SPEEDY ORTIZ

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Lee Ranaldo, Steve Shelly and The Dust sapevo che mi sarebbero piaciuti, le certezze servono per farti stare tranquillo. Speedy Ortiz no, non lo sapevo. Uscito dal Beaches Brew, la loro semplicità e spontaneità nell’amare un certo tipo di musica e farla mi sono rimaste dentro al cuore. La gente non se li è cagati molto, era il concerto di apertura del festival, quindi di loro su INSTAGRAM c’era solo la mia foto e il padrone dell’Hana-Bi si è stupito così tanto di trovarne una che ha fatto ‘mi piace’. Quando si parla del Beaches Brew 2014 si parla, giustamente perdio eh, di Neutral Milk Hotel, o addirittura di Disappears. Ecco gli Speedy Ortiz (giro produttivo Kolderie e Pizzoferrato, un album e alcuni ep) sono un gruppo forse ancor meno necessario dei Disappears, perché non pascono una tendenza che regge ancora dai tempi in cui gli Interpool erano i più cool, tanto più che escono con un nuovo album tra poco. Live fatto di incastri impeccabili, ma i Disappears si autocircondano di un’aura epica che non mi piace, le canzoni non sono i miei calzini preferiti e mancano di originalità, ma non è la mancanza di originalità in sé a rappresentare il difetto, sono i suoni delle canzoni che sembrano creati con una provetta, anche dal vivo, non solo su disco. Gli Speedy Ortiz invece sono molto peggio: derivano dagli Sleater Kinney e da cento altri gruppi già belli spianati dal passare del tempo, come di sicuro Sonic Youth, Breeders o Pavement. Ma vederli dal vivo è come vedere boh il gruppo del liceo più bravo tra i gruppi del liceo, quello che suona davvero bene e che ti stupisce, quello di cui tutti dicono che farà strada. Sadie Dupuis era vestita come una ragazzina in uscita per andare a raccogliere le ciliegie ed è possibile che abbia anche turbato qualcuno, sessualmente. Il suo approccio era ‘Ok adesso cosa facciamo già? Basketball? Ok, andiamo’. Gli occhioni azzurri li spostava dal cielo dietro di noi alle corde della chitarra (ehh.. quanta bellissima insicurezza) al batterista, e si buttava sulle canzoni con un’impellenza e una voglia che, si, si vede in giro, ma rivederla fa sempre bene. Gli altri più a meno a ruota e perfettamente allineati. Bassista e chitarrista pacati, il batterista cercava di fare battute simpatiche, perché ci sta sempre lo sborone* che tenta di sdrammatizzare una situazione in cui sei tesisissimo. Una metà di loro cercava di sembrare quelli che aprono un festival in cui alla sera suona Lee Ranaldo, l’altra metà aveva lo stomaco in gola che offuscava ogni possibilità di ragionamento e reazione se non quella di suonare delle corde. Sono in tour negli Stati Uniti più o meno sempre ma non così tanto da abbattere la tensione e l’emozione di suonare per la prima volta in Italia. Quella tensione si riverberava sulle linee di chitarra – in diversi momenti veramente apprezzabili, melodiche o melodiche ma apparentemente smontate e contrapposte alle voci pop (per tutto questo è uno delle band preferite di Pitchfork) – ed è stata la forza più grande del set degli Speedy Ortiz, una botta di quelle che dai solo quando sei adolescente e suoni in un gruppo di amici che fa musica che ti piace un casino e quando vai in giro a far concerti la cosa più importante è fare le canzoni vadano come vadano basta che vadano bene perché dopo sono paranoie. Sono andate benissimo, e la bellezza della maggior parte dei pezzi (MKVI, No Below, Plough…) di Major Arcana (2013) e Real Hair (2014, tra l’altro superiore al precedente e con un pezzo che vale tutto, Oxygal), mai sentiti prima della della sera prima, quella bellezza è venuta fuori lievitata dall’attitudine degli Speedy Ortiz a suonare guardando il cielo, e non il pubblico, e tirando dritto come se niente importasse tanto in realtà importa tantissimo.

* sborone significa persona boriosa e ho scoperto adesso che non è un termine solo romagnolo, ma appartiene al vocabolario italiano.

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