SIN CITY 2

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Sin City di Rodriguez e Miller è del 2005, fece abbastanza parlare di se, tanto che in edicola iniziarono a fare uscire edizioni strangolate e rilegate male del fumetto. Il fumetto di Frank Miller è bianco e nero senza colori intermedi ed è una botta che esce dalla pagina in modo molto violento. Il suo esordio da solo alla regia The Spirit faceva invece cagare. La graphic novel 300 era sua, il film di Zack Snayder era così pieno di roba che mi è piaciuto. Sin City era un buon film, con una buona storia. Adesso il 1° ottobre fanno uscire il seguito, l’hanno chiamato Sin City 2. Una donna per cui uccidere, molti degli attori che c’erano nel primo sono ritornati, in più si sono aggiunte per esempio Lady Gaga e Eva Green, la seconda completa di tette da manifesto. Per questo film lei può essere davvero un valore aggiunto, e non lo sto dicendo per fare facile ironia. Il tono epico e l’egocentrismo di tutti i personaggi ritornano, a giudicare dal trailer. Il film sarà anche in 3D, com’è naturale che sia, ma personalmente non sono un fan del 3D, perché costa 3 euro in più, un dato di fatto che mi disturba, non sento la necessità di vedere la faccia del tizio che mi sta a un centimetro dal naso e pagarlo 3 euro. Nel frattempo Rodriguez ha aperto un canale televisivo che ha chiamato El Rey, per latinoamericani di lingua inglese drogati di Rodriguez.

Un film con un problemone e altre cose sullo stesso film (The World’s End)

nick frost

Terzo episodio della Trilogia del Cornetto, dopo Shaun Of The Dead e Hot FuzzThe World’s End è inferiore ai precedenti. Ormai sono passati mesi dalla release italiana, 26 settembre 2013, e negli altri blog/siti che se ne sono occupati il tempo ha permesso di accumulare webpages su webpages dedicate ad altro. Comunque – e che puppi l’essere sul pezzo – le cose buone, o cattive, del film le ho messe giù così.

1. Non sembra, ma è una cosa importante. Io non sapevo che ROBOT volesse dire in cecoslovacco LAVORO PESANTE e che il termine da cui ha origine (ROBOTA) derivasse dallo slavo antico RABOTA, che significa servitù. Quindi un ROBOT è uno SCHIAVO. Sono un ignorante fantascientifico e questa per me è un’informazione nuova, me la posso rivendere, anche voi. Mi piace sempre quando mi spiegano l’origine delle parole, dà per un attimo la sensazione di poter conoscere a fondo qualsiasi cosa e ti il dà respiro che solo il passare attraverso la storia della lingua può darti. The World’s End dimostra un’attenzione preziosa al particolare linguistico di “robot”. Con l’affermazione insistita del suo contrario, il significato della parola diventa parte fondamentale del significato del film: il non essere schiavo è uno status raggiunto dagli invasori (i Vuoti) ma che alcuni umani devono ancora raggiungere. Alla fine la cosa più bella di The World’s End è il Gary King (Simon Pegg), dipinto come un mezzo coglione, che per metà non ha capito niente, per l’altra metà ha capito tutto: è solo e non ha fatto niente nella vita, ma nonostante questo, e la malinconia che si porta dentro a causa di questo, ha ancora voglia di fare il miglio dorato, cioè il giro dei pub, che vuol dire più o meno vivere. Gli altri non ne hanno voglia, ma non sono tanto più contenti di King, sono più o meno succubi di un modo di vedersi. Di over 30 in crisi parliamo anche nei film italiani, ma la malinconia inglese in The World’s End è più profonda della nostra. Lo stupore maggiore nel vedere il film deriva dal fatto che questo è un argomento serio ed è preso molto seriamente. Non pensavo, perché nella Trilogia ci sono altri argomenti seri (come, boh, l’amicizia) ma non sono presi così sul serio.

spoiler alert

2. La sceneggiatura è curata ma non a fino in fondo al racconto. Gary King, Andrew Knightley, Oliver Chamberlain, Steven Prince e Peter Page sono rispettivamente sbruffone, disperato, triste, egocentrico e sfigato ma potenzialmente molto violento. Caratteristiche che potrebbero rendere molto brillanti i dialoghi, e infatti a volte ci riescono. Poi alcuni muoiono e succede un fatto spiacevole: lo sviluppo del film toglie forza alla storia perché la priva di alcuni personaggi che la rendevano interessante. OK, perché il morto serve, ma serviva anche qualcosa che riempisse il vuoto lasciato. Che ne so, un rotolarsi verso un finale intelligente, molto divertente e non messo insieme dando l’idea del non ho trovato di meglio. C’è il rotolarsi, ma non il resto. Il mondo finisce dove la trilogia finisce, quando lo script non riesce ad arrivare dove avrebbe dovuto si cala il sipario su un passato brillante.

3. E’ il momento migliore del film, anche se è un po’ lungo. I Vuoti alla fine mandano affanculo gli uomini perché sono intrattabili, li abbandonano a se stessi dopo averli cambiati, sfruttati, uccisi. Il confronto tra Gary King e il Capo dei Vuoti è un incontro ravvicinato del terzo tipo ma Edgar Wright e Simon Pegg lo rendono del tipo noioso, sgonfio, solo potenzialmente forte. Perché perdono il treno del tempo della comicità. E nella comicità i tempi sono tutto, cazzo, lo sanno anche i muri.

4. Borghi misteriosi. If you live in a small town and you move to London, which I did when I was 20, then when you go back out into the other small towns in England you go ‘oh my god, it’s all the same!’ It’s like Bodysnatchers: literally our towns are being changed to death“.
L’ossessione di Wright è giunta al terzo capitolo. Nella piccola città succedono le peggio cose, ce l’avevano già detto David Lynch e ahimè Pupi Avati prima di lui. Lui ha il merito di aver dato una bella e insistita riverniciata al tema. Ma qualcosa non ha funzionato. La piccola città è il posto in cui sei sempre stato (Shaun Of The Dead) o quello in cui devi o vuoi andare (Hot Fuzz e The World’s End) e Gary King vuole tornare a Newton Heaven per chiudere un conto col passato: arrivare alla fine del miglio dorato, cosa che non era riuscito a fare 20 anni prima per colpa degli altri. The World’s End ricorda troppo Paris, Dabar, che è girato in via del Pratello a Bologna e che Wright e Pegg non hanno visto di sicuro, ma cazzo, proprio lì dovevano andare a parare, nel tour di pub? Si, perché sono inglesi. L’unione di ovvietà (piccola città=grande mistero) e tradizione (gli inglesi che bevono molta birra al pub) condanna gli autori all’immobilismo. Hot Fuzz era troppo riuscito nel descrivere con cattiveria e distacco una tradizionale cittadina inglese, birra compresa, e non poteva esserci capitolo migliore di quello. Ritornarci su per insistere sul tema del piccolo borgo cattivo con birra non è stata una scelta felice. Il luppolo diventa il fltro grazie a quale si tenta di sopravvivere ai segreti del paese, i due elementi si sovrappongono – quando invece nell’episodio 2 erano semplicemente accostati – ma non c’è un’idea che fa svoltare il film: l’imperativo “dobbiamo continuare a bere per salvarci la pelle” resiste, resiste e resiste ma alla fine mi straccia e si straccia, e non viene sostituito con una valida alternativa. E qui torniamo al punto 2, il problemone sceneggiatura nella sua parte conclusiva.

5 (extrafilmico, demenza italiana). Come spesso succede, in italiano i titoli li traducono col portafoglio e anche La fine del Mondo c’è cascato dentro, al portafoglio. The World’s End è anche il nome dell’ultimo pub del miglio dorato, quindi aveva senso non tradurlo proprio. Per questo sto usando il titolo originale. E più o meno per questo sto usando Shaun Of The Dead e non L’alba dei morti dementi: il titolo originale non è demenziale, almeno non solo. Hot Fuzz è uguale.

edgar wright

6. La fine dello stereotipo wrightpegghiano. The World’s End non è solo un ritorno a Hot Fuzz, ma anche a Shaun Of The Dead, anche se per un altro motivo. Dudley Moore e Eddie Murphy ci hanno insegnato che la miglior difesa è la fuga e Wright e Pegg ritornano per la seconda volta a dirci che quell’insegnamento è sacrosanto: come i protagonisti del primo film, anche quelli del terzo scappano, al contrario di Nicholas Angel che in Hot Fuzz insegue. Beh alla fine, dopo le resistenze iniziali, tutti i pubmaratoneti decidono di sbronzarsi di birra, per sfinimento e per fuggire da una realtà invasa dai Vuoti. Il poliziotto Angel è molto più duro di tutti loro e non sarebbe stato credibile se quattro inglesi over 30 tendenzialmente depressi avessero aggredito la situazione come ha fatto lui. Gli stereotipi è giusto spremerli fino in fondo: gli ultratrentenni tristi devono bere, il poliziotto invasato deve fare il suo dovere. Il problema non è di Hot Fuzz, ma di The World’s End, dove lo stereotipo non è più divertente come prima.

7. L’organizzazione di Pierce Brosnam manda a fare in culo il genere umano. Ripetitivo ma profondamente salutare e tradizionalmente rilevante il tema dell’organizzazione che tenta di conquistare la città (The Body Snatchers): prima gli zombie, poi gli umani e alla fine i Vuoti. Del resto, se il Cornetto non avesse idee ricorrenti al suo interno non sarebbe una trilogia. In The World’s End l’idea ricorrente è un vantaggio e i Vuoti sono una trovata meravigliosa. Lo dico sempre da ignorante fantascientifico. Lo è ogni loro caratteristica. Che ne so: il loro modo di combattere, quello di organizzarsi, il loro capo Pierce Brosnam ma soprattutto il modo in cui mandano affanculo gli umani.

Quindi, mi è piaciuto o no The World’s End? Ho tirato fuori 7 cose sul film, di sicuro non tutte sono le più importanti universalmente, ma lo sono per me. A conti fatti la sfida si conclude 5 a 2 per le caratteristiche negative, o 4 a 2 se non considero la questione del titolo italiano, la cui responsabilità non si può attribuire alla pellicola così come è stata licenziata dagli autori. Bisognerà considerare anche il fatto che tra le cose NO c’è finita pure la sceneggiatura, che ha un tòcco di importanza grande così nell’arte cinematografica. No, non mi è piaciuto.

Perché ha perso Di Caprio e non McConaughey

di caprio mcconaughey oscar

Visto che è una sfida che mi sono preso non so neanch’io perché molto a cuore, vorrei chiarire i motivi per cui secondo me Leonardo Di Caprio non ha vinto l’Oscar come miglior attore protagonista e invece Matthew McConaughey si.

In un articolo su Wired.it Gabriele Niola spiega perchè un film vince l’Oscar: di base il concetto è farsi vedere da più giurati possibile, quindi promuovere il film organizzando per loro feste e buffet. Pochi giurati vedono tutti i film, molti votano scegliendo tra quelli che hanno visto, molti ne vedono solo uno, quindi farsi vedere è appunto fondamentale. Il discorso di Niola vale, e lui lo scrive, soprattutto per una categoria come il Miglior Film Straniero perchè è più facile che i giurati vedano le grandi produzioni in gara piuttosto che il piccolo film kazako. Per la scelta del Miglior attore possono considerarsi valide le stesse considerazioni: vedi un film, decidi se è più bello di un altro, decidi se un attore è più bravo di un altro, più l’attore si fa vedere, maggiori sono le possibilità che vinca. Se un giurato ha visto solo un film, vota l’attore di quel film. Che metodo di merda. L’Oscar è un Premio molto poco attendibile. Già.

Al netto di tutti i discorsi sui diritti civili degli omosessuali, l’AIDS, che sono temi FONDAMENTALI, i dimagrimenti, gli a Scorsese non danno mai l’Oscar, a Di Caprio neanche e l’Academy non premia mai i migliori, il suo è un giudizio condizionato da cose extra-filmiche, rimane la prova dell’attore, che io posso giudicare esattamente come se fossi uno dei giurati seri, scegliendo, dopo aver scremato, tra le due prove migliori. Ecco i tre motivi per cui secondo me Woodroof-McConaughey ha vinto conto Di Caprio-Belfort.

1) Ne ho già parlato con wwayne in alcuni commenti. Di Caprio è di sicuro uno dei più grandi attori in circolazione, tutti lo amano, anch’io. Ma ha perso la caratteristica che aveva un po’ di tempo fa, per esempio in Romeo e Giulietta e The Beach, in cui sulla scena c’era il personaggio. Da quando è diventato grande, Leo dà sempre più spazio alle proprie caratteristiche e non riesce a concederne abbastanza al personaggio che interpreta; è molto espressivo, ma l’espressività e la fisicità sono sue, non del personaggio. McConaughey ha fatto il contrario, in Dallas Buyers Club è dietro al personaggio, non davanti.

2) Jordan Belfort percorre una strada meno tortuosa rispetto a Ron Woodroof, che è un personaggio più complesso. Woodroof parte da una serie di certezze che all’inizio non sembrano neanche scalfibili e alla fine cambia visione della realtà (un po’). In mezzo c’è la presa di coscienza della malattia, il tentativo di combatterla per vie tradizionali, la ricerca di una via alternativa, l’idea di aiutare anche le altre persone, l’amicizia con un travestito, il confronto con la vecchia vita e le vecchie idee, la lotta per difendersi dall Stato e anche altre cose tra le quali il dolore fisico. Jordan Belfort è sempre in ascesa, sempre padrone degli altri e di se stesso, si rende conti dei pericoli economici e affettivi che corre ma decide che quello che deve fare è quello che ha sempre fatto. L’arco psicologico lungo il quale si muove Woodroof è più ampio rispetto a quello di Belfort. Il personaggio è scritto nella sceneggiatura, la sceneggiatura può essere più o meno di ferro, l’attore può più o meno farsi guidare dal regista. Ma il risultato è l’interpretazione del personaggio, ed è l’interpretazione che va premiata oppure no. E arrivo al motivo n.3.

3) Il premio va al personaggio, e all’attore che interpreta il personaggio, non all’attore o al personaggio. Quindi non è che Di Caprio doveva vincere perché non ha mai vinto o McConaughey non doveva vincere perché è forse la sua prima interpretazione a questo livello. C’è l’attimo dell’ispirazione, che immagino per un attore possa arrivare quando una serie di cose coincidono, quando la storia lo convince molto, quando s’instaura un buon legame col regista e col cast e per tutta una serie di altre cose che posso solo ipotizzare. Tutto è andato per il verso giusto a McConaughey; Di Caprio, di fronte all’ennesimo personaggio enorme, cioè magniloquente (da J. Edgar in poi, sempre), ha adottato il suo standard e ha looppato la prestazione con lievi sfumature. Sarebbe utile cambiare tipologia di personaggio, per ritrovare l’ispirazione di Titanic, Buon compleanno Mr. Grape oppure, boh, Celebrity. Una cosa ingenua, ma interpretando sempre grandissimi personaggi forse Leo ha perso un po’ la misura, la sensibilità, l’obiettivo, e si è concentrato troppo sul se stesso che interpreta un grande personaggio e non sul personaggio che, se scritto bene, deve mettere in mostra il più possibile le proprie caratteristiche. Credo che la difficoltà del mestiere stia anche qui: nel dare un volto e un’espressione all’animo del personaggio; quanto più più l’animo è complesso, tanto più l’interpretazione è difficile; quanto più l’interpretazione è difficile, tanto più l’attore deve fare la prova della vita. Non ho visto niente di tutto questo in Di Caprio e Belfort, neanche rivedendo certe scene in lingua originale. E magari è un problema che nasce nel personaggio così come è stato scrittto, così come è stato in realtà.

Non so perché ma non mi aspettavo quel discorso da Matthew McConaughey alla cerimonia, una specie di improvement diocentrico della stima di se stesso. Quasi nessuno fa discorsi significativi all’Oscar, ma il suo è stato particolarmente frangipalle. Di Caprio, non sapendo cosa fare per salvare l’etichetta, annuiva ma non voleva farlo. Quel discorso mi ha fatto ricordare che comunque McConaughey è l’interprete di Sahara e di Magic Mike, lo è proprio dentro, un muscoloso attore americano. Tutti ci hanno venduto il sogno americano l’altra sera, ma lui è stato più profondo, l’ha arricchito di considerazioni sul fatto che Dio e se stesso sono stati le sue due fonti di ispirazione. Ce n’era una terza ma adesso non me la ricordo, forse la mamma. Bello perché un discorso così strideva con il fatto che era sul palcoscenico per Dallas Buyers Club, che avevo interpretato come il desiderio di alzare il livello della propria cinematografia. Però McConaughey ha interpretato un malato di AIDS, cosa per la quale il mondo si è preso benissimo, e cosa perfettamente in linea con il personaggio apparso sul palco l’altra sera, molto politicamente corretto; è anche l’attore di Mud e del prossimo film di Christopher Nolan, che non è noto per fare delle cagate. Non faccio confusione tra attore e personaggio, dal momento che quella sera quasi tutti sono personaggi, non proprio magari i personaggi che hanno interpretato, ma personaggi. Sono solo un po’ confuso riguardo alla personalità professionale di McConaughey; non me l’aspettavo ma devo considerarlo imprevedibile. Cosa che non posso fare con Di Caprio di cui ho UN’idea, che è poi quella che ha Scorsese.

il disegno è di Andrea Plazzi