Non capisco

2015-04-27 09.33.30

Ho conosciuto Bon Iver come un inevitabile autore del quale non si poteva fare a meno. Era uscito da poco il secondo disco, l’inafferrabile omonimo sul quale l’artista sentiva la necessità di scrivere due volte il proprio nome e di cui tutti stavano parlando, quando osai dire a una collega che a me Bon Iver non piaceva. Il dissenso viene sempre accettato di buon grado da alcune persone che frequento giornalmente per motivi lavorativi, dev’essere per questo che la collega ha iniziato a gridare “Non gli piace Bon Iver, non gli piace Bon Iver”, ripetendo la frase due volte ogni volta, come a citare il cantante. Poco tempo dopo, nella libreria della mia ragazza, abbiamo iniziato a tenere un po’ di cd e dischi. Abbiamo deciso di tenere “tutto bon iver” perché “questo si vende di brutto”, a detta del fornitore. E va bene, del resto, cosa fai, tieni solo i dischi che non venderai mai? No. Non passò neanche un giorno che una persona, un personaggio importante del paese, uno del teatro, vede i cd, ci razza dentro un venti minuti, fuoriesce dall’immersione indisturbabile (quanto indisturbata) e dice “Avete tutto Bon Iver, complimenti, cazzo”. E cazzo lo ha detto sottolineandosi, come se di Bon Iver in quel momento non stesse parlando nessuno. Esistono personaggi del mondo della musica che suscitano questo tipo di entusiasmo, come se ascoltarli sia una roba super ricercata quando non lo è affatto. Sembra che conoscerli sia il privilegio di pochi, quei pochi che ne capiscono un sacco di musica. Bon Iver nel 2011-2012, appena uscito col disco, lo trovavi anche all’Iper. Una volta è successa una cosa simile con Iggy Pop. CAZZO, hai tutto Iggy Pop. Intervengono le passioni personali che ci ottenebrano la mente, capisco, ma un po’ di lucidità.

Ho divagato un po’. Torno a bomba. Il terzo episodio legato a Bon Iver è ambientato sempre in negozio. In vetrina avevamo messo un disco orrendo, Unmap di Vulcano Choir. Sapevamo che dentro c’era lui e l’abbiamo messo in vetrina, perché si vende di brutto. Ora posso dirvi quanto in quel momento ho provato per un breve attimo la sensazione del venditore di dischi, quale io non sono, ho un altro lavoro, ci tengo a sottolinearlo, che deve scendere a patti col diavolo e vendere la merda, fa fatica a farlo, ma deve, se non vuole chiudere subito. È un discorso che valeva soprattutto anni fa, quando la via per avere un disco era principalmente il negozio e quando ancora il negoziante di dischi poteva vantare un ruolo da evangelizzatore, va bene d’accordo, ma mi andava di segnalare questa mia sensazione. Fatto sta che quel disco i primi giorni non si vendeva. Normale, dicevamo, pazientiamo. Passa ancora una settimana e già era “Abbiamo pulito il melo, Bon Iver qui non lo vuole più nessuno”. Meno male, dicevo io, epidemia fermata. Ma non per questo la battaglia finiva lì. Quindi abbiamo deciso di lasciare il disco in vetrina, aggiungendo una cosa: appiccicandoci un’etichetta sopra che diceva bon iver in stampatello. Tempo un giorno, entra uno e chiede “ma quel disco in vetrina, in che senso c’entra bon iver? la musica assomiglia?”. Io ho risposto si certo e non ho fatto in tempo ad argomentare quel poco che sapevo che il tizio aveva già pagato.

Quarto episodio. Non tanto tempo dopo incontro un amico e non so per quale motivo finiamo a parlare di Bon Iver. Io insomma gli dico che non mi piace e lui risponde “Perché non ti piace??!!”, arrabbiato, come se provare piacere ad ascoltare Bon Iver fosse insito nella natura umana e necessario come la pizza.

Dopo un po’ di tempo, come è naturale che sia, l’attenzione su BI è calata. Oddio, a tratti – un concerto, un video.. – se ne parlava, come anche questo è normale che sia. Tra l’altro non ho mai capito come si pronuncia. Dovrebbe derivare dalla storpiatura del francese (fonte: wiki) in omaggio a una serie televisiva america, un medico tra gli orsi, ma per quanto ne so potrebbe anche non c’entrare niente. Rimane che alcuni si riempiono la bocca delle R francese quando lo pronunciano, altri dicono AIVER, e ne parlano da dio. Io strippo in ogni caso, principalmente perché trovo fastidiosa la sua musica. Fastidiosa è la parola giusta, perché è una presa in giro. In tre dischi (il terzo che esce tra poco l’ha fatto dal vivo nella sua città natale pochi giorni fa e lascia stare che gli arrangiamenti possano cambiare, ma un’idea ce la si fa, e per farsela vengono in aiuto anche due video nuovi) non fa altro che reiterare la stessa idea di canzone, con la musica ridotta al minimo e melodie appena abbozzate, sviluppate pochissimo e debolissime, nel senso che si possono anche memorizzare ma non sono canzoni che puoi canticchiare per stare sereno, dopo tre secondi rinunci perché ti sei intristito. La modalità coro da chiesa ritorna spesso ma Bon Iver non spinge mai tanto neanche in quella direzione. La sua musica è l’unione tra folk e ambienti degli anni 80 più ovvi, quelli della base in quattro quarti con quel suono, quel suono gommoso degli anni 80 da balera. È un autore molto delicato, che mostra sempre lo stesso lato di sé, per due dischi e mezzo. Non ha picchi, non ha scatti, non vive, anche quando sembra poter avviarsi, si stoppa con un organetto. Non mi piace un autore che mostra non-vitalità in questo senso e fino a questo punto. In più, non è detto che abbia paura di spingere in un’altra direzione. Dopo due album e un live del terzo è legittimo che venga il dubbio che non sia in grado di fare altro.  Non è mai stato considerato un cantautore illuminante da nessuno, ma sicuramente è considerato garanzia di qualità, ma non lo è. È anche uno dei più influenti nei confronti di altri cantautori venuti fuori negli ultimi 5 anni e le sue melodie, per quanto segnate da un grandissimo difetto: la monotonia dell’intensità, quindi sarebbe quasi meglio dire LA sua melodia, la sua melodia ce la ritroviamo nelle pubblicità e pompate da gruppi del momento della pubblicità della TIM e come Empire Of the Sun.

Al netto della sua coolness, che al momento, e da anni, prende tantissimo, e che per altro lui sa gestire benissimo con quell’aria un po’ da orso un po’ da prete (da qui forse la fissa con i cori) e quelle mise trasandate ma non del tutto, Bon Iver ritorna nella vita di tutti i giorni e io non capisco quali siano i motivi, quale sia la giustificazione del fatto che se ne parli come un bravo autore di canzoni. Quel terzo album di cui sopra esce tra poco e già si inizia a parlarne di più. Come è normale che sia. Normale, come Bon Iver, che è uno di quei cantanti per cui il nome del gruppo viene identificato con il leader, come Jovanotti, per dire, e io non c’ho trovato mai niente di giusto in questo. Normale, dicevo, come Bon Iver, che pare una persona che non ha troppo da dire, che ha beccato un modo di scrivere una canzone e ce la sta ripetendo da tre album.

The Flaming Lips, il nuovo album: and Heady Fwends

Nel 2010 il contratto tra i Flaming Lips (www.flaminglips.com) e la Warner Bros si conclude. Si legge nel libretto di Heady Fwends che la band inizia un periodo di sperimentazione: si parte dalla volontà di fare una canzone al mese. I Flaming Lips non volevano fare solo musica, volevano spaccare. Dopo 2 Blobs Fucking per l’iPhone (12 tracce da suonare in sincrono con video vari – una specie di Zaireeka per il device più costoso dell’universo) hanno pensato “Forse a ‘sta gente gli rompiamo le balls a far uscire una canzone al mese. Allora… facciamo un disco in cui collaboriamo con i musicisti più weirdo!”.
Eccoci dunque a The Flaming Lips and Heady Fwends, un disco indipendente uscito per Bella Union. Nell’ordine l’entità Flaming Lips si fonde con: Kesha, Riz Markie & Hour of the Time Majesty 12, Bon Iver, Edward Sharpe and the Magnetic Zeros, Prefuse 73, Tame Impala, Jim James dei My Morning Jackets, Nick Cave, Lighting Bolt, Yoko Ono/Plastic Ono Band, Neon Indian, Erykah Badu, New Fumes e Aaron Behrens. Se non sbaglio, I’m Working at Nasa On Acid (il pezzo realizzato in collaborazione con una vecchia conoscenza, i Lighting Bolt) l’avevano già presentato a Padova, durante il concerto allo Sherwood Festival di Padova. Ma trafiggetemi con una freccia luminosa se sbaglio. Nei giorni scorsi abbiamo sentito parlare di un’altra Bolt, rallentata solo nel finale delle prestazioni su pista. Anche la Bolt che interviene nel disco dei Flaming Lips si rallenta rispetto al solito. La canzone è di fatto composta di due corpi separati, dilatati come le pupille di Wayne Coyne.
Il disco si apre con 2012 (You Must Be Upgraded) con Kesha e Riz Markie. L’idea che ci facciamo è quella di un album che supererà in follia e acidità l’ultimo Embryonic. 2012 (You Must Be Upgraded) è un insieme di percussioni, voci, rock ‘n’ roll e suoni beatlesiani non paragonabile a precedenti pubblicazioni dei Flaming. Inizio grandioso. Cosa ci aspetteremmo da una collaborazione con il delicato Bon Iver? Tutto, ma non Ashes in the Air, canzone inagrappabile ma con una melodia in fin dei conti orecchiabilissima. Keyboards distorte, chitarrino ripetitivo che piange dolcemente e parole di Bon Iver: lui e i Flaming Lips non si sono mai incontrati, tutto è stato fatto scambiandosi dei file.
Helping the Retarded to Know God (w/Edward Sharpe and the Magnetic Zeros) riporta alla normalità la situazione: arpeggio e voci, all’inizio, interrotte da keyboards spaziali. Una specie di coro da chiesa con tratti visionari e lisergici, con tanto di risata diabolica, risale la montagna di suono. Edward Sharpe è un pazzo e questo è un bell’incontro.
Supermoon Made Me Want To Pee. Bolgia con i Prefuse 73! Due minuti di follia e una coda che ci porta a Children of the Moon (w/Tame Impala), uno dei migliori risultati dell’album dal punto di vista melodico (molto semplice il giro di chitarra e linea vocale in falsetto, un po’ alla Air). Drum Machine in loop e keyboards ci traghettano al secondo start della canzone, che apre una parte più elettrica con colpi di chitarra che ricordano Neil Young, solo sono un po’ più cupi.
Giunto a questo punto, faccio una pausa. Il libretto del cd contiene, per ogni canzone, il racconto dell’incontro tra i musicisti. Vince 2012 (You Must Be Upgraded) con Kesha e Riz Markie, leggetevelo per primo, non perché la canzone è la prima dell’album ma perché è come leggere il racconto di un ragazzino eccitato.
Peccato sia saltata la collaborazione con Likke Li.
La parentesi That Ain’t My Trip e You, Man? Human? rispettivamente con Jim James dei My Morning Jackets e Nick Cave ci riporta al passato recente di Embryonic, o anche al più lontano Yoshimi. Bellissimi i cori liturgici in That Ain’t My Trip, bellissimo il cambio di tempo che spezza la voce di Nick Cave nel suo classico continuum da predicatore. That Ain’t My Trip e You, Man? Human? rimangono comunque i due episodi più deboli dell’album.
Un giro di basso meccanico e ipnotico ci accompagna per tutto Do It (w/ Yoko Ono/Plastic Ono Band e Sean Lennon), semplice e adorabile bridge per Is David Bowie Dying? (Neon Indian) in cui l’intervallarsi di una chitarra geniale e un coretto leggerissimo, tutto sopra una drum machine tosta, e l’apertura (nella seconda parte) ci portano alla variazione finale, che incorona il pezzo come uno dei più riusciti dell’album.
Leggetevi anche il racconto relativo a The First Time Ever I Saw Your Face. Tra le altre facezie, definisce “breathtaking” la canzone di Roberta Flack qui reinterpretata, e lo è: la voce di Erikah Badu conta non poco, in uno spazio musicale enorme, galattico.
Girl, You’re So Weird (collaborazione con New Fumes) unisce mille sonorità differenti, come sirene, che ci portano a scenari di guerra (anche se immagino che questa sia una mia personalissima interpretazione…) o organetti, che ci riportano un bel po’ agli anni dei Grandaddy. La sensazione è di confusione.
Aaron Behrens racconta una storia, nella breve Tasered and Maced. La sua voce nasce da un vortice sonoro che è come un vinile che gira per i fatti suoi senza produrre musica. Dopo alcuni giochetti su questo pseudo spoken word, conclude con “Pretty Good”.
Una chiusura in pace, tranquilla, per un disco che rende davvero difficile una qualsiasi interpretazione del futuro dei Flaming Lips. Ma, in fondo, perché cercare di capire dove andranno a parare? Lasciamoci andare. Per ora, nel post Warner, ne abbiam sentite delle belle. Aspettiamo, ascoltando The Flaming Lips and Heady Fwends.