La forza di una pizza, un ricordo di Daniel Johnston

La prima volta che ho sentito Daniel Johnston ero al volante della Golf GL di mio fratello, la stessa macchina con cui qualche anno dopo avrei consegnato pizze per una pizzeria buonissima di Cesena. Che gran bel lavoro, consegnare la pizza, è un po’ come portare la felicità a casa delle persone (vale per tutti, tranne che per quelli a cui non piace la pizza, che sono pochi, ma ci sono). Alcune volte l’ho portata ai pazienti del reparto psichiatrico dell’ospedale. Non so come mai, non so quali astri benevoli s’incrociassero nel cielo, ma quando al pomeriggio ascoltavo Daniel Johnston, alla sera mi capitava sempre quella consegna, e mi s’innescava un corto circuito pazzesco dovuto all’incontro in un posto solo (la mia testa) degli psicopatici dell’ospedale più lo psicopatico che usciva dalle casse. No, scherzo, è una balla. Ma la morte di Daniel Johnston mi ha fatto tornare alla mente le consegne in psichiatria. Non era un’esperienza del tutto piacevole, ma comunque non ero preso male. Quelli erano matti veri, non come quelli che si vedono nei film, però la pizza gli piaceva un casino, ne sono sicuro, perché quando arrivavo erano tutti molto contenti, ognuno a modo suo. E in quel momento la pizza era la cosa in comune tra me e loro, anche se per pochi minuti. Io consegnavo felice i cartoni al dottore, prendevo i soldi e me ne andavo. A volte, ci scappava pure una bella mancia.

Don’t play cards with Satan

Daniel Johnston era schizofrenico. A meno che non lo siamo anche noi, non penso che possiamo capire la sua musica fino in fondo. Non possiamo sentire le cose come faceva lui, comprendere gioia, tristezza, semi-umorismo o autocommiserazione. Non possiamo identificarci. E ancora meno possiamo comprendere il suo stato catatonico di bomba da medicinali, a meno che non li prendiamo anche noi. Possiamo amare le melodie deboli ma giganti, essere presi bene o male per quello che dice. Ma lui non parla di sé e quindi di noi come un comune cantautore. Parla solo di sé. Daniel Johnston non era la rappresentazione della nostra cameretta, ma solo della sua. Dovremmo farlo ascoltare a quelli che stanno al reparto psichiatrico, loro potrebbero capirlo davvero. Possiamo capire davvero perché in Don’t play cards with Satan urla mille volte “Satan” come un invasato? No. È facile, da persona normale, assistere alla follia da semplice osservatore, senza esserne coinvolto in nessun modo. Guardi un mondo malato che è altro da te e non ci devi stare dentro neanche per un attimo. Per dire, guardi questo video su Antonio Ligabue, ami la malattia e il talento che lavorano insieme, perché è lì che l’arte diventa imprescindibile, quando nasce da una visione sofferta della realtà. Sofferta e parallela, mai intersecata alla nostra. Non può esserlo. Io, una volta consegnata la pizza, me ne andavo. Ci ripensavo, dopo, magari anche per un po’, ma me n’ero già andato. È facile essere fan di Daniel Johnston. Lo ascolti, ti rimane della roba dentro, magari anche per molto tempo, ma la vita continua. Per lui invece la musica era una condizione perpetua e necessaria, una via di fuga dalla malattia da tenere in vita tutti i giorni. Dalle canzoni non se ne andava mai, Daniel Johnston. O quando se ne andava, andava a stare ancora peggio. Cioè: è successo che non si presentasse ai concerti perché stava troppo male.

True Love Will Find You in the End

Però, se la teoria degli schizofrenici che possono essere compresi solo dagli schizofrenici fosse la sola valida, Daniel Johnston avrebbe avuto un pubblico più ridotto. In realtà ha conquistato il mondo. Quindi? Tra immedesimazione e condivisione c’è una differenza abbastanza sottile, però c’è. Nessuno può essersi immedesimato, ok, ma può aver condiviso cose con lui. Daniel Johnston parlava di stati d’animo, odio, amore, tristezza, e quelli sono comuni a tutti. La sua capacità di presentarceli scarni, ridotti all’osso, ma veri, li ha resi universali.

Si, ok… Però la sua musica rimane pur sempre il tentativo inutile di combattere la malattia e da questo punto di vista rimane insondabile per chi sta bene di testa. Non solo la musica. I disegni, il gelato, come dice qui, e tonnellate di medicine. Tutte armi che contro la malattia sono servite solo lì per lì, perché calmavano le acque torbide della sua mente. Ma sul lungo periodo sono state completamente inutili. L’arte non può curare il cuore, che se si vuole fermare si ferma e stop. Noi questo non potremo mai provarlo.

Quindi lui era noi e solo lui allo stesso tempo. Era raggiungibile e irraggiungibile, in lui universalità e insondabilità convivono. Le emozioni di un matto sono diventate quelle delle persone senza patologie mentali, il suo modo di combattere i demoni diventa il nostro, due mondi diversi condividono le stesse speranze e le stesse delusioni pur rimanendo diversi. Che cosa gigantesca.

Lo schizofrenico che dà voce a tutti diventa un po’ più normale? O siamo noi a diventare un po’ matti? NO è la risposta a entrambe le domande. Ma i punti di vista, il nostro e il suo, alla fine si sovrappongono. Il freak è uscito dal recinto dei freak. Ci ha raccontato le sue gioie e le sue paranoie e noi abbiamo capito che erano anche le nostre. È una roba inverosimile, ma è così. Ha superato il limite tra persone normali e malati di mente e li ha fatti incontrare davvero, ha trovato dei punti in comune e ha reso esplicito il fatto che sentiamo le stesse cose. Quanti artisti schizofrenici ci sono in giro? Sicuramente molti, ma la sua forza è più evidente, perché lui ha conquistato il mondo. Ok, magari non era ultrafamoso, ma era famoso. E non ha conquistato solo i poveri stronzi che ascoltano la musica che non piace a nessuno. Anche i National, i Wilco e i Pearl Jam gli hanno reso omaggio. David Bowie, probabilmente. Quanto e se questi omaggi possano influenzare i fan delle rock star che li hanno fatti è un dubbio interessante. Sicuramente non tutti sono in grado di comprendere la semplicità e la forza disarmanti di Daniel Johnston e molti lo liquidano con un “si, ma che tristezza”. Rimane il fatto che Daniel Johnston fosse nel cuore pure dei vostri fottuti paladini del rock e dovreste almeno essere curiosi. Dal momento in cui la notizia della sua morte ha iniziato a circolare, le bacheche dei social sono state invase da foto, canzoni e articoli su di lui. Qualcuno sicuramente a quel punto deve aver pensato, come succede sempre, “adesso fanno tutti finta di amare questo tipo, ma io non l’ho mai sentito nominare”. O “come mai prima non avete mai condiviso una sua canzone?”. Penso che sia sbagliato prendere Facebook come metro di conoscenza dei gusti degli altri, cioè dire “se non lo metti su Facebook non lo conosci”. Può non essere così. Poi magari qualcuno non conosceva Daniel Johnston, ha visto che un sacco di amici condividevano cose, ha avuto la curiosità di ascoltarlo, gli è piaciuto e l’ha condiviso. È una cosa bella lo stesso. Quindi, chiudendo questa parentesi, se nel 2019 non lo conoscevate ancora, dovreste farvi due domande e almeno tentare di rimediare. Ma non perché era famoso e lo dovete conoscere, ma perché era Daniel Johnston. Secondo me, poi vedete voi.

Tornando a bomba, da una parte c’è lo schizofrenico con tutte le sue manie, dall’altra, ma nello stesso posto, il cantautore che ha conquistato il mondo. Sono la stessa persona, sempre uguale, senza nessun compromesso per il successo. Quella stessa persona che ha creato, concretizzato, fissato per sempre e anche illuso la speranza per un sacco di gente, con la sua canzone più conosciuta, True Love Will Find You in the End. Anche i suoi disegni erano abbastanza conosciuti. Uno su tutti: Jeremiah, quello della maglietta, che compare più volte anche nel film Whip It (caricato per intero su YouTube). Tra gli altri ce n’è uno meno conosciuto, ma che mi piace moltissimo, che poi è quello che ho messo lassù. L’ha fatto qualche anno fa (nel 2015?) per la Supreme. Grazie a quel disegno, abbiamo la certezza di condividere con Daniel Johnston almeno una cosa: l’amore per la pizza. Sembra uno scherzo ma non lo è. Piazzando quella pizza lì, rendendola l’oggetto del desiderio di un personaggio che decide di non andare a scuola per mangiarla, Daniel Johnston ha aperto il suo mondo ancora di più e ad ancora più persone. Quelli a cui non piace la pizza sono pochi, abbiamo detto. Tutti quelli a cui piace non possono fare altro che sorridere di fronte a quel disegno, oltre a chiedersi per curiosità chi l’ha fatto se non lo sanno, perché tutti vorrebbero tantissimo saltare la scuola, il lavoro o qualsiasi appuntamento importante, ma un po’ palloso, e mangiarsi una pizza. Che quindi rappresenta la fuga, il gesto ribelle del nostro lato anticonformista. Tutti sognano almeno una pizza a settimana.

Ciao piccolo mostro, se il mio sogno di aprire una pizzeria si dovesse mai realizzare, nel menù ne metterò una che si chiama come te. Con salamino, carciofini e una tonnellata di mancarone. A quel punto del 21° secolo, chissà in quanti riconosceranno il tuo nome e la ordineranno solo perché si chiama così?

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