Ha compiuto 25 anni Nevermind, il disco dei Nirvana che non piaceva ai Nirvana

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“Ma i Nirvana sono quelli di I’m Too Sexy?”
“Ma noo!”

Tra me e mio fratello ci sono tre anni anni di differenza e questo è il nostro primo dialogo sui Nirvana. Lui è quello da cui mi arrivava la musica. Nessun amico metallaro, nessun negoziante logorroico. Mio fratello. Lui aveva l’amico metallaro e comprava dischi dal negoziante logorroico, quello che loro gli davano, lo dava a me. Faceva da passacarte per proteggermi da persone per la maggior parte del tempo spiacevoli e con aliti agghiaccianti. Dev’essere stato un lavoro durissimo, perché ricordo che una notte ero nel letto a casa di mia nonna a contare i gruppi di cui avrei potuto diventare fan. Nell’elenco c’erano quelli di cui sentivo cose in giro, in radio o in TV, per lo più Queen ed Elio e le storie tese. Mi dicevo che avrei dovuto trovare un terzo gruppo da seguire però dopo basta perché incominciavano a diventare troppi. Era l’89, o forse il ’90. Quello scambio di battute tra me e mio fratello è sicuramente del ’92 perché I’m Too Sexy dei Right Said Fred è uscita quell’anno e si sentiva dappertutto. Quindi, ho conosciuto i Nirvana nel ’92. Per il Natale di quello stesso anno andai da Righi Music, coi soldi dei miei naturalmente, a comprare Incesticide da regalare a mio fratello. Questo significa due cose, ma soprattutto una: che a quel punto il filtro del fratello maggiore di protezione dal negoziante di dischi era caduto. La seconda è che Incesticide è stato il primo album dei Nirvana di cui ho vissuto l’uscita sapendo chi fossero i Nirvana. Quello dopo, sarebbe stato In Utero. L’ultimo e il più bello che abbiano mai fatto.

Quando riuscii a capire che c’era differenza tra Nirvana e Right Said Fred, diventai drogato di Nevermind. In quel momento, lo ero già di Angel Dust dei Faith No More e Ten dei Pear Jam, i primi dischi che ho comprato per me. Decisi per un po’ di tempo che i gruppi che seguivo erano già abbastanza e ascoltai solo quei tre dischi per qualche mese. O forse qualche settimana. Poi iniziò a piacermi comprare dischi. Seguirono altri innamoramenti per gruppi che ancora oggi non mi tolgo dalla testa, Pavement, Dinosaur Jr, Sparklehorse. E giù a comprare dischi, io o mio fratello. Quando ho conosciuto Nevermind, quindi, era solo l’inizio di un lungo periodo in cui quello che volevo fare era ascoltare musica, comprandola. L’amico metallaro sarebbe entrato in gioco pochi anni dopo e in realtà mi ricordo che tra le prime cose mi passò gli Shelter. Non era un metallaro, quindi, ma il suo ruolo era lo stesso. A quel punto, comunque, anche il secondo velo protettivo fraterno era caduto. A comprare dischi degli Shelter fu però mio fratello. Quello che voglio dire è che potevamo permetterci di sfogare la nostra voglia di ascoltare roba. Non è indicativo dello stare bene di due ragazzetti di 14 e 17 anni, ma è qualcosa. Un ragazzetto di 14 anni può avere un sacco di paranoie, e io le avevo, ma in fondo era normale averle. Non avevo problematiche serie o particolarmente impegnative da affrontare, quelle sono venute dopo. Ascoltavo Nevermind perché mi piacevano le melodie, i suoni, la voce e la batteria potente, non mi fregava niente di essere parte di un gruppo molto ampio di ragazzi nel mondo che avevano trovato in quel disco l’espressione della loro disperazione, non sapevo neanche che questi ragazzi esistessero, non sapevo cosa fosse la disperazione. Mi piaceva come suonavano i Nirvana. Era una roba completamente diversa persino da Ten e Angel Dust, che erano più gommosi, mentre Nevermind era uscito proprio bene, bello diretto.

In realtà, non era sincero proprio per niente, perché Butch Vig (il produttore) lo aveva confezionato ben bene, trasformandolo (si sa) in qualcosa di diverso rispetto a quello che volevano i Nirvana. Era bello diretto ma non era come doveva essere. Sarebbe stato meglio se fosse stato come doveva? Oppure peggio? Non posso saperlo. Fu una cavalcata inarrestabile dal punto di vista commerciale, ma era un disco snaturato dal produttore. Migliaia di ragazzi in tutto il mondo riconoscevano la propria incazzatura in un disco che in realtà era una mezza fregatura, una presa in giro, una musica non vera fino in fondo, una bomboniera creata ad arte. La casa discografica, si dice, non si aspettava così tante vendite. Butch Vig era consapevole fino in fondo di ciò che stava facendo? Non so. A parte questo,  quello che importa è che il disco non era quello che chi l’aveva scritto avrebbe voluto che fosse. Per quello, nel ’93, arrivò In Utero. Non mi ricordo chi l’ha comprato, io o mio fratello, ma l’avevamo in casa appena uscito. Anzi, qualche anno dopo ne ho comprata un’altra copia per averne una mia (la solita storia).

Ieri si festeggiavano i 25 anni di Nevermind. Si continua a dire che in quel disco un’intera generazione si riconosce (l’articolo peggiore è questo) e nella stampa nazionale si continua a parlare di Nevermind come del miglior disco dei Nirvana. In termini di vendite di sicuro (30 milioni contro i 15 milioni di In Utero) e pare sia questo il criterio di giudizio: più copie si vendono, più disperati ci sono che lo ascoltano e dicono di riconoscersi, più il disco è generazionale. Ma è In Utero a essere considerato, da chi lo ha ascoltato veramente e da chi ha un briciolo di sensibilità musicale, il disco migliore dei Nirvana, lo è già da un po’ di tempo, non sono io a dirlo per la prima volta. E lo è perché è il disco che corrisponde alla volontà del gruppo, e in questo caso la volontà del gruppo era la cosa migliore da fare. Neanche In Utero mi piaceva perché mi rispecchiassi in ciò che diceva, ma perché mi piacevano le canzoni e mi trasmettevano smarrimento e forza che non erano per niente mie ma che mi entravano dentro ugualmente, erano belle da ascoltare.

Nevermind è il prodotto di un altro (Butch Vig) che lo modellò, lo cambiò in maniera rilevante – anche questa è una cosa emersa da tempo. Molti ragazzi della mia età e anche un po’ più grandi si sono riconosciuti in un messaggio che non corrisponde fino in fondo a quello che il suo autore voleva trasmettere. Non è Kurt Cobain il portavoce della generazione X, è Butch Vig, il batterista dei Garbage. Vi piace l’idea? Non è molto bella. Tutto questo per dire che stiamo festeggiando i 25 anni del disco che la stampa, i commenti su Facebook e le vendite hanno stabilito essere quello che ha cambiato la vita di un’intera generazione ma che non è quello che volevano i Nirvana. Stiamo festeggiando l’artista che ha dato voce a un’intera generazione ma per farlo abbiamo scelto un disco fallato. Tra due anni è il 25° di In Utero. Quello è il disco che Cobain voleva, ma non è considerato il disco che dà voce a una generazione, perché è stato deciso così, perché non tutti l’hanno comprato, perché quando è uscito un po’ la fotta era già passata, perché il tempo per trovare e vendere il disco che rivoluzionò il rock era già passato. Evidentemente la “voce della nostra generazione” e la “nostra generazione” non erano sincronizzati e la nostra generazione aveva bisogno di sentirsi dire cose diverse rispetto a quelle che voleva dire Kurt Cobain.

Per questo dico che invece di pensare a tutte quelle stronzate (“la voce di una generazione”, “la disperazione di tutti”, eccetera) penso alla musica. Da questo punto di vista, Nevermind spacca, ma In Utero spacca ancora di più. E nel 2018 compie 25 anni. Sono appena 3 anni che ne ha compiuti 20 e sono già pronto a festeggiare davvero, di nuovo.

Giønson s/t, soprattutto sui testi

 

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Di solito non mi viene da scrivere così, canzone per canzone come un elenco, ma stavolta questa cosa non saprei come metterla giù diversamente (ndr).

Vita di mare: c’è un confine molto labile tra la vita di merda e quella di merda dorata ed è indagabile con l’ironia iconoclasta, quella che distrugge i simboli della felicità materiale, tra i quali campeggiano in maniera gigantesca e chiarissima nel loro esplicare un significato: due bare in mogano – una per me l’altra per la mia donna, per essere i più ricchi del cimitero (primo livello di inutilità, quando sei morto) – e pagare le tasse (secondo livello di inutilità, il più alto e feroce, quando sei ancora vivo). E in effetti alla fine c’è bisogno di una targa che ti ricordi che non fai più una vita di merda. Questa è la prima canzone, che toglie senso a un certo concetto di vita differente dandone ancora di più al suo contrario.

La seconda canzone, dal titolo con due significati – entrambi corretti – Sguscio, toglie senso al tentativo di cercare qualcosa di buono in quello che ci circonda. Neanche questo ha senso e visto che cambiare vita in una certa direzione ne ha ancora di meno, rimaniamo così. Questa cosa è estremamente vera, è l’esposizione perfetta di un desiderio vivo, contro il quale combattevi e di cui adesso accetti con pazienza l’esistenza ogni volta che si ripresenta (che pare sempre l’ultima): desiderare una vita migliore, non essere contento di quello che ti viene offerto e capire ancora una volta che quello che fai tu è semplice, tranquillo e piccolo ma è la tua roba. È la canzone che te lo dice: la prima parte espone l’occasione concessa ancora una volta a quel desiderio ed è HC veloce e strillato, la seconda (una riga di testo cantata una volta: consapevolezza forte) rallenta, ed è il rendersi conto della realtà, con conseguente fuga verso te stesso.

La terza sembra la canzone seria della consapevolezza, all’inizio. Alla fine (anche qui: nel momento in cui te ne rendi conto l’hc rallenta) capisci che è una fregatura e non c’è niente di così serio. Ma i toni me l’avevano fatto pensare. I testi si evolvono, non dicono una cosa e poi si fermano, non si accontentano e arrivano al punto di prendere in giro se stessi tirando fuori una situazione assurda che mette in un contesto preciso tutto quello che è stato detto prima, gli toglie il significato universale che non vuole avere e cambia senso. Si chiama Ci toccherà ed è la canzone in cui i Giønson scrivono con forza il capitolo in cui dicono che non vanno presi seriamente e che non vale tanto la pena frignare. L’emo core è ancora vivo (altrove) ma giochiamoci su, magari distruggendolo momentaneamente con questa canzone e con le sue sue origini hard core e punk.

La quarta prosegue la seconda, sulla sindrome del cambiamento, altrimenti detta Sindrome di Balboa: se io posso cambiare e tu puoi cambiare allora tutto il mondo può cambiare. Stavolta non è all’esterno che si cerca ma in se stessi. 30 anni fa Rocky sperava di mettere fine alla Guerra Fredda con il suo discorsino, adesso Putin è alleato di Erdogan contro gli Stati Uniti e non è cambiato un cazzo. Balboa cercava un cambiamento dal particolare al generale, la Sindrome di Balboa lo cerca dal particolare al particolare, dalla mamma dei Goonies a me. Niente da fare. Sguscio diceva che neanche gli altri non cambiano: è un disastro su tutta la linea.
Comunque, i Giønson cercano sempre il cambiamento del se stesso e basta, mai insieme, sempre parallelamente agli altri. Alla fine la sconfitta è sempre tua, mai di tutti, e non è vero che mal comune mezzo gaudio. Anche da questo punto di vista è un disastro, o forse una salvezza, perché un posto in cui tornare a stare bene c’è sempre, e non è di sicuro quello di Vita di mare, ma il guscio da cui nasce Sguscio.

Nuovi vecchi è la parte finale della vita nel guscio di tutto questo. Le generazioni si susseguono ed è naturale che ci siano dei nuovi vecchi che sostituiscono quelli di prima. Non esito a definire s/t dei Giønson un concept album sul tempo che passa, non in generale, ma su come passa e su come cazzo lo passiamo noi.

Annosa questione è la vera conclusione dell’ep, nel condominio di Cusano Milanino e non nel Bosco Verticale di Milano. Se un disco finisce con “io ce l’ho messa tutta” abbiamo già capito. Alle Olimpiadi è l’espressione che usano gli atleti che non vincono, dopo quattro anni di allenamenti e un solo obiettivo. Mancato. Perché non si può rendere definitiva la questione dicendo che hai scoperto dove stare bene, bisogna sempre mettere in dubbio la certezza, disturbarla. È necessario, altrimenti ci rubate l’anima della questione.

La musica è hard core, a volte veloce a volte no, che comunque ti dà quel sentore di verità detta velocemente, non per forza la tua verità, non per forza una verità assoluta, ma bruciante. 

Che i testi siano molto buoni non è scontato. Prendete i Bruuno per esempio, genere assimilabile, ma testi di una pesantezza abnorme, capovilliani. Le parole non devono per forza corrispondere alla verità – sono anni che ascoltiamo l’emo, la trasposizione musicale e testuale migliore di una tristezza teatrale, la messa in scena di una finzione, ma una finzione che in certi casi ti strappa i muscoli dello stomaco – ma devono raccontarla bene.

I Giønson ricordano i Verme, e infatti si mormora che il cantante sia lo stesso. E infatti come i Verme parlano de vita, meeting il Vasco più sicuro di sé e la desolazione di Ron allo stesso tempo.

E il rullante della batteria, uguale a quello dei CIV, innesca ricordi che sono vita passata e, per questo, registrata per sempre. Basta un suono per farlo. Con un elemento proprio della musica, e non sempre o non per forza esplicativo di qualcosa, si può creare un’ambientazione per chi ascolta. E il guscio è fatto. Il guscio sono gli anni passati, un proprio mondo confinato, da cui non si riesce o non si vuole uscire. Giusto o sbagliato non importa, tanto è solo il suono di un rullante.

Qual è l’episodio dei Goonies che ricordate appena dite Goonies? Io quello di Chunk che confessa tutto ma proprio tutto alla Banda Fratelli. Gli racconta di quando ha rovesciato il vomito finto addosso alla gente e altre marachelle, senza filtro alla genuina ignoranza che le ha generate. I Giønson sono un po’ così. Prima di tutto, senza filtro all’ignoranza anche loro, nel senso che buttano lì la questione senza tanti problemi e vanno a fondo con pochissimo. Secondo: quei momenti di Sguscio e Ci toccherà, in cui il testo e la musica cambiano direzione insieme, sono la lucidità, quella illuminante di un momento solo, brevissimo, innescato da un qualsiasi stimolo, in cui però si vuota il sacco e si rende chiara la verità, disarmante e imprevista, ma che fa anche ridere. I Giønson come Chunk. Streaming.

Non capisco

2015-04-27 09.33.30

Ho conosciuto Bon Iver come un inevitabile autore del quale non si poteva fare a meno. Era uscito da poco il secondo disco, l’inafferrabile omonimo sul quale l’artista sentiva la necessità di scrivere due volte il proprio nome e di cui tutti stavano parlando, quando osai dire a una collega che a me Bon Iver non piaceva. Il dissenso viene sempre accettato di buon grado da alcune persone che frequento giornalmente per motivi lavorativi, dev’essere per questo che la collega ha iniziato a gridare “Non gli piace Bon Iver, non gli piace Bon Iver”, ripetendo la frase due volte ogni volta, come a citare il cantante. Poco tempo dopo, nella libreria della mia ragazza, abbiamo iniziato a tenere un po’ di cd e dischi. Abbiamo deciso di tenere “tutto bon iver” perché “questo si vende di brutto”, a detta del fornitore. E va bene, del resto, cosa fai, tieni solo i dischi che non venderai mai? No. Non passò neanche un giorno che una persona, un personaggio importante del paese, uno del teatro, vede i cd, ci razza dentro un venti minuti, fuoriesce dall’immersione indisturbabile (quanto indisturbata) e dice “Avete tutto Bon Iver, complimenti, cazzo”. E cazzo lo ha detto sottolineandosi, come se di Bon Iver in quel momento non stesse parlando nessuno. Esistono personaggi del mondo della musica che suscitano questo tipo di entusiasmo, come se ascoltarli sia una roba super ricercata quando non lo è affatto. Sembra che conoscerli sia il privilegio di pochi, quei pochi che ne capiscono un sacco di musica. Bon Iver nel 2011-2012, appena uscito col disco, lo trovavi anche all’Iper. Una volta è successa una cosa simile con Iggy Pop. CAZZO, hai tutto Iggy Pop. Intervengono le passioni personali che ci ottenebrano la mente, capisco, ma un po’ di lucidità.

Ho divagato un po’. Torno a bomba. Il terzo episodio legato a Bon Iver è ambientato sempre in negozio. In vetrina avevamo messo un disco orrendo, Unmap di Vulcano Choir. Sapevamo che dentro c’era lui e l’abbiamo messo in vetrina, perché si vende di brutto. Ora posso dirvi quanto in quel momento ho provato per un breve attimo la sensazione del venditore di dischi, quale io non sono, ho un altro lavoro, ci tengo a sottolinearlo, che deve scendere a patti col diavolo e vendere la merda, fa fatica a farlo, ma deve, se non vuole chiudere subito. È un discorso che valeva soprattutto anni fa, quando la via per avere un disco era principalmente il negozio e quando ancora il negoziante di dischi poteva vantare un ruolo da evangelizzatore, va bene d’accordo, ma mi andava di segnalare questa mia sensazione. Fatto sta che quel disco i primi giorni non si vendeva. Normale, dicevamo, pazientiamo. Passa ancora una settimana e già era “Abbiamo pulito il melo, Bon Iver qui non lo vuole più nessuno”. Meno male, dicevo io, epidemia fermata. Ma non per questo la battaglia finiva lì. Quindi abbiamo deciso di lasciare il disco in vetrina, aggiungendo una cosa: appiccicandoci un’etichetta sopra che diceva bon iver in stampatello. Tempo un giorno, entra uno e chiede “ma quel disco in vetrina, in che senso c’entra bon iver? la musica assomiglia?”. Io ho risposto si certo e non ho fatto in tempo ad argomentare quel poco che sapevo che il tizio aveva già pagato.

Quarto episodio. Non tanto tempo dopo incontro un amico e non so per quale motivo finiamo a parlare di Bon Iver. Io insomma gli dico che non mi piace e lui risponde “Perché non ti piace??!!”, arrabbiato, come se provare piacere ad ascoltare Bon Iver fosse insito nella natura umana e necessario come la pizza.

Dopo un po’ di tempo, come è naturale che sia, l’attenzione su BI è calata. Oddio, a tratti – un concerto, un video.. – se ne parlava, come anche questo è normale che sia. Tra l’altro non ho mai capito come si pronuncia. Dovrebbe derivare dalla storpiatura del francese (fonte: wiki) in omaggio a una serie televisiva america, un medico tra gli orsi, ma per quanto ne so potrebbe anche non c’entrare niente. Rimane che alcuni si riempiono la bocca delle R francese quando lo pronunciano, altri dicono AIVER, e ne parlano da dio. Io strippo in ogni caso, principalmente perché trovo fastidiosa la sua musica. Fastidiosa è la parola giusta, perché è una presa in giro. In tre dischi (il terzo che esce tra poco l’ha fatto dal vivo nella sua città natale pochi giorni fa e lascia stare che gli arrangiamenti possano cambiare, ma un’idea ce la si fa, e per farsela vengono in aiuto anche due video nuovi) non fa altro che reiterare la stessa idea di canzone, con la musica ridotta al minimo e melodie appena abbozzate, sviluppate pochissimo e debolissime, nel senso che si possono anche memorizzare ma non sono canzoni che puoi canticchiare per stare sereno, dopo tre secondi rinunci perché ti sei intristito. La modalità coro da chiesa ritorna spesso ma Bon Iver non spinge mai tanto neanche in quella direzione. La sua musica è l’unione tra folk e ambienti degli anni 80 più ovvi, quelli della base in quattro quarti con quel suono, quel suono gommoso degli anni 80 da balera. È un autore molto delicato, che mostra sempre lo stesso lato di sé, per due dischi e mezzo. Non ha picchi, non ha scatti, non vive, anche quando sembra poter avviarsi, si stoppa con un organetto. Non mi piace un autore che mostra non-vitalità in questo senso e fino a questo punto. In più, non è detto che abbia paura di spingere in un’altra direzione. Dopo due album e un live del terzo è legittimo che venga il dubbio che non sia in grado di fare altro.  Non è mai stato considerato un cantautore illuminante da nessuno, ma sicuramente è considerato garanzia di qualità, ma non lo è. È anche uno dei più influenti nei confronti di altri cantautori venuti fuori negli ultimi 5 anni e le sue melodie, per quanto segnate da un grandissimo difetto: la monotonia dell’intensità, quindi sarebbe quasi meglio dire LA sua melodia, la sua melodia ce la ritroviamo nelle pubblicità e pompate da gruppi del momento della pubblicità della TIM e come Empire Of the Sun.

Al netto della sua coolness, che al momento, e da anni, prende tantissimo, e che per altro lui sa gestire benissimo con quell’aria un po’ da orso un po’ da prete (da qui forse la fissa con i cori) e quelle mise trasandate ma non del tutto, Bon Iver ritorna nella vita di tutti i giorni e io non capisco quali siano i motivi, quale sia la giustificazione del fatto che se ne parli come un bravo autore di canzoni. Quel terzo album di cui sopra esce tra poco e già si inizia a parlarne di più. Come è normale che sia. Normale, come Bon Iver, che è uno di quei cantanti per cui il nome del gruppo viene identificato con il leader, come Jovanotti, per dire, e io non c’ho trovato mai niente di giusto in questo. Normale, dicevo, come Bon Iver, che pare una persona che non ha troppo da dire, che ha beccato un modo di scrivere una canzone e ce la sta ripetendo da tre album.