo che non ti aspetteresti. C’è una storia dietro. La regola è che suonano i gruppi che hanno fatto uscire il disco da poco. Però c’è un però. Ogni anno To Lose La Track lavora con il software Spingi per trovare band nuove. Spingi scopre sempre qualcosa di nuovo e To Lose la Track rapisce i gruppi, per cercare di capire come gestirli. Con quelli che gli piacciono, fa dei dischi. Magari succede che Spingi abbia trovato dei gruppi che hanno già fatto il disco con altre etichette, ma se gli piacciono, TLLT li tiene lo stesso. Poi d’estate fa suonare tutti a Umbertide. Ve l’avevo detto io, è proprio come Godzilla, dove il programma Monarch scopre i mostri nuovi, capisce come gestirli, poi loro si prendono a pugni. All’Italian Party funziona uguale, con l’unica differenza che i gruppi si danno dei pugni invisibili. Nessuno si mena, almeno che io sappia. Magari qualcuno si fa male, però da solo.

Quindi, veniamo ai partecipanti alla rissa di quest’anno. I più attenti avranno notato che Urali ha fatto una grande trasformazione: adesso, a parte avere la band, il suo suono è diventato ancora più apocalittico. L’ho visto diverse volte dal vivo e una delle cose che mi piace di più di lui è che suona come se dovesse fare da colonna sonora per la fine del mondo ma lo fa con una calma incredibile. Per questo i suoi concerti sono sempre un po’ una lotta tra due opposti, gli stessi che sono dentro di lui. I Cosmetic portano addosso una croce enorme: tenere sveglia la gioventù sonica italiana. E lo fanno con uno slancio grintosissimo, a volte con un po’ di shoe gaze di troppo per i miei gusti, ma prendendosi anche il rischio di schierarsi politicamente e di scrivere, giustamente, Salvini Merda dietro alla chitarra. Girless è un po’ che non lo becco in giro ma la sua musica mi è sempre piaciuta e nel disco da solo che ha fatto uscire quest’anno sento molto forte puzza di cantautore. Ha la capacità di urlare come se fosse arrabbiatissimo e poi un secondo dopo sussurrare, e lo fa sembrare normale, nel senso che sembra normale che in una canzone si passi da un sentimento al suo opposto in un lampo. Non è normale, ma le sue canzoni sono così. Non sono mai stato un fan dei Lantern e neanche dei Lags, ma conta molto poco, perché io sono uno e piccolo e in giro loro piacciono tantissimo. Gli Asino hanno qualcosa di bello: una follia latente che, essendo appunto latente, non si esplicita chiaramente ma rimane a farti compagnia per tutto il disco (l’ultimo, uscito per Floppy Dischi). È una cosa buona perché significa che hanno trovato una specie di equilibrio da tenere in piedi tra la pazzia e il controllo. Il che non è facile ma vuol dire una sola cosa, una sola parola, che fa paura a tutti, anche a me per primo, ma in fondo è una cosa buona, naturale, che spesso a un certo punto arriva nel flow della vita: la maturità. Che va a periodi, per carità, e il prossimo step potrebbe essere meno maturo del precedente ma è comunque una tappa di un percorso. Rispetto al secondo disco, gli Asino sono meno pazzi e più regolari, per ora è così poi chissà.

Caso e i Riviera non sembra ma hanno un sacco di cose in comune. C’è una gran tensione in entrambi e la tensione è una cosa a cui non puoi rinunciare nella musica, quando la vuoi fare bene. Caso ha una tensione bergamasca, più concentrata sul mito della produzione lombarda: un sacco di parole, tutte indispensabili, per ottenere un risultato finale efficacissimo: canzoni scritte col cuore da lui che diventano del cuore per noi. I Riviera sono più riviera romagnola: si lavora molto ma con un ritmo diverso, che non è lento, ma più da schiaffi, però sempre senza troppe pugnette: si va dritto. Entrambi corrono.

Da giovani, io e mio fratello eravamo soliti scambiarci i dischi con i nostri vicini di casa, Alberto e Gabriele. A volte mio fratello s’incazzava con me perché secondo lui prestavo i suoi dischi senza dirgli niente. Poi si scopriva che era stato lui ma si era dimenticato. Ogni tanto qualcosa dev’essere andato storto perché alcuni dischi sono scomparsi per sempre. Per esempio, io ho Generation RX dei Metroschifter, che Alberto sta ancora cercando. Ma tanto ce l’ha smollato apposta perché rispetto ai dischi precedenti c’era meno hard core. Ma perché vi racconto questa storia così appassionante? Perché all’Italian Party suona Scott Ritcher, dei Metroschifter. Persona interessante, ha fatto un sacco di cose: il designer, l’editore, ha fondato l’etichetta dei primi Rodan e Jawbox, ha suonato in qualche altro gruppo e poi si è candidato nelle liste del Reform Party a sindaco di Lousville e per il Senato del Kentucky. Che diavolo è il Reform Party? Ha da poco fatto uscire l’ep The Kentuckian, anche se adesso sta in Svezia. Sono canzoni chitarra e voce, e sono belle.

Nell’angolo delle malinconia, con Ritcher ci sono anche gli Holding Patterns, ex Crash of Rhinos, che hanno fatto un disco per dirci che non è cambiato niente, è tutto come un tempo, e questo è molto bello, una dimostrazione d’affetto ma anche del fatto che non bisogna condannarsi a cercare di ascoltare qualcosa che non abbia le chitarre per essere al passo coi tempi. Per esempio, i DUMMO. Sono tornati dopo anni, e sono gli stessi, e va benissimo.

Finalmente vedrò dal vivo le Tacobellas (no To Lose La Tracks, ma amiche trovate col software Spingi) per la prima volta e gli Action Dead Mouse dopo un po’ di tempo. Sono due gruppi all’opposto. Le Tacobellas sono delle delicatone, una chitarra e una batteria che fanno del genere musicale peso una missione, la missione di uccidere tutte le storie sulle chitarre che non vanno più bene. Gli Action Dead Mouse sono dei delicatoni davvero, potenti e complicati. Hanno il grande pregio di non perdere in potenza a causa della scrittura non lineare, cosa che in altri casi succede e non mi piace. Gli Anna Ox hanno scelto un nome ingombrante ma lo compensano con l’ineffabilità della loro musica. Riprendono, rinfrescandola, la serie elettronica di TLLT, quella di Dream Trucks, Survive, Crimea X. Ma vanno anche oltre, fino a spingermi a ricordare il grandissimo DJ Minaccia.

Per presentare i Cacao volevo invece solo

Un rigurgito degli anni della mia estrema giovinezza – di quando faceva ridere brasilianizzare l’italiano, adesso invece prima la comicità in italiano – che sembra non c’entrare niente con i Cacao e invece c’entra tantissimo: ogni volta che li vedo torno bambino, mi viene voglia di vedere gente matta che suona e scopro di essere cambiato perché una volta la gente che faceva la matta mi dava sui nervi. E Nino Frassica non mi fa più ridere da anni. Piccolo sipario nero e triste su di lui, ma luci puntate sui Cacao, che dal canto loro non passeranno mai in radio, con quel nome che anche se è italiano suona così straniero, troppo, più straniero degli altri nomi, perché è nero. E questo è un motivo in più per andarli a vedere a Umbertide. I Cacao sono sempre dolorosi ma anche divertenti, e questi sono altri due motivi. Sono in due come i Mood, ma con un basso e una chitarra e un minimo di basi. Sono veramente mindscape.

A questo punto per me entriamo nel campo dell’ignoto. Con YOY e Land Wars ho provato quella sensazione che provo spesso ma che ogni volta è una sorpresa: quando non ho mai sentito neanche nominare un gruppo. Che roba faranno? mi chiedo. Potrebbero fare qualsiasi cosa e l’attimo in cui inizio ad ascoltare è un misto di curiosità e incertezza e vale sempre la pena di essere vissuto. Gli YOY escono per WWNBB. E questo è importante. Ma è ancor più figo il fatto che con YOY l’Italian Party non si limita solo a far suonare delle chitarrone buone ma propone anche suoni diversi (psych pop?), lontani da quello che produce nella maggior parte dei casi, in realtà così vicini alla sua storia (serie elettronica docet). Così lontano, così vicino, eh. Il che significa che non serve decretare la fine delle chitarre e neanche la loro supremazia, bisogna solo scegliere quello che ti piace. Non mi sono ancora fatto un’idea precisa sugli YOY ma è chiaro il loro ruolo, e quello degli Anna Ox, nel contesto dell’Italian Party: spostare l’attenzione verso suoni diversi e farlo nel segno della continuità, perché non sono i primi ad avere questo compito ma raccolgono l’eredità lasciata da Suvari all’edizione dell’anno scorso. I Land Wars invece ritornano sui territori attraversati più di recente da TLLT, math rock come se piovesse. Sono usciti per Lonely Ghost records e General Soreness e sono in due, batteria e chitarra, come i Mood. One from UK, one from Finale Emilia ma dal punto di vista musicale non sono per niente distanti.

Veniamo agli ultimi due della lista, e non in ordine alfabetico. The Love Supreme, con gente da ogni dove – Chambers, Di(e)abete, Tutti I Colori Del Buio e Cayman The Animal – potrebbero essere una forza oppure un disastro. Blanket Fort l’anno scorso ha fatto un disco (per DiNotte Records) che se solo fossi stato più sveglio e attento l’avrei ascoltato di più e magari avrei scritto qualcosa. Ricorda Servant Songs. Anche se quello di Umbertide sarà l’ultimo concerto che fa, non per scomparire ma per fare cose diverse, non è troppo tardi per ascoltarlo, anzi è una scusa per ascoltarlo ancora, e arrivare preparati al 20 luglio. Studiate, che io studio, studiamo insieme.

L’Italian Party è un festival per duri, dove i più duri sono gli organizzatori che corrono di continuo ma tengono botta. “Tin bòta!” è un’espressione che si usa in Romagna per dire “resisti” di fronte a una situazione che richiede uno sforzo.

Tenere botta è un sfida per qualcosa di importante ed è una dimostrazione di forza, fisica e morale. La crew dell’Italian Party tiene botta, in un caldo, ma un caldo, di quelli convinti. E tiene botta perché organizza un festival che non ha eguali in Italia, da 19 anni. A fine giornata, si ritira tra le campagne umbre a rilassarsi in un agriturismo.

Bisogna dire che anche il pubblico è un duro e tiene botta. Il pubblico (non pagante, tutto gratis, per questo bisogna sostenere i gruppi e l’organizzazione, comprando roba ai banchetti e il supporter pack) ci dà dentro e il rientro a casa è sempre silenzioso. C’è chi sceglie di dormire là. Noi siamo sempre andati e tornati in giornata, quindi, insomma, vuol dire che il motivo valido per andarci c’è. Non capita spesso di vedere una battaglia di mostri che si prendono a pugni invisibili.

Tutte le informazioni sono qui

PS. L’inizio di questo articolo è copiato da un altro articolo di un altro sito. Quale? È facile.

Il nonnismo nei negozi di dischi

nonnismo dischi

“Allora Mayonese, ti fanno ancora schifo i 13th Floor Elevator?”

Nel ’69 Sony Erickson fu arrestato per possesso di marijuana, si può dire mandando in fumo i 13th Floor Elevators. Per non finire in carcere si fece passare per malato mentale, cosa che gli riuscì benissimo, visto che un anno prima era stato dichiarato schizofrenico. Ricoverato in ospedale, fuggì svariate volte. Trasferito al Rusk State Hospital for the Criminally Insane in Texas, subì trattamenti leggeri leggeri con l’elettroshock. Con questo carico di esperienze, nel ’75 pubblicò il suo primo singolo post 13th FE e poi, mi sembra di aver capito, una cosa come 19 album solisti. È morto il 31 maggio scorso e mi dispiace molto.

Nella pagina Wikipedia sui 13th FE c’è una bellissima storia senza fonte che racconta l’origine del nome e rende bene la serietà della questione droga e psichedelia. Se vi va di leggerla andate qui, altrimenti fa niente. L’unica cosa importante da sapere probabilmente la sapete già, cioè che “elevators” vuol dire “ascensori”. Essendo anch’io psichedelico, ho fatto il mio collegamento mentale vertiginoso. Quando ho saputo della morte di Erickson ho pensato a quella volta in cui mio nonno mi disse “Giacomo, intanto chiama l’ascensore” e io iniziai a urlare “Ascensore! Ascensore!”. Che bambino intelligente. Eravamo a Tagliata di Cervia, sul pianerottolo, pronti per andare in spiaggia, ma il nonno si era dimenticato una cosa in casa. Quando è tornato rideva moltissimo di me e continuando a ridere mi ha spiegato come si fa a chiamare l’ascensore: “Schiaccia quel bottone con la C”. In effetti non ero ancora abbastanza alto per poterlo fare ma avrei imparato presto, mi disse, tornato quasi serio. Solo che di fianco al bottone con la C c’era un interruttore della luce, come quelli di casa, piccoli, probabilmente era lì dal 1960. Sopra c’era scritto LUCE ma l’avevano montato al contrario e quindi c’era scritto ECUL. Mio nonno riniziò a ridere.

Nessun ricordo in cui c’entri la musica, solo questa roba qui. I 13th FE non li ho mai ascoltati con piacere, solo con interesse. Se ascolti una cosa per interesse non è detto che la ami, non è la stessa cosa. Oscar, il proprietario del mio ex negozio di dischi preferito, mi ha attaccato mille pezze notevoli su The Psychedelic Sounds dei 13th FE. Diceva: sono stati seminali di sicuro per una serie sprepositata di gruppi che ti piacciono, patacca, non puoi non amarli. Ma secondo me sono, si, interessanti, e non mi piacciono davvero. Mentre Oscar m’impezzava mi chiedevo se avesse senso amare i gruppi per cui i 13th FE sarebbero stati inseminators e non amare loro. Anche in generale, voglio dire, è legale? Perché in alcuni ambienti dal testosterone musicale elevato, vige una specie di normativa. Ma di questo parlerò tra poco.

Tornando al non possono non piacerti, Oscar diceva che, se ti piacciono Pavement, Sonic Youth eccetera, indirettamente ti piacciono anche i 13th Floor Elevators, perchè sono così padri, così padri, da aver lasciato un segno evidente nei figli. Allora io mi mettevo lì ad ascoltare tutti, ma ad ascoltare i 13th FE mi facevo una barba così. Coi figli no, mi divertivo. E il motivo era proprio perché fanno roba diversa.

La forma di governo caratteristica dei negozi di dischi è particolare, è una specie di teocrazia. Alla base c’è una religione. Non un regime militare, o un’oligarchia, tanto meno una democrazia. È il potere della musica, entità astratta che non si può contraddire. Una volta stabilito quale sia la musica che non può essere messa in discussione, quella è l’entità, così deve essere e non si discute. Gli uomini coinvolti, sacerdoti di una religione che ha una diffusione, credo, mondiale, sono persone con cui devi scambiare opinioni su dischi e canzoni anche se non vorresti farlo: sono lì e controllano tutto quello che compri. Se ti capita di dire che un disco-capolavoro non ti piace fanno scattare il nonnismo: ufficialmente, non capisci un cazzo. Ritireranno fuori quella storia a vita.

nonnino

I personaggi che fanno questa pantomima sono tre, o almeno così è stato per me: il cliente più giovane, quello più anziano, il titolare. Poi c’è il nonnizzato, cioè io, o un qualsiasi cliente che esprime un parere contrario. Una caratteristica comune tra i due clienti al governo è che, a qualsiasi ora tu vada, sono sempre lì. Non si spiega. Fanno le stesse ore del padrone, che può anche essere infastidito da questa cosa ma in fondo gli sganciano due piotte ogni mese quindi non si lamenta neanche più di tanto. Con loro deve anche parlare, oppure no, perché parlano loro, ininterrottamente. Quasi solo di musica, naturalmente, perché hanno questo automatismo per cui nel negozio di dischi si può parlare solo di dischi, che è un po’ come dire che se incontri qualcuno in merceria non gli puoi dire “ciao, come stai? quanto tempo” ma puoi parlargli solo di cucito. Non capisco.

Nel dettaglio:

– il cliente più giovane è quello più insicuro, con le magliette di tutti i gruppi che vanno adesso. L’altra sera, per dire, ho visto il cliente giovane che veniva nel mio ex negozio di dischi preferito e aveva la maglietta dei C’mon Tigre. Perfetto, non cambia mai niente. Durante le discussioni sa con chi schierarsi ma non lo fa in modo del tutto convincente e comunque il più anziano lo scherza spesso, per gioco, ma anche per marcare l’importanza dell’anzianità. Non c’entra da quanto frequenti il negozio ma proprio l’età anagrafica, direttamente proporzionale all’ipotetico numero di ascolti che hai fatto nella vita. Più ascolti hai, più ce l’hai grosso. Facciamo di tutto per sembrare intelligenti poi parliamo di musica negli stessi termini in cui un qualsiasi maschio alfa parla di macchine.
Il cliente più giovane è un entusiasta della musica. Gli piace tutto. Tutto ciò che è legale, naturalmente. Il suo tono di voce è spesso dimesso.

– il cliente più anziano invece urla sempre. Espone le sue ragioni sempre come se fossero le uniche possibili. Il mio parlava come tutti i galli romagnoli, biascicando un po’ per dimostrare noncuranza per ciò che stava dicendo, perchè é scontato ma lo deve ripetere a te che sei uno stronzo. In realtà ci teneva tantissimo alla propria opinione. Di solito il cliente più anziano inveisce con in mano il disco di cui si parla, scrollandoselo davanti al pacco. Si comporta come se fosse il padrone. Dice molti “praticamente”. Ogni gruppo l’ha visto dal vivo due volte più di te.

– il titolare ha quasi sempre un grande dono: riuscire a dire la verità in modo sgradevole. E tu non attribuisci mai la colpa a lui ma al suo carattere. “È così di carattere” e passa tutto. Con i nuovi avventori, è gentilissimo, un’altra persona proprio, ma se per caso tornano almeno due volte è la fine. Ci sono poi le eccezioni. Una volta per esempio Oscar ha venduto il cd dei Take That a una signora (per la prima volta in negozio) dicendole “merda fresca”. Facile, ma esemplificativo. La signora non è mai più tornata, dicono. E poi si lamentano se i negozi di dischi chiudono.
Una cosa che non mai devi toccare al titolare sono i gruppi sacri. Quelli base, che poi diventano capolavori senza appello per i clienti governanti, li decide lui. Da lì si parte per creare una lista, che per la maggior parte include gruppi già sciolti e strasciolti, e solo saltuariamente anche qualcosa di nuovo. Tra i gruppi sacri del mio titolare c’erano i 13th FE, che in effetti erano la roba sua proprio: garage, rock’n’roll e drogati abbastanza da acquisire molto fascino. Tutto il Consiglio era unanime nel dire che erano un gruppo della madonna, “embrionale!”, e quando dissi che (secondo me) fanno troppo cantilena psichedelica partì una gabbana. E lì il nonnismo divenne violenza.

Vi ricordate gli Allah Las? C’era un periodo in cui sembrava ci fossero solo loro a fare la psichedelia, “imprescindibili”. Più bravi di loro c’erano solo i Tame Impala. A me gli Allah Las (e i Tame Impala) non piacciono proprio. Glielo dissi. Non furono violenti, i nonni. C’andarono giù leggeri dai, e mi diedero nomi tipo “celebroleso”. Poi gli Allah las scomparvero così come erano arrivati. Piccolo sipario nero.

C’è un altro attore del nonnismo: il cliente cazzone, quello che sembra che non gliene freghi niente ma ci va giù pesante. Una volta ci siamo trovati in disaccordo sul miglior disco dei Dinosaur Jr. Lui diceva Bug, io Hand it Over. Fu bello perché mi disse che mi facevo le seghe pensando al viola della copertina di Hand it Over. Boh.

L’umanità che frequenta i microcosmi è strana.

Malkmus forse sapeva che sarebbe successo, o forse ha portato sfiga, ma il giorno prima della morte di Roky (non Sony) Erickson, rispondendo a un quiz ha detto “la canzone che avrei voluto scrivere è Slip inside this house“, proprio quella dei 13th Floor Elevators. A quel punto, visto che Malkmus, oltre a essere un inseminato, è evidentemente anche uno dei sacerdoti governatori in giro per il mondo, non potevo far altro che riprovarci perchè con l’età sono diventato meno ribelle al potere: da ieri mattina, mi sono imposto un giorno di tempo per ascoltare Psychedelic Sounds tutto di filata. Adesso sono le 12 del giorno dopo e posso dirvi che non ce l’ho fatta. So che i nonnisti giocavano con me, ma dovessi incontrarli di nuovo non starei a ritirare fuori il discorso.

Bravi ragazzi che la fanno stronza e si salvano

è lui

Non tutti i gruppi hanno la fortuna di essere composti da malati mentali. Alcuni però hanno altre caratteristiche interessanti. Per esempio, in apparenza possono sembrare bravi ragazzi, con la riga da parte, la camicia e l’espressione non sveglissima, ti aspetti che suonino country nella colonna sonora di Nashville, e invece no. E questa secondo me è una cosa positiva. Mi piacciono un sacco i personaggi a cui non daresti una cicca e poi, se li conosci, scopri che sono i migliori. Oddio, non tutti sono i migliori (all’altezza per esempio di Damien Jurado) ma molti ci mettono lo stesso del loro. C’è un ragazzo che si chiama Adam Wayton, è di Chicago e lavora al Grind House Killer Burger, una catena di panini hamburger con varie sedi in Georgia (USA). Credo che lui sia in quella di Athens, visto che su Facebook ha scritto che adesso vive lì. Il Grind House, l’estate scorsa, l’abbiamo visto alcune volte da lontano ma non abbiamo mai avuto il coraggio di entrare. Penso che se fossimo entrati e avessimo visto Adam Wayton non avremmo mai pensato che avesse un’etichetta discografica: la Avenue Noise and Sound, che ha fatto poche cose finora, alcune meglio, alcune peggio (la peggiore: Computerforest di sephine, e infatti qui non ne parlo), ma mi è venuta comunque voglia di scrivere un blog per lui. Sempre seguendo il fiuto del nostro inviato del New Jersey, ho scoperto uno dei suoi gruppi, The Pink Stones, bravi ragazzi che fanno folk di cui si può immaginare molto bene l’allegria sapendo che fanno cover di Townes Van Zandt, Velvet Underground, Lemonheads, Mazzy Star e Bob Dylan. Comunque il meglio lo danno nelle canzoni originali. Mi spingo a dire che a volte è come se il Neil Young hippie incontrasse il Neil Young elettrico, ma non dev’essere presa come un’eccessiva esaltazione, è solo una sensazione avuta in qualche limitato momento. The Pink Stones non sono niente di nuovo, di sconvolgente, sperimentale o estremamente significativo, di gruppi così se ne son sentiti milioni, ok, ma hanno qualcosa. Sono sciolti, nella loro tristezza. Prendono il tipico “piano piano poco poco” del folk anni ’90, di Mazzy Star per dire, e lo enfatizzano all’ennesima potenza. Lenti quasi come se stessero per svenire, concedono poco (purtroppo non posso dire “niente”) ai maledetti suoni dilatati che, insieme a chiunque abbia usato questo aggettivo in qualsiasi rivista musicale o conversazione, ci hanno perseguitato per anni. L’unica cosa veramente dilatata di quegli anni erano le pupille. Quelle degli amici eh, non le mie.

Veniamo alla seconda parte dell’articolo, quella che giustifica il titolo, quella in cui c’è la spiegazione del significato di “farla stronza”. Niente, “farla stronza” vuole dire fare una cosa e non risparmiarsi, arrivare fino in fondo. Ecco quindi qualcuno che l’ha fatta stronza nella Avenue Noise and Sound: i Telemarket, che aprono il loro ep What’s Beyond You con il suono di un telefono a toni. E come fa non venirti in mente la cover di Knockin’ On Heavens Door dei Guns? Dopodiché i Telemarket, che sono il gruppo in cui suona proprio lui, Adam Wayton, non recuperano subito e tirano fuori un pop da drogati, molto dilatato. Se il loro ep fosse stato tutto come le prime due canzoni non sarei stato contento, e invece poi, dopo il suono del telefono a toni (ancora: si vede che gli piace), sorprendono con delle distorsioni vere. Non avrei mai detto che Adam Wayton potesse scrivere le tre canzoni seguenti: Dinamyte Girl, Red Heron e Nothing at All. Non sono una roba da follia completa ma sono apprezzabili lo stesso. Non sono le distorsioni, è l’umidità. Nel senso che nella seconda parte, l’ep è più umido, nel senso di rifiuto, organico, con alcune parti che schizzano via come se fossero espulse come “scarti” rispetto a tutto il resto: un chitarrone nella prima, un ritmo frignone nella seconda e una gran acidità nella terza. È la parte più profonda di Adam Wayton, che sembra così tranquillo, un bravo ragazzo, uno con un lavoro vero che ti sotterra e non ti lascia spazio, ma alla fine tira fuori quello non diresti mai. E dal vivo quelle tre canzoni diventano un misto di tristezza, ballabilità, robe già sentite ma sempre piacevoli da ascoltare, paranoia, depressione, basso incontrollato e batterie da festa delle superiori, rock’n’roll che non mi piace, urli e noise. Piacevole e spiacevole allo stesso momento. Meglio su disco ma sorprendente. Secondo me, qui, Adam ha tirato fuori tutto il vero se stesso, quello che non può esprimere facendo il factotum (“i do everything presso Grindhouse Killer Burgers” dice proprio così su fb) in un fast food da rimasti. Come dice chiaramente il nome, il Grindhouse Killer Burgers è ispirato completamente al fortunato film. Questo significa che al tavolo ti può servire una ragazza vestita da Cherry

ma anche uno uguale a Machete

È una gabbia di matti, il che potrebbe sembrare una cosa folle in senso positivo (cioè “che bella storia! che figata! che pazzi!”) e una via di fuga già di per sé, in realtà è proprio da lì che Adam Wayton deve scappare in qualche modo. È uno di quei posti tematici in cui in realtà a nessuno frega un cazzo del tema se non, forse, qualche anno fa, al proprietario. Sembrano posti particolari, non mainstream, perché portano avanti l’ossessione di una persona, in realtà poi sfruttano il corpo femminile per attirare più persone, generano un gran turnover di camerieri e tu vai lì e vieni servito da automi svogliati che prendono una paga di merda e sono costretti a rimanere aggrappati alla mancia di clienti mediamente insoddisfatti. I clienti, se ci vanno la prima volta per curiosità e la seconda per accompagnare un amico, poi smettono, anche perché l’hamburger magari non è cattivo ma di solito in queste catene è industriale, fatto con la carne surgelata arrivata da un produttore che distribuisce anche nelle altre catene in cui non si va perché fanno cagare. Chissà: come ha fatto ad aprire sei punti vendita allora? Non so proprio. Dico questa cosa pur non essendo mai entrato in un Grindhouse Killer Burgers, figuratevi se ci fossi entrato. È il tipico posto in cui lavora uno che poi va a casa e scrive un gran disco. Adam Wayton c’ha provato con Avenue Noise and Sound e i Telemarket. Certe cose sono migliorabili, tipo è necessario trovare un nome nuovo al gruppo, forse ci riproverà e andrà meglio, ma è un inizio per non morire. Adam Wayton a vederlo non gli daresti una cicca, e invece. Perciò, la lezione che ho imparato oggi è che l’abito non fa il monaco, tipica lezione che s’imparava proprio nel periodo in cui andava di moda l’aggettivo “dilatato”. Stasera mangerò un hamburger (fatto in casa) in onore di Adam Wayton.

L’abito fa il monaco,
per quanto tempo ancora?
Sotto un mucchio di merda
ci può essere un tesorooo
(Konfettura, L’abito fa il monaco)