Il Natale più strano di sempre

targa

Venivamo da Tombstone, eravamo in macchina da 6-7 ore e io non mi sentivo bene. Il paesaggio aveva cominciato a cambiare dopo Phoenix ed era diventato quasi montano; in quel momento eravamo circondati da alberi e buio. Era il 2006 e non c’erano ancora gli smartphone, avevamo una lonely planet imprestata vecchia di 3 anni e usavamo le carte stradali.

Prima di uscire di casa mia mamma mi aveva detto di non fare cazzate. Di non infilarmi in situazioni pericolose, di stare attenta insomma. Lì per lì mi sembrava la classica cosa che si dice sempre. A un certo punto eravamo troppo stanchi e affamati per proseguire, e siamo usciti dall’autostrada per seguire l’indicazione di un motel. Ci siamo infilati in una stradina non asfaltata che ci ha portato in un bosco. Che non sembrava un bosco all’inizio ma insomma, era proprio un bosco molto buio.

Io mi sono presa subito malissimo. Giacomo ha cominciato a scherzare e mi ha distratto il tempo necessario per arrivare al motel, che era una schifezza di chalet proprio nel mezzo del bosco. Giacomo è sceso per andare a chiedere se avevano una camera. C’erano solo un paio di macchine oltre alla nostra, io sono rimasta da sola 3 minuti in macchina e di colpo mi è arrivato tutto addosso: la faccia preoccupata di mia mamma, Venerdì 13, Twin Peaks, Psycho, The Blair Witch Project, Cappuccetto Rosso, tutto proprio. Mi sentivo leggermente stordita e avevo una fame boia. Era il 24 dicembre.

Io non mi ricordo di essere sceso per andare a parlare.

Quando è tornato in macchina gli ho detto che non volevo dormire lì, e lui che guidava da ore non era proprio contento. Comunque siamo ripartiti e siamo andati a Flagstaff.
Avevamo una prenotazione a Flagstaff nell’unico Ostello della Gioventù ma per la sera dopo. Avevamo chiamato e non avevano posto quella sera. Abbiamo preso una camera in un motel a caso, pieno di gente e ben illuminato. Poi siamo andati a cercare da mangiare.
C’era la neve e faceva un gran freddo.

Sulla guida e su tutto l’internet di allora Flagstaff era indicata come una cittadina universitaria ridente e piena di vita. L’avevamo scelta perché era vicina a un po’ di cose che volevamo vedere. Comunque, quella sera era tutto chiuso e non c’era un cane in giro. Dopo aver girato un po’ in macchina in centro abbiamo trovato un pub aperto. Ci siamo fiondati dentro e c’erano mille persone, studenti universitari orfani di natali casalinghi che erano rimasti lì a sbronzarsi. La cucina aveva chiuso 10 minuti prima, ovviamente. Chiediamo un po’ in giro e qualcuno ci dice che l’unico posto aperto poteva essere il Benny’s. Ci andiamo di corsa.

Il logo di Benny’s è giallo e rosso, con toni molto decisi, come tutto quello che ci hanno portato da mangiare. Mi ricordo tre camerieri, un ragazzo corpulento, un indiano e una ragazza senza nessun segno particolare. Il pane dell’hamburger aveva lo stesso colore del pacchetto del mio regalo per la Fede e poco dopo avrei scoperto che il pacchetto del suo regalo per me aveva lo stesso colore dell’insalata.

Benny’s è una catena di fast food leggermente retrò e non proprio economica dove normalmente non mangerei neanche morta. Quella sera però non c’era da far gli schizzinosi. Abbiamo mangiato una qualche schifezza con i camerieri che ci fissavano da lontano perché volevano chiudere e andarsi a casa visto che anche per loro era la fottuta vigilia di natale. Abbiamo lasciato una mancia maggiore del solito perché gli eravamo grati di non averci lasciato senza cena. Potevano essere le 9 oppure le 2 di notte, non mi ricordo.

Siamo tornati in albergo e io mi sentivo così triste. Non riuscivo a scrollarmi di dosso il fatto che fosse la vigilia di Natale e io ero così lontana da tutto quello che mi era familiare, mia mamma e mio babbo soprattutto, l’albero di Natale, il mio letto, il mio gatto, i cappelletti in brodo, cose così. E poi non mi sentivo per niente bene.

La mattina dopo per qualche ragione che non ricordo dovevamo riconsegnare la macchina. L’abbiamo fatto, poi siamo andati all’ostello che avevamo prenotato e abbiamo preso la nostra stanza. Io ho cominciato a sentire un gran freddo, mi girava la testa e mi sentivo molto debole. Ho capito poco dopo che mi era venuta la febbre, una febbre storica, e che non avevo né il termometro, né la tachipirina, né un dottore. Era il 25 dicembre e nonostante fossimo in America in quel bel paesello di montagna NON C’ERA UN CAZZO DI NIENTE DI APERTO.

Ho chiamato mia mamma per farle gli auguri. Le ho detto che andava tutto alla grande. Poi mi sono messa nel letto a piangere e battere i denti e Giacomo è uscito per cercare qualcosa, medicine, cibo, cose così. L’ostello era deserto.

Flagstaff-malattia

Mentre scendevo le scale per uscire era successo qualcosa nella camera in fondo al corridoio a sinistra della nostra porta. Niente di grave, qualcosa come un ospite che si era lamentato per una cazzata e il proprietario si era arrabbiato, ma non ricordo bene. Fuori, in giro, c’era il sole sul ghiaccio e nessun altro. Principalmente cercavo da mangiare, quindi giravo in ogni via in cui credevo possibile che ce ne fosse. Potevo guardare nei bidoni, non c’ho pensato. Ce n’erano molti. Mentre passeggiavo tutto sommato abbastanza sereno, con una mise da turista che si vedeva da un miglio, mi si è avvicinata la macchina della polizia, ha accostato e mi ha fermato. Erano in due, mi hanno chiesto chi ero, cosa ci facevo in giro il giorno di Natale, un documento, perché ero negli Stati Uniti, se c’era qualcun altro con me, dove alloggiavamo e dove eravamo diretti. Erano molto gentili ma sospettosi. Quando gli ho detto che cercavo uno spaccio per comprare qualcosa da mangiare sono stati anche inutili, veramente parchi di informazioni. Insomma, dopo un po’ han capito che non ero un terrorista che si voleva fare esplodere uccidendo nessuno nel centro di Flagstaff il giorno di Natale, e se ne sono andati, facendo scivolare pian pianino LO pneumatico sceriffico sul poco ghiaccio sul ciglio della strada. Io mi sono rimesso le cuffie, con i Man or Astroman di cui andavo matto, ho fatto un altro giretto, fatto in tempo a vedere da fuori il teatro Orpheum che non avevo mai sentito nominare ma ero sicuro che c’avessero fatto concerti bellissimi, e sono tornato a casa.

Giacomo è tornato 8 ore dopo, e io volevo ucciderlo perché era senza cibo ma allo stesso tempo lo amavo alla follia perché nelle ore precedenti mi ero sentita davvero miserabile e sola.

Abbiamo deciso di uscire insieme. Mi sono messa addosso tutti i panni pesanti che avevo (avevo comprato un maglione di lana grosso e lungo fino alle ginocchia che teneva un gran caldo e che chiamavamo “il budello” perché sembrava l’esterno della salsiccia e mi faceva sembrare, nell’insieme, una salamona ambulante; in quell’occasione comunque mi salvò la vita). Presto sarebbe stato buio e se avevamo una possibilità di trovare qualcosa da mangiare era ora o mai più. Può sembrare un po’ estrema come affermazione ma è esattamente così che ci sentivamo.

L’aria fresca mi fa sentire un po’ meglio. O forse è la fame che mi riattiva il cervello. Comunque camminiamo un po’, e Flagstaff mi fa pensare a quei film di Ken Loach ambientati in quei sobborghi inglesi grigi e disperati ma con una bandiera americana in qua e in là. Incontriamo un cinquantenne che si stringe nel giubbotto (ha ricominciato a nevicare, ovviamente) e gli chiediamo se c’è qualcosa di aperto in giro e lui ci dice la parola magica: THE MALL. Ci spiega che il centro commerciale è chiuso ma che il cinema è aperto e che sicuramente lì si può mangiare qualcosa. Solo che ovviamente è lontanissimo e proprio mentre cerchiamo di capire come trovare un taxi io vedo la porta di una casa che si apre e 2 ragazze in minigonna e canotta, scalze, giuro, senza calze e senza scarpe, che camminano sulla neve ridendo e entrano in una macchina. Busso al finestrino e gli chiedo un passaggio fino al cinema. Loro dicono di sì e ci fanno entrare. Giacomo è leggermente sconvolto quando gli faccio segno e gli urlo che abbiamo un passaggio.

In macchina ci siamo seduti dietro, sopra a una montagna di vestiti sparsi e con un barboncino che abbaiava e si dimenava, le tipe erano ovviamente strafatte di qualcosa che volevamo anche noi e si sono messe a ridere come pazze quando gli abbiamo detto che volevamo andare al cinema. Io le amo e le amerò per sempre.

Dai dai che andiamo a un rave. Le condizioni di salute non erano delle migliori, ma avevo già visto tutto: un party tra le montagne, in uno chalet. Un altro chalet. Noi che strippiamo perché non si arriva mai dove dobbiamo arrivare e a un certo punto la macchina entra nel bosco. Diciamo “Raga, non credo sia questa la direzione giusta”, loro ridono, noi tentiamo di prendere in ostaggio il cane ma ci addentriamo sempre di più nel bosco, arriviamo alla casa, piena di gente, scendiamo per forza e passiamo la serata senza essere in grado di goderci la festa, all’inizio, poi ci ubriachiamo e ci droghiamo come due invasati. La mattina dopo: boh, ma nessun serial killer in maschera è intervenuto. Invece niente, a un certo punto la macchina svolta a sinistra e in fondo alla via c’è un casermone tutto illuminato con un grande parcheggio di fianco.

Il cinema era una specie di multisala e davano Casino Royale che in Italia doveva ancora uscire e io ero carichissima. Abbiamo mangiato chili di pop corn e patatine e caramelle e coca cola e Giacomo a un certo punto ha preso una pizzetta che non aveva un bell’aspetto ma lui dice che era buona. Io non l’ho presa perché c’era troppo pomodoro. Il film è bellissimo, il primo 007 con Daniel Craig, alla fine quasi mi commuovo. È il giorno di Natale.

La pizzetta era alta un tre dita, lato lungo 10 centimetri, ed era molto buona. Sopra non aveva vero pomodoro, la mozzarella non era mozzarella, e non era fatta con l’impasto per la pizza. Il sapore che aveva era quello ottimo della Speedy Pizza, però era brutta. Io di 007 ho capito poco quella volta ma mi ricordo che, rispetto alle sale delle nostre multisala, lì la quantità di cibo portata dentro dalla gente era enorme. Non è un gran scoop, ma non ero mai entrato in un cinema americano e mi fece effetto. Alla fine della proiezione, abbiamo trovato un autobus che ci ha riaccompagnato all’ostello.

Non ricordo come siamo tornati a casa, forse abbiamo preso un taxi, o trovato un passaggio da qualcuno. Stavo veramente male. È stato il giorno di Natale più strano di sempre.

Il giorno dopo mi sono svegliata e stavo benissimo.

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