SPLITS. Big Cream e Flying Vaginas

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Poco tempo fa parlavo con un amico – anche lui alla soglia dei 40 – che una volta suonava la chitarra e adesso, per fare dell’elettronica, si è comprato una stazione che neanche Demdike. Lui diceva: “Le chitarre sono finite, ferme a ripetere il passato. Non c’è più niente da sperimentare, il massimo che si può fare è mischiare le carte in tavola. Non ascolto più quella roba. Invece, la musica elettronica non ha limiti”. Il condizionamento delle cose che ci piacciono da tempo a volte oltrepassa il limite del lecito, ci rende ciechi di fronte alle novità interessanti ed è giusto rompere questo tipo di routine, per esempio con l’elettronica e tutto quello che contiene, per chi come me non è un vero ascoltatore di quel genere. Una regola bella da seguire è tenere sempre gli articoli di Valerio Mattioli sul comodino e seguirlo negli ascolti, perché c’è un mondo fantastico, ma non smettere di ascoltare le chitarre, perché c’è un mondo fantastico.

L’editoriale di Rossano Lo Mele su Rumore di questo mese è dedicato al passato in rapporto al presente e dice che la retromania è diventata la norma. La musica di 20-30-40 anni fa viene suonata ancora dai protagonisti dell’epoca (quelli vivi) o dagli emuli, cioè cover band o simili. Lo Mele fa riferimento solo a queste due categorie di persone: emuli e protagonisti dell’epoca. Non cita i gruppi nuovi che prendono come riferimento i modelli del passato e fanno musica originale. I modelli magari sono un po’ confusi, sovrapposti, ma il legame con quei modelli è forte ed evidente. Se parliamo di anni ’90, quelli in cui io e il mio amico 40 enne abbiamo lasciato il cuore anche se facciamo finta di no, nel 2014-2015 di gruppi che si rifanno a Pavement, Sonic Youth, i My Bloody Valentine e Dinosaur Jr ne sono usciti moltissimi. Nel 2016 ce ne sono stati meno, nel 2017 forse tutto sarà finito, ma al momento la proposta è da tenere in considerazione. “Un passato che risponde presente. Per ora. Prima di dire: futuro” scrive il direttore di Rumore. Ma quella proposta rappresenta già in qualche modo il futuro. Non è musica nuova ma la generazione che la suona è per lo più giovane, mette le proprie idee a disposizione del passato per cui nutre una passione forte ma fa molto di più rispetto alle band tributo: scrive canzoni originali, rinnova i generi di riferimento. Il valore creativo è superiore e le canzoni sono una lettura sveglia, fresca e creativa dei modelli. Non succede in tutti i casi ma a volte si. In questo senso, Nude Cavalcade dei Clever Square e Foil Deer degli Speedy Ortiz sono le migliori uscite di questi anni, tra quelle che ho sentito io. Altri risultano più legati ai riferimenti, ma hanno fatto uscire comunque dischi che suonano bene, immediati e veri. Tra questi, non so, giri il mondo su internet, ascolti gli Ought di Montréal e i Cheatahs di Londra. Poi, un giorno, finisci a Zola Predosa di Bologna. Che cazzo ci potrà mai essere a Zola Predosa? La mortadella. E invece, sistemati li tra un Pignoletto e un Palazzo Albergati, ci sono i Big Cream, che fanno la musica con le chitarre di 20 anni fa, con modelli dichiarati esplicitamente e con molta goduria, e la fanno in un modo che ti brucia lo stomaco da che suonano sinceri e vogliosi di fare. Perché infatti il punto è anche questo. Non è importante tanto che vengano scardinati i modelli, quanto che la musica venga suonata con la carica di chi ci mette nuove energie. Dove e quando meno te l’aspetti, puoi trovare un basso una chitarra e una batteria che avresti perso se avessi smesso di cercare su quella strada, in direzione opposta rispetto all’elettronica, agli emuli o ai vecchi protagonisti.

I Big Cream hanno fatto un ep in primavera e adesso sono usciti con uno split con i Flying Vaginas, The Days Of Juice And Daisies. La canzone dei Big Cream si chiama Gatlin. L’ho ascoltata diverse volte tutta e poi a un certo punto ho iniziato a farla partire dal minuto 3:08. Perché da quel punto ho trovato un basso, una batteria e una chitarra che ricordano per ritmica e incastri Youth Against Fascism dei Sonic Youth. E come 20 anni fa ho fatto ripartire 12 volte Youth Against Fascism dal minuto 1:40, oggi ho ascoltato 12 volte consecutive Gatlin dal minuto 3:08. Come se non avessi mai sentito una cosa simile e dovessi trovare chissà cosaNon c’è niente di propriamente nuovo lì dentro, ma c’è ancora qualcosa che devo scoprire. E come m’immaginavo saltare in quel punto di quella canzone a un concerto dei Sonic Youth quando ancora non li avevo visti dal vivo, adesso m’immagino non saltare (alla mia età, mi spaccherei un ginocchio) ma almeno muovere il mento su e giù in quel punto di Gatlin al concerto dei Big Cream, che ancora non ho visto.

Che poi, quel momento di Gatlin è solo l’inizio della sua parte finale. Prima, la canzone è una corsa attraverso il noise rock e lo show gaze in due giri di intro, strofa e ritornello. Ha lo stesso piglio deciso di What a Mess di Creamy Tales (l’ep), è meno ripetitiva e le parti sono sistemate diversamente, sono più esplosive, una dopo l’altra fino alla fine. Il che è sicuramente una crescita rispetto all’ep. Il concetto di crescita in poco tempo mi affascina, perché è il risultato di una necessità che si sfoga appena deve e con irruenza. Sei preso bene con la roba che fai, scrivi pezzi nuovi che diventano grandi nelle tue mani e non vedi l’ora di chiuderli per farne altri. Le cose cambiano continuamente per te, sta in quelli che sono fuori rendersene conto.

L’altro lato dello split è dei Flying Vaginas, che sono di Morolo. Non so se sia meglio (dipende dai gusti) ma loro non li troviamo tra una mortadella e un vino ma tra i formaggi: famosi sono gli stagionati Grancacio e Ciambella. E dopo aver ricordato ai Flying Vaginas le due cose da cui probabilmente hanno più voglia di fuggire, torno alla musica. La canzone si chiama Gamechanger. Si cambia rispetto ai Big Cream, siamo più verso le melodie dei Cure e le distorsioni dei My Blody Valentine, o dei Cheateas, giusto per fare un confronto senza ragnatele: mi piace quando da un lato all’altro di uno split c’è differenza, evito di confondermi.

Gamechanger ha un giro di basso molto bello, una melodia di chitarra ancora meglio e sotto c’è una chitarra ritmica che riempie ogni parte. La voce svogliata è la ciliegina sulla torta. È un pezzo che inizia con la batteria sopra tutto il resto e alla fine si sente solo il resto. Dalla seconda strofa le chitarre iniziano a impossessarsi della canzone e, aiutate dai cori, portano a un ritornello lunghissimo che chiude tutto nel momento in cui la batteria sparisce. Cioè: c’è ma non la senti più. Il primo ritornello non è cantato, il secondo si ed è più lungo e sfumato: per questo, il finale è una scoperta, è come essere di fronte a un paesaggio bellissimo ma aprire gli occhi e rendersene conto solo dopo un po’. Gamechanger ha quella cosa che hanno molte delle canzoni dei Flying Vaginas, anche quelle di Beware Of Long Delayed Youth (2015): le melodie che ti squagliano. Ma questa è la melodia migliore che abbiano mai scritto. Non subito, ma dopo un po’, appena i Flying Vaginas iniziano a suonare tutti insieme, mi sento a casa, anche se non proprio nella cameretta. Piuttosto, nella capanna degli attrezzi. Mi trovo meno a mio agio con queste sonorità rispetto a quelle dei Big Cream, ma sono grande e qualcuno a questa età doveva pur cacciarmi a fare i lavori da uomo in giardino, in una situazione famigliare ma non del tutto confortevole. Che sia la mia musica preferita o meno, nel caso dei Flying Vaginas è bello sentire quei modelli ringiovanire grazie alle melodie e a una scrittura per niente invadente ma efficace.

Clicca qui per ascoltare i Big Vaginas.

I Big Cream hanno circa 26 anni a cranio, fanno la mia musica preferita. I Flying Vaginas hanno forse in media 21 anni, fanno musica che mi piace, e come i Big Cream ci mettono la gioventù. E quel processo lì del sentire crescere le cose e le canzoni è quello che mette dentro alle loro canzoni qualcosa di nuovo, comunque. La fotta di fare le cose è il motore più potente di tutti.

Vorrei avere a che fare solo con i ventenni, basta 40 enni. I ragazzi che fanno le canzoni come si facevano 20 anni fa, ma con quel tocco felice lì, allargano la base di condivisione di quella musica. Il passato non è fatto solo di passato e di presente ma anche di nuova gente che ha voglia di portare nuova forza e di cui, almeno per il prossimo anno o quello dopo ancora (forse), aspetteremo i dischi nuovi. Un futuro prossimo, non anteriore, ma comunque futuro. Il futuro musicale cambia in fretta, a volte è quasi poco più del presente ma, comunque sia, per un po’ (adesso, nel caso dei Big Cream e dei Flying Vaginas) possiamo sempre chiamarlo futuro.

in un giugno che pareva non avesse più niente da dire, e invece continua a gasare
(cit.)

(Mentre scrivevo questo pezzo, il futuro è arrivato ma, per ora, non sembra definire un presente)

Oasis Menarsi è Supersonico

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Un’interessante prova per i famosi Oasis eroi del britpop, che in questo film si cimentano con qualcosa di nuovo: sborrare.

Supersonic, diretto da Mat Whitecross e prodotto dal James Gay-Rees, quello di Amy che adesso sta girando Maradona, ripercorre solo una parte della storia degli Oasis, dagli esordi fino al concertone da 250 mila persone a Knebworth nel 1996. Solo i primi due album, Definitly Maybe e (What’s the Story?) Morning Glory. Si parla molto di musica, che non è così scontato. Per esempio, Montage of Heck la musica se la caga molto poco. I due documentari sono l’opposto, anche perché Supersonic esalta i Gallagher, anche se erano due stronzi, Montage of Heck fa di tutto tranne che esaltare Kurt Cobain, anche se uno stronzo non era, lo rende un personaggio piatto, l’artista problematico e tossico. Da una parte pompare la band e gasare il pubblico per consolidare il mito, dall’altra screditare il protagonista di fronte a una platea che lo adora per fare in modo che Courtney Love ne esca al meglio. In un altro universo ancora si trova Heaven Adores You su Elliot Smith, che nelle parti più toccanti si abbandona nelle mani del protagonista per tentare di andare il più a fondo possibile della sua personalità.

Ma torniamo ai Gallagher. Oasis Supersonic parte dall’infanzia dei fratelli, descrive la famiglia e inquadra il contesto sociale. Quartieri popolari di Manchester, famiglia di immigrati irlandesi, tre figli (nell’ordine Paul, Noel e Liam), padre ubriacone che picchia i due più grandi risparmiando il più piccolo, madre che scappa di casa con i ragazzi ed è costretta a fare mille lavori. Un disastrone. Noel a un certo punto dice che il padre forse in qualche modo “beat the music” dentro di lui, cioè gli ha infilato la musica dentro a suon di botte, il che rende molto l’idea di quello che il rock’n’roll potesse significare per lui, almeno all’inizio. Ed è simpatìa subito: questo tipo di contestualizzazione rende la loro conquista del mondo una cosa giusta. E quando Noel (o Liam, non ricordo) alla fine del film, nel climax del concerto finale, voce fuori campo, dice che gli Oasis sono stati la prima band a conquistare il mondo partendo dalle case popolari di Manchester, io salgo in piedi sul divano e urlo Hasta la victoria sempre!. Fidel Castro morirà poco dopo l’uscita del documentario portandosi via il ‘900, come hanno detto in molti senza considerare che da tempo Fidel era un vegetale e con lui lo era il ‘900, secolo che sembra lontano anni luce, anche se sono passati neanche 20 anni, considerati tutti i cambiamenti epocali: lo streaming, le auto elettriche, la musica fluida, Matteo Renzi. Comunque, va bene, prima della morte di Fidel, eravamo ancora nel ‘900, e gli Oasis erano ancora un modello di rivincita sociale. Ma adesso che è morto Fidel Castro sono uscito dal secolo breve e sta cosa che gli Oasis rappresentassero la rivincita sociale non mi convince più. Secondo me a loro non gliene fregava niente e l’hanno tirata fuori nel documentario perché fa presa. A loro interessava fare la loro cosa, a Liam stare al centro dell’attenzione con la sua faccia da cazzo, a Noel far conoscere le proprie canzoni a milioni di persone.

Noel era il più schivo e aveva sempre la chitarra in mano. A Liam invece piaceva essere guardato. Se n’è praticamente sbattuto della musica fino a quando suo fratello non l’ha portato a vedere dal vivo gli Stone Roses. Prima che nascessero gli Oasis, Noel scrive canzoni e fa il roadie, Liam cazzeggia, poi inizia a cantare in un gruppo. Noel lo viene a sapere e dice “cosa? hai un gruppo?!”. Liam gli chiede di entrare a farne parte, lui risponde solo se posso essere il leader totale, scrivere i pezzi e i testi, non ne voglio sapere della tua strafottenza che prende il sopravvento sul mio talento. Ok, deal, dice Liam, cacciamo il mio chitarrista e si parte.

Gli altri vengono scelti con un criterio: devono stare cagati. Paul McGuigan (Guigsy), il bassista, Paul Arthurs (Bonehead), il chitarrista, e Tony McCarroll, il batterista, sono proprio le persone giuste.

Trovano un manager quasi subito: Alan McGee (ex Biff Bang Pow!) della Creation Records, che li vede, se ne innamora e gli produce Definitly Maybe. Per promuovere il disco fanno qualche concerto in Inghilterra e va benissimo, poi negli Stati Uniti, e va un po’ meno bene, come per esempio al Whiskey a Go Go, dove Liam scopre il crystal meth. Iniziano a preparare il secondo album, prima non sono contenti del suono, poi si, escono, vendono un botto di dischi, fanno il tour mondiale, anche in Giappone, e dicono “Oh, ‘sti giapponesi sono strani!”. Con questa frase Liam (o Noel, non ricordo) congela per sempre la verità sugli Oasis: di fronte all’incontro di culture ammettono quello che pensano, non dicono uuh che carini questi giappi, mi piace un sacco la loro civiltà, ma si bloccano, l’archiviano come diversa e divertente, folle. Gli Oasis sono questo, sinceri e oasiscentrici, quindi UK-centrici. I loro tour funzionano davvero solo in Inghilterra, all’estero qualcosa va sempre storto, come se non si trovassero. Loro sono il Regno Unito, lo incarnano e sanno di esserlo. È un loro limite di intelligenza, ma è stato anche il loro punto forte, che gli ha permesso di presentarsi così sicuri di se stessi anche se al loro interno l’equilibrio era instabilissimo. Gli ha permesso di diventare il simbolo di molti ragazzi e di vendere milioni di dischi in tutto il mondo. Altroché la rivincita sociale, quello che gli ha permesso di vendere è stata la sborrata.

L’apice di tutto questo si manifesta nell’agosto del 1996, a Knebworth, al concerto in cui raccolgono 250.000 fan su un prato. 2 milioni e mezzo di persone (quasi il 4% della popolazione britannica) cercano di comprare il biglietto ma non ci riescono. Non esisteva ancora il bagarinaggio on line, ma solo quello face to face. Chissà che ruolo ha avuto. Quel concerto è in Inghilterra ma rappresenta la sclerosi per gli Oasis che dilaga in tutto il mondo.

E l’Italia è uno dei posti in cui attecchisce. Ne sono un esempio il mio amico Luge e tutti gli ultracorti a forma di Gallagher che invasero la penisola a un certo punto.

Body Snatching

Si parla di vera e propria invasione. A tal punto che i loro fan acquistavano una sicumera improvvisa, iniziavano a camminare come Liam e ti guardavano con la sua faccia. Per fare questo e tenerli sotto controllo, attraverso le note delle canzoni veniva instillata in loro una vana speranza: fare innamorare perdutamente Patsy Kensit, è possibile solo se diventi come Liam. Era una specie di messaggio subliminale ma non serviva ascoltare la musica all’indietro, era lì, molti venivano conquistati, altri no (quelli che preferivano i Blur), ad altri ancora non gliene fregava un cazzo e in fondo avevano ragione: quando mai il rock inglese ha avuto davvero un senso?

Praticamente Oasis Supersonic è un dietro le quinte del body snatcher realmente successo a metà anni novanta dove gli alieni erano quattro ragazzetti inglesi con alle spalle una squadra di produzione motivata a conquistare il mondo. E anche se i sondaggi davano vincitori i Blur, la presenza degli Oasis era più ingombrante, perché i Blur piacevano agli impacciati, ai goffi. Insomma, tu eri lì che te la spassavi nel ’93 poi nel ’94 ti rendi conto che

the population of your community is being replaced by the Gallaghers.

A un certo punto in Italia hanno iniziato a spuntare fuori come funghi quelli che si vestivano come gli Oasis, con il cappellino da pescatore sugli occhi, il poncio verde, il maglione bicolore con la riga orizzontale e le clark. Posseduti fatti e finiti. Erano anche considerati fighi, cioè avevano un certo appeal sulle ragazze. C’era anche uno che veniva all’università con me che si vestiva così. Era il top, aveva sempre la battuta pronta, studiava 2 ore e prendeva 30, saltellava sulle punte quando camminava (interpretazione sua della camminava a papera di Liam: ultracorto con personalità, 10 punti in più). Era uno di quelli che sapeva di essere considerato un figo, ma faceva il modesto. “Ma no, dai, io non..”. Poi usciva dalla porta dell’aula planando sullo sperma. Una specie di upgrade di falsa modestia di Liam. Personalità dentro all’involucro occupato. D’You Know What I Meeean?!

Ogni tanto qualcuno prendeva anche le sembianze di Noel. Però lui non era un personaggio da avanspettacolo, era meno estetico del fratello, meno poderoso, e se anche qualche posseduto si fosse ispirato a lui, tu l’avresti visto e avresti pensato al fratello, che era il vero logo degli Oasis. Nel 90% dei casi.

Guigsy e Bonehead no si vedevano mai in giro. Ancor meno McCarroll, il più nascosto, tanto che a un certo punto (precisamente 5 giorni prima di conquistare le classifiche d’Inghilterra con Some Might Say) venne cacciato dal gruppo e sostituito da Alan White, fratello di Steve White, batterista di Paul Weller. Più figo, ma non abbastanza come ultracorpo. Ma va bene così, perché la missione dei Gallaghers era quella di conquistare il mondo con le proprie sembianze, non quelle di altri.

liam

Il documentario si ferma al concertone. Poi uscì Be Here Now, per il quale iniziarono a venire fuori le magagne vere. La presa bene dei fratelli finisce di prevalere sulla presa male, le discussioni iniziano a lasciare un segno. In più, per le prime volte si dice in giro che le loro canzoni sono tutte uguali. Ricordo questa discussione tra due miei amici, fan senza ritegno, in cui uno diceva che Be Here Now era fantastico e l’altro che D’You Know What I Mean era un plagio di Wonderwall.

Quindi, fa bene a fermarsi lì, in qualche modo ci risparmiano la poppa della fall dopo la rise che spesso i film musicali ci propinano. Concentrarsi sulla sborra è il segreto per risvegliare i fan vecchi e conquistarne di nuovi. Far vedere Liam che attira l’attenzione con quel piglio da pezzo di merda. Liam che che fonda un gruppo anche se tre giorni prima ascoltava solo l’inno nazionale inglese e Noel che fa sempre il roadie è come se Liam avesse detto a Noel “fratello, a me non me n’è mai fregato un fuck di musica, mi è bastato farmi vedere a un concerto e ti ho superato mentre te eri ancora lì a cincischiare coi cavi degli altri, vieni qui da me valà”. Noel che s’impone come leader sulla carta, io io io. Liam che guarda la telecamera come si guarda uno scarafaggio ed espone la sua filosofia di vita superiore. Noel che dice in TV che è lui che fa tutto ma ai concerti quando canta da solo la gente rimane lì perché ha pagato il biglietto nella speranza che presto torni Liam. Liam torna e se il fratello ha detto qualcosa che non gli va, lo smerda.

(Knebworth, 10 agosto 1996, dialogo:)
Noel: “La storia è qui, adesso, stiamo facendo la storia”
Liam: “Tu, stupida figa, questa non è la fottuta storia, questo è Knebworth”

Noel che lo mena, spacca lo studio e se ne va, lui, leader tecnico e maturo del gruppo, getta merda sul fratello che invece è “intrattabile, incontrollabile, troppo ubriaco per cantare”.

Insomma quel misto di sicumera e instabilità e inquietudine che porta a una manifestazione ancora diversa della spermata: la rissa.

Menare

Gli Oasis si menano tra loro, menano la famiglia anzi, visto che Liam una sera ha rischiato di saccagnare anche suo padre, che li aveva raggiunti dopo 12 anni che non li cagava, sorpresa!, a Dublino, pagato dal settimanale News of The World (quello di Murdoch che ha chiuso nel 2011 dopo lo scandalo dello spionaggio) in occasione della tappa del tour di What’s the Story? Il babbo che mena Noel, Noel che mena gli strumenti e i mixer, Liam che sta per menare il babbo, Liam e Noel che si menano, mena che ti mena, sono riusciti a creare un mito ma anche a entrare nella rock and roll hall of menare, a essere tra i più famosi gruppi della musica di menare (dopo il cinema di menare). Altro gruppo di menare: i Guns and Roses – tornati ancora una volta di attualità in questi giorni perché a giugno 2017 suonano a Imola, e in quell’occasione riaprono l’ospedale per i matti della città lo voglio ricordare – dove Axl menava sempre Stephanie Seymour. Robe vecchie. Che però, producono ancora mito.

Simpatia.

Ho un dubbio, che non significa che io abbia una certezza. Cosa sarebbero adesso gli Oasis se non si fosse creato attorno a loro il mito dei due fratelli che non vanno d’accordo? La loro musica non sarebbe stata la stessa. Ai tempi andava il brit pop, e bona. Ma adesso, voglio dire, ascoltate quei pezzi, c’è un tipo che canta come se avesse una tromba nelle narici e l’altro che suona la chitarra con la flemma di uno gonfio di birra. Adesso, sarebbe stato fatto un documentario se i due fratelli Gallagher non fossero stati i fratelli Gallagher? No, perché il film crea il mito attraverso la rivincita sociale (che, boh), le botte e i litigi. Che parte ha la musica in tutto questo non so. Forse la pompa dei due fratelli ha spinto in alto le canzoni. Ci sarebbe stato materiale musicale per scrivere il documentario? No, ci sarebbero state le riprese dei concerti, dello studio di registrazione eccetera, ma quelle ci sono di tutti i gruppi che fanno dischi e tour. La maggior parte del valore degli Oasis è sempre stato nella carica umana esplosiva dei due protagonisti? Se loro fossero stati più anonimi, le loro canzoni non avrebbero avuto la presa che hanno avuto. Il loro modo di essere piaceva e piace, è contagioso (body snatcher). La camminata di Liam spingeva un bel po’ e spesso ha sfondato. Quella bomba a orologeria di Noel è affascinante. Ubriacarsi o tirare fuori la parte peggiore di se e mandare all’aria ripetute volte il gruppo è un atteggiamento attraente. Solo la musica sarebbe stata sufficiente a conquistare il mondo? Non lo so, e lascio stare perché le cose sono andate così, c’era la musica + i gallagher e non una sola delle due cose. Non posso considerare la storia diversamente dai fatti e dagli elementi che li compongono. È la Storiografia.

Ho letto qui che rappresenta un errore non aver incluso il terzo album nel documentario perché in termini di storytelling è riduttivo e riduttivo. In realtà, era necessario per chiudere la narrazione all’apice del successo, per rendere il grande evento l’atto conclusivo di tutto il racconto e per chiudere la storia decretando il mito. In più, in quei due anni, gli Oasis hanno pubblicato le canzoni che sarebbero bastate, nel senso che di meglio non potevano fare e non hanno fatto. Oasis Supersonic è appunto un film di rise and fall senza la fall. Il motivo sta nel fatto che Liam e Noel non volevano raccontare tutta la loro storia ma solo la parte più figa, quella che li ha lanciati in orbita, quella in cui ancora droga, alcol e botte erano più che altro delle gag, non quella (immediatamente) successiva che li ha portati verso la fine. Alla fine di agosto 1996, viene interrotto il tour negli Stati Uniti, Noel strippa perché Patsy gli sembra Yoko Ono e Liam guadagna di più in diritti d’autore… Fino al 28 agosto 2009 quando i fratelli si menano per l’ultima volta, annullano una data a Parigi e le successive (di cui una a Milano) e Noel se ne va per sempre, perché non sopporta più Liam. Perché raccontare tutto questo se vuoi creare un mito. Sarebbe controproducente, farebbe venire a galla che gli Oasis non sono solo botte per la bolgia.

È un documentario davvero simpatico. La prima cosa simpatica è che nel documentario esistono quasi solo gli Oasis. Solo due volte (vicinissime tra loro) si sente qualcuno che dice la parola “blur”. E basta così, la contestualizzazione è tutta qui. Non che sia obbligatorio contestualizzare bene in un documentario autocelebrativo, ma è divertentente il modo in cui non viene fatto.

(Dell’amicizia con Evan Dando dei Lemonheads nessuna traccia).

La seconda cosa simpatica è il ruolo del calcio. I fratelli guardavano sempre la partita mentre registravano e quelli sono i momenti più sinceri, oltre a quando sono sbronzi. Ciao, sono Liam, anni: 20, ruolo: capitano, squadra: rossa, città: Manchester, VIVA IL CALCIO.

La terza cosa simpatica è una cosa triste. In alcuni momenti del documentario vedi che Liam parla alla camera e Noel che gli sta dietro. C’è questa tensione per cui il più piccolo prende il sopravvento sul più grande perché vuole stare al centro dell’attenzione, il più grande subisce e dice vacca troia sto stronzo. Succede anche sul palco. Lo dice con gli occhi, però sta zitto, si vede benissimo. Fa passare un po’ di tempo, va in studio e lo mena, veramente, visto che lo distrugge. E la news finisce sui giornali. Nessuno credo abbia mai rimarcato abbastanza l’importanza del fatto che Noel non scoppiava subito dopo il misfatto, ma dopo qualche ora. E che la sua incredibile ira arrivava all’improvviso. Mentre Liam aveva sempre la manopola del volume a palla. Per questo da ora in poi in eventuali conversazioni li chiamerò Turbo Liam e Noel il Diesel. Tutto questo, però, mi fa notare che esisteva quel Noel ed esiste il Noel di oggi, che è diverso e che esce dal documentario un po’ come il comandante della nave. Si rifà. Lì per lì sembrava quello che soffriva e basta, che faceva tutto ma stava cagato ed esplodeva a volte all’improvviso, oggi appare come il saggio, che racconta la storia avendo capito l’importanza del ruolo di entrambi i fratelli. In fondo, è lui che ha dato il colpo di spugna finale. Liam, invece, sembra sempre uguale, sia nel documentario sia quando lo leggiamo oggi sui giornali. Insomma, va bene consolidare il mito, va bene non raccontare tutto, vanno bene le botte e la sborra, ma bisogna andare avanti. E, dopo tutto, in Supersonic un legame col presente, e forse col futuro, c’è. Non è solo nostalgia del passato. Alla fine, è tra Montage of Heck e Heaven Adores You: un po’ scredita un personaggio, un po’ ne racconta la personalità. Ma soprattutto è la rivincita di Noel il Diesel, il Saggio.

Liam, don’t look back in anger.

Come essere indie (per i maschi)

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1. Indossa vestìti. Alla mattina lavati i denti solo dopo la colazione, véstiti dopo esserti lavato i denti, a pranzo mangia e alla sera a una cert’ora vai a letto. Non lasciarti ossessionare dal voler andare a tutti i costi a letto tardi. È inutile, nessuno è anticonformista, siamo tutti Charlie Hebdo, ich bin berliner, cogito ergo sum. Ma non dirlo a nessuno, dopo 7 giorni muori. Il posto ideale in cui fare shopping è la Montagnola a Bologna, così tra 4 anni guarderai il tuo guardaroba fatto solo di cose importabili perché erano già vecchie quando le hai comprate e piangerai. Piangi, se ti va di piangere. Ci voleva coraggio, penserai guardando un paio di puma che prima di te avevano ospitato il calzino sudato di un altro. Ricorda che devi vestirti. Se non vuoi sganciare nemmeno un centesimo, vai in giro nudo, che cosa ti devo dire?

2. Sii unico. Gli uomini indie sono egoisti. Se ti piace il pub punk, dovresti vergognarti, e invece per essere indie ti tocca ammetterlo, senza pensare agli altri, pensa solo a quello che ritieni vero per te. Fai una ricerca su google, scrivici il tuo nome. Non ci saranno segreti. Se ti piace la pelota, giocala e invita anche i tuoi amici, non ti preoccupare se ti guardano come un coglione. Pensa solo a te, non saranno loro ad aiutarti a diventare un campione di pelota. Se i tuoi amici usano i congiuntivi, lascia stare, essere indie vuol dire parlare come cazzo vuoi. Leggi cose che non t’interessano e dillo in giro. Non che non t’interessano, sennò pensano che tu sia scemo, ma che le leggi. Vai in biblioteca. No, non è la libreria. La biblioteca.

Gira in costume d’inverno.

3. Prova ad andare dal barbiere ogni tanto. I capelli sono un bene, tra un po’ avrai la ciaraghina o la stempiata, o tutte e due. Tagliarli li rinforza. Per la barba, vedi tu, se ti va. Se ce l’hai coi buchi, è più indie. Indi vuol dire indipendent, fai in modo che sia vero: la barba ce l’hanno tutti, ma sono tutte curate, newyorkesi, se la tua ha i buchi ce l’avrai solo tu.

4. I tatuaggi e gli orecchini sono importanti per vivere. È difficile essere considerato davvero inserito nella società dei maschi indi se non hai un orecchino. O ancora meglio un tatuaggio. Prova col fai-da-te, se vuoi morire. Oppure, investi in bangle dorati, quelle file di braccialetti con le palline che quando scrivi al computer in biblioteca o in ufficio sbattono sui tasti e ti fanno sembrare più furbo. Se il bibliotecario o se qualcun altro si lamenta, digli che non puoi toglierli assolutamente. Aumenterà la tua credibilità, dimostrerai di essere coerente. È importante.

sollevare

5. Cerca di non essere preso male. I ragazzi indie sono sempre in bolgia. Siccome in questo modo romperai il cazzo sicuramente a qualcuno, la gente potrebbe avere da ridire in merito, ma il punto di essere indie è quello di essere abbastanza coraggioso da mostrare quello che non sei. Se ti prende male, non temere, parla lo stesso. Scherza anche se non hai voglia, dì la tua anche se sei consapevole che sia una stronzata, vedrai che successone, soprattutto sul lungo periodo. Sii divertente ma soprattutto divertito.

6. Sii artistico. Dipingi, fai foto, creati una fan base consistente a costo di rompere il cazzo a tutti pur di avere degli amici su Facebook e vedrai come non ti cagherà nessuno quando condividi qualcosa. “Chi è già questo?!?” si chiederanno. Neanche un like. Abbi almeno la decenza di essere amico di tutti i tuoi amici, quelli che ogni tanto vedi fisicamente, almeno loro una volta su dieci avranno compassione e vedrai che un like te lo cacciano. Dedicati al giardinaggio, dipingi con gli inchiostri blu e rossi o leggi vecchi libri con le pagine che si scollano. Ri-incollali.

7. Sii colto. Non devi essere un genio né avere la media del 10, ma sappi che 90 è il minimo che si può avere come QI, sotto non puoi andare. Usa molti punti esclamativi.

Smetti di bere.

8. Trova persone da copiare. Visto che sicuro stai messo male a tutti i livelli se cerchi qualcosa da essere, datti una radanata almeno esteticamente. Prendi spunto dalle star più in voga: Yul Brinner, John wayne, Rock Hudson.

9. Prenditi cura di te stesso e del tuo corpo! Applica la protezione solare. Fai attività fisica nel modo in cui preferisci. Se non ti piace il calcio, ti sentirai un marziano qualche volta ma non importa. Cazzo te ne. Molti ragazzi indie hanno 16 anni e una motoretta. Inquina, non dire che inquini perché poi sembra che non lo fai.

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10. Apprezza la musica. È molto importante per i ragazzi indie. Ripeti a tutti che la musica indie è l’unica tua certezza. Carica tutto sul tuo lettore MP3. Se non sai cos’è, sei indie. Non deve piacerti quello che viene considerato indie. Anche in questo caso, devi maturare uno stile indipendent, dunque, e questo è il punto, se un pezzo di musica ti comunica qualcosa, ascoltalo e non vergognartene e dì “mi arriva!”. Questo è parlare. Bevi e quando puoi vomita.

Consigli

  • Nessun luogo è lontano.
  • Mai dire “Questo è gay” o “Questa cosa è da ritardati”. Ma solo perché sei indie, in caso tu un giorno decidessi di non esserlo, vai a spaccare i culi a tutti i diversi.
  • Se pensi che leggere vecchi libri sia noioso, fai un tentativo con quelli con le copertine strane. Le copertine dei libri di Raffaele Morelli fanno schifo. Siccome molti adolescenti di oggi non ne hanno mai sentito parlare, conoscerlo sarà un bonus.
  • Cerca di avere la mentalità ottimista. Non pensare troppo.
  • Sei sulla buona strada per essere indie se abiti da solo in un appartamento di città. Comunque, puoi essere indie ovunque tu viva. Trova ninnoli e cagate vintage. Incornicia delle foto e compra vecchie immagini provviste di cornici. Usale per riempire un muro, metti tutto su quello e lascia bianche le altre pareti. Vedrai che bello. Quando devi dare la polvere, non darla, sennò tutto finisce, perdi la tua indipendenza.
  • Il rock degli anni Novanta e il Britpop sono generi musicali che hanno un’anima indie. Prendi quell’anima, ci sei tu nell’anima, guardala bene se necessario. Se, scava scava, non trovi niente, riparti dagli anni Ottanta.
  • Cerca di uscire spesso. Sii prezzemolino, presenzia, arriva tardi al lavoro il mattino dopo, o non andare a lezione all’università, tanto non hai l’obbligo di frequenza, o se ce l’hai fai firmare qualcun altro, così sei anni 90 e anche un po’ punk. Conosci.
  • Se non riesci a trovare vestiti o maglie di tuo gradimento, falli tu, così ti cascano mentre parli con la gente.
  • A molte ragazze piacciono i ragazzi e viceversa, ad altri, o altre, no.
  • Non puzzare.
  • Se non hai abbastanza soldi per comprare o fare indumenti nuovi, puoi cucire dei bottoni intorno all’orlo di una vecchia maglia o sfrangiare le maniche (cit.). Mi sembra un’ottima idea.
  • Se vivi da solo in un appartamento di città (in campagna ci sono gli zombie), sarà molto più facile cazzeggiare sempre. Puoi trascorrere un sacco di tempo a non pulire casa e a ridurla una merda!

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Avvertenze

  • Non fare cose che non ti piacciono per essere indie. Alla fine, è un’etichetta come un’altra. Divertiti con quello che ti piace. Se per caso quest’attività non dovesse piacerti, buon per te, divertiti con quello che ti fa schifo.
  • La parola indie è il diminutivo di independent. È importante, sta lì il punto. Altri, i vecchi, potrebbero dirti che una volta aveva un altro significato. Non ascoltarli, vogliono fregarti, farti passare per una persona poco attenta e superficiale. La tua vita è adesso. Bevi un drink.
  • Se qualcuno dice che ti vesti di merda, consideralo un complimento. Non mescolarti con la massa, non essere normcore, o casual.
  • Se non ti piace una cosa considerata “indie”, impiccati.
  • Mai dire “Sono proprio indie!” perchè alla gente non interessa (ma solo per questo motivo eh, altrimenti ci sarebbero giornate intere da passare a dirlo in giro). Se proprio devi, basta dire che vuoi essere originale, sembrerai intelligentissimo. Dovresti lasciare che siano i vestiti e il tuo atteggiamento a parlare! Stai zitto, alle ragazze piace. Però devi anche parlare.
  • Non desiderare la donna d’altri.
  • Se il tuo stile non ti piace, non cambiarlo.
  • Al lavoro, pigliala sempre in culo. L’indie è superiore a queste cose.
  • Non ossessionarti nel tentativo conformista di diventare anticonformista. Altrimenti, non farai che conformarti all’anticonformismo conformato. Avverti il senso di profonda verità in tutto questo, falla tua, fanne uno stile di vita, mettiti sempre le scarpe da tennis, mai quelle eleganti. Be felpa man.
  • Non dare del poser a nessuno. Se qualcuno lo dicesse a te (ma proprio uno che è matto) te la prenderesti?
  • Non pensare di essere migliore degli altri per il semplice fatto di avere uno stile indie. Qualcuno potrebbe dire che sei hipster!

Ricorda: applica la protezione solare prima di uscire.

grazie a wikihow.