I Dinosaur Jr live a Salerno presentano il nuovo album

Dino of the Stonehenge

Siamo lieti di annunciare che i Dinosaur Jr. suoneranno al Neapolis Festival, che si terrà il 18 e il 19 luglio 2012 a Giffoni Valle Piana (Salerno), per presentare il nuovo album in uscita a fine agosto su Jagjaguwar (forse avete già letto la notizia su www.freakout-online.com).
Saranno headliner della due giorni, insieme a Patti Smith: la Patti suonerà il 19, i Dino il 18.
A proposito di novità, questo è un bel video, caricato non molto tempo fa ma riguardante le registrazioni dell’ultimo Farm (2009). C’è, tra le altre cose, la versione completa di I Don’t Wanna Go There e una simpatica intervista.

Attendiamo più dettagli dall’organizzazione del Neapolis Festival, in particolare sul costo dei biglietti.

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Visto che i Dino stanno preparando un nuovo album, che uscirà alla fine dell’estate, e che ogni tanto c’è estremo bisogno di buttare in pasto all’internet un ennesimo articolo sulla band, riassumiamo per canzoni memorabili e video la loro carriera.
Era il 1985 quando uscì Dinosaur per Homestead Records. La formazione era quella attuale, prima del cambiamento e del grande ritorno. Il nome dei Dinosaur Jr. era solo Dinosaur, Murph (ex All White Jury) aveva un sacco di capelli, J. Mascis aveva i capelli neri e Lou Barlow sembrava John Cusack in Sixteen Candles. Prima di questo disco c’erano stati i Deep Wound, ma anche gli Heavy Blanket. La prima canzone di Dinosaur è Forget the Swan.

Stessa formazione (con un intervento della voce di Lee Ranaldo in Little Fury Things – la miracolosa chitarra, spesso ricollegata a Husker Du, al noise, agli anni ’70, al metal… praticamente a tutto, è solo di J. Mascis) ma nome diverso (i Dinosaur sono diventati Dinosaur Jr.) per You’re Living Over Me, del 1987 (SST Records). Sludgefeast è il sound anni ’90, non solo per la chitarra, ma anche per le ritmiche.

Bug esce nell’88 per SST Records. Dentro c’è Freak Scene, ma ci ascoltiamo Don’t. Why?! Why don’t you like meeeee?!? È una domanda che ci siamo posti tutti.

Green Mind (Blanco Y Negro/Sire) è del 1991. È il disco della diaspora: Lou Barlow non c’è più e Murph suona solo in tre canzoni. J. Mascis produce, performa, scrive: spadroneggia. Preziosissimo questo video del 1991.

1993. Where You Been (Blanco Y Negro/Warner Music). J. Mascis scala le classifiche mondiali, con Get Me e Start Choppin. Murph suona per l’ultima volta prima del ritorno in Beyond nel 2007: nel 1995 va a suonare nei Lemonheads. Naturalmente di Lou Barlow neanche l’ombra (nel ’93 esce anche Bubble and Scrape dei Sebadoh, bestiale progetto di Barlow partito nell’86, con primo album nel ’90 – si chiama The Freed Man, Barlow lo scrive con Eric Gaffney e contiene canzoni VERAMENTE lo-fi e deliranti). In Where You Been J. Mascis suona più o meno tutto. Dentro c’è Not the Same. Ecco un romantico fan-video.

J. Mascis prosegue la sua avventura con Without A Sound (1994, Blanco Y Negro/Sire/Reprise) con il quale raggiunge di nuovo i vertici delle classifiche, grazie a Feel the Pain. Mike Johnson suona il basso, Mascis armeggia anche sulla batteria. Intanto, Lou Barlow esce con il primo dei Folk Implosion.
A tutt’oggi, con Feel the Pain si poga di brutto.

A Hand it Over (1997, Blanco Y Negro/Reprise/Warner) sono affezionato, perché è per il tour di questo album che li ho visti per la prima volta dal vivo.

Passano dieci anni prima della pubblicazione di Beyond (2007, Fat Possum), album storico per il ritorno alla formazione originale J+Lou+Murph. Intorno (se non ricordo male) al 1999 si legge in giro dello scioglimento dei Dinosaur Jr. Negli anni compresi tra il ’98 e il 2006 J. Mascis fa uscire due album con la band The Fog. Nel ’96 era uscito Martin+Me, primo solo, e nel 2011 è arrivato Several Shades of Why: entrambi tutta un’altra storia. Nel 2006 Barlow pubblica Emoh.
Beyond è un disco meraviglia e la copertina spacca. È un grande ritorno.

Ocean In the Way è la terza canzone di Farm (2009, Jagjaguwar). Suona leggermente diverso da tutto il resto quest’album, ha un sound più pieno e distorsioni meno secche ma presenti, sempre comunque.
Aspettiamo l’estate, poi la sua fine: prima della fine del Mondo del 21/12/2012 i Dino faranno uscire il loro nuovo album.

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Heavy Blanket: blaze guitar, basso, batteria e cantina

Il suo nome è Johnny Pancake ma non so se è lui quello che cercavo.

Batteria che colpisce i quarti necessari poi rulla molto spesso, basso sempre presente, sempre con lo stesso giro, poi chitarra che svisa. Così inizia Heavy Blanket, il nuovo-vecchio progetto di J. Mascis con Johnny Pancake e Pete Cougar (la prima traccia si chiama Galopping Tow Ard the Unknown).
Per sentire qualcosa di più peculiare dobbiamo aspettare la seconda canzone (Spit in the Eye: 7 minuti e 57 secondi), dove a un tratto tutto cambia e si trasforma in un inseguimento tra il basso e la batteria, con J. Mascis che impazzisce e si diverte (più o meno) ad andarci intorno. Tutto torna insomma: l’album suona come quelle cassette registrate in cantina quando chi suona si lascia andare e non si preoccupa di trovare una melodia, ma solo di tenere su il pezzo tramite una sorta di struttura. Tutto qui, il resto viene in quel momento affidato alla chitarra che traballa ma non perde mai gli accenti giusti. Il basso e la batteria non fanno poco: tengono su tutto, con una certa pazienza, ripetitività (ma anche variandosi) e potenza. Il basso in Spit in the Eye è davvero mastodontico.

Pete Cougar, il primo ranger della Snoqualmie National Forest, qui fotografato di fronte a un grizzly appena ucciso. È lui.

È interessante perché Heavy Blanket intreccia passaggi epici alla Kyuss a passaggi da sottoscala, e tutto diventa un’unica cosa. Blockheads è molto molto scazzona, apparentemente, ma sono i passaggi del batterista e la velocità che danno questa sensazione: dopo un po’ ti accorgi che anche il basso ci sta dentro. In realtà ti rendi conto che nulla sarebbe se non ci fossero quel tipo di basso e quel tipo di batteria alle spalle di una chitarra così destrutturata. Batteria che batte dove deve, basso che batte dove deve, batteria che ogni tanto si perde, basso che ogni tanto si perde (lo fanno insieme, ma non sempre): questa fluidità permette di avere una sezione ritmica impeccabile. Sebadoh e furiosi anni ’90 vengono in mente con l’incipit di Corpuscle Through Time, dove però J. Mascis e la sua chitarra sono così epici da ricordare un po’ anche i Pink Floyd. Basso e batteria sempre uguali (circa), con un giro già sentito (certo), ma sempre efficace (sicuro): non è certo un pezzo per chi cerca di conquistare una donna. Ma è, in fondo, un pezzo per ballare in un angolo, scuotendo la testa su e giù.


Eccolo, poi, il basso che cambia un po’ taglio e ricorda un poco gli Shellac: Dr. Marten’s Blues. La strofa alterna più o meno all’infinito una prima parte ritmata e una seconda parte fatta di due note di basso, e giù di batteria che tiene il passo. Si tratta dell’album ideale da ascoltare per chi ama l’atteggiamento da cantina: prendiamo una batteria, le facciamo dei suoni colmi e un po’ dilatati; prendiamo un basso, lo facciamo andare a palla ma lo incolliamo alla batteria; prendiamo una chitarra e la facciamo andare a ruota libera, con gli accenti giusti. No Telling No Trail (ultima canzone: 8 minuti e 22 secondi) rallenta un po’: sembra che la stanchezza abbia preso il sopravvento dopo la session dei cinque pezzi precedenti. Non è stanchezza della fantasia, è stanchezza fisica.
Ma quante diavolo sono le (ultime) anime di J. Mascis, tra Several Shades of Why (ultimo album solista), Heavy Blanket e (come sempre) Dinosaur Jr.? Non si può dire che questo Heavy Blanket sia accostabile a qualcuno degli altri progetti/prodotti che ha fatto uscire nell’arco degli ultimi mesi. È la Desert Session di tre ganzi gonzi che si sono ritrovati e che, se te li metti in cuffia, creano il vuoto intorno.
Qui lo streaming totale dell’album, che uscirà martedi 8 maggio.