12 novembre 1955, non dimentichiamo mai Ritorno al futuro

Alle 22:04 del 12 novembre 1955 la torre dell’orologio della Courthouse di Hill Valley, California, venne colpita da un fulmine. Non funziona più da allora. Qui scrivo per non dimenticare. Il ricordo è legato a quella volta che mi sentii davvero uomo, perchè desiderai una macchina tutta mia. La DeLorean.

Riecco 007 (Skyfall) e i Soundgarden, ma per un attimo ho temuto che fossero tornati anche i Travis

La gente ritorna di continuo, e anche i cantanti e le band. Ed è sempre un piacere perchè puoi approfittare per ricordare, se non pubblicare in qualche blog del menga, la locandina di A volte ritornano. I ritorni sono eterni, come tutti sanno, si susseguono ininterrottamente. Ultimamente sono tornati gli Swans non mi è ancora chiaro se bene o male, Fiona Apple alla grandissima, Bob Dylan che sembra il vecchietto nei film western con John Wayne, Corin Tucker (da non confondere con Maureen Tucker) sempre dritta mai sbagliata, i Soundgarden e 007.
Ecco, questi due ultimi ritorni mi hanno incuriosito come altri, più di altri, forse perchè in fondo la polvere in questi casi si è depositata con più pesantezza e maggiore spessore rispetto agli altri ritorni. 007 è un evergreen è vero ma ha sempre un che di naftalina quando esce al cinema, ed è un profumo pungente e pericoloso. I Soundgarden non sono proprio evergreen ma che siano tornati, a 16 anni da Down On The Upside, non fa strano ma fa pensare. A cosa fa pensare? Al tempo che passa, a quando eravamo giovani e ascoltavamo Badmotorfinger o Ultramega OK e a tutte queste cose di questo tipo frignone. Ma soprattutto fa pensare un pensiero positivo: chissà se menano oggi come menavano ieri, insieme intendo, perchè da soli, nelle loro carriere separate più o meno in vista, abbiamo potuto vederli. Sono due anni in realtà che tornano a piccole dosi (Live on I-5 del 2011, Black Rain del 2010 e pure una compilation) ma queste piccole dosi sono state insoddisfacenti e l’album nuovo, intero, lo aspettavamo con ansia e con le unghie ormai decisamente lunghe.
Si chiama King Animal ed esce il 13 novembre, ma si trova piacevolmente già in streaming (su impattosonoro.it). E accidenti se queste vecchie spugne tirano ancora sulle corde e sulle pelli come un tempo. Di fronte alle aperture di certi sarcofagi, così ragnatelosi, non sono mai troppo sicuro, c’è da aver paura, e in effetti Been Away Too Long (brano di apertura) mi era sembrata un poco grugnosa e legnosetta, così come By Croocked Steps. Ma a un ascolto più serio si scopre che la batteria del notissimo Pearl Jam Matt Cameron e la chitarra di Kim Thayil girano ancora bene, il basso di Ben Shepherd è sempre lo stesso, mai troppo brillante, sempre plettroso, la voce di Chris Cornell è un pò influenzata dai lavori da solista e con gli Audioslave, non troppo amati, ma sta ancora in piedi con gli altri Soundgarden.
King Animal è un buon ritordo, ordunque. Blood On The Valley Floor è ruffianissima perchè tocca tasti roventi, quelli lasciati in sospeso anni fa, ma è irresistibile. Bones Of Birds è una ballata con una ritmica spaccata alla Matt Cameron, vecchia volpe, vecchi giochi, risultato un poco nuovo dopo tutto. Taree ha un tiro non male. Poi c’è Attrition, un pò tamarra. Ma quand’è che i Soundgarden non sono stati tamarri? Mai. Belli tosti e robusti ma tamarri.
Tutte le volte che torna 007 è un pò sempre come andare a prendere tra le coperte Sean Connery. Oggi, come tutti sappiamo, c’è Daniel Craig, da non confondere con Craig David. E’ interessante vedere che quando cerchi “Daniel Craig” su Google, la prima opzione di ricerca dopo il nome è “Daniel Craig altezza”. E lui, però, corre che è una meraviglia.

Dopo Casino Royale, per cui per altro Cornell ha scritto You Know My Name, e a quattro anni di distanza da Quantum of Solace, arriva SkyfallSkyfall è il miracolo di Sam Mendes, e di Javier Bardem, che torna con un capello improponibile e quando Javier si pettina così è sempre un drago, non ce n’è per nessuno (Non è un paese per vecchi). Daniel Craig è invece sempre un robot, probabilmente il miglior James Bond dopo Connery. Abbastanza facile però. Judi Dench è una di quelle attrici la cui sola presenza vale un film qualsiasi. In generale, il soggetto è segnato da botte di adrenalina alternate a botte di sonnifero: il ritmo è veloce, il ritmo è lento, a volte è come quando la caffeina ti entra in circolo, a volte è come vedere un programma su Rai 1. Il risultato è eccellente, perchè evita la monotonia alternando attimi di riflessione ad attimi in cui dici accipicchia che bordello. Il genere è quello tipo James Bond è vecchio ma ancora in gamba, vecchia volpe giochi nuovi. Per quanto riguarda la gnocca, questa volta c’è la doppia scelta per Bond: Eve o Severine? Naturalmente lui non sceglie, una se la fa, con l’altra fa il piaccione.
Intanto, ora, non al cinema, suona Eyelid’s Mouth dei Soundgarden. Kim Thayil is back. Però pochi giorni fa ho sentito alla radio una vecchia canzone dei Travis, non l’ho riconosciuta, e ho pensato che fossero tornati pure loro. Era mattino presto, è stata dura. Non era così.

OvO und Nosferatu, eine symphonie des grauens Ravenna Nightmare gingen wir ihn zu sehen und es wird auch gerne headbanger

Avete mai fatto gli headbanger mentre guardavate un film del ’22? Non credo. A meno che… A meno che? A meno che non abbiate visto il Nosferatu di Murnau musicato dagli OvO.

Ecco cosa intendo dire. Venerdì 2 novembre gli OvO hanno suonato dal vivo la loro colonna sonora di Nosferatu al Cinema Corso di Ravenna per il Ravenna Nightmare Film Festival 2012, in collaborazione con il Bronson. Ho osato distogliere lo sguardo dallo schermo e dai due demoni mascherati che stavano suonando, l’ho rivolto al pubblico in sala e ho visto due tipologie di teste: teste immobili e teste che si scuotevano. La glacialità della platea delle teste congelate era spaccata dal movimento di quelle in movimento, lente, inesorabili, a ritmo di musica avanti e indietro. Uno schema riassuntivo potrebbe essere più o meno rappresentato dal seguente.

La cosa bella è che gli OvO (chitarra, voce, batterie) a volte davano più ritmo al film, andando oltre alle immagini ma rimanendo sempre aderenti al momento filmico, a volte ne seguivano con precisione luciferina il ritmo adeguandovisi e facendoci godere del fascino contemporaneo del Murnau. Nosferatu, che non manca di ritmo di per sé, ne ha acquistato ancora di più seguendo gli OvO. Talvolta però li ha schiacciati imponendo su di loro la propria forza ribelle e violenta. Gli OvO dal canto loro non si sono fatti sfuggire le occasioni più ghiotte di musicare in modo assolutamente free i momenti salienti, come il finale e la prima volta che il Conte Orlok, detto il Nosferatu, detto il Non Morto, detto il Conte Vlad si palesa definitivamente come vampiro a Hutter (l’allegro immobiliarista che si reca a casa sua e gli vuol vendere una casetta).
C’è stato anche un momento divertente, il momento in cui gli OvO hanno sfruttato la velocità innaturale della pellicola per darci dentro, quando Knock il servo del Vampiro fugge dalla cella in cui è prigioniero. Pellicola veloce, pellicola lenta, OvO a palla, OvO dilatati hanno reso lo spettacolo un’amalgama sublime.
E poi quell’attimo di silenzio nella notte del morso di Orlock a Hutter, il tocco di grazia che ci ha definitivamente imbottigliato nell’Espressionismo e nella profonda espressività dello spettacolo, e chiuso il tappo, fino alla liberazione degli attimi conclusivi. Il Nosferatu si fa polvere, gli OvO aprono le trappole e liberano i topi, ci liberano, da un cuneo di rock’n’roll e ombre in cui i diavoli più assatanati scuotevano il cranio, quelli più incantati erano congelati dal freddo soffio della morte e del drumming.