C’è un colpo di scena. Antler Springs di Lac Observation

I testi delle canzoni sono i posti migliori del mondo. Ma anche i peggiori. Quante volte ti sei preso bene con delle parole che sembravano le uniche giuste? Non saranno mai quante le volte in cui non è successo. Quali sono i testi più importanti della tua vita? Per me sono tipo The speeding train dei The Lapse e Majorette di Caso. Ma il problema è che 90 volte su 100 non sai la verità, cioè non sai se l’autore mente, perchè nessuno te lo dice. Nei casi in cui ti capita di scoprirlo è un disastro. Cosa penseresti per esempio se scoprissi che le parole di una canzone che ami da sempre, con la quale sei cresciuto e il cui significato legato a sensazioni profonde e stati d’animo complicati continui a custodire come un tesoro, perchè parla di te e degli amici con cui hai condiviso mezza vita, cosa succederebbe se scoprissi che parla di figa? Le parole erano un po’ ermetiche ma tu eri sicuro, tutti lo erano. E poi un giorno leggi l’intervista. La cazzo di intervista della vita, quella in cui l’autore confessa tutto. E la pagina del giornale diventa una gelida bacheca che ti dà una comunicazione epocale con la stessa sensibilità di una tabella meteo. Come quella volta che ti hanno bocciato (ci tengo a precisare che io non sono mai stato bocciato). Piccolo sipario nero sul tuo cuore. 

Poi ci sono le volte in cui l’autore fa lo sborone, accetta con finta modestia la corona di portavoce di un’intera generazione che noi esseri succubi delle sue parole gli abbiamo appoggiato sul cranio, e quelle volte sono davvero odiose. Come gli viene di dire che un testo che ha scritto mentre era ubriaco o in fila alle poste parla di noi? Ma almeno ti rimangono le parole, puoi anche metterle dentro una bolla e continuare a crederci. Quando l’autore distrugge tutto, invece, non rimane più niente, anni e anni di militanza emotiva vengono gettati alle ortiche, così. Dare un significato personale al testo di una canzone è un gioco rischioso che può finire malissimo. Ma in fondo, se ci pensi, va bene così, un pugno in faccia è meglio di una verità non verificata, perchè ti insegna che non devi fare troppo affidamento su niente, neanche sulle canzoni.

Nel pacco dell’età adulta che a un certo punto ti arriva a casa c’è un bigliettino che dice di smettere di ascoltare musica, perchè devi fare altre cose più importanti. Figuriamoci quindi i testi delle canzoni. Roba per poppanti. Dentro al pacco c’è anche una letterina con il testo della tua canzone preferita. Quando la apri parte una vocina irrispettosa che dice “Giacomo eterno adolescente, Giacomo giuggiolone” e poi una scorreggia strafottente. Ma io ho deciso di oppormi all’arroganza dell’età adulta e leggo (quasi) sempre i testi delle canzoni: i sogni degli adolescenti sono difficili da sconfiggere. Alcune volte non ci capisco niente – la vita è costellata di sconfitte – altre volte invece capisco. “L’ho capito!” dico tra me e me, e questo vi fa capire quanto sia raro per me capire un testo. Ma è ancora più raro trovare il testo della vita, di quelli che ti fanno vibrare le vene, capita solo ogni tanto. Però capita, e allora vado a prendere il pacco dell’età adulta e gli dò fuoco. 

Negli anni ’90 funzionava così: i testi incomprensibili erano incomprensibili e basta, non c’era speranza. Ma alla fine chissenefrega degli anni ’90 (e qui ho già i sensi di colpa per aver scritto questa cosa) e adesso quando vedo un testo incomprensibile vado avanti a tentare di capire, perchè poi sono quelli più astrusi a riservare le sorprese migliori. 

E infatti.

Stamattina leggevo i testi di Antler Springs di Lac Observation. Sono già rapito dalle melodie stralunate della canzone di apertura (Lac observation), vicine ai cantautori americani più coraggiosi, tipo (Sandy) Alex G, ma allo stesso tempo piene di fascino retrò alla Flaming Lips, quando mi accorgo delle prime parole: “There is a circle island that is imperfect / and then there is an us that is perfect / somewhere in the dimples of the lake / but there is also an us that is imperfect…”. Un testo sulle imperfezioni delle cose perfette, penso. Promette bene. Poi a un certo punto sento una voce sussurrarmi chiaramente “omicidio, omicidio”. Mi sembra assurdo, riascolto la canzone e infatti niente, la voce non c’è più. Io però sono sicuro di averla sentita. Un po’ dubbioso, vado avanti. Da dubbioso divento sorpreso e in fretta mi dimentico della voce, perchè il resto del testo sembra non c’entrare assolutamente niente con l’incipit. Il significato si allontana, passa per il sole fino ad arrivare allo Spazio che, in quanto tale, è per me incomprensibile. Ecco un testo che in un primo momento ti fa pensare di capire e starci dentro, poi ti frega e ti abbandona completamente a te stesso in una metropoli spaziale di parole incomprensibili. Che inizio. 

Rimango in orbita per tutta la seconda canzone, Foggy drummer, e sono ormai convinto a rinunciare alla mia ostinata ricerca di un significato, con serenità, perchè fuggire dalle regole dell’età adulta a volte significa fuggire dall’obbligo di fuggire. Dopo una simile epifania mi metto nell’ottica di dare più spazio alle cose e meno a me stesso: non sono più io a dover fuggire oppure no, è la canzone a imporsi e io la accolgo come viene lei: sinceramente. Di Foggy drummer ho apprezzato da subito il titolo (sembra un Supereroe, uno che spara la nebbia dal naso mentre suona), il testo dall’ispirazione naturalistica fantasy, il suono e la scrittura, così vicini ai Flaming Lips di The soft bullettin ma molto più raffinati e delicati. Sotto alle atmosfere così sognanti e curate, questa canzone (come tutto l’ep) nasconde soluzioni di arrangiamento deliziose. Ma non sono sicuro di aver afferrato il significato del testo.

All’arpeggio di Wyvern song sono perso nel fantasy e, un po’ demoralizzato (il fantasy non è mai stata una mia passione), non ho più nessuna intenzione di trovare un significato alle parole. Ma è qui che arriva una delle idee migliori di Antler Springs: colpo di scena, in mezzo alla natura fantastica appare una lama che fa a pezzi un drago. Di nuovo fa capolino l’incubo del significato (il testo fantasy ha ucciso se stesso?) ma mi fermo e dò più importanza all’immagine, violenta e improvvisa. Tra l’altro, eccolo qua, non ce n’era più traccia all’inizio del disco ma eccolo lì: l’omicidio. Vedete? Wyvern song mi svolta l’ascolto e capisco che il gioco dell’attesa del significato e della musica che sfonda e apre altri mondi aveva un fine ultimo: l’omicidio del drago. Avere le allucinazioni uditive e ascoltare le voci non è sinonimo di pazzia.

Così, rilassato, mi abbandono all’ascolto dell’ultima canzone. Libra eye over the Hvergelmir alterna alti e bassi, parole delicate a parole sguaiate. E tutti i dettagli in sottofondo, che nelle canzoni precedenti rimanevano (appunto) in sottofondo, qui esplodono definitivamente facendosi più pungenti. È l’ultimo rush finale in crescita, al termine del quale ho per le mani: una musica scritta benissimo e suonata ancora meglio, testi incomprensibili al 95% e un’immagine fortissima. Ma cosa vuol dire quindi il coltello che uccide il drago? Non ne ho idea, ma lo lascio lì, ad assolvere alla sua funzione di fulmine violento in mezzo al mare fantasy, pscichedelico e cantautorale. Non chiedo niente a nessuno, rimango col dubbio, per sicurezza.

Credo che Antler Springs sia un episodio abbastanza unico in Italia. Penso di poterlo mettere accanto ai cantautori anglosassoni che ultimamente tentano di sperimentare intorno alla canzone folk e pop: oltre a (Sandy) Alex G, per esempio Spencer Radcliffe e Hollow Hand. Questi autori sono caratterizzati da un legame particolare con la canzone pop rock tradizionale, le loro influenze sono le più disparate, dai REM ai Beatles, dagli Slint ai Neutral Milk Hotel al country, ma tentano di introdurre delle modifiche, con gli effetti sonori, che spesso privilegiano le dilatazioni, ma anche con la scrittura, che spesso privilegia le dissonanze, le esplosioni e gli stacchi, per poi approdare nella ripetizione. Sulla stessa linea si trova l’ep di Lac Observation, che dà a tutto questo un tocco molto personale creando un’atmosfera folk e famigliare ma allo stesso tempo distorta e straniante. Sono già curioso di ascoltare le cose che farà in futuro.

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Fuga dallo Spazio: Pinball Odyssey degli Spacepony

“Immaginò che il barista gli avesse chiesto cosa voleva da bere, ma se non fosse stato così? Magari gli aveva detto che il bar era chiuso, oppure lo aveva insultato, o invece aveva voluto informarsi sul suo stato di salute. L’idea che il linguaggio funzionasse, anche fra due persone che parlano lo stesso idioma, gli parve all’improvviso miracolosa: bisognava concordare su troppe cose, avere in comune un terreno troppo vasto” (Cose che succedono la notte, Peter Cameron)

Non è facile che chi è nato o vive altrove senta la musica come un local. In qualsiasi posto del mondo. La musica è un linguaggio e perchè la comunicazione funzioni ha bisogno di un terreno comune fatto di storia, radici, abitudini. Anzi la musica è ancora più selettiva di una lingua: se vuoi la lingua la impari, ma non impari a essere davvero del Sud degli Stati Uniti, per dire. Ogni posto ha il suo Folk ed è difficile fare Folk americano in modo credibile se sei italiano. E il contrario: immagina uno di Buffalo che si mette a suonare il Liscio. Di fronte a questo tipo di appropriazione non ho una regola ferrea di comportamento, non amo tutto e non detesto tutto. Spesso la sento come una forzatura. Ma nel corso del tempo ho trovato alcune eccezioni, come Pinball Odyssey degli Spacepony.

In ogni passaggio di Pinball Odyssey il ritmo è realmente (scusate) surrounding: il lavoro degli strumenti, la loro cadenza e i loro movimenti occupano molto spazio nelle canzoni. Non è sempre così, ci sono quei dischi in cui presti più attenzione a quello che i singoli strumenti fanno e non vieni sopraffatto dal ritmo, che finisce per essere in secondo piano. In qualche modo. Qui no. E qui il ritmo è quello del folk psichedelico dolce e melodico, vicino a Mercury Rev e Flaming Lips. 

Il ritmo di Pinball Odyssey è dato anche dall’attesa. Una delle sue caratteristiche è quella di tirare fuori all’improvviso strumenti inaspettati: dopo un po’ ti abitui all’idea che verrà fuori qualcosa, e lo aspetti. L’abitudine e l’attesa insieme ti danno la possibilità di ascoltare un contesto molto uniforme ma che riserva diverse sorprese. Cioè, oltre alle collaborazioni che contribuiscono a dare alle canzoni caratteristiche diverse, Pinball Odyssey ha un’impronta definita ma contiene sempre una tensione alla modifica del percorso, tensione che trova uno sfogo solo abbozzato, mai conclusivo. Un po’ alla Frittering dei Mercury Rev, ma in modo meno strutturato e massiccio. E questo dà luogo a una vibrazione di insoddisfazione che si trova in tutti i pezzi. Come se gli Spacepony avessero trovato casa dentro alla musica che fanno ma allo stesso tempo no. Credo che sia un’insoddisfazione ammissibile e vitale (di cui si parla anche in un passaggio del testo di Feel Alive: …”it’s hard to find peace, someday sometimes”..) che si verifica quando amiamo tantissimo una cosa che, però, non ci appartiene davvero per motivi che non dipendono da noi: quel tipo di Folk proviene da un mondo lontano, noi lo ascoltiamo o lo suoniamo perché lo sentiamo vicinissimo ma in realtà non lo è. E un po’ soffriamo questa cosa, anche se non lo ammettiamo del tutto. Soffriamo e non ammettiamo, ma lo ascoltiamo e lo suoniamo lo stesso. Da qui viene la tensione. Vuoi una cosa tantissimo ma non la potrai mai sentire tua davvero fino in fondo. Gli Spacepony, proprio negli attimi in cui gli sembra di riuscire ad abbracciarla, avvertono le differenze che li separano da lei, le rendono palesi e mettono in campo le loro deviazioni. E poi ripartono daccapo. È il modo in cui gli Spacepony affrontano il problema di un linguaggio musicale che utilizzano ma che proviene da lontano e non gli appartiene del tutto. È un modo consapevole e senza paletti legati ai generi: non fanno un genere solo, non fingono che quel genere gli appartenga ma lasciano che la scrittura prenda la sua strada. E la prende, verso direzioni in cui i generi si sovrappongono e creano una varietà così evidente di elementi che non sai più che genere sia.

Ogni canzone mi ha dato sensazioni differenti e in questo sta la forza della varietà di Pinball Odyssey. Did You Hear the Horses Winny mi ha portato dentro a un western e non me l’aspettavo. Butterfly (2nd Life) mi ha colpito per la sua delicatezza e per la bellezza degli archi: è un incrocio tra Sparklehorse e Big Star. L’apertura di El Sol è molto bella e chitarra e batteria si sposano benissimo seguendo una stessa delicatissima strada. Il ritornello di Back Home è forse il migliore di tutto il disco, perchè le sue sonorità portano lontano: bastano poche note per aprire un mondo. Adoro il theremin e mi piace il modo in cui viene usato in Killie Willy, la cui seconda parte mi ha ricordato le ballate più fantasmagoriche di Mark Linkous (ancora). Il disco cambia un po’ passo con She-Fi, che non mi fa impazzire. Forse è un problema di missaggio (ma non lo so perchè non me ne intendo): mi pare che gli strumenti siano venuti fuori un po’ scollati tra loro.

Feel Alive lega il suono quasi cupo della chitarra a una melodia molto dolce e sulla parte finale lo fa sovrapponendoli a suoni e strumenti che ti spingono via dai territori esplorati finora nel resto del disco. L.I.A.R. è una canzone dei fIREHOSE con un tocco di Pinball Odyssey e questo testimonia la perfetta unione tra Spacepony e Mike Watt. Invece, in Perfect Machine, c’è qualcosa che mi ricorda gli Eels, forse la durezza simpatica del modo di cantare e delle parole. E le seconde voci sono davvero un tocco di classe, come il finale, in cui sembra sentir parlare R2D2 di Star Wars. Cosmic Waltz è l’episodio più romantico, spaziale, probabilmente anche più divertente e rilassante del disco, con gli archi sul finale che ricordano una danza in un palazzo imperiale in un film ambientato nell’800. Sensazioni, immagini e direzioni inaspettate. Back to Summer è la conclusione ideale. In ferie mi piaceva ascoltarla a fine giornata, perchè è nostalgica ed è perfetta per dire ciao a qualcosa che non è definitivo ma comunque è finito. In questo caso avrei fatto a meno degli archi sul ritornello.

Pinball Odyssey è un disco di Folk utopico, con riferimenti saldi ma anche con il desiderio di andare altrove, verso un mondo non realizzato e forse non realizzabile, comunque certamente personalizzato, che non abbia solo radici ma anche e soprattutto fantasia. La fantasia che lo fa vibrare di insoddisfazione e amore allo stesso tempo.

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Chitarre amiche: Cagework

L’8 agosto un mio amico, che a sua volta li aveva ricevuti da un altro amico, che non conosco personalmente ma che musicalmente parlando stimo moltissimo, mi ha passato i Cagework. E se non possono essere taggati nella rubrica Vomitare merda perché non mi pare inseguano quel mood lì (poi magari mi sbaglio); e se non sono americani, ma inglesi; sono però il gruppo ideale per incoraggiare chi pensa che le chitarre siano finite e si accontenta, fingendo di esserne soddisfatto e acclamandoli come gruppi grandissimi, di IDLES e Fontaines D.C., che (britannici anche loro) in realtà suonano senza nessuna fantasia, ricalcando senza troppi sforzi compositivi e sonori i gruppi del passato, recente o meno che sia. The Fall, Joy Division, Fugazi, Interpol.

Anche i Cagework fanno parte del revival power pop emo post hard core grunge che ha preso piede in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. Hanno, ok, riferimenti musicali precisi (diversi da IDLES e Fontaines D.C: Pile, Weezer) ma nell’insieme suonano decisamente meno stagionati. Più originali. Si differenziano dai fratelli britannici anche per la varietà nella scrittura da una canzone all’altra.

Hanno fatto due dischi: l’omonimo, nel 2019, più power rock; Exercise in Conflict (2020), più influenzato dal math rock. Aiuto! Bisognerebbe dire. Ma è solo influenzato, perché ogni volta che sono lì lì per esagerare con i virtuosismi della chitarra, la tirano su con una distorsione che migliora la situazione.

Alla fine preferisco il disco dell’anno scorso a quello di quest’anno, ma li sto ascoltando tutti e due.

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