Ricordate l’ultimo concerto che avete visto?

Probabilmente ero l’unico sulla faccia della terra a non sapere dell’esistenza in Inghilterra dei theatre pub, pub normalissimi che però sono attaccati al teatro e in cui la gente, gli attori, gli appassionati vanno a spaccarsi di birra prima e dopo lo spettacolo. Il pub si fa promotore degli spettacoli del teatro, il teatro invita la gente a bere al pub, con pacchetti tipo biglietto+due pinte di birra. Quando due tradizioni convergono è sempre orgoglio nazionale.

A settembre eravamo a Eastbourne, dove a quanto pare il theatre pub è molto frequentato, non incontri nessuno in giro, non per una pandemia, ma perché sono tutti lì. Allora siamo entrati anche noi, io sono andato a prendere due Guinness al banco e la barista mi ha chiesto “Andate a teatro dopo, ragazzi?”. Io candido come un gatteese a spasso le ho risposto “No, ci facciamo un giro, poi al massimo ci mangiamo qualcosa”. Lei interdetta.

Forte della mia esperienza, quando siamo andati a Londra a gennaio e ci siamo infilati nel theatre pub di Islington mi sentivo a casa. Sono andato a ordinare due Guinness al banco e la barista mi ha chiesto “Andate a teatro dopo, ragazzi?”. Io ho risposto “No, mangiamo qualcosa, poi andiamo a un concerto qui vicino, poi credo che andremo a dormire perché siamo arrivati oggi dall’Italia e siamo stanchi. A proposito, è molto lontano l’Islington Assembly Hall?”. Mentre parlavo mi si seccava il cervello. Lei per essere ha risposto in maniera cortese: “Fanno 12 pound”.

Dopo qualche minuto il pub si è riempito di signore speciali, tipo questa:

Un’attrice sul viale del tramonto? Una madama appassionata di teatro dai tempi di Shakespeare? Chiunque sia, si è scolata due pinte di birra in una trentina di secondi ed è entrata a teatro col suo bel biglietto acquistato di fianco alla spina. E l’ingresso del teatro era dentro al pub, di fianco al bagno. In men che non si dica le signore sono sparite tutte, risucchiate dalla porta del teatro, che poi si è richiusa con una solennità un po’ acciaccata ed è scomparsa dietro una tenda di velluto grossa quattro dita. Didascalici. Io sono andato in bagno, che era più o meno al centro della terra e per arrivarci dovevi fare qualche chilometro di scale in picchiata.

L’ultimo concerto che ho visto è stato quello di quella sera, Talib Kweli (non l’avrei mai detto) all’Islington Assembly Hall. Tutti appiccicati, gente che balla, alcuni in modo prodigioso. Uno spettacolo bellissimo, Talib che non ha più nessuna voglia di fare concerti e alterna le proprie hit a quelle degli altri, ma rimane un Maestro di Cerimonie di invidiabile caratura ed esperienza. Quando ha fatto Get By il teatro è esploso e anch’io mi sono un po’ commosso, l’ultima volta che l’avevo sentita ero al Rio Grande di Igea Marina. No, non è vero, i giorni precedenti l’avevo ascoltata molte volte e non vedevo l’ora che la facesse.

All’uscita, una fila mostruosa partiva dalla hall e andava giù per le scale, fino a due porte giù giù in fondo a un corridoio – tutto con la moquette, pure i muri – ammucchiando persone che dovevano andare in bagno e persone che dovevano ritirare il cappotto al guardaroba. Difficilissimo pisciare da quelle parti. L’abbiamo tenuta e siamo tornati in albergo, perché venivamo dall’Italia ed eravamo stanchi. Era il 31 gennaio.

È da quella volta che non vedo un concerto. Siamo chiusi in casa da un po’, ok, ma se dobbiamo andare in bagno ci mettiamo due secondi.

Silkworm – Bottomless Pit. De profùndis clamàvi ad te, Dòmine

Renato-Midyett

di Renato Angelo Taddei

Silkworm: fallimento e devozione

L’indie rock americano degli anni ’80 e ’90 ha raccontato un sacco di storie interessanti, divertenti, belle, disperate e atroci, racconti che possiamo di certo trovare in molti altri ambiti artistici e in milioni di vite, certo, ma l’enorme impatto che lo stesso ha avuto sulla mia vita ha amplificato la portata delle sue storie, assorbendomi completamente e facendomi innamorare perdutamente di gran parte di queste storie, facendomele vivere.

Qualche anno fa ho curato assieme a degli amici, tra i quali Giacomo, l’edizione di un libro di racconti basati su questi 20 anni di musica americana. Era il 2013 e il libro si chiamava “Non ti divertire Troppo”, fu molto bello curarlo e viverlo da dentro, ma oggi ho ancora un cruccio che devo levarmi per forza. Nel 2013 ancora non conoscevo i Silkworm, o forse li conoscevo ma me li ero completamente dimenticati, perché il loro ruolo nella storia della musica americana è sempre stato laterale, sempre dietro le quinte, fuori dalle luci della scena. Resta un delitto per uno come me che si è sempre cibato di storie e musica alternativa americana.

Scoperti grazie al consiglio di un caro amico, molto più giovane di me, ma a conti fatti più sveglio, mi sono trovato immerso in un mare di vita, in una storia atroce di insuccessi, fallimenti, morte e di enorme, totalizzante e abbacinante talento.

I Silkworm nascono a Missoula nel Montana, in mezzo alle montagne, un posto strano per crescere, uno dei tanti del nord America. Sono gli anni del liceo per Tim Midyett, Andy Cohen e Johel RL Phelps. Si incontrano alla Hellgate High School, si conoscono e formano una band, di nome Hein Eint e quando cambiano il loro nome in Silkworm autoproducono un paio di album dimenticati dal signore (“Advantage”, 1987, e “Girl Harbrr” 1989), sonorità post punk, new wave oscura, un cerchio strano, lo ritroveremo qualche anno dopo. I riferimenti sono abbastanza precisi, oscurità e distorsioni, un’immagine di Tim Midyett appena sedicenne che indossa una maglia azzurra degli Husker Du circoscrive il perimetro.

Verso la fine degli anni ’80 i tre si separano per il college, ma il richiamo della musica è più importante, ci vogliono provare e allora mollano la scuola e si trasferiscono a Seattle.

Siamo all’inizio degli anni ’90, la scena grunge proliferava e mancava davvero poco all’esplosione della bomba all’idrogeno che ha scombussolato per qualche anno il mercato musicale.

A Seattle i tre ragazzi di Missoula fanno un incontro che cambierà le loro vite, la vita del gruppo e un po’ anche la mia. Nella formazione entra Michael Dahlquist, batterista, carisma da vendere, simpatia esplosiva e zero tecnica, quello che serviva. Il quartetto parte per una nuova avventura.

Seattle era il posto perfetto per una band, concerti ovunque, un’aria impregnata di musica, quale posto migliore per crescere le proprie aspettative? I Silkworm cominciano a diventare più esperti e a loro agio con lo studio di registrazione, il primo disco “In the West” (appena ristampato dalla Comedy Minus One) esce per la C/Z e si presenta come una lunga cavalcata tra Television, alcuni suoni oscuri new wave, dissonanze Pixies e distorsioni alla Dinosaur jr. I Silkworm, assieme a gente come Pavement, Superchunk e Archer of Loaf rappresentano perfettamente la nuova via del rock underground americano. Dopo il glam del grunge più commerciale, ecco che si torna dietro il sipario.

Midyett, Cohen e Phelps si dividono equamente la scrittura dei pezzi, ognuno con le proprie peculiarità e il proprio carattere, tutti e tre perfettamente differenti. Dalqhist dietro la batteria picchia potente per amalgamare il gruppo. Il disco è bello, alcuni pezzi stupendi (Enough Is Enough, Garden City Blues e Incaduce California), ma nel complesso è ancora poco a fuoco e difetta anche di una produzione ancora non perfettamente adatta al suono dei tre.

Il pubblico sembra prendere sul serio i Silkworm, “In the West” vende 6.000 copie negli USA (cifre ridicole per l’epoca, ma che per un’etichetta come la C/Z rappresentano un buon risultato), i booking chiamano, il gruppo gira gli Stati Uniti e si chiude nuovamente in studio con Steve Albini, diventato nel frattempo loro amico, per sfornare “Libertine” che uscirà per un’etichetta indie chiamata El Recordo, un poco più grande della C/Z. I Silkworm cercano il successo con una certa frenesia, ma un passo alla volta. Le sonorità non sono lontane da quelle di “In the West” ma si capisce che la scrittura dei quattro sta maturando, plasmandosi verso la definizione del proprio genere. “Libertine” contiene anche una “non hit” postuma, quella Couldn’t You Wait?, una “mid tempo ballad” elettrica a sufficienza da essere assolutamente inadatta alle classifiche, troppo pop per i duri e puri indie e troppo pesante per il mainstream. Il pezzo darà titolo al documentario che racconterà la storia dei Silworm 19 anni dopo.

A causa di alcuni problemi di salute mentale Phelps decide di lasciare il gruppo senza nessun avvertimento. Un fan lo troverà alla stazione di Sacramento in attesa del treno che lo porterà a casa.

I tre Silkworm superstiti decidono di non sostituirlo e ridefiniscono migliorandola la loro unione e definiscono perfettamente il loro suono. In tre, finalmente, i Silkworm diventano un tutt’uno. Tim è un bassista capace e un formidabile songwriter, Andy un chitarrista talentuoso e in grado di creare melodie appiccicose e assoli hendrixiani, Michael “il più entusiasta e focalizzato batterista con il quale abbia mai lavorato”, definizione di Steve Albini, uno che se ne intende.

I tempi sono maturi anche per tentare una scalata verso il successo. Gruppi come i Bush, i News of Today e i Live stanno dominando le classifiche con il loro “indie” posticcio, preconfezionato, da discount. Anche i Silkworm vogliono provarci. Purtroppo non saranno in grado di rinunciare alla propria sincerità. “Firewater” è il primo disco targato Matador Records, un’etichetta indipendente distribuita da major e di importanza centrale per la scena indie americana avendo licenziato nel tempo gruppi come Guided By Voices, Yo La Tengo, Sonic Youth e Pavement, con i quali i Silkworm vanno in tour in giro per l’America. “Firewater” è un disco a fuoco, potente, melodico e Pop, l’attacco di Nerves, il pezzo di apertura, è puro Grunge, così come Wet Firecraker, scelto come primo singolo, sonorità noise e melodie. Cannibal Cannibal ha delle chitarre che potrebbero ricordare dei R.E.M. sotto speed, Severance Pay è un pezzo di J Mascis non attribuito, Killing My Ass è un Dylan sotto anfetamine. Il disco è bellissimo, ha il solo difetto di provare troppo compiutamente a piacere a un pubblico che non può essere pronto a tanto eclettismo e ormai prono a quanto prodotto in vitro dalle major. “Firewater” non sfonda, il gruppo deve prendere una decisione. A un certo punto della carriera molti gruppi si trovano davanti a un bivio, rispettare le aspettative dei fans e delle case discografiche o continuare a fare la propria musica. In “Couldn’t you Wait, the story of Silkworm” si sente Albini dire una frase importantissima e perfettamente adeguata al percorso dei Silkworm: “Arriva il momento per ogni band di decidere se essere una grande band o un’altra band del cazzo”. I Silkworm decidono di diventare la più grande band indie di sempre.

“Developer” (1997) è uno spartiacque. Decisi a non farsi schiacciare dalla ricerca del successo, cominciano a creare il proprio standard creativo, rock and roll americano rivisitato e modernizzato, reso cristallo. Creedence Clearwater Revival, il Dylan elettrico, l’ineluttabile Neil Young e sempre i Television a guardare da dietro la porta. I Silkworm si smarcano dai suoni noise e aprono la cornucopia piena d’oro. Il disco non ha un momento di pausa, dalla marziale e depressa Give Me Some Skin (uno dei prototipi autoriali di Midyett) al vortice di vitalità di Never Met A Man I Didn’t Like alla cavalcata della tittle track (primo omaggio al Neil Young di “Tonight’s The Night”) alla rollingstoniana Ice Station Zebra fino al capolavoro del disco, la ballata Sheep Wait For Wolf, un flusso di coscienza devastante, dolce come lo zucchero e amaro come il fiele con il solito assolo hendrixiano di Cohen. Gli assoli nei Silkworm non sono abbellimenti, non sono orpelli ridicoli e ridondanti, sono parte integrante della stesura del pezzo. La produzione di Albini è perfetta, non aggiunge nulla, registra a pieni microfoni, zero sovrastrutture, musica e distorsiori, stop. “Developer” è il primo capolavoro dei Silkworm.

Segue a Ruota “Blueblood” nel 1998, i tre ormai completamente padroni della materia si superano, Eff è un inizio martellante, un rock asciutto e puro archetipo dei pezzi di Cohen, strofa, ritornello, strofa e assolo. Classicità elettrica. I Must Prepare è una canzone da cantare tutta d’un fiato, la voce assolutamente imperfetta, direi quasi sbagliata di Tim Midyett è la giusta amalgama per gli strumenti in questa brillante cavalcata rock in cui della struttura del pezzo fa parte un pianoforte maltrattato. Ancora i Rolling Stones in Redeye, poi ci si lascia trasportare tra le morbidezze di Empty Elevator Shaft, la cui energia riempie il cuore, mentre Beyond Repair è un blues doloroso ma ineluttabile, un blues perfetto, classicamente moderno. Ancora una volta il capolavoro del disco è una cavalcata alla Neil Young: Ritz Dance è il suono dei Silkworm, ormai dei “martelli degli dei”.

“Blueblood” è l’ennesimo disastro economico e ultimo tassello dell’insuccesso dei Silkworm. Provati dai tentativi andati male, i ragazzi devono guardare in faccia la realtà, trovarsi “un lavoro vero” e guardare avanti. Cohen si trasferisce a Chicago per finire la scuola di legge e la distanza da Seattle sembra portare irreparabilmente alla fine del gruppo. Ma il destino ha deciso che non è ancora il tempo di porre fine alla storia dei Silkworm. Michael Dalqhuist viene chiamato dalla Shure che gli propone un lavoro, indovinate dove? A Chicago. Anche Midyett si trasferisce nella città dell’Illinois, il gruppo è salvo.

Nel frattempo per un caso fortuito Cohen viene chiamato dai Bush a sostituire il loro chitarrista per il tour primaverile del 1999, Andy si esibisce ogni sera davanti a migliaia di ragazzini adoranti e l’esperienza gli fa capire che il successo non è la cosa che cerca davvero, la cosa davvero importante è la musica.

La Matador Record li scarica e i Silkworm se ne fregano, firmano per la Touch And Go, si chiudono negli studi della Electrical Audio di Albini e sfornano il loro disco più pop.

“Ti piacciono le mie cosce e i miei piedi?”
“Si, sei celeste mia cara”
“Sei la ragazza più bella che abbia visitato Capri”

Inizia così “Lifestyle” (2000), con questo racconto da “dolce vita” su un tappeto smaccatamente pop. Il disco è divertente, divertito, fitto e ricco di sfumature pop senza vie di mezzo. Treat The New Guy Right sembra un pezzo dei Thin Lizzy, Roots come da titolo è una ballata rurale, alt country all’ennesima potenza. YR Web è bellissima e vicace, Around The Outline sembra la versione figa dei Filter, Dead Air è una cavalcata elettrica profondamente tradizionale.

Prima della fine dell’album i Silkworm gettano la maschera. Registrano una cover di Ooh La La dei Faces, il gruppo di Ron Wood: questo sono i Silkworm, il rock and roll nella sua forma più pura.

“Italian Platinum” del 2002 torna sui percorsi tracciati da “Blueblood” raffinando, se possibile, ancor di più la scrittura. Il livello compositivo di “Italian Platinum” è talmente alto che in molti pensano che il disco sia il capolavoro del gruppo, ormai di Chicago. The Old You, Is She A Sign e le strazianti Bourbon Beard e LR72 sembrano dimostrarlo tanto quanto la clamorosa Young, lasciata alla voce di Kelly Hogan che per fortuna non assomiglia per nulla alle scarpe. Il disco è prodotto “pro bono” da Albini che non vuole ricevere soldi ma iscrive la moglie come produttrice. Il gesto è gradevole e dimostra l’amicizia nei confronti dei Silkworm.

Instancabili, nel 2001 i nostri si ripresentano al pubblico con un album spiazzante, musicalmente vario, senza un filo conduttore, rumoroso, respingente e elettrico quanto e più dei primi dischi.

“It’ll Be Cool” è l’opus magnum dei Silkworm, la forza espressiva del trio raggiunge il massimo della sua forza, ogni pezzo è un apice irraggiungibile di rabbia e frustrazione. Don’t Look Back apre le danze con un incedere poderoso e graffiante, l’incipit ideale per definire la portata dell’album. Non ci sono più compromessi, i Silkworm suonano più arrabbiati e concreti che mai. La musica si sporca di nero, i messaggi sono chiari, nessuna piega. Insomnia resta sul percorso nel suo incedere indolente e fragoroso. Penalty Box riesce a essere ancora più respingente, il pezzo è dinamico e sembrerebbe quasi divertito, ma la scelta dei suoni rende l’ascolto straniante, nulla è lasciato all’orecchiabilità, nessun compromesso. Something Hyper inizia con un dobro e una voce rallentata e distorta, la ballata più improbabile a cui potreste pensare, soprattutto quando entra il mandolino. Se Xian Undertaker, il pezzo più “ordinario” del lotto, non è il capolavoro della discografia dei Silkworm è solo perché Midyett, Cohen e Dahlquist  concludono il disco con una doppietta incomparabile, inarrivabile per ritmo, melodia e potenza. The Operative e His Mark Replies sono la quintessenza dell’indie rock americano, rumore, melodia e tradizione uniti e lavorati, la farina, il lievito e l’acqua che diventano pane.

“We’ll be friends forever
You know you helped me so much
We’ll stay together
Or at least stay in touch
You know you’re so special
You Know I’m insane”

Questo sono i silkworm, la traduzione in musica del concetto stesso di amicizia e devozione verso se stessi, verso il pubblico, verso i propri fan e soprattutto verso la loro passione più grande, la musica. Tutta la loro carriera è ammantata di devozione e bellezza. La coda strumentale di His Mark Replies è uno dei prologhi più belli che mi sia mai capitato di ascoltare, una fortuna immensa per cui sarò sempre grato.

Svuotati da ogni responsabilità commerciale e incuranti dei fallimenti, a inizio degli anni 2000 i Silkworm hanno raggiunto una fase di coscienza che li porta a essere totalmente immersi nella loro passione, suonano ovunque, in posti improbabili davanti a 25 persone adoranti (25, nemmeno i gruppi dell’oratorio di Capriolo), suonano come se non ci fosse un domani, a fine concerto si intrattengono con i fans che ormai sono amici e un tutt’uno con il gruppo. Tutti vogliono solo divertirsi e si divertono, è un momento speciale, ci sono solo loro, il loro pubblico e la musica, tra la migliore mai scritta. Tutto è perfetto, fino al 14 luglio 2005.

La mattina di Giovedì 14 luglio 2005 Janette Sliwinski, un’ex modella con gravi problemi di depressione, decide di mettere fine alla propria esistenza saltando a tutta velocità un semaforo rosso e schiantandosi contro un auto che viaggiava in direzione opposta. La Sliwinski sopravviverà, Michale Dahlquist no.

Can you feel my heart break?

Michael è ricordato da tutti, membri del gruppo, collaboratori, amici e fans, come un ragazzo meraviglioso, pieno di vita, talento e voglia di fare, curioso e concentrato e devoto alla musica che produce. Il colpo per gli altri due è ferale, l’incidente avviene durante le registrazioni del successore di “It’ll Be Cool”, che ovviamente non vedrà la luce. Dalle session escono solo tre pezzi originali che verranno uniti a due cover, Wrote A Song For Everyone e Spanish Harlem Incident, ripresa live durante un concerto dei Crust Brothers (il gruppo burletta composto dai Silkworm e Stephen Malkmus dei Pavement). Il pezzo è cantato da Dahlquist. I due Silkworm rimanenti decidono, con i pezzi a disposizione, di fare uscire un EP postumo. Il titolo è “Chokes!”, è l’ultimo lavoro dei Silkworm.

Tra gli inediti, il pezzo di apertura Bar Ice riveste un’importanza cruciale, sia perché è il primo omaggio dei due superstiti al compagno scomparso sia perché ha in nuce l’archetipo compositivo dei successivi lavori di Tim Midyett.

Alla fine del pezzo, su un arpeggio armonico che ricorda un pianto, il disperato Midyett sussurra, dopo alcune parole incomprensibili, con la voce rotta dal pianto: “Can you feel my heart break? Can you feel my heart break? Can you feel my heart”? Se dopo aver ascoltato questo pezzo non verrete investiti da una profonda sensazione di empatia e disperazione, sappiate che siete dei pezzi di merda.

Bottomless Pit: ombre perenni, un funerale lungo sei anni

Midyett e Cohen sfiniti e frastornati dalla morte del loro amico e dall’assurdità della dinamica si prendono una pausa per pensare, una pausa che li fa sprofondare in una spirale di dolore indicibile. La forza della loro amicizia, l’amalgama del loro suono e del gruppo era stata sfaldata da una modella che per uno scherzo del destino non era riuscita a togliersi la vita. Michale Dahlquist lascia una moglie e un figlio e due “zii” disperati.

I Silkworm superstiti decidono che la loro missione non è finita, ora inizia una fase nuova della loro vita e della loro esperienza musicale, il ricordo, il mantenimento della memoria e della tragedia, onorare l’amico scomparso.

Ovviamente i Silkworm senza Michale Dahlquist non possono esistere, vengono sciolti e Midyett e Coehen formano un nuovo gruppo, coadiuvati da alcuni amici: Chris Manfrin dei Seam alla batteria e Brian Orchard al basso. Nascono i Bottomless Pit, un pozzo di dolore senza fine.

Il primo disco della nuova band esce nel 2007 a due anni dalla morte dell’amico, i Bottomless Pit iniziano una lunga processione funebre dedicata a Dahlquist, sin dal primo pezzo di “Hammer of The Gods”, The Cardinal Movements, la linea guida del percorso è segnata, le atmosfere sono plumbee, la melodia è sempre trattenuta, le note in minore prevalgono il testo è angosciante:

“Those dreams are never ending.
I know it’s always hard to hear.
Sometimes they’re good,
Sometimes they’re bad.
We always want some better way to say:
Sometimes it’s best just to lay in bed”.

Inequivocabile il senso di frustrazione e tristezza, un racconto lucido di un dolore talmente profondo da portare alla depressione.

Dogtag, firmata da Cohen, riesce a essere ancora più devastante. Il pezzo è il racconto di un funerale, di una cerimonia di saluto, disperato, senza alcuna speranza di redenzione. Perdonatemi se mi soffermerò molto sui testi, ma l’esperienza dei Bottomless Pit non può non essere raccontata senza dare spazio alle parole utilizzate per raccontare i loro sentimenti:

“I saw you in church,
You were the first.
I love you dogtag,
You and your game.
When I called you
No-one answered no-one’s home”.

“Saw the connection there
On the way down.
We missed our connection there
On the way down”.

“When walking the world
Or chasing a girl.
The girls they told me they miss you,
Just like we all do.
Baby at home,
He don’t even know.
The father and some uncles here,
Oh my darling, oh my dear”.

Dogtag è un funerale, la parte musicale asseconda il testo disperato, il crescendo elettrico che porta al ritornello finale è una scudisciata, sentirete i peli rizzarsi, una scarica elettrica passarvi nel corpo. Tristezza e commiserazione tramutata in musica. Repossession è l’ennesimo resoconto dello stato d’animo di Midyett che cerca di salvarsi aggrappandosi alla musica, alla propria devozione per essa:

“You ever feel like you’re going crazy
From the inside?
You ever feel things closing on you
From the inside out,
From the inside out?

Sometimes you got to take control
From the inside.
Sometimes you got to take control
Of your…

Control of your mind”.

Il pezzo ha un riferimento musicale ben preciso, che incontreremo spesso nei dischi dei Bottomless Pit, i Joy Division, immaginate i quattro di manchester catapultati in america 30 anni dopo con le distorsioni alzate di qualche tacca.

Houman Out of Me offre un altro passaggio fondamentale nella carriera dei Bottomless Pit. Midyett inizia a sviluppare questa nota caratteristica, arpeggi in maggiore sovrapposti a note che ricordano da vicino la chitarra di Bernard Summer, il pezzo è un capolavoro.

Chiude il disco Sevens Sing, una batteria elettronica introduce il pezzo prima che entrino un basso solenne e un arpeggio di chitarra, per nulla rassicurante, sottolineato da un oboe e da violoncelli straziati. L’atmosfera è opprimente, come oppressi sono i sentimenti dei Bottmless Pit. Ancora i Joy Division nei ricordi, repulsione, tensione alla Swans, qualche richiamo alle oscurità alt country dei Sixteen Horsepower, uscire dall’ascolto del pezzo è durissima, è un lutto.

Il testo è il picco di Midyett. Ritrovatosi nella disperazione all’apice del suo talento compositivo. Richiami biblici, devozione totale al dolore, il testo è un’esperienza mistica e orrorifica, un macigno:

“Am I different than Judas? For I betrayed the kindest friend
I’m all out of excuses, with nothing to make my amends.

O Love! O Love! O Love!
You bottomless abyss!
O Love! O Love! O Love!
You bottomless abyss!

How tender You had spoken, though I betrayed the kindest friend
Faithful in devotion, such love I cannot comprehend.

Oh when You found me I was broken
From the words that I had spoken
But You were faithful in devotion
You remembered me!
You remembered me!”

Il senso di colpa, l’assenza e la devozione.

Passare indenni l’ascolto di “Hammer of The Gods è difficile, anche fisicamente, è impossibile non accorgersi del disagio, del dolore e dell’assoluta mancanza di fiducia in se stessi e nel genere umano, una totale assenza di speranza. “Hammer of The Gods è l’esperienza lisergica di un trip andato malissimo, è il feretro che entra in chiesa. Ma oltre ad essere un grumo di sangue rappreso, “Hammer of The Gods è un capolavoro assoluto, un magistrale omaggio di due autori di immenso talento liberi di ringraziare a modo loro il compagno.

Gli unici termini di paragone possibili per un disco del genere sono “Unknown Pleasures dei Joy Division e “Tonight’s The Night di Neil Young, nessuno è stato in grado di scendere così in fondo nei recessi del pensiero. “Hammer of The Gods è un disco ineluttabile e incommensurabile, estremamente necessario. Il destino baro ha atteso la morte di un componente del gruppo perché i due songwriters mandassero alle stampe il loro capolavoro.

L’anno dopo, nel 2008, esce l’ep “Congress”, quattro pezzi, le atmosfere sono meno funeree, gli arpeggi più aperti. Red Pen è la “solita” ballata depressa di Midyett, ma sembra che l’energia stia pian piano tornando e che dalla finestra si intravveda uno spiraglio di sole. Fish Eyes è un classico pezzo di Cohen, potrebbe assomigliare ai primi Pearl Jam se questi ultimi avessero scelto di diventare una grande band invece della solita band del cazzo. Pitch è un un pezzo musicalmente variegato, la batteria jazzy accompagna l’arpeggio di chitarra leggero e rinfrancante, la parte finale è una stupenda elaborazione del lutto così come Angry Swan. Un disco non certo allegro, ma sicuramente meno impegnativo del precedente.

La funzione funebre continua nel 2010 con il doppio “Blood Under The Bridge. Nonostante il titolo si percepisce un’aria meno pesante. Il pezzo di apertura Winterwind è forse l’apice del “modello” Midyett, armonia+Joy Division, i testi sembrano smarcarsi dalla processione funebre, l’arpeggio finale però è quello di Bar Ice, potete cantarci sopra “Can You feel my heart break?”, ancora. Rhinelander è più funereo, ci pensa allora Cohen a diradare la nebbia con la dinamica Summerwind, perfetto contraltare dell’apertura, potrebbe sembrare un outtake proveniente da “Italian Platinum”, ma senza allegria e nessun divertimento.

Nel disco spicca poi l’ennesima ballata bellissima e intensa. Non so se anche Kiss Them all sia dedicata a Dalhquist, ma il testo è l’ennesimo colpo al cuore.

“Kiss them all like You mean it.
Kiss them all like You’re seeing
Nothing between the lines.

I don’t want it back,
I know what that means.
I don’t want it back.

I’ve been waiting on the real You all along”.

Se Winterwind è un esempio archetipale delle canzoni di Midyett, Is It A Ditch contiene tutte le caratteristiche dei nuovi pezzi di Cohen, rock robusto, agrodolce, sempre pronto a spiccare il volo e che, come un uccello intrappolato nel catrame, non riesce mai a farlo.

Uscito dopo il monumentale “Hammer of The Gods, “Blood Under The Bridge non raggiunge i suoi sprofondi emotivi, ma neppure la sua rigidità marziale. Ci riuscirà il successivo “Shade Perennial.

Instancabili, a sette anni dalla morte del loro amico, i Bottomless Pit decidono finalmente di sotterrarne la bara.

Fleece è una pallottola che perfora la carne, l’incedere new wave questa volta è più spinto e rock. In questo pezzo come in tutto il disco è la voce di Midyett a fare la differenza, ogni verso è un pianto, il suo falsetto sbagliato e sgraziato è un dito in una ferita aperta. Il protagonista è ancora Michael, l’ennesimo saluto è uno strazio indicibile:

“It’s grateful to be alive
Lock the door, lock the door
Oh everyone said
Every car stopped
We could be
We could be far away by now”.

Anche Incurable Feeling riporta alle oscurità di “Hammer of The Gods”. Bare Feet è un urlo disperato, ormai Midyett se ne frega altamente di aggraziare la propria voce, il messaggio è quello di un uomo ridotto al lumicino. Secret Trench è la classica immensa cavalcata elettrica Coheniana.

La trilogia finale di “Shade Perennial” è, a conti fatti, il saluto definitivo al loro ex batterista, un incubo profondo e rarefatto, uno splendido ricordo seppur indigeribile. Full of Life è paranoia trasformata in note, la voce di Tim getta l’ascoltatore in uno stato di confusione e tristezza immensa, la prima parte del pezzo è appena sussurrata, come se un amico ti raccontasse i suoi segreti in un orecchio. Dopo un breve silenzio poco oltre la metà della canzone inizia un crescendo emotivo insopportabile, non si può che sperare che il pezzo finisca presto per quanto è impressa nelle note la sofferenza.

Horse Trading inizia così:

“I found you on the ground
it makes no sense at all”

Stavolta è Cohen a salutare l’amico quasi piangendo, la voce rotta durante tutto il pezzo, sembra Neil Young accompagnato dagli Shellac.

Mi ricordo di aver comprato “Shade Perennial” assieme a Gec a Berlino nel 2014, in un negozio molto bello non lontano da un ampio residuo del muro. Il muro di Berlino è stato un esempio di separazione: familiari, amici o semplici connazionali e concittadini divisi, separati. In questi giorni di quarantena (ho trovato il tempo di scrivere questo mattone perché il Covid – 19 ha deciso di rallentare le mie abitudini) mi sento anch’io diviso dagli altri, amici, parenti o anche i semplici sconosciuti incontrati nel corso della mia vita, separato dal mondo e costretto in casa da un virus che ha distrutto ogni certezza nell’infallibilità umana imponendoci nei migliori dei casi un isolamento, nei peggiori un lutto.

Anche Felt A Little Left è un saggio sulla separazione, sul lutto e l’assenza, oltre a essere la sublimazione del percorso artistico di Cohen e Midyett. La musica è un post punk come potrebbero suonarlo solo i Crazy Horse. L’attacco della voce è ferale e devastante. “I guess is better than nothing to find yourself on the street” urla nel microfono Midyett,  immagino sempre che Tim stesse piangendo mentre registrava questo pezzo.

C’è un video su youtube in cui potete vedere i Bottomless Pit suonare qualche canzone di “Shade Perennial” dal vivo per una radio americana. Quando la rivedo provo sempre un misto di disagio, imbarazzo e tristezza. Quando attacca Felt A Little Left Tim stona completamente, la sua voce è fuori tono così come nel resto del pezzo, non riesce a recuperare l’intonazione e nonostante questo la carica emotiva è talmente alta da rendere la performance superlativa, uno schiaffo in faccia, un pugno nello stomaco. Il finale è ancora più stonato e fuori fuoco, ancora più emozionante, ogni volta che la rivedo non riesco a non empatizzare e sentirmi parte di quel disastro.

La canzone è una cavalcata carica di emozione e rumore, scariche elettriche su una ritmica granitica, la chitarra di Cohen è sicura e devastante come non mai, il suo solo finale un omaggio a 50 anni di musica rock, alla sua formidabile carriera e all’amico.

Tumulazione.

Dopo sei anni di Bottomless Pit il lungo funerale di Michael Dahlquist ha fine, dopo una carriera di 30 anni anche Tim Midyett e Andy Cohen decidono di porre fine al sodalizio. Dal 2014 i Bottomless Pit sono in hiatus.

Il viaggio dei Silkworm prima e dei Bottomless Pit poi è stato contornato di fallimenti e tragedie, ma sono state queste a renderli immortali, conosciuti da pochissimi, ma per quei pochissimi di importanza straordinaria. Oltre al testamento musicale, l’insegnamento più importante consegnato dai Silkworm prima e dai Bottomless Pit poi, è stato quello del non arrendersi davanti a nessun ostacolo, portare avanti i propri valori, le  priorità, nonostante i fallimenti, nonostante la sfiga e la tragedia, non cedere mai di un passo e dare il valore che merita all’amicizia.

Non ci sono a mia memoria precedenti band i cui superstiti hanno dimostrato una tale devozione a un compagno scomparso. L’unico esempio avvicinabile è l’esperienza di un gruppo di San Pedro in California, a inizio anni ’80. Il loro chitarrista morì anche lui in un incidente automobilistico, Mike Watt, suo compagno e migliore amico, tutt’oggi dedica a D Boon tutto ciò che fa, ogni cosa è per ricordarlo. Solo i Minutemen hanno così ben rappresentato il concetto di devozione amicale ed artistica, come i Silkworm. Watt ha deciso di continuare a suonare donando il suo lavoro al ricordo.

Tanta devozione all’amicizia basterebbe a ricordare qualcuno con affetto e stima. Andy Cohen e Tim Midyett hanno anche scritto una delle pagine più belle della musica americana contemporanea, un racconto di periferia, di eroi sconosciuti, ai quali alla fine di essere eroi non è mai importato troppo. Per me lo sono entrambi.

Reconstruction of The Fables: Mint Mile

La vita continua. Dopo tanto dolore, finita l’esperienza dei Bottomless Pit, Tim Midyett ha deciso di continuare a suonare, mentre di Cohen si sono perse le tracce (ma vedi *nota).

Il nuovo progetto di Midyett si chiama Mint Mile e ripercorre e riscrive a modo suo quarant’anni di musica americana. Con una band allargata e che cambia da ep a ep, fa dell’americana pazzesca e il risultato è ancora una volta straordinario, quasi non ci si crede visto che sono trent’anni che scrive musica.

Classico pop rock americano, una revisione marziana di tante cose già sentite, ma fatte meglio. Il primo ep s’intitola “In season & Ripe” ed è del 2015: Mountain Lion è un pezzo degli Wilco prima che Tweedy perdesse il tocco, Modern Day è il pezzo definitivo che i Neutral Milk Hotel non hanno mai scritto, ci puoi trovare la stessa fragilità ma una compiutezza maggiore, Came Up In A Hive è la canzone perduta dei Giant Sand.

Segue “The Bliss Point” del 2016. City of Speed Traps è un ricordo dei suoi Silkworm più scanzonati, mentre Bellflower potrebbe essere l’ultima canzone bella scritta dai R.E.M. prima che si rimbambissero. Park rende inutile e annichilisce tutta la discografia di Bruce Springsteen, da sola ne vale la carriera, in Youngold si sentono di nuovo gli Wilco di fine anni ’90 inizio 2000, quelli belli.

L’ultimo ep prodotto da Midyett è datato 2018, si chiama “Heartroller” e contiene tre tra i più bei pezzi che Midyett abbia mai scritto, i più azzardati e smaccatamente pop, pesantemente pop. Can’t Find A Hat è un pezzo alt country in bilico tra Wilco, Jason Molina e Howie Gelb. Fight It All The Way sembra scritta da Spiral Stairs in pieno stato di grazia, Golden To The Point of Being Common è, dopo un’intro alla Pavement, solo un pezzo alt country meraviglioso, ancora con Molina nel cuore.

Ma è nell’ultimo pezzo che Tim sorprende di più. In Disappearing Music sembra quasi di ascoltare dei Coldplay senza disfunzioni al nucleus accumbens, o degli U2 stuprati e resi finalmente offensivi. Un capolavoro assoluto, uno dei pezzi più belli dei primi 20 anni del nuovo secolo. Tim Midyett dopo tanto tempo scrive ancora musica meravigliosa, meno tragica, più consapevole, comunque straordinaria. Sostanzialmente non sbaglia un disco dal 1997.

Poche settimane fa, prima che tutta questo caos avesse inizio, l’ho incontrato a Bologna a un concerto dei Sun O))) per i quali suona il basso davanti a platee alle quali non è mai stato abituato. Dopo il concerto, io e Gec abbiamo  aspettato che uscisse dai camerini, l’ho salutato e mentre gli parlavo, nel mio pessimo inglese, mi si sono inumiditi gli occhi, penso che in fondo abbia capito il perché. Il giorno dopo ho postato su instagram una foto di noi due assieme abbracciati e lui mi scritto ringraziandomi, lui a me. Non lo conosco veramente, ma io gli voglio bene. Oggi esce il nuovo disco dei Mint Mile, finalmente un LP completo, anzi doppio, riuscirò, finalmente, a estraniarmi per qualche ora, pensare solo alla musica e non alla tragedia che ci circonda. Alla fine la musica in qualche modo ci salva sempre.

Per Michael Dahlquist.

(*nota) PS. E niente non è vero che di Andy Cohen si sono perse le tracce, le avevo perse io: Andy Cohen & The Light Coma, “Unreality”. Capolavoro assoluto.

Quella volta che Lux Interior

Ieri ho ascoltato la cover di Human Fly degli Zeus! e Mike Patton e mi è venuta in mente questa cosa. È emersa come dai cassetti che stiamo ripulendo in questi giorni, da cui viene fuori di tutto, sono emerse cose brutte ma anche cose di cui tutto sommato non bisogna vergognarsi e cose di cui invece bisogna necessariamente farsi vanto. Abbiamo scoperto per esempio che nel cassetto della stanzina-stendipanni c’era il cappellino di Gullit con le treccine incorporate. Però c’erano anche gli appunti da scrittore problematico diciottenne. Ma è nell’armadio dei lenzuoli vecchi che arrivo al punto: lì dentro abbiamo trovato la mia maglia di Snoop Doggy Dog e questo – lo preciso perché forse ce n’è bisogno – è l’oggetto ritrovato di cui necessariamente sento di farmi vanto. Proprio come di ciò che mi è venuto in mente ascoltando Human Fly: ho visto i Cramps dal vivo.

Era il 5 maggio 1998, al Vidia di Cesena. I Cramps a dieci chilometri scarsi da casa mia. Da Sacramento a San Vittore di Cesena: a me la cosa sembrava incredibile. Nessun altro aveva avuto voglia di venire e così ero solo con un amico più grande. Il suo nome è Ettore. Ettore aveva un Renault Clio e andammo con quello. Entrammo, lui andò al bagno e ci rivedemmo attaccati alle transenne a metà concerto. Concerto che iniziò subito, appena arrivati. Non ricordo tanto, ricordo che fu una scarica di adrenalina, una non stop di scariche elettriche. Ricordo anche che alla fine incontrai un amico rapper, mi chiesi tra me e me che cosa ci faceva lì lui, che infatti mi disse “Che schifo”. E io mi sa che sono partito con il pippone “Ma non ti rendi conto di quello che abbiamo visto, abbiamo visto la storia del punk rock” – firmato Luzzato Fegiz. Lui rispose “Appunto”.

Ma mi ricordo anche un’altra cosa. Quella volta Lux Interior tirò fuori il cazzo. Lo fece così all’improvviso, senza avvisare nessuno, neanche la moglie. Uno giustamente dice, vabè, da un tipo come Lux Interior ti aspetti di tutto, cosa vuoi che sia per lui tirare fuori il cazzo, lo faceva spesso. Ma io non avevo neanche vent’anni, non è che mi capitasse sempre di vedere dei cazzi ai concerti. Il secondo che ho visto è stato quello di Marylin Manson, però su un grande schermo, ma solo perché ero più lontano dal palco. Poi non ne ho visti più. In effetti non è che ne abbia visti così tanti. Non so voi.

foto: Janez Pelko, da turnupthatvolume.files.wordpress.com