La Storia del Punk di Stefano Gilardino: degli appunti impressionanti, anche un anno dopo

Fat Mike è uno strippone. Nel 2016 Londra ha festeggiato il 40° compleanno del punk con iniziative istituzionali: è stato l’atto definitivo della morte del punk, del suo lato ufficiale. Altrove, fuori da queste iniziative che cristallizzano ciò che è stato e che non esiste più, il punk c’è ancora. In particolare c’è un’idea che lo tiene in vita: fare qualcosa di diverso. Questo è il punto di partenza del libro di Gilardino. E questo post è un po’ un delirio, ma ho cercato di mettere giù le cose a cui ho pensato leggendo e a partire dal libro. La Storia del punk di Stefano Gilardino è uscito a ottobre 2017. Un anno fa. Adesso è uscito “Il quaderno punk 1979-1981. La nascita del nuovo rock italiano”, sempre suo, e mi si è sbloccato questo articolo che avevo fermo lì dall’anno scorso. Incredibile.

La Storia del punk racconta, oltre a tutto il resto, le cose più tradizionali del punk, quelle festeggiate a Londra, e ne mette in evidenza la vecchiezza ma anche l’eredità più importante, cioè la voglia eterna di cambiamento rispetto a quello che c’era prima. Negli anni questo atteggiamento ha creato tanti generi musicali.

Fat Mike dei NOFX dice: “Quando suoniamo in Italia, per esempio, ma anche in Spagna, Brasile o in Giappone (praticamente dappertutto tranne che negli Stati Uniti ndr), vengo spesso assalito da ragazzi che mi chiedono un autografo e mi trattano come una fottuta e stupida rockstar. Una volta una cosa del genere non sarebbe mai successa, tutti eravamo allo stesso livello, non c’erano distinzioni tra band e pubblico. Mi sento veramente a disagio in quel genere di situazione e così sono costretto a bere e a drogarmi per sopportarla”.

Nel libro c’è una tensione forte tra spinta al cambiamento e fine della spinta. La dichiarazione di Fat Mike è così buona da permetterci di tirare fuori un punto di vista direi completo sul punk in prospettiva verso il passato. Quella dichiarazione riassume la tensione, musicale, economica, di principio e persino interiore senza la quale non ci sarebbe nessuna spinta. Quando sei giovane, sei punk, poi magari ti capita di diventare famoso e contemporaneamente invecchi ed è un insieme letale di cose: che tu rinneghi la fama oppure no, se il tuo cervello non è completamente bruciato, ti rendi conto che del punk a quel punto – visto che sei finito dentro un meccanismo che non governi più senza compromessi – non esiste che il principio, che tra l’altro è cristallizzato nel passato. Il passato viene idealizzato e diventa oggetto di venerazione ma quando il punk è nato era anti-venerazione e anti-auto-venerazione della musica degli anni ’60: cambiamento, appunto. Quindi, di base, l’idea è tradita. Fat Mike non sopporta i ragazzi che lo venerano ma lui venera il passato. È la storia e il problema del punk che, significando di per sé cambiamento, ha sempre cercato di rigenerarsi e reinventarsi, mangiandosi e vomitandosi (un’immagine coerente) in una forma diversa che poi è stata mangiata e vomitata a sua volta da un’altra musica diversa e via dicendo. La nuova guardia di turno tenta di cambiare le cose, una parte della vecchia si adegua e dà il proprio contributo significativo ma l’altra parte della vecchia guardia conserva quella che ormai è diventata la tradizione. E questa parte è attaccata al passato, mette la tomba sull’idea anche se crede di darle seguito, generando strati di fan che rimangono fedeli alle cose vecchie perché erano meglio. Non è semplicemente “i giovani distruggono, i vecchi conservano”, no, è un moto irregolare in cui si muovono gruppi e personaggi con percorsi diversi rispetto a tradizione e novità, ma la lotta tra tradizione e novità rimane una costante e musicisti e fan che venerano il passato, pensando di essere ancora coerenti con l’idea, ce ne saranno sempre. È umano essere innamorati del gruppo di quando eravamo giovani. E quello che è umano a volte distrugge l’idea, anche se crede di sostenerla.

Dal punto di vista musicale, gli stili sono sempre quelli, sono ormai stremati e la forza sovversiva dell’idea è sepolta nella loro reiterazione. L’idea ormai è diventata talmente “la regola” da non riuscire più a produrre davvero qualcosa di diverso. Però è viva e anche continuare a fare qualcosa di diverso nello stesso modo per anni e dopo anni, dà a chi lo fa la sensazione di fare davvero qualcosa di diverso, gli dà sicurezza e senso di appartenenza a un gruppo di persone che ha la stessa visione.
Da qui la discussione sempreverde, perché una voglia di cambiamento nella musica c’è sempre: visto che adesso è quello il genere in cui c’è più spinta a cambiare le cose, è l’elettronica il punk di oggi?

Che stress l’altrove. Torno al punk rock e cerco di continuare a pensare. Il punk è una lotta alla noia, con qualcosa di diverso, e anche un po’ ripugnante (all’inizio i Suicide li schifavano tutti). Forse il concetto di punk ha cambiato casa nel corso del tempo, proprio perché il rock è stato macinato troppo dal marchingegno. Cercare il punk altrove non è una novità, l’ha già fatto qualche anno fa il post punk unendo funk, dance e rock e arrivando addirittura a essere più punk del punk, o l’hanno già fatto i Suicide che avevano capito subito che per essere punk bisognava non fare il punk rock. Per dire.

Se ci pensate, è una bella contraddizione da reggere: tieni fede all’idea alla base di tutto (che consiste in cambiare le cose) ma se tieni fede vuol dire che non le cambi, anche se magari le cambi davvero facendo una cosa diversa da quelle che sono già state fatte. Ma lo fai per tenere fede all’idea. Ci credo che Fat Mike è andato in confusione. Cambi il modo, non cambi il cuore della questione: l’idea è sempre la stessa. È un marchingegno infernale in cui è sempre necessario ricominciare daccapo, rimettendo in gioco le forze vecchie o trovandone di nuove, con un ritmo di scouting naturale incredibile, rimasto altissimo nei decenni e che inevitabilmente ha avuto dei momenti di down sia a livello di qualità che di quantità. La storia del punk racconta l’eterno tentativo di fare un refresh. Ed è un tentativo riuscito anche troppe volte. Punk, Post punk, New Wave, Hard Core, Heavy Metal, Grind, Emo, Lo-fi sono tutti collegati da quell’idea: rompere con quello che c’è stato prima, creare qualcosa di nuova rispetto ai precedenti. La storia del punk racconta la storia della necessità di auto-cambiamento di un unico grande blob ribelle con all’interno un sacco di sotto-blob più ribelli di lui che nascono di volta in volta e cambiano le regole. È la storia del punk e della musica di rottura in un contesto preciso: dentro alle chitarre elettriche, circa. L’ho chiamato blob perché in effetti ha travolto tutto, e diverse volte, ma a guardarlo adesso mostra la corda da un po’. È come guardare il film Blob e la massa che esce dal cinema: che idea meravigliosa dici… però lo vedi che è vecchio.

A questo punto della questione posso parlare dell’orizzonte temporale del libro che, partendo dalle prime cose che mostrarono irritazione nei confronti delle mega rock band super tecniche degli anni ’60, dà alla storia un respiro diverso rispetto al solito: nello specifico, parte 10 anni prima, dal 1966 e dai Velvet Undreground (e arriva fino al 2016). Parla di America quindi, non solo di UK, ma soprattutto parla di tutto il mondo, prendendo in mano l’idea del punk e seguendone il filo, fino al Brasile dei Sepultura, per dire.

Chitarre strumento egocentrico. A questo punto della questione s’inserisce anche il modo di usare le chitarrazze. Il tipo di musica non è una costante del punk rock, perché non è possibile dare sempre la stessa forma a un’idea, ma le chitarrazze ci sono quasi sempre e sono quelle attraverso cui passano tutti i cambiamenti. Quando non ci sono, sono importanti lo stesso, perché è proprio il fatto che non ci siano, o ci siano meno, che rende il gruppo diverso. Per esempio i Devo o ancora di più i Suicide. La Storia del Punk individua la capacità di tutti i gruppi punk del mondo di incidere sull’esistente e di contribuire al cambiamento con (o senza) le chitarrazze, mantiene con coerenza, controllo e attendibilità la linea del racconto, spaziando da un genere all’altro ed esplicitando collegamenti (tipo Punk rock, HC, Heavy metal, Grind) che assumono tutto il senso che devono assumere solo se posizionati sul percorso del cambiamento e inseriti nella riflessione 1966-2016.

A questo paragrafo sulle chitarrazze c’è da aggiungere che non cambia solo la musica, ma anche l’atteggiamento. Ad esempio, all’inizio c’era il no future, poi ci si è rotti il cazzo del no future e si è passati allo straight-edge. Poi ci si è rotti anche dello straight-edge e lo si è messo in discussione. Eccetera. Dentro ci sono punti di vista diversi e idee opposte su cosa dovesse significare e essere la musica punk, veloce o no, violenta o no, major o no, mezzo ed espressione della lotta sociale, della libertà di pensiero o dell’identità sessuale. Ah, nel libro ci sono anche i riferimenti precisissimi alle forme d’arte e di espressione non satellite ma cuore del punk: fotografia, cinema, grafica, giornalismo. Una visione A 360 GRADI, insomma, un lavoro della madonna. E in questo moto continuo di arti e cambiamenti, ci sono i nomi di chi il cambiamento l’ha costruito, un sacco di nomi della scena mondiale, anche quelli meno noti.

Il ruolo cruciale dei meno noti. Ludo Mariman, Elton Motello, Michael Gramaglia, Arturo Vega, Tom Bongiovi, Billy Ficca, Jimmy Rip, Peter Carcinogenic, Tommy Tubercolosis, Roberto Valverde, Chavo Pederast, Joey Shithead Keithley, Gordo, Steve Ignorant, Eric Stump, Vinnie Stigma, Al Barile, Arthur Smilios, Billy Milano (che mi ha ricordato quelli tipo Dean Martin, al secolo Dino Martini), David Spacone, Mark Trombino, Eddie Spaghetti, Sandy Banana, Chainsaw Sally, Helena Velena, Nine Inch Males, che in realtà è il titolo di un ep. E chi è John Cipollina? Oltre che per i nomi tradizionali, c’è molto spazio anche per tutti questi. Sono divertenti. Ma soprattutto, anche se qualcuno ha fatto parte di gruppi più famosi di altri, proprio per il fatto di essere meno conosciuti, questi nomi potrebbero pure continuare a incarnare la volontà di rottura senza compromessi, per sempre. Potrebbero. Potenzialmente. Del tipo: Henry Rollins è un venduto? E che ti frega, c’è Al Barile. Ci sono anche tanti gruppi che rispondono a questa esigenza: Beat, Nerves, Dicks, Ratos de Porao, Olho Seco, Cólera, i finlandesi Terveet Kadet (che vuol dire “mani pulite”), i Rattus, i Rudimentary Peni, i Circus Mort, i Bernardones. Eccetera. Questo libro ne parla.

Al Barile è il chitarrista degli SSD (hard core punk anni ’80) ed è uno che di fronte alla possibilità di una reunion nel 2008 si è incazzato moltissimo. Insomma, le cose sono andate più o meno così: su internet inizia a girare la voce che Springa, il cantante, avrebbe riunito il gruppo con una nuova line up in occasione dell’Iperfest in Belgio. Al Barile l’ha presa bene e ha cacciato Springa dagli SSD. Da quel momento, nella pagina degli SSD sul sito della X-Claim (l’etichetta), Springa scompare, anche dalle foto. Per ricomparire solo quando avrà fatto la pace con Barile, nel 2015. 7 anni, 7 anni. Quindi, l’atteggiamento di Al Barile è quello dell’assoluta fedeltà al passato, talmente assoluta da non tollerare neanche le voci di una reunion e da non volerlo ripetere. Forse perché non l’aveva decisa lui, ma comunque neanche in seguito gli SSD si riuniranno mai. Il passato non torna, sembra dire Al. Secondo me, riunirsi o non riunirsi è la stessa cosa: farlo è tentare di tornare indietro, non farlo è ammettere che quei tempi, i migliori, meglio di quelli di adesso, non torneranno. Quindi, che i gruppi facciano quello che vogliono, non è scontato che il risultato sia buono, sta a noi giudicare senza vergogna, ma possono fare quello che vogliono. In qualche modo, entrambi gli atteggiamenti puntano a tenere in vita il punk com’era una volta.

Ed eccoci giunti al domandone. Ma ha senso farlo? Mettendo il discorso in prospettiva verso il futuro, o con uno sguardo sul presente ma proiettato su quello che potrebbe accadere, è necessario che qualcosa di nuovo intervenga per svecchiare gli atteggiamenti e la musica punk rock. Per quanto mi piaccia e mi gasi ancora, (a mio parere) non ha nessun senso continuare a definire “punk” la stessa musica di 20 anni fa con l’intenzione farla passare ancora come la musica “di rottura”. È una famiglia di generi musicali, un modo di concepire la musica che ti piaceva quando eri giovane e che ti piace ancora. Un modo di essere e pensare. Sincero, vero. Ma serve qualcosa di nuovo, da tutti i punti di vista. In Italia il diy – cuore pulsante dell’eredità punk della Dischords – ha preso molto piede e va ancora come un turbo. Il diy è l’autodeterminazione e l’autodeterminazione è fondamentale per fare la musica che si vuole fare, distribuirla come si vuole e suonarla dove si vuole. È la base da cui prende vita tutto il resto. Ma il diy è superabile? È possibile trovare qualcosa di altrettanto bello, che dia lo stesso entusiasmo, però nuovo? È necessario? Ritorna il discorso del rispetto dell’idea tradizionale che s’innesca come perno fondamentale della volontà di rinnovare e cambiare la vecchia musica. In fondo, questo dilemma si risolverebbe se ci fosse musica nuova, non importerebbe il modo in cui viene realizzata, sarebbe “di rottura” e quello sarebbe l’importante. Se ci fosse, ma non c’è, nel rock.

Default! Il cambiamento è una necessità. Quindi ci sono possibilità che succeda e che sia frequente. Dà vita a una falla sistematica (un default praticamente), rigenerante e vitale. Poi il sistema la risolve, la falla. Qualcosa di punk si è manifestato diverse volte nel corso della storia del punk rock ed è stato quindi proprio una falla sistematica oltre che sistemica. Dunque non è solo auspicabile ma anche prevedibile. Può essere punk qualcosa di auspicabile e prevedibile? In linea teorica no ma, nel momento in cui succede, succede, e cambia le cose.

Future? Credo che una delle cose più grandi create dalla musica punk rock (inteso come tutto: punk, hc, heavy metal, grind, emo eccetera) siano le amicizie, le storie e i ricordi nati grazie e attorno a lei. Guardate che amore c’è attorno agli Husker Du e quanti racconti sono venuti fuori quando è morto Grant Hart, per dire. L’ottica è quella nostalgica e di creazione del mito ma credo che sia una grande eredità, inevitabile per chi non è solo un fagocitatore seriale di musica ma ha anche un cuore. Umano, appunto. Prospettive del punk? Proprio le storie e le amicizie, che continueranno a scriversi, le nuove e le vecchie. Ricordare non è riportare in vita (come fare una reunion) ma è raccontare una cosa che è là e non vogliamo che sia ancora e anche qua, ma solo là.
A questo punto mini-mini pippa sul rapporto tra necessità di innovazione della musica e necessità di avere una musica del cuore, che anche se non cambia è lo stesso anzi è meglio. Modernità e storicità devono coesistere, per potersi guardare in cagnesco, o anche con interesse. Non è possibile che un’epoca finisca di colpo e ne inizi (sempre di colpo) un’altra. C’è un momento in cui il vecchio si muove parallelamente al nuovo. In seguito, non è che il vecchio cessa di esistere, continua, ma diventa vecchio-vecchio, e non è più parallelo ma semplicemente è sullo stesso pianeta rispetto al nuovo ma niente più. Realmente, senza sforzi e senza eccezioni, che cos’hanno in comune uno che era giovane quando infuriavano i Led Zeppelin e uno che lo era quando è uscito James Ferraro?

Poi, la prospettiva potrebbe essere qualcosa di inaspettato. Elettronica? Il rock che inventa qualcosa di nuovo? Tutto questo insieme? Unicità, diversità e capacità di suscitare repulsione. In due parole, ci vuole l’elemento surprise. Una cosa come i SUICIDE, ma non i SUICIDE. Io, leggendo La storia del punk, oltre a quei nomi bellissimi di cui sopra, mi sono segnato anche alcune cose da riascoltare, come Paganicons dei Saccharine Trust, If’n dei fIREHOSE, i New Bomb Turks, How to Clean Everything dei Propagandhi, Dengerous Magical Noise dei Dirtbombs. Sono tutti dischi che una volta erano sconvolgenti, ma adesso sono classici. Però un giorno un inaspettato gruppo spariglierà tutte le carte con una canzone impresentabile e repulsiva. Saranno i SURPRISE, e saranno punk.

Sarà possibile? Non so. Certo sarà difficile se pensiamo che Mark Fisher a un certo punto si è chiesto “però vuoi mettere con quando uscirono le prime tracce jungle? Le ascoltavi e pensavi: da dove viene questa roba?”. Ci vorrebbe una cosa come la jungle, completamente nuova, senza recuperi dal passato. Ma non sappiamo se ci sarà, non ne abbiamo la certezza. Come non abbiamo la certezza sicurissima che ci sarà un futuro. La riflessione sul futuro del punk s’intreccia inevitabilmente con quella sul futuro in generale, visto che punk vuol dire cambiamento. Simpatico, per un movimento che appena pochi anni dopo la nascita diceva no future. L’idea di cambiamento implica la fiducia nell’esistenza di un futuro e quello che i Sex Pistols hanno fatto negli anni ’70 è stato cambiare la musica rock e poi dire che non c’era futuro, come se l’unico e ultimo futuro disponibile fosse la rivoluzione punk. Invece non è stato così, un futuro musicale c’è stato e pure florido. Il libro di Gilardino s’interroga sul significato di “punk” e risponde in relazione alla storia del punk rock. Questo è il suo intento e l’ha perseguito benissimo.

C’è da chiedersi che significato e forma debba assumere oggi una musica di rottura, visto che il rock ha già fatto tanta strada in quella direzione. Abbiamo già avuto un genere musicale elettronico che ha rotto tutti gli schemi nel recente passato, la jungle appunto. Il prossimo passo per la prossima rottura non sarà un incrocio di generi (che è roba già vista) ma qualcos’altro ancora, che sia in grado di cambiare le vite della gente come ha fatto il punk rock e come ha fatto la jungle (e forse anche James Ferraro e l’accelerazionismo, ma non tanto quanto la jungle). Non deve essere solo una musica o contenere un messaggio ma avere anche una forza vitale, creare legami. Quello che ha fatto il punk rock in questo senso è stato grande. Ma non basta più. “Senza il nuovo quanto può durare una cultura? Cosa succede se i giovani non sono più in grado di suscitare stupore?” (Mark Fisher, Realismo capitalista, Edizioni Nero, pag. 28). Ce ne potrà essere un altro, di futuro, veramente diverso e che potremo definire punk senza essere quelli che dicono punk di fronte a qualsiasi cosa e che confondono diverso con provocatorio?

Leggete Gilardino.

I Tremendoni

I Tremendoni

Tremendoni è il nome del gruppo più sottovalutato della storia del punk romagnolo. Vero throat da Cesena, appena all’inizio degli anni ’90 mi sembra. Non solo cover, anche pezzi originali, come quello che diceva “io non vedo solo nero, nero!”. Niente album, no demo. Solo una musicassetta registrata alle prove e riversata su cd a tiratura segretissima. Tremendoni, “la più oscura e cazzona band di Cesena” (cit. Michele). Se adesso li googgolate forse trovate qualcosa, prima di oggi no, non su QUESTI Tremendoni. Lì sopra li vedete durante un ritrovo per balordi, riuniti solo per un servizio fotografico di cui questo scatto è il migliore. Li ho importunati con una domanda noiosissima.

Cos’hanno significato ai tempi e cosa significano oggi per te i Tremendoni?
Michele (throat, il terzo da sinistra): “I Tremendi han rappresentato la voglia, quando si era ragazzini, di far casino, suonare insieme, divertirsi e sognare di essere una delle ns. band preferite… un nome a caso tra Dead Kennedys, Ramones, Stooges… E sicuramente, quello che rappresentavano allora per me, vale ancora oggi… nel senso che non rinnegherei nulla di quello che fu”.

Marcello (chitarra, il primo a destra): non pervenuto, è sempre stato il più punk.

Massimiliano (batteria, il primo da sinistra): “Io sono approdato ai tremendi dopo aver scoperto la passione per le percussioni… dopo 1 anno di lezioni dal mitico Giovanni D’Angelo… per me ha rappresentato soprattutto un modo per divertirmi insieme ad amici… le prime registrazioni home-made o il concerto al comandini sono state quasi un di più… che oggi ricordo col sorriso stampato in faccia! :)”.

Matteo (basso): non mi ha risposto, ed è mio fratello.

Questo spirito mi piace. I Tremendoni suonavano nello stesso periodo in cui in Italia c’erano ancora (per poco) i Negazione, torinesi come la pioggia, quando IO avevo poco più del doppio dell’età in cui facevo la piscia a letto. E tra i Tremendoni c’è chi qualche anno dopo ha incontrato Zazzo dei Negazione, gli ha chiesto l’autografo, lui gli ha risposto I NEGAZIONE SONO FINITI e non gliel’ha fatto. Tutti pazzi era la loro cover che i Tremendoni stritolavano a dovere.
Le prove dei Tremendoni in Viale Mazzoni e il concerto all’Ex Comandini (l’unico mai fatto) hanno plasmato ufficialmente i miei gusti musicali. Sono stati l’esplosione della bolla, la concretizzazione dell’ipotesi diversa, la fine del cazzeggio musicale. I preparativi per il concerto furono una specie di bivirone di adrenalina per me che avevo guadagnato da poco il permesso di entrare liberamente nella stanza di mio fratello, e c’andavo a vedere lui che si cagava sotto e ripassava i pezzi che pensava di poter sbagliare.
L’Ex Comandini era un posto lercio, non lercio hipster, lercio lercio, vecchio da sempre. Se entri oggi, giri a sinistra, poi ancora a sinistra, trovi l’aula in cui suonarono i Tremendoni, di sicuro insieme a Le Scorie di Forlì oppure Rimini o più probabilmente Ravenna e se non ricordo male anche ai Konfettura nati da poco. Inutile dire che Le Scorie erano un gruppo punk e i Konfettura suonavano l’hard core. I Tremendoni andavano oltre, perchè interpretavano il sound anglosassone e del nord Italia, e lo portavano tra le mura di una vecchia scuola in Romagna. Non era la prima volta che succedeva, ma a me non era successo così di frequente.
Non è che ne uscii poi bene da quella serata, un pò rintronato da volumi altissimi, brutti ceffi, capelli lunghi, alcol e sigarette degli altri, i miei mi avevano fatto andare solo perchè c’era il fratellone. Il locale era insonorizzato come stocazzo. I vetri doppi non esistevano ancora, il pavimento era fatto di mattonelle in cotto sbeccate in ogni angolo, i muri erano per la prima metà a buccia d’arancia grigio tortora, per la seconda bianchi e lisci, con qualche buco di chiodo qua e la. Quell’ambiente era famigliare, era quello di ogni mattina, ma a scuola di solito c’andavo per stare dietro a un banco. E questa è un’argomentazione fondamentale, perchè quella bolgia non era esattamente la mia vita di tutti i giorni, ma di tutti i giorni era l’ambiente in cui si svolgeva. Non immaginavo fosse possibile. Squatting spaces to self manage our own life. In mille parti d’Italia magari c’erano posti occupati nelle ex scuole, ma io ascoltavo ancora la sigla di Fantazoo.
Botta per botta ero contento di conoscere tanta gente più grande di me che mi dava il buon esempio.
Formidabili le 2 non risposte dei 2 Tremendoni, che se potessero mi scorreggerebbero in faccia, ed è un pò lì che sta tutto lo spirito di Zazzo. Piene d’amore le 2 risposte pervenute, più veloci del giro di Thinkin of Somebody Else: è tutto lì che sta invece lo spirito del bassista Marco Mathieu, che dopo i Negazione è diventato giornalista inviato di GQ e caporedattore di D. E non posso infilarlo nella pentola dei rinneganti (anzi), al contrario di Neffa. Nella pentola dei rinneganti c’infilo non quelli che considerano chiuso un capitolo, ma chi sopra quel capitolo ci caga. Non mi ricordo in quale trasmissione alla radio, forse nel periodo in cui lanciava la sua signorina, ho sentito Neffa parlare dei Negazione con sufficienza. Ma Neffa fu solo uno dei TANTI batteristi del gruppo e i batteristi per i Negazione furono un pò come Yoko Ono per i Beatles. Poi voglio dire uno può pure cagare sul proprio passato perchè adesso sta facendo di più e diversamente, ma io sono libero di avere un’opinione negativa sulla sua merda. Che poi a me le canzoni nuove di Neffa piacciono tantissimo. Lui non suonò in Lo spirito continua e questo, in queste misere righe, mi mette al riparo dalla sua cacca, lanciata semmai su 100% (che suonò con le proprie manine) ma che non può cadere sopra a Lo spirito continua, sul disco e sul concetto. Lo spirito continua dice cose come “Sto sbattendo la mia testa contro un muro ma è meglio che riempirla di merda” e “Lo spirito continua, potremmo davvero essere vecchi e forti”, quindi è un disco da ascoltare comunque. Da fare tuo.
Lo spirito, ma che cazzo è poi sto spirito? Difficile dirlo o comprenderlo ufficialmente dalla gola che rozzica dentro al disco. Fai quello che vuoi fare per un pò di tempo e fallo finché c’hai il cuore forse. Se l’esistenza ti porta altrove, bene, ma lo spirito è sempre lo stesso spirito. Se non c’hai cazzi di rispondere alle domande di uno spacca che dice banalità, non rispondi, se c’hai cazzi invece rispondi. Lo spirito continua, in un modo o nell’altro. I Tremendoni hanno fatto solo un cd nella sala prove. Ecco. L’industria musicale dovrebbe funzionare secondo questo principio, ascolteremmo tutti molto più volentieri le novità e anche i secondi dischi, oppure i terzi, e i quarti e i quinti.