Jova Beach Party: un grande successo che non è un grande successo

Il Jova Beach Party, tour estivo di Jovanotti sulle spiagge, è arrivato a Rimini un mese fa. Oltre alla grande e bellissima festa a cui hanno partecipato migliaia di persone tutte contentissime, c’è stato qualche problema. Per esempio, la questione dei volontari. Oppure quella dei Fratini, del WWF e dell’ASOER. Visto che gli artisti non vengono eletti, si è portati a pensare che non si comportino come i politici, che promettono e non mantengono ma ci dicono di aver mantenuto. Gli artisti non hanno motivo di farlo, non ne hanno bisogno, pensavo. Però poi è iniziato il Jova Beach e non ho potuto fare a meno di notare che il rapporto tra il Jova-messaggio e il Jova-comportamento non sempre è coerente. Di solito non succede che un artista debba giustificarsi frequentemente per questo o quel problema ma a Jova sta succedendo, e sta succedendo perché il Jova Beach ha un clamore mediatico enorme, con tutti i vantaggi e gli svantaggi del caso. È quindi pensando a queste cose sul Jova Beach che ho scoperto, alla fine, che un artista può comportarsi male come i politici.

Come dicono quelli dei 400Calci (era da secoli che volevo copiarli): sigla!

Così Jova annunciò i concerti: “Secondo me la luna è la spiaggia dell’universo e in spiaggia si possono fare tante cose: l’avventura, la vacanza, l’incontro, la festa, farsi seppellire fino al collo, fare l’amore, trovare o cercare perlomeno un tesoro, scrivere delle cose che si cancellano e si possono leggere da molto lontano. Si può giocare con gli aquiloni, prendere il sole e si può soprattutto ballare”.

Torniamo sulla terra. Fare un concerto in spiaggia dà in realtà più gatte da pelare di un concerto normale, però andiamo con ordine. Uno dei temi di cui si parla spesso adesso per i concerti, di tutti i tipi, nel senso in ogni luogo, in tutti i fiumi in tutti i mari, in tutte le spiagge, è quello della plastica, contro la quale Jova e il WWF, che hanno fatto una joint venture balneare, hanno costruito tutto il marketing del Jova Beach. Niente plastica al Jova Beach: è “l’inizio di una nuova era” (cit.) in cui nessuno usa la plastica. Questo argomento è solo quello giusto al momento giusto e a Jovanotti serve più che altro per attribuire un lato buono a una grande operazione di marketing priva di sincerità. Non tutti i festival vietano la plastica monouso e alcuni lo fanno in modo furbo, come il Bologna Sonic Park, che ti vendeil bicchiere di plastica lavabile a due euro ma non te lo rimborsa a fine serata. Altri invece sono organizzati bene per la raccolta differenziata. È giusto che il 100% dei concerti rispettino l’ambiente. È il modo del Jova a essere sbagliato. Il messaggio che deve passare è che non inquinare sia una cosa normale, non eccezionale, così eccezionale da professarsi “profeta” (cit.). In più, come sempre, il pesce grande si mangia il pesce piccolo. Cioè: tanti festival sono attenti a rispettare l’ambiente ma chi comunica più forte sembra l’unico. E così Jova sembra quello che l’ha fatto per primo, che ha avuto l’idea, soprattutto di fronte a un pubblico che non frequenta molto i concerti.

La canzone del momento del Jova è quella che fa: “Mi fai sentire un poeta, anzi di più un profeta, che annuncia al mondo l’inizio di una nuova era” e subito dopo “Lo senti? Lo sento”. Con queste parole naturalmente il Jova carica la folla al Jova Beach. C’è qualcosa in tutto questo che suona davvero come una dichiarazione urlata di auto-investitura a profeta dell’ambiente. Sono io che esagero o lo sentite anche voi? Lo sentite? Lo sentite.

Jova è da tempo così, po-si-ti-vo, comunicatore della verità e della gioia. Questa sua caratteristica ha sempre attirato molte persone, a cui magari non frega troppo della sua musica, ma gli piace il personaggio, e allora vanno al concerto. Del resto anche il tour negli stadi aveva fatto fior fior di sold out. Ma questa volta, per il Jova Beach, ha dovuto spingere di più, comunicare anche di più, deppiù deppiù deppiù: ha fatto un mega party in spiaggia, dalle 4 a mezzanotte. “Voglio di più, e non mi basta mai!” (cit). Cosa c’è di più attraente di un party in spiaggia d’estate? Li frequenta e li fa anche Salvini. È l’estate giusta. È la tendenza. E se (oggi che le feste notturne autorizzate in spiaggia sono sempre più rare a causa delle restrizioni imposte agli stabilimenti balneari) al party in spiaggia ci attacchi il pippone ambientalista bello spinto, bello insistente, sai quante persone in più attiri? Tantissime. E alla fine, l’operazione è riuscita: tutte le date sono strapiene.

Però, ci sono alcuni problemi.

Eh, la spiaggia. Nel momento in cui decidi di fare un concerto in un posto così particolare, ne trai sicuramente tutti i vantaggi, ma devi anche rispondere delle responsabilità conseguenti e rispettare le caratteristiche del luogo. Soprattuto se sei il più grande ambientalista d’Italia! Era prevista una data a Ladispoli ma poi, a dicembre, è stata cancellata, per la presenza di Fratini. Lorenzo ha rilasciato dichiarazioni in cui scaricava la colpa sull’organizzazione, affidata alla Trident, che secondo lui aveva preso la decisione in modo leggero. Ma io non riesco a non ritenere responsabile proprio lui, visto che è il titolare di tutta la baracca. Poi lo stesso problema si è presentato a Rimini, quindi significa che neanche dopo Ladispoli nessun ha fatto i controlli necessari per capire le problematiche e le caratteristiche delle spiagge in cui erano previste le date. In più, sono state raccontate un po’ di palle sui volontari che avrebbero dovuto tutelare i Fratini: si è detto che se ne sarebbero occupati quelli dell’ASOER, ma non era vero. L’unica cosa che posso concludere, è che Jova non tenga davvero al messaggio ambientalista. Mettere sul piatto il discorso ambientalista e poi fregarsene degli animali è eccessivamente contraddittorio. Se lo fai, significa che sfrutti la tematica che tira di più adesso (la plastica) senza preoccuparti dell’altra (i Fratini), perché non ha la stessa presa sul pubblico. In quanti avranno pensato “ma chi se ne frega di due Fratini?!”. E in quanti invece avranno pensato “Jova non usa la plastica ai suoi concerti, che figo”?

Inoltre! Per tenere pulito l’ambiente, Jova cerca volontari. Li paga con un panino, una bibita, una maglietta, un cappellino e la copertura assicurativa. Sono i Beach Angels. Ah, e li fa anche entrare gratis, e questa cosa è vista come un “ma quando te ricapita?” di vedere un concerto gratis di Jova? E i volontari non si fanno desiderare, credo ci sia la fila per farlo, tanto poi mollano i bidoni e vanno a vedere il concerto, promettono di aiutare e lo fanno a metà, così fanno lo stesso gioco dell’organizzazione e del capo, che promuovono idee e non le mantengono. Torna tutto.

Ieri guardavo in Tv l’intervista al direttore artistico del Meeting di CL, che diceva che sono anni che il Meeting va avanti grazie a centinaia e centinaia di volontari. L’utilizzo di volontari è una questione sempre molto delicata, perché bisogna fare attenzione a non passare oltre e sfruttarli facendogli fare ore e ore di lavoro, e i lavori più del cazzo. Non ha senso portare avanti un discorso ambientalista senza rispettare i diritti del lavoro. Non ha senso prefigurare un mondo in cui ci sarà rispetto per l’ambiente ma non per l’uomo. Non importa se i Beach Angels non devono raccogliere l’immondizia da terra ma solo invitare le persone a buttarla nel bidone giusto. Mettono a disposizione il loro tempo, vanno pagati. Non mi pare che Jova l’abbia capito, e non mi pare che si comporti molto diversamente da macchine da guerra come il Meeting di CL. Di sicuro, il suo problema non sarà il fatturato, visto che le date vanno avanti a suon di 25/40 mila persone e 59 euro a testa. Anche questa volta, l’unica cosa che posso concludere è brutta: la scelta di usare i volontari avvicina ancora di più Jova al modus operandi dei forti e dei prepotenti.

Ai concerti, Jovanotti non può approfondire due temi così complessi come la salvaguardia dell’ambiente e i diritti del lavoro, ma almeno potrebbe prenderli seriamente. In quanti avranno smesso di usare la plastica dopo il Jova Beach? Ci sono normative europee, già recepite in Italia, che tentano di regolare le questioni ambientali e fanno molta fatica a fare presa. È un processo importante ma lungo e non facile. Per fare un esempio, una sentenza (1063/2019) del Tar Puglia ha sospeso un’ordinanza della regione (basata su una norma UE) che vietava in spiaggia l’uso di contenitori di plastica per alimenti. Il Tar ha accolto il ricorso di alcune associazioni di produttori di acqua e bevande e di alcune aziende di distribuzione alimenti. Altri tribunali, come quello abruzzese, e il misitro dell’ambiente, si sono espressi a favore del plastic free. Ma, come detto, non è una battaglia facile: sono anche le istituzioni a remare contro, per difendere interessi economici di qualcuno. Gli artisti possono aiutare, mandando il messaggio in modo non istituzionale, ma anche andando un po’ più a fondo della questione, parlarne nei testi delle canzoni, sui social: mandare un messaggio serio. Per mandare un messaggio più efficace, per essere più credibile, non bisognerebbe professarsi ambasciatore, è ridicolo, si riduce tutto troppo a una questione di successo personale. Ed essere contraddittori è nocivo al raggiungimento dell’obiettivo. Semplicemente basterebbe schierarsi per bene e prendere per bene certe decisioni organizzative. Invece, al Jova Beach le location sono state scelte con superficialità (la data di Albenga saltata all’ultimo lo dimostra).

Highlight! A Rimini, e almeno in un’altra data che io sappia, Jova ha celebrato anche un matrimonio. Ma quindi i due che si sono sposati hanno chiesto in Comune che l’ufficiale di stato civile fosse Jova? Vale come un matrimonio a Las Vegas o vale davvero?

Un’altra cosa bella (cioè brutta) è l’utilizzo che Jova fa della musica, che diventa un mezzo per portare in giro un messaggio superficiale. Anche se ha scelto musicisti bravissimi, la musica rimane in secondo piano. Se la tua idea di musica è quella di una cosa poco importante, che ti piace, si, ma chiuso lì, accetti senza problemi che Jovanotti la usi per veicolare il suo baraccone. Se invece magari è una cosa che ti piace molto, a cui dai un’importanza rilevante, a cui dedichi tempo e denaro, e non è solo sinonimo di evento da bolgia dell’estate in spiaggia, allora quell’uso lì della musica ti scoccia. La musica di Jova è secondaria, è solo uno sfondo. Attualmente infatti si parla moltissimo della sua festa in spiaggia, molto meno delle sue canzoni, anche di quella che si sente in radio, che sembra scritta apposta per diventare un coro da urlare al Jova Beach. Tutto quello che sta attorno alla musica ha assunto molta più importanza. Lui continua a scrivere canzoni brutte ma ha successo ugualmente, perché quello che piace di lui è il suo modo di costruire intrattenimento. E perchè il suo modo superficiale di trattare argomenti seri è facilmente fruibile e fa sentire “sul pezzo”.

Il Jova Beach fattura, e di questo non possiamo fargliene un torto, ed è il grande successo dell’estate. Ma una cosa che ha successo non è sempre la verità e non è per forza una cosa bella fino in fondo solo perchè ha successo. Il modo in cui è gestito il Jova Beach lo fa rientrare infatti in un modello di superficialità che rende sazi e soddisfatti anche se non viene indicata una strada percorribile per tentare di risolvere i problemi. Pensiamo di aver fatto la nostra parte e di essere dalla parte giusta perché siamo andati a un concerto dove c’era uno che urlava i suoi slogan contro la plastica. Secondo me, non abbiamo bisogno di questo, ma di inserire il discorso ambientale in una visione più ampia, che porti davvero al rispetto dell’ambiente e dell’uomo. E abbiamo bisogno di una comunicazione vera, che non le spari grosse per fare i numeri, come si faceva 20 anni fa, ma che ti convinca che è giusto (e normale) fare la tua parte.

Team Messner! Reinhold Messner ha ragione da vendere sulla data di Plan de Corones, per la quale sono previsti 26 mila partecipanti, quando dice “Mi sembra insensato fare un concerto in cima alla nostra montagna d’estate. Semplicemente perché non è una cosa necessaria. Se fossi l’unico proprietario di Plan de Corones, non autorizzerei mai né tanto meno organizzerei un concerto di questo tipo”.

E il WWF – che alleandosi con Jova avrà fatto parlare di sé ma ha fatto una figura barbina, cioè la figura di chi dovrebbe difendere l’ambiente ma non lo fa se c’è la possibilità di fare un po’ di marketing superficiale – risponde adducendo come giustificazione la massiccia antropizzazione del luogo (il quale registra ogni inverno quasi mezzo milione di arrivi e oltre 2 milioni di pernottamenti). Ritiene insomma l’evento sostenibile dal punto di vista ambientale. Si, però, 2 milioni di pernottamenti sono da spalmare in 9 mesi, o WWF. E poi la metà di quelli che vanno a Plan de Corones in vacanza saranno ottantenni, non giovani che cantano e ballano e fanno casino al suono di un impianto da paura. Ma che risposta è?

Jova, dal canto suo, risponde sottolineando naturalmente che il Jova Beach party ha come priorità assoluta il rispetto dell’ambiente. Certo certo, si si. Reinhold, siamo tutti con te. Pensavo. Pensavo, perchè la sera del 2 agosto, al termine di un temporale estivo spaventoso, si abbatte sul mio cellulare una notizia inaspettata: Reinhold ha ritrattato e vuole fare la pace con Jova. Venduto, hai fatto hai fatto e non hai fatto un cazzo.

È un mondo senza eroi. Passiamo allora con la coda tra le gambe a un altro argomento: le regole del Jova Beach. Le ha presentate il 7 giugno Jova in persona attraverso il claim “Non avrai altro Jova Beach se non quello dove sarai tu fisicamente!”, che parafrasa, così, in tranquillità, scherzosamente eh, il primo Comandamento di Dio.

Facciamo un check, allora, ai Nuovi Dieci Comandamenti.

1. Rispetta e difendi la spiaggia e il mare (raccolta differenziata, no plastica, non cicche in terra, ecc.) – epic fail
2. Vieni con chi ti pare e vai via con chi ti pare (potrebbero anche cambiare) – te lo danno i cornuti e le cornute poi
3. Balla come se non ti stesse a guardare e giudicare nessuno – va beh
4. Ama come se non avessi mai preso tranvate – che consiglio di merda
5. Goditi questa giornata, penserà a tutto il dj. A quasi tutto – ecco infatti, quasi tutto
6. Idratati molto ma non bere l’acqua del mare – alla fine è simpatico, dai
7. Non spingere, c’è spazio – bella, questa mi piace (davvero)
8. Se decidi di bere alcolici non guidare al ritorno, piuttosto dormi sulla spiaggia – così ti rubano tutto
9. Sii te stesso/a che sogni di essere per un giorno – pure venditore di false illusioni
10. Canta a squarciagola quando partono le hit – non l’ha ordinato il medico, puoi anche non farlo

Però, è un Dio che non vuole bene alla sua Tribù che balla. Non so, abbiamo contestato a Greta Thunberg di aver mangiato una volta cibo venduto in una confezione di plastica, in una situazione in cui non poteva fare altrimenti, ce n’è ben donde per contestare Jova. Non so come funzioni dal punto di vista legale, ma se attribuiamo a Jova i meriti del successo del tour, dobbiamo attribuirgli anche le responsabilità dei problemi, altrimenti diventa come quei capi che quando va tutto bene è merito loro, quando va male è colpa dei dipendenti: e torniamo ancora nel campo del maltrattamento sul lavoro. Jova non scarica del tutto l’organizzazione di fronte alle critiche, solo un po’, come è successo dopo la prima data, in occasione della quale ha dichiarato di aver “chiesto a chi organizza le cose logistiche di migliorare le cose”: insomma, si, dice la sua, ma lui non c’entra perchè la logistica è in mano ad altri. Ma questi altri sono stati, immagino, scelti da lui, e lui dovrebbe risponderne al 100%, come fa un buon capo. Una risposta tipo “Mi assicurerò in prima persona che il problema venga risolto” sarebbe stata meglio. In qualche modo poi, con questa risposta qui, tenta di spostare l’attenzione su un’altra cosa per archiviare in fretta il problema. Facile così. Nasconde sotto il letto il problema, parla d’altro. Salvini lo fa con argomentazioni e modalità violente, ma è lo stesso metodo.

Un altro comportamento del Jova non mi è piaciuto. C’è stato un qui pro quo per l’ingresso dei bambini: in pratica, all’inizio si era detto che i cinnazzi più piccoli di 8 anni sarebbero entrati gratis, poi invece no, poi alla fine si. Jova ha risposto: “La procedura da seguire per la richiesta del biglietto ai bambini è stata divulgata fin dai primi giorni di vendita dei biglietti anche se i media, come normale che sia, hanno sommariamente riportato la notizia <bambini gratis>”. E te pareva. Magari poteva dire che non erano stati chiari a spiegare le cose. Può succedere, Lorenzo, prenditi questa responsabilità, che ti frega? Tanto poi una soluzione la trovi. E invece no: sono stati i media. Dà la colpa a “i media”, e quindi non dà la colpa a nessuno. Poi, per non colpire troppo forte (democristiano) dice che è normale che abbiano riportato in modo sbagliato la notizia. Ma come? Se prevedi che la interpretino male, allora perchè non essere più che chiari, a prova di giornalista stupido, sin dall’inizio? O per lo meno, evita di fare il gioco di chi colpevolizza i media. Che, voglio dire, alcuni hanno le loro colpe, ma non tutti e non sempre. Incolpare loro è anche quello che fanno… i politici!

Il problema è stata anche la tempistica della comunicazione da parte dell’organizzazione e di Ticket One. La procedura per i bambini è stata chiara da subito? Si, no? Io c’ho guardato solo adesso, non ho fatto screenshot, ed è difficile ricostruire quando sono state pubblicate le notizie su internet, ma non è questo il punto. La poca chiarezza è stata alimentata dai commenti sui social? Non è neanche questo, il punto. Il punto è che tutto può succedere, perchè è un bel baraccone da portare avanti e i problemi possono esserci, soprattutto se è la prima volta, però tutto il qui pro quo è partito perchè evidentemente qualcosa è stato frainteso. E se qualcosa è stato frainteso è tuo compito essere più chiaro, punto. Non devi scaricare per forza la responsabilità addosso a qualcuno, e in più dire “lo sapevo”.

E poi non abbiamo parlato dei token non rimborsabili, perchè appunto le distrazioni possono succedere. Però, scusate: prevedi una moneta virtuale interna e non prevedi di rimborsarla se qualcuno non la usa?

Ma parliamo di una cosa divertente: la crema. Per questioni di sicurezza, al JBP si può entrare solo con creme solari di piccole dimensioni (100 ml o 100 gr) e non si possono portare altri liquidi. Però ci sono due dispenser di crema giganti a disposizione di tutti. Grandi quanto? Alti 50 centimetri, un metro, dieci? Finora non c’è nessuno che li ha fotografati. Li ho googolati ma non ho trovato niente, che palle.

Insomma, Jova e la sua organizzazione non hanno per niente sotto controllo la situazione. In più, a me sembra che il Jova Beach Party sia un Rockin’1000 ancora più in grande: millanta una mission in modo appassionato ma alla fine è una questione di marketing. Molti grandi eventi sono supportati da massicce azioni di marketing, ma non sempre l’artista risponde colpo su colpo ogni volta che si presenta un problema e fa il cavaliere senza macchia, pur essendo così facilmente smascherabile. Il messaggio deve essere credibile. Se le azioni non sono coerenti, non lo è. È il prezzo da pagare per un’enorme esposizione mediatica: da un lato ti dà una grandissima visibilità, dall’altro rende più visibili anche gli errori. E certi errori non jovano tanto all’immagine.

Ultim’ora. Quando ho iniziato a scrivere, era ultim’ora che la cerimonia di chiusura del Jova Beach si terrà all’aeroporto di Linate. Subito dopo, sono diventate ultim’ora le polemiche sulla partecipazione di Frankie Hi-Nrg a Fermo. E subito dopo Frankie Hi-Nrg è arrivata l’attesa per la Commissione di Vigilanza che doveva decidere se fare o meno Vasto, e che ancora, al momento, non ha deciso. Il Jova Beach è come come un generatore automatico di notizie, ogni volta che c’è si parla di qualcosa, che non è mai la musica, e ogni giorno si scrivono articoli (compreso questo). È un processo che si verifica spesso, ma in questo caso con particolare intensità e anche grazie ad alcune scelte degli ideatori. Annunciare le date in corso di svolgimento del tour è un modo molto efficace di gestire la comunicazione. Il fatto che siano saltate delle serate, alla fine, sarà voluto? Le motivazioni vanno a discapito dell’immagine del Jova ambientalista ma va tutto a vantaggio di questo tipo di strategia di comunicazione: si crea l’attesa per il recupero, che richiede un po’ di tempo, e se ne parla, se ne parla, se ne parla. Alla fine sono bravi, dai. Ultim’ora: Vasto è saltata, il cantante deluso: “Ha vinto il fronte del NO, quello di cui l’Italia è pervasa. Quello che rende il paese immobile”, parole che ricordano quelle di Salvini che scarica i 5 stelle e si candida a premier, ieri. Insomma, non credo che Jova voglia entrare in politica, ma si comporta come ci fosse già, alla guida di un partito personale.

A proposito di Linate, invece, l’Ansa chiude così il lancio della notizia: “Il concerto – finale del tour nelle spiagge – dovrebbe svolgersi nell’area erbosa fra i due terminal (quello commerciale e quello privato) vicino a dove è atterrato il Papa”. Amen.

Sei mai stato a Curtarolo?

Dopo la maturità sono andato a Londra con due amici. Eravamo in un bed&breakfast a King’s Cross. L’edificio era di quelli tipici inglesi e i corridoi al suo interno erano molto stretti. Per ogni piano c’erano al massimo tre stanze e il bagno in condivisione. Normalmente facevano il dritto mattina/sera, ma un pomeriggio siamo ritornati in stanza perché dovevamo prepararci per la serata. L’atmosfera era insolita, molto tranquilla, sentivamo solo qualche rumore nella stanza davanti alla nostra, ma niente di che. Il b&b sembrava vuoto, o magari chi c’era dormiva. Se qualcuno avesse anche solo sussurrato in cima alle scale si sarebbe sentito fortissimo in tutto il piano, perché non è che le pareti fossero isolate così bene. Se qualcuno camminava in corridoio, il pavimento scricchiolava e i passi rimbombavano. Insomma, un disastro, a doverci dormire oggi ammazzerei qualcuno. Ammazzerei noi stessi probabilmente, perché quel pomeriggio ci siamo messi a fare un gran casino.

Riccardo era in bagno da un po’ e noi eravamo in stanza a parlare ad alta voce come se fossimo a casa nostra, quando sentiamo aprire la porta della stanza vicina e passi da gigante in direzione cesso, poi quattro colpi fortissimi alla porta. Da dentro Riccardo disse I’M ARRIVING! Noi scoppiammo a ridere fortissimo. Il vicino tornò in stanza, tenendosela e sbattendo la porta. Non so come abbia fatto il b&b a rimanere in piedi con quella sleppa. Quando Riccardo è entrato in camera naturalmente l’abbiamo preso in giro senza ritegno, sempre come se fossimo a casa nostra.

Dopo un po’ eravamo tutti pronti per andare a bere una birra e siamo usciti. Abbiamo aperto la porta e di fronte a noi, sulla soglia della sua stanza, c’era un ragazzo altissimo (stava col collo leggermente chinato in avanti sotto lo stipite), bianco come un morto, coi capelli neri lunghi fino alle spalle, un paio di anfibi enormi e tutto vestito di nero. Noi ci siamo bloccati all’istante, congelati. Il ragazzone si era tolto la cinghia e facendola schioccare con due mani disse: “Do you want some?!”. Scappammo via come i Goonies di fronte alla Banda Fratelli, facendo traballare tutto il palazzo. Una volta fuori, un po’ distanti dall’ingresso, Riccardo si voltò verso di noi e disse “Ma chi cazzo era, Frankenstein?”. Io mi ricordo solo un’altra cosa: che Frankenstein aveva la maglia dei THERAPY?.

Cavolo i Therapy?. Ma suonano ancora? Negli anni ’90 sono stati veramente molto popolari, vedevi magliette dei Therapy? ovunque. E lui ne aveva una. Mai stato fan, io. Quando andavo a ballare e davano i Therapy?, tutti gli sboroni scendevano in pista e iniziavano a pogare coi gomiti alti. L’episodio di Frankenstein non fece che confermare la mia tesi: i Therapy? facevano musica da sboroni, per questo non mi sono mai piaciuti. Pensavo non suonassero più, e invece hanno fatto un disco l’anno scorso. E questa settimana, il 25, sono al Curtarock di Curtarolo, vicino a Padova.

Non sono mai stato a Curtarolo, ma ci sono andato vicino svariate volte. Il Curtarock quest’anno festeggia 20 anni, quindi se io non sono stato a Curtarolo sono affari miei. Il resto del cartellone è esplosivo: Bad Pritt, Post Animal, Uzeda, Zu, Dalek, ma soprattutto Brutal Birthday e Robocobra Quartet. Mi rendo conto di non avervi fatto venire una gran voglia di Therapy?. Oppure si. Comunque, il 25 di spalla suonano due dei migliori gruppi italiani in circolazione, gli Ultrakelvin e i Lleroy. Quindi andate a vedere loro, poi dato che ci siete rimanete anche per i Therapy?. Ma occhio ai gomiti alti.

(il programma completo su curtarock.it)

Stranger things but good: Tab_ularasa contro Resto del Mondo

Tutto rego

C’è Calcutta, ci sono quelli che copiano Calcutta, ci sono Motta, Edda, Setti, Caso, la Tunonna. E poi c’è Tab_ularasa. Nessuno fa quello che fa lui. E nessuno lo fa perché non è roba da fare se non vuoi correre il rischio di essere liquidato come un matto e chiusa lì. Faccia di fiori (Mondo Tarocco records) è un disco lontano da tutto. Per questo non è facile apprezzarlo. Per questo, se riesci a entrarci dentro, scopri che è un gioiello.

La libertà di scrittura di Tab_ularasa è l’opposto della ricerca del consenso. È minimale, disturbante e grottesco. Lui non ti dà quello che siamo abituati a sentire. Suona la chitarra come se fosse Phoebe di Friends, usa i suoni come se fossero la trasmissione di una radio che non riceve bene il segnale, non crea nessuna melodia e canta come se fosse sotto i portici di Via Zamboni a Bologna. Però, in questo piano di distruzione del proprio ego e di costruzione di musica ostica, nelle canzoni mette qualcosa di sé che tutti possono potenzialmente amare. Se si ascolta Faccia di fiori con orecchio spocchioso, lo si liquida come una cosa strana. Se invece si ha la pazienza di ascoltarlo meglio, dentro c’è una cosa che appartiene anche a tutti. Ricorda Daniel Johnston e Graham Coxon. Non è questa la cosa che appartiene a tutti, ma il fatto che non sia stonato come loro. Tab_ularasa non stona mai, canta solo come se stesse dicendo una filastrocca, sempre. Le filastrocche le abbiamo cantate tutti, quindi per quanto strano, il mondo di Tab_ularasa un po’ ci appartiene. Tab_ularasa non è tanto inclusivo in tutto il resto, ma questa cosa qui delle filastrocche secondo me è il suo tentativo di farci capire: non sono dentro una campana di vetro a fare l’artista incompreso e solitario, voglio un contatto!

Il disegno generale di Faccia di fiori rimane inquietante, comunque. Nel senso che non è che le filastrocche lo facciano diventare un disco che dici lo ascolto e vado in bolgia. Venticinque minuti di cantilene non sono proprio leggeri leggeri, non sono piacevolissimi subito. Corrono il rischio di ricordare anche i filmacci horror di una volta, quelli che usavano senza vergogna le filastrocche, come Nightmare o il peggior Dario Argento. Spaventoso, ma anche un po’ piacevole. Ma piacevole o no, quella puntina (puntona, direi) di senso di sconforto rimane comunque. Però, questa cosa che appena lo senti Faccia di fiori ti appare chiaramente come un’opera difficile poi, dopo un po’, ti entra nel cuore, è il tentativo di Tab_ularasa di spingerti oltre la superficie ruvida delle sue canzoni. Se uno ha pazienza di ascoltare, ci arriva. E se ti metti ad ascoltare i dettagli, i suoni e le invenzioni di Tab_ularasa, a quel punto vuol dire che ti ha beccato, e lo apprezzi.

Faccia di fiori è il risultato di una visione visibile solo a Tab_ularasa, impossibile per gli altri, come tutte le visioni personali del resto, ma la sua è molto fuori dai canoni. Potrebbe essere letta in parallelo al suo profilo Instagram, agenziadiviaggiinterplanetaria, l’unico posto in cui il Vesuvio può eruttare sulla spiaggia di Riccione. Per carità, uno può ascoltare tutte le cose carine che ci sono in giro adesso. Ma non riesco ad accontentarmi di quello che risponde a canoni prestabiliti e sempre piacevoli. Poi, ci sono alcuni cantautori che mi piacciono molto e che non sono di sicuro tanto radiofonici. Ma posso andare oltre e trovare ancora altro. Mi piace anche roba che si discosta da tutto e tutti, perché è lì che si trovano le sensibilità ancora diverse, diverse da quello che è già diverso.

Tab_ularasa poi sono anni che fa la sua cosa (qui c’è quello che ha fatto prima di FdF) e ha raggiunto una certa expertise. Strano è strano, ma sa il fatto suo, perché ha definito nel tempo uno stile proprio. È chiaro che nel mondo ci sono milioni di musicisti che si sono sempre fatti i cazzi loro, ma inserito nel contesto dei cantautori italiani adesso, Tab_ularasa è veramente l’unico che osa così, almeno tra quelli che conosco io. A proposito, penso che anche i suoi testi siano molto fighi: solo lui scrive quelle robe lì.

Faccia di fiori su Bandcamp