Screamo Mail. Nulla è per sempre neppure l’inverno, Il mare di Ross

2015-04-25 16.34.30

Bisognerebbe inventare un misuratore di passione per i comunicati stampa. Se è troppa, il comunicato si autodistrugge e chi lo scrive è costretto a ricominciare da capo. Il fatto che il misuratore non esista può avere due conseguenze: leggendo i comunicati mi creo troppe aspettative, oppure rido. L’ascolto può dare una vita autonoma al disco, che può schizzare via anni luce. Oppure anche rimanere nel limbo, tra gli incensi dell’ufficio stampa e l’indifferenza degli ascoltatori, o restare miseramente inchiodato a un testo di presentazione talmente invadente da rendere difficile ogni possibilità di rivincita.

Nulla è per sempre neppure l’inverno di Il mare di Ross mi è arrivato in posta come fosse uno squarcio in cielo, presentato da un comunicato stampa bomba che lo descrive come l’album del gruppo migliore del mondo nel suo genere, con qualcosa in più rispetto agli altri. Da questo punto di vista, questi comunicati (non è l’unico di questo tipo che mi è arrivato) non sono tanto diversi da quelli che leggo per lavoro, dove ogni azienda è leader del settore di riferimento: serramenti, pavimenti in legno, calcestruzzo e cose così. La musica indipendente utilizza a volte metodi di promozione vecchi e ridicoli, uguali a quelli di un qualsiasi settore industriale, che dovrebbe rielaborare e rinnovare, ma che invece adotta.

Il genere di Il mare di Ross è quel post rock virato in post hard core verso il math rock che non va tanto quanto lo pshych ma ha la sua folta schiera di rappresentanti, anche in Italia. Non tutte le volte però si trova una sintesi dei tre stili così riuscita come in Nulla è per sempre neppure l’inverno.
Non so se Il mare di Ross abbia mai pensato di cambiare qualcosa riguardo al cantato. Perché lo screamo è difficile da sostenere senza che diventi una parodia di se stesso, in particolare a questo punto della sua esistenza, dopo anni di dischi, e quando i testi sono fatti solo di struggente negatività, cioè nel 90% dei casi. La fatalità domina nei testi e si raggiungono livelli altissimi di disperazione e mancanza di controllo di se stessi. Frasi come “devo ricordare di dimenticarti” sono tra Massimo Ciavarro e i Fine Before You Came. La corrispondenza tra la disperazione e gli screams è una combinazione tanto automatica quanto deleteria e rischia di trasformare un disco in un’azione tragicomica. Tra lo screamo e il tragicomico il passo è facile. Capisco che non si possa scrivere testi sui fiori e i cuoricini ma facciamo anche basta. Nulla è per sempre neppure l’inverno rischia veramente di fare ridere più che piangere. La disperazione non è sincera, lo so già, non lo pretendo, ma almeno credibile dovrebbe esserlo. Se non lo è, bisogna inventare il misuratore di passione per i dischi: se è troppa, il disco si autodistrugga. (streamo)

Il Pavone Reale dei 64 Slices Of American Cheese

 

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Sicuro, sulle riviste e sui siti veri (a parte qualche rubrica illuminata) è richiesta professionalità per scrivere di musica, cioè competenza ma soprattutto un giudizio personale che non sia ego- ma musico-centrico. Ok, dal punto di vista della competenza niente da dire. Ma è una cosa buona che esistano anche i posti in cui si parla di sé in rapporto alla musica, perché c’è la possibilità di leggere cose diverse. Alcune volte trovi persone che uniscono competenza e racconto e secondo me lì è il massimo. Mi vengono in mente tre nomi, Maurizio Blatto, Matteo Cortesi e Francesco Farabegoli. Al di là di questo, scrivere di un disco raccontando qualcosa della propria vita lo mette in una prospettiva unica e secondo me dice qualcosa della musica. Si riesce a capire questa cosa se si è d’accordo col fatto che scrivere di musica non significa solo mettere nero su bianco quello che la musica fa alla persona ma anche quello che la persona fa alla musica. Cioè la persona inserisce la musica in un contesto perché la vuole in quel contesto, e crea il ricordo. Significa, non lo nego, anche il contrario, perché alcune volte ti trovi ad ascoltare cose che non vorresti mai ma, anni dopo, quei momenti diventano sacri, e la musica è parte indispensabile di essi.

Mi rendo conto che spiegare così le cose sia limitante. Ma forse con un esempio riesco a dare più respiro alla questione. Sono quattro mesi che ogni tanto ascolto Il Pavone Reale dei 64 Slices Of American Cheese. Non sapevo cosa pensare, c’ho messo un po’ di tempo, ma forse ora ho capito. Non è la mia musica preferita, troppi riferimenti, troppe variazioni di stile, troppi passaggi forse demenziali, o forse no perché tecnicamente eseguiti alla perfezione. Però ci suonano persone che conosco da una vita, con le quali ho in buona parte condiviso un periodo molto bello, quello della sala prove a Bagnile. Quindi, conoscere quelle persone, parte di quello che hanno suonato, il fatto che comunque abbiano fatto musica sempre facendo quello che volevano fare, attenua il mio giudizio sulla musica, non so se è giusto o sbagliato ma è così. Il Pavone Reale non è un disco che fai se non lo vuoi fare, talmente è fuori dagli schemi della maggior parte delle cose che si sentono, anche tra i gruppi emergenti e o indipendenti, è un disco costruito molto sui gusti e gli interessi diversi delle persone che lo suonano, che sono molti diversi dai gusti che vanno per la maggiore. E questa è una cosa che mi piace molto.

Ma quello che mi piace di più è che mi ha messo ancora in contatto con la musica di quegli amici, che forse adesso sono persone completamente diverse da come erano 20 anni fa e che adesso non sono praticamente più amici, ma lo erano. A queste conclusioni illuminanti ci sono arrivato oggi pomeriggio. Stavo parlando con la mia ragazza di come passa il tempo e lei ha detto una frase come “questi mesi volano e non ce ne accorgiamo neanche, basta, voglio smettere di lavorare” (spesso lavora anche di sera e nei week end, ndr). Mi è venuta in mente un’altra persona che ha scritto su Facebook di aver affrontato con la moglie, proprio l’altro giorno, l’argomento dell’inesorabile passare degli anni. Il tempo che passa è una delle cose che mi ha spinto ad ascoltare molte volte Il Pavone Reale ed è anche una delle cose che mi ha fatto piacere alcuni passaggi, perché c’ho rivisto e risentito alcuni momenti di anni fa. È sbagliato dal punto di vista della critica musicale, ma non sono un critico e sono contento di non esserlo perché così posso scrivere quello che davvero un disco come questo mi ha fatto sentire, e perché.

STREAMING.

Disco Democristiano: Ha, Ha, He dei Mourn

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La prima volta che mi hanno spiegato cosa vuol dire democristiano mi hanno detto: è una parola composta da “demo” e “cristiano”, una specie di chiamata. “(‘n)demo, cristiano!”. Una battuta che negli anni 80 andava fortissimo. Me la disse mio zio, socialista deluso, poco dopo Craxi, e io ero piccolo. Negli anni a seguire i miei mi insegnarono a identificare la persona democristiana, cioè che votava la DC, come IL NEMICO. Mio babbo definiva “demucristien” chiunque avesse l’inclinazione a essere gentile con tutti ma in fondo puntasse a fare solo il proprio interesse (diverso da “sucialesta”, che era uno che divideva le cose con gli altri ma alla fine ne prendeva sempre più di tutti). Quell’avversione casalinga, che il Compromesso storico non aveva fermato realmente ma solo attenuato superficialmente, crebbe poi sempre di più in parallelo alla vergogna che su tutto il territorio nazionale si sviluppò nei confronti dello scudo crociato, nel corso degli anni 90. Vergogna come di fronte a una cosa da nascondere. Infatti, c’erano democristiani dappertutto ma erano nascosti dentro ai partiti di Berlusconi, di Prodi, e dentro alla Margherita di Rutelli. La Prima Repubblica era finita e la convivenza era diventata la norma. Non tutti presero troppo bene questa cosa, neanche gli adolescenti come me, inesperti, non ancora disillusi, cresciuti in un clima educativo separatista e, all’improvviso, con un padre che votava moderato. Non m’interessavo troppo di politica, tranne quando c’era da fare autogestione a scuola, perché era molto più importante la musica. Un giorno insieme ai miei amici scoprii che la “demo”, la cassetta su cui registravi le canzoni della tua band, era esattamente l’inizio di demo-cristiano. Com’era possibile? Ritenevamo importanti queste e altre stronzate simili. Anche in casa non avevamo la misura giusta delle cose però. E non prendevamo seriamente di essere costretti, vinti dall’affetto, a tollerare un nemico in famiglia: mia nonna materna, andreottiana di ferro, l’unica se ne fotteva veramente del Compromesso storico. Ecco, penso che quella convivenza mi abbia insegnato alcune cose, positive o negative dipende da come mi gira, ma sicuramente universali.

Se non posso fare altro che seguire regole nella maggior parte della giornata, è molto bello non seguirle quando ascolto musica. Sento quello che voglio, se mi piacciono I cani è sfiga, ma così stanno le cose. Dentro a Ha, Ha, He dei Mourn (questi, non questi) c’è tutto quello che potrei avere eventualmente voglia di riascoltare ma anche no: Pixies, Breeders (Brother Brother), Neil Young (The Unexpected), Sonic Youth, Sleater Kinney, Smiths, Joy Division. Un frullato delle solite cose. Non c’è neanche una regola che riveli come bisogna reagire di fronte a un disco-frullato, anche perché tutto è relativo, cioè per esempio quello che è solito per te non lo è per me e così via. Credo che ascoltare musica abbia ancora senso perché succede che certi dischi mi colgano ancora di sorpresa quando non credevo che avrebbero potuto, perché il giudizio sincero non è una cosa che si riesca a gestire con concetti prestabiliti. Non sono sempre i dischi della vita, ma neanche di misteriosissimi guilty pleasure di cui vergognarsi per finta. Si tratta solo di presa bene.

La presa bene è un termine ormai inflazionato ma che rende l’idea. Si può riferire a tutto, mangi una pizza? bevi un cocktail rinfrescante? Sei preso bene. Ma mentre in questi casi non c’è altro da aggiungere, la presa bene per un disco è un po’ diversa. Nasconde una specie di consapevolezza che non sia proprio il disco che passerà alla storia come SEMINALE ma esplicita un chissenefrega grosso come una casa e una gioia sincera e spontanea nell’ascoltarlo. Tra poco mi risveglierò, o forse no, ma adesso sono preso bene. È un treno in corsa e finché è così è difficile smettere. Ha senso scrivere di musica anche per la presa bene di questo tipo, una vera fonte d’ispirazione.

Ha, Ha, He non ha niente di cui mi stupisco ma l’ho addirittura scaricato e ogni volta che mi sono trovato davanti a iTunes negli ultimi mesi l’ho sempre messo su e l’ho ascoltato.

È pieno di suoni per niente fastidiosi, con gli spigoli smussati come quei sassolini che trovavo al mare sulla spiaggia, levigati dall’acqua salata, che anche se li lanciavo sui morti di sole per interrompere l’incantesimo dell’immobilità della lucertola, li svegliavo ma non li pungevo. Loro puntavano gli occhi stralunati in una direzione a caso, si giravano dall’altra parte e io me ne andavo deluso dal mio tentativo non riuscito di essere fastidioso fino in fondo. I passaggi più ripidi del disco (Storyteller, President Bullshit) sono del tutto innocui. È un disco che assimila la lezione di quei gruppi mammasantissima ma li ripulisce di qualsiasi profondità, negatività o segno di vita interiore e strizza l’occhio ai fan più esigenti, a quelli che si accontentano e a chi non li conosce. Non m’interessa che gli originali vengano svuotati, perché quegli originali rappresentano così tanto la normalità da essere presi come modelli per piacere a un pubblico più ampio possibile, e già questo significa essere stati svuotati. Svuotati una volta in più o una volta in meno non cambia nulla.

Oggi il termine “democristiano” è molto usato, a me piace molto, si usa per le persone, per dire che sono paracule, non ha per forza una connotazione politica ma è molto efficace. Si può dire anche “doroteo”, così, per variare, dalla fazione omonima della DC, quella più aperta, illuminata, pro sesso libero e anale. No scherzo, erano quelli più cattivi e invischiati negli interessi della Chiesa e degli industriali. Proprio oggi è tornata in voga (c’era già stata? boh, non so, i dirigenti dei social network dicono così) la catena dei democristiani su facebook. Lo statuto dice

L’idea è di riempire Facebook con i democristiani (magari anche di qualità). Se questo post “Ti Piace”, ti darò una lettera e il tuo compito sarà quello di pubblicare sul tuo profilo un esponente democristiano il cui cognome inizia con quella lettera, insieme a questo testo.

Ed è bellissimo, perchè fa molto ridere e vengono fuori cose come “Mi è stata assegnata la R e, scartabellando in giro, ho trovato il bel doroteo Mariano Rumor, qui ritratto al Parlamento Europeo mentre ascolta i Report dei Throbbing Gristle“.

Ne deduciamo che i Throbbling Gristle sono un gruppo democristiano, soprattutto tra l’81 e il 2006. E deduciamo anche che “democristiano” si può usare anche a proposito di un disco. Il disco dei Mourn è democristiano, un colpo di qua e uno di là, nel tentativo di non dividere e di piacere a tutti, per allargare la schiera di fan. Un democristiano è uno che sa come ottenere consenso. Cercare consenso è ok, ma alcune volte porta a scelte non condivisibili, per esempio il fatto che si finisca a suonare come tutto e come niente, per non rischiare di spingere troppo in una direzione e perdere il pubblico che va nella direzione opposta. Se i Mourn li suonano a una festa in spiaggia tutti si chiedono chi sono, però tutti li ballano.

Ha, Ha, He è uno dei tanti dischi democristiani, e di sicuro non è neanche il migliore. Un disco democristiano è per esempio Gran Prix dei Teenage Fanclub, o uno qualsiasi Franz Ferdinand, dove si appiattiscono completamente i riferimenti su un suono monotono. Non tutti i dischi pop sono democristiani, credo, perché in qualche modo a volte dividono il pubblico, al contrario di un disco DC.

Ci sono tantissimi dischi democristiani quindi, ma non è questo il punto. Il termine democristiano riferito a un disco non è ficcante come quando è riferito a una persona. Un comportamento democristiano può avere conseguenze gravi in alcuni contesti, ma un disco democristiano non può diventare una questione di vita o di morte. Quali conseguenze potrebbe avere sulla musica che verrà? Moltissime, ma non c’è nessuno che realmente ti sta ingannando, fregando, mentendo, come invece fanno le persone con un atteggiamento democristiano. Poi, posso impedire alla musica democristiana di fare parte della mia vita. Il problema, che non è un problema, nasce proprio nel momento in cui non ci riesco. A quel punto si tratta di accettare qualcosa che non mi appartiene del tutto, come se mi appartenesse, perché la voglia di ascoltare Ha Ha He viene da me. Lo faccio con serenità, ma sento che è una roba che spinge. Il titolo del disco mi ha ricordato Chris Leo che ride dentro a una canzone di cui non ricordo il titolo dei Native Nod. E qui torniamo alla presa bene.

Ha Ha He sembra un disco fighetto in realtà è roba scritta in due minuti e sembra roba fatta in due minuti in realtà dietro c’è una produzione molto attenta, che si lascia scappare solo un pezzo, Evil Dead. Roba scritta in due minuti che è anche roba super prodotta e viceversa, ma il risultato non sembra né l’una né l’altra cosa. Sulla carta, è un lavoro riuscito, perché non è che poi i Mourn volessero fare un disco con idee originali, nessuno lo voleva, nessuno se lo aspettava. Loro sono serissimi ed enfatizzano un sacco le melodie. Proprio per questo diventano divertenti e si lasciano ascoltare. E sarà che mi sto mangiando un matalone (questa l’ho scritta un mese fa almeno, nella stagione dei mataloni), e anche se sto sporcando di zucchero appiccicoso la tastiera sono contento, ma ho appena messo Ha, Ha, He in cuffia per l’ennesima volta. E sto pensando al fatto che il demo (Otitis) non era meglio, era sempre un po’ demo, ma mano christiano, suonava più sincero.

Accettare me stesso perchè ascolto a ripetizione i Mourn è una cosa buona? Cattiva? È cattiva nella misura in cui vorrei essere duro e puro. Ma mi sono reso conto di non esserlo, quindi è una cosa buona, perché è quello che mi viene spontaneo fare. Spontaneità o non spontaneità, sta di fatto che una sola è la cosa importante: anche in questo caso ho il nemico in casa e non solo lo sopporto, ma lo supporto, proprio come facevo con mia nonna.