Albert quest’anno introduce i film al buio. Stasera non l’ha fatto perché in sala c’era Valerio Evangelisti.
Qualsiasi lavoro facciate immaginate di amarlo e poi che vi taglino la mano destra, se siete destri, o la sinistra se siete mancini. Un incubo. Segue disperazione. Immaginate che la mano torni da voi per riattaccarsi, ma voi non la volete perché ora avete un moncherino gigante e perché lei è molesta. Secondo incubo, e grande tristezza per la mano che vuole solo salvarvi la vita. Immaginate anche che alla fine della storia la mano se ne vada sola, perché si sente rifiutata. Tragedia della separazione. Questo è il drama di Bloody Knuckles. Il gangster di Chinatown che recide Travis perché ha pubblicato un fumetto che lo sputtana e perseguita la sua ragazza Amy, la giornalista, perché ha scritto un articolo che lo distrugge, e tutto il discorso (serissimo) sulla libertà di espressione sono bazzecole rispetto al dramma della della mano, black drama. C’è anche un poliziotto corrotto che va puttane, ma è cosa già vista. Inoltre, non me la sento di chiamare in causa ancora la Troma. Be free from Troma state of mind, qui di Amy non ci fanno vedere neanche una coscia. Il solo problema di questo film è il ritmo, ci sono tempi più morti di me sul divano e sketch tra Travis e la mano ripetuti fino al vomito verde. La maggior parte delle volte non fa ridere, altro grande problema. Ma Mahoney era il nome del re di Scuola di Polizia. E la mano è truccata benissimo. (tra il 6 e il 7)

Il Rape and Revenge è un credo, una religione, dal momento in cui vedi I Spit On Your Grave se ti piace ti piace più o meno per sempre, e ogni volta che la trama di un film è riconducibile al genere parte un interesse che va al di là della serietà del tema affrontato: di base non bisogna crearsi aspettative sulla denuncia, ma andare a cercare più il piacere di vedere un film tutto stupro e vendetta, come una pellicola sulla rinascita e la rivincita, ripulite di tutte le connotazioni sociali e politiche, che ci sono ma devono rimanere fuori campo. Accettato solo qualche risvolto psicologico. Ma il Rape and Revenge non è un genere facile da mettere in scena, perché lo devi prosciugare delle cose di troppo e farlo scarno e secco, a meno che tu non stia girando Kill Bill. Ed è meglio farne uno sulla falsa riga di tutti gli altri che non uno che vuole essere per forza una variazione sul tema. Ai fan piacerà sempre – se vuoi allargare il tuo pubblico, scegli di fare una commedia porno romantica. Il problema di Julia è questo. La storia. Una ragazza viene stuprata e dopo un periodo di rielaborazione della violenza decide di vendicarsi. Lo fa infierendo sul cazzo, tagliandolo in modo diversamente teatrale a tutti i suoi carnefici, vestita di un impermeabile in pelle nera oversize. Sbaglia solo ad affidarsi a qualcun altro per portare a termine la missione, e pagherà l’errore. Mai mettersi nelle mani di uno il cui padre da piccolo gli ha tagliato il pisello e che ora per vendicarsi del mondo infame ha deciso di raccogliere cazzi di stupratori in giro per la città e raccoglierli tutti in un unico contenitore. Container di cazzi. Gli attori sono bravi, le musiche fanno cacare, la sceneggiatura ancora peggio. Può interessare la variazione sul tema, ma è un percorso pieno di insidie, soprattutto su un genere che ha già tanta carica di violenza e pathos di suo. Difficile cercare di buttarne su di più senza sbagliare. Non è il soggetto a essere ridondante, quanto la messa in scena. I ralenty e le musiche (cori lirico onirici o canzoncine giapponesi), i dialoghi e le maledette inquadrature contro luce. In più, il raccoglitore folle di cazzi mozzati è un personaggio insfangabile, fisicamente un incrocio tra Terminator e Tyrion Lannister, moralmente impresentabile. Uccidetelo. Da vedere: la scena del pene in erezione mozzato alla base, che è quasi come l’occhio tagliato di Un Chien Andalou. (5)