Prova a prendermi. Brian Wilson che fa tutto Pet Sounds

Ok, non è più in forma come una volta

Una cosa che ho fatto nel 2017, e che penso non farò mai più, è vedere Brian Wilson dal vivo. In maggio io e la mia morosa siamo andati a Los Angeles in vacanza, un mese prima abbiamo saputo che avrebbe suonato Pet Sounds in it’s entirety e abbiamo comprato i biglietti con tanto di “ma quando ci ricapita”, “ha rimasto due pisciate” e cose così, delicatissime. Per scoprire, cinque giorni dopo, che avrebbe suonato anche a Perugia in luglio. Ma quando ci ricapita di vederlo a San Diego? Era l’interrogativo per convincerci di aver fatto la cosa giusta di riserva. San Diego è quasi la casa dei Beach Boys, che sono di Hawthorne nella Contea di Los Angeles, a due ore di macchina da San Diego. È come dire che se io sono di Gatteo e suono a Reggio Emilia sono praticamente a casa? No, però mi hanno sempre raccontato la California degli anni ’60 come un unico grande cilum, quindi lo prendo per buono e la considero un’unica grande casa. Ma gli anni sessanta sono finiti, io non li ho nemmeno mai visti e per i due poveri turisti di Gatteo che se ne vanno a fare un giro a Los Angeles in primavera e prendono una macchina per andare a San Diego, Los Angeles-San Diego non è proprio a un tiro di schioppo. Tempo stimato: due ore. Tempo effettivo: quattro.

Brian Wilson suonava al Civic Theatre, non con tutti i Beach Boys ma (della formazione originale) solo con Al Jardine, e con Blondie Chaplin, nei Beach Boys dal ’72, più un triliardo di altri musicisti. È un mondo lontano, la California fricchettona degli anni ’60 non mi è mai piaciuta, ho sempre rivolto la mia attenzione verso altre cose, le droghe non sono mai state una mia passione, Jim Morrisson non è mai stato il mio mito, anzi l’ho sempre sfangato poco, la rivoluzione culturale è un argomento interessante si, ok, ma parliamo d’altro per favore, col ’68 i nostri professori al liceo ci hanno fatto una testa così. Ma Pet Sounds, anche se è totalmente a mollo in quel periodo, va oltre tutto questo. L’ho ascoltato migliaia di volte, tra i rocker della mia città negli anni ’90 c’era chi lo tirava sempre fuori in quel modo che solo noi romagnoli sappiamo usare: cioè, petssaund… Ma a me non me ne fregava un cazzo del perché loro consideravano bello quel disco, se la menavano, alla fine del discorso rispetto al disco erano più importanti loro e le loro voci fastidiose. A me piacevano le canzoni, la malinconia e la gioia, e anche la noia, quel modo di tirarla per le lunghe con le ripetizioni, le melodie eterne.

Quindi, il giorno del concerto ero abbastanza in botta dal mattino alle 10, seppure dovessimo partire alle 3 del pomeriggio, giusto per stare dalla parte del sicuro. Eravamo in giro e abbiamo anche trovato da dire perché io ero un filo carico e cose così. Ci siamo messi in macchina alle 4, presto, considerando che il concerto iniziava alle 8:30. Per fortuna, perché sulla statale tra Los Angeles e San Diego capita un incidente ogni 100 metri: cinque ne abbiamo beccati. Io ero preoccupatissimo. Google Maps ha sempre funzionato, abbiamo cambiato statale per poi rientrare e poi cambiare e rientrare ancora e siamo arrivati al Civic Theatre di San Diego un po’ in ritardo. È iniziato da mezz’ora ci hanno detto all’ingresso, mentre ci accompagnavano ai nostri posti, sulla balconata. Presa male eccetera. In pochissimo tempo però la presa male per il ritardo si trasforma in presa male per la paura del concerto-pacco, perché stavano facendo tutte le canzoni peggiori dei Beach Boys in una versione cinghiona. Mi dispero, chiedo scusa alla mia morosa che in realtà era contentissima, mi guardo intorno, sono circondato da matti che urlano, età media 70 anni, poi.. il concerto s’interrompe. Che cosa succede chiediamo a un signore anziano accanto a noi. “C’è la pausa” (e per fortuna ho pensato, sennò ti scoppia il miocardio) “e poi il secondo set con Pet Sounds in it’s entirety” (sentirlo dire da un americano era una meta che speravo di raggiungere prima o poi nella vita). Grande bolgia, cenetta coi fiocchi (patatine nel sacchetto) nel foyer, caffè, pisciata e si inizia.

In realtà, una delle cose più belle della serata è stata la pausa nel foyer. E io mi sbagliavo di grosso. La prima impressione aveva confermato quello che mi aspettavo quando ho preso i biglietti: un concerto per vecchi. Ma allora perché li hai comprati se pensavi questa cosa supponentissima? Solo perché non ho resistito al fascino di Brian, il grande musicista rovinato dalle droghe, dalla depressione e dalla cattiva gestione del patrimonio economico accumulato negli anni. Quello che vedevo nel foyer mi dava torto marcio.
Ogni tipo di fan senza vergogna dei Beach Boys era in quella stanza, dal settantenne rimasto pee sempre al momento in cui ascoltò per la prima volta Pet Sounds, al ragazzino che invece di ascoltare Kanye West si trova un pomeriggio in casa col padre che, dopo una presentazione sbrodolante in cui per poco perde la ragione, gli fa ascoltare Pet Sounds sul piatto del suo preziosissimo Technics di sticazzi, stampa originale, comprata nel negozio che ha chiuso con l’avvento dell’mp3 bla bla bla, e il ragazzino in barba a tutte le vere musiche rivoluzionarie che potrebbe ascoltare adesso, ci rimane secco con Pet Sounds, che non gli esce più dalla testa.
Dall’uomo anziano vestito da texano con la t-shirt del tour al tizio con la collana di fiori.
Dal ragazzo a cui si gliene frega di Brian Wilson ma tranquillo, ha accompagnato la sorella o il nonno, alla ragazza entrata al concerto per tradizione, perché comunque i Beach Boys sono circa di lì, lei è circa di lì, quel live è un evento, un po’ come il Fuori Salone da noi insomma.
Quindi, una grande festa si sta svolgendo nel foyer, mentre io cerco di fare una misera pisciata in uno dei bagni dei tre piani del teatro, tutti con una fila lunghissima di uomini di vario tipo. Ne ricordo in particolare uno, di mezz’età, con le infradito e il boxer a fiori come se di fronte a lui ci fosse l’oceano e non una fila di uomini che la tengono stretta. Quando sono tornato di sotto pronto a rinascere con la seconda esplosiva parte della serata, ritrovo la mia ragazza che parla con un’americana che naturalmente era stata in Italia e naturalmente l’aveva amata un casino. E, a luglio, Brian Wilson viene a suonare a Perugia, do you know Perugia? volevo dirle, ma ho lasciato perdere.

La prima parte del concerto era stata letteralmente dominata da Blondie Chaplin che pensava di essere sul palco con i Rolling Stones e in uno spazio di quaranta metri ha camminato almeno tanto quanto cammina Mick Jagger sui suoi palchi chilometrici. Infatti ho visto un Brian Wilson piuttosto contrariato dietro al pianoforte, le battute acido-simpatiche su chi fosse più popolare dei due sono venute giù come se fossero le note di Surfin’ USA, a grappoli. Al Jardine li guardava paziente. Era uno spettacolo per vecchi amanti di Venice Beach che potevo capire solo in parte, perché non avevo mai preso parte a quel mondo, l’avevo vissuto solo da lontano, letto nelle riviste specializzate, ascoltato nei dischi.

Ma dopo la pausa, la part I era diventata dentro di me già una specie di spettacolo ancestrale, con quell’aura mitica che si dà alle cose che non hai vissuto in prima persona ma qualcuno ha avuto l’accortezza di raccontartele e fartele conoscere da vicino. Come un ricordo del passato che all’improvviso si materializza di fronte a te, giovane sprovveduto, sul palco del Civic Theatre. A San Diego. Viva i cinghionismi, qualcuno sta facendo tutto questo per noi! Pensavo. Naturalmente non era vero, e questo rendeva ancora più bella la serata: tutto aveva la perfezione costruita di una messa in scena teatrale, ma era vero. Che razza di mindfuck. L’impressione negativa iniziale era scomparsa ed era diventata una goduria. Quando me ne sono reso conto, la mia mano stava aprendo la tenda di velluto rosso dell’ingresso in balconata e a quel punto ho visto il teatro a luci accese, invaso dalle persone che lo strariempivano e applaudivano sfasciandosi le mani, tutta l’orchestra sul palco e, all’improvviso, è partita Wouldn’t It Be Nice.

Brian non era per niente in forma. La sua voce era un filo sottile che sembrava vivere grazie a un’energia surrogata, pompato quasi da un alimentatore sistemato dietro le quinte per non far venire a meno la potenza necessaria a reggere tutto un concerto. Dietro di lui, quattro coriste e un cantante (figlio o nipote di qualcuno ma adesso non ricordo) coprivano i suoi vuoti di voce. Gli altri musicisti erano perfetti, super-rodati e ultra professionisti. Erano così produttivi, scoppiettanti e contenti (anche se praticamente stavano suonando con un antenato degli umani). Che noia, che barba, tutto perfetto, non sembrava dal vivo! Per niente invece, ogni canzone era un gioiello, pulita e liscia, come sul disco, si. E non volevo altro, non potevo volere altro, cos’avrei potuto volere? Di arrivare lì e vedere loro che fanno gli annoiati e cambiano le canzoni per tentare di divertirsi un po’ non ne avevo nessuna voglia. No, Brian Wilson che suona Pet Sounds lo volevo così, come se avessi messo su l’album in macchina, in più con un’acustica perfetta e un pubblico stratosferico da gran che era divertito e divertente. Il signore di fianco a noi era in formissima, niente infarto, almeno non prima della fine. Se va bene aspettava da anni quel momento. Questa sensazione, dell’evento gigante, era evidente, perché sembrava di essere a una grande festa di capodanno senza la stupidità di dover festeggiare un nuovo anno che sarà quello vecchio tale e quale, ma con la gioia di ascoltare la musica della vita, che ha accompagnato ragazze e mamme, nonne e nonni, padri e figli arrivati fino a quel momento. Una bomba di situazione. A metà del disco, più o meno a Sloop John B, la platea non esisteva più, a nessuno fregava più niente che ci fossero delle sedie lì nel mezzo. Prima di quel momento, ricordo una I’m waiting For the Day sognante, dove tutti guardavano il cielo (veramente alla mia destra c’era un signore che se la dormiva, ma ognuno ha il suo modo di farsi i viaggi) e adesso sembrava di essere a un concerto di Lady Gaga, con gente che si strappava i capelli sotto al palco e cantava le canzoni come dei singalong. Anche i giovani. Soprattutto i giovani. Cioè, fuori c’erano ambulanze pronte per tutti, eventualmente.

Dopo Caroline, no niente pausa, luci accese e dritto per i bis. Nessuno era stanco, tranne forse Brian Wilson, che comunque era ancora lì. Fino a quando c’è stata musica da suonare (38 canzoni in tutto, non sono neanche poche) è stato lì. Poi è schizzato via come una molla, veloce come la formica che deve rincasare per ripararsi dal pericolo degli umani che potrebbero schiacciarla, ma che il sindaco di gatteo mi tolga la cittadinanza se non ha tirato fuori tutto il fiato che aveva in gola.

Il nostro amico, il signore seduto di fianco a noi, ha fatto lo stesso (senza intascare il cachet): sull’ultima nota dell’ultima canzone, Love and Mercy, è schizzato via con la testa già sul cuscino, travolgendoci con una forza unstoppable. Forse aveva visto su YouTube altre date del tour e sapeva che quella sarebbe stata l’ultima. Col cazzo che vado in ambulanza adesso, vado a letto e domani, finalmente, vivo di questo ricordo, diceva la sua faccia. Noi due, per quanto ci riguarda, siamo rimasti a sedere un altro po’, a guardare il teatro e la gente che molto lentamente sfollava. Nel foyer, le magliette costavano 45 dollari e ho pensato mo la mecca! Siamo saltati sulla macchina e abbiamo sgommato veloce verso il letto. Due ore e mezzo dopo (alle 2? 2 e mezza?) eravamo in albergo e ci sentivamo esattamente come i 70enni dopo il concerto: praticamente immortali. Puppate luridi vecchi hippie, eh, mica solo voi.

In pratica, come ho scritto nel post su facebook ma lo aggiungo anche qui perché rende l’idea, è stato come quando Holmqvist segnò al Milan al Manuzzi, un po’ strano, realtà? finzione?, ma fico.

(postilla della mia morosa)
Sono a bere con delle amiche e mi arrivano messaggi di Giacomo che non leggo, tanto tra poco vado a casa, penso. Arrivo a casa e trovo un uomo in stato confusionale che gira di stanza in stanza sussurrando brian wilson, brian wilson, pet sound INITSENTAIRATY e dico cosa hai fatto?
Avevamo prenotato poco prima per Los Angeles, ci avevo messo MESI a convincerlo. Non sembrava neanche poi preso tanto bene. Io ero immersa fino alle orecchie in scrapbooking con disegni di strade, percorsi calcolati al minuto su maps, giornate fitte di roba neanche fosse un lavoro. Lui, però, aveva scoperto che c’era Brian Wilson in quei giorni a Los Angeles e il concerto era sold out. Come facciamo. Testa nelle mani. Oddio.
Vado sul sito e vedo che ci sono ancora i biglietti per lo show di San Diego, che vuoi che sia, sono 200 kilometri, ci andiamo. Davvero? Ma certo, checcifrega. Compra!
Intanto io studio i percorsi, cambio tutto il programma della settimana, imparo a memoria tutte le strade del centro storico di San Diego, per sicurezza, casomai arrivassimo in ritardo. Arriviamo in ritardo. Il teatro è bellissimo. Il resto lo sapete già.

Il mio primo report del Transmissions

Akiba's trip Transmissions X

Quando arrivo al Trasmissions, l’80% delle volte conosco poco chi suonerà. È bello così, mi sembra un buon modo di assecondare ed entrare dentro la natura sperimentale del festival. “Chi sta suonando?” “Aspetta che guardo nel programma.. è il secondo, si, dovrebbe essere lui”. La programmazione è una sorpresa, quando esce dico sempre wow non conosco nessuno. Poi inizio ad ascoltare qualcosa, qualcuno mi prende bene, qualcun altro meno, ma in ogni modo mi piace lasciarmi lo spazio per arrivare là e non essere sicuro di quello che succederà. Un’altra cosa che mi piace del Transmissions è che è un festival di musica sperimentale che non si considera un festival di musica sperimentale. Cioè, non rimane vincolato a quell’idea di sé e non dà una sola interpretazione di sperimentale. Sperimentale può essere la musica, ma anche l’accostamento di un gruppo a un altro, o la scelta di chiamare a suonare qualcuno che di sperimentale ha poco. Nel 2014 il Transmissions è stato gitan-noise, c’erano The Hawk and the Hacksaw un giorno e i Deerhoof quello dopo. Di fatto, è un festival poco prevedibile. Non segue strade già battute da altri ma rispecchia il gusto del curatore, che dal 2012 ogni anno è diverso. Quest’anno, per festeggiare la decima edizione, ha guidato la nave il padrone di casa Chris Angiolini, che ha chiamato a raccolta protagonisti delle edizioni precedenti e amici, rendendo il Transmissions un posto famigliare.

Per loro, per me non del tutto. Per esempio, famigliari non sono le location, perché negli anni sono cambiate. Teatro Comandini, Galleria Ninapì, Teatro Rasi, Cisim, Fargo, Hanabi, Museo d’Arte di Ravenna, un posto a Faenza, un bel po’ di Almagià e un sacco di Bronson. Che rimane la mia preferita: il motivo sta in un corto circuito che in effetti ha a che fare con l’essere famigliare o s-famigliare. Cioè sta nel momento in cui – durante il Transmissions – esco dalla routine dei concerti che sono abituato a vedere in quel posto: da un lato sono lì come altre volte, dall’altro lo spettacolo è completamente diverso dal solito. È una cosa che mi spiazza un po’. Al Transmissions nella serata Bronson mi è capitato di guardarmi intorno e vedere uno con gli occhi sbarrati, uno preso da un ritmo che sentiva solo lui, un altro a occhi chiusi, uno concentratissimo, uno impaziente, uno in difficoltà a livello di resistenza fisica, quello di fianco preso benissimo. Ognuno rapito a modo suo. Voglio dire, non a tutti i concerti al Bronson se guardi il pubblico hai una panoramica umana di questo tipo. Con il Transmissions, il Bronson smette di essere il posto di sempre e le immedesimazioni degli spettatori possono essere infinite. Qualche volta mi è capitato di aver bisogno di cercarlo, un angolo famigliare, un angolo che sapevo sarebbe stato di sicuro uguale alla volta prima, e mi sono infilato nel bagno, anche per ricordarmi che ero tra gli umani. Non rude allo stesso modo, ma una situazione da In da Club.

La prima sera all’Almagià sono stato così poco famigliare che l’ho persa, per motivi logistici. Iniziando quindi da quello che non ho visto, ad aprire il festival è stato Tiresia. Tiresia è il nuovo progetto di Bruno Dorella (OvO tra le altre cose) con Stefano Ghittoni (tra le altre cose Angel Ros), ma anche un personaggio di I cannibali, il film di Liliana Cavani ispirato all’Antigone di Sofocle e interpretato da Pierre Clementi. Non so se vi siete mai presi l’impegno di vedere un film con Pierre Clementi (tipo Bella di giorno o Partner) ma lui era un attore assurdo, con lineamenti da Visitor e movenze da ballerino, sempre fuori luogo e sopra alle righe per via del modo di fare sempre tragico e disturbato, anche se molto educato. I Tiresia non sono né tragici né disturbati e non sono neanche particolarmente educati, normali, ma hanno una melodia aulica e rilassante. Li sto ascoltando adesso. Poi Bus De La Lum, Stian Westerhus e Ulver, bam bam bam, me li sono persi tutti.

Quello che ho visto. Sabato invece sono arrivato in orario addirittura per Daniel O’Sullivan, il primo a suonare. Già curatore del festival nel 2013, è un personaggio alto e dinoccolato, inglesissimo in tutto, ed è riuscito a portare sul palco la sua capacità di fare un sacco di cose, tanto che a un certo punto si è confessato e ha detto: “non so cosa fare, ci sono tante possibilità”. E in quel momento si è accesa sopra di lui la tag-line generazionale più generazionalmente trasversale di tutte: “ho voglia di fare, ho voglia di fare, ma non so cosa fare” da che di cose da fare ne avremmo un treno. Messa in scena o no, con una frase sola ha fatto sedere accanto a sé tutti i suoi progetti (Ulver, Grumbling Fur, Chrome Hoof, qualcosa di This Is Not This Heat, un po’ meno i Miracle, Aethenor) e li ha fatti suonare insieme, materializzando in un colpo solo le tante idee degli anni passati e futuri. O’Sullivan è un menestrello: per quanto questa figura sia antica, e lui (musicalmente) non abbia niente di antico, è padronissimo del proprio mondo, è una specie di artigiano, il direttore lavori in un cantiere di tentativi. Sul palco sembra nel suo studiolo, in cerca dell’ispirazione. Lui prova a fare in un modo e vede come viene. Usa il lato lirico della voce. Gli echi e le distanze dai microfoni sono strumenti. È come la Pantera Rosa col cardigan, di fronte alla consolle e al piano Rhodes. Ha le mani e il passo felpati e, anche se sembra non esserci del tutto e non saper cosa fare, sa cosa fare.

Daniel O’Sullivan è una parentesi che precede un percorso in tre parti, di cui Robert Aiki Aubrey Lowe è il primo atto. Indossa un paio di scarpe enormi, che sembrano imbottite come se fossero un avambraccio di un piumino Moncler. Anche grazie a loro dà l’idea di essere una persona stabilissima, nel senso di ferma e decisa, e lo conferma la sua figura, alta, poco mobile (il contrario di Daniel O’Sullivan), stagliata sul palco contro il fondale bianco straluminoso. Anche la sua musica è stabile. Un’unica canzone senza interruzioni che ha il pregio di catturarmi in certi passaggi e di perdermi completamente in altri, dandomi la possibilità di costruire un mio concerto, con le pause che voglio io. Pare che a diversi faccia lo stesso effetto ed è una cosa positiva: non tanto libertà di ascolto, quanto di reazione, dentro un unico flusso di suoni. All’inizio non mi prende, poi si, poi mi perde ancora per ritrovarmi sul finale, nel momento in cui chiude il concerto, l’attimo in cui capisco cos’è successo. Robe Lowe ha anche cantato, mischiando così bene i sintetizzatori e la voce da farli diventare la stessa cosa, entrambi espressione dell’estasi che Lowe stava mettendo in scena. Il senso di badilata in testa attesta che è riuscito nel suo intento, perché la sua volontà è farci perdere nel suono, come se fossimo addormentati, mentre siamo svegli. I pouf distribuiti sulla pista aiutano (tutto calcolato). Per raddoppiare, e provare una sensazione da doppia padellata in testa, Rob Lowe va ascoltato a casa, dove le quattro mura domestiche diventano un limite fisico tanto famigliare e accomodante da renderlo ancor più totalizzante.

Matteo Vallicelli ha suonato per terzo. Dicono che le origini della musica che fa adesso vadano ricercate nell’hardcore, nel punk e nel garage, da cui ha iniziato. Alla base di tutto c’è la stessa necessità di esprimersi adottando un modo diretto, che ti permetta di dirla tutta, senza mezzi termini. Quel modo era l’hardcore prima, il garage poi, adesso è l’elettronica. Non si è accontentato di quello che aveva trovato, perché non gli bastava più, e ha cambiato. Quando il cambiamento è dettato da un’esigenza reale, un buon disco è la cosa migliore che si possa tentare di fare. Primo, l’esordio solista (per la Captured Tracks) di Vallicelli, usa in modo sfacciato una tecno spintissima solo in alcuni momenti, ma che bastano per risvegliare gli spettatori dopo Lowe, trasformando il Bronson da sala dedicata al riposo a discoteca. Infatti, la Direzione ha fatto sparire i pouff. Rispetto a Lowe, siamo sempre in uno stato di trance ma un gradino più in là, su un livello carpenteriano. A tratti la gente davanti a me frigge su una pacifica base di bassi distorti, a tratti si muove spinta dalle tastiere. È lo step intermedio della serata, quello che mi ha preso di meno, il suo suono è troppo tecno e non riesco a trovare la rottura del confine tra questa musica e l’hard core, c’è, esiste, ma quella sera non so dove sia.

Sia dove sia, poi arriva Lorenzo Senni, che dal vivo riduce il minimalismo degli anni ’10 a un rivolo sottile. Attorno a quel rivolo si sviluppano tantissime altre derivazioni, tantissime linee di suono che prendono strade diverse. Ottiene potenza in crescendo, mai distorcendo ma accumulando dettagli. Mentre sono lì e mi sto divertendo sul serio, Giovanni mi spiega il motivo del mio gaudio come meglio non avrebbe potuto: sembra di assistere a un videogioco giapponese d’azione o d’avventura. Lorenzo Senni ha in pratica preso la colonna sonora di quei giochi e l’ha messa dentro al minimalismo trance, a cui ha imposto una specie di gamification. La colonna sonora di Akiba’s trip è insistente, ripetitiva, fatta di alti e bassi di intensità, tipo esplosioni improvvise, botte sulla tua destra e stop a sinistra. Così la tua attenzione è sempre lì, non riesci a staccarti neanche per un nano secondo, se lo fai muori, perché la gente che incontri mena e tu ti devi difendere con la mazza da baseball. Un attimo è tecno, quello dopo è una melodia mielosa, poi una velocità intermedia e dopo un passo ancora diverso, aperture improvvise e stop, e si riparte. Il concerto di Lorenzo Senni è questo, il terzo scalino della serata, il salto finale, un’idea opposta alla libertà di trip concessa da Rob Lowe. E se Vallicelli ha fatto emergere tutto il Bronson discotecno che c’è, Senni lo fa diventare un ring. Uno step più in là. Nessuno perde il fuoco sul palco, qualcuno più che ballare zoppica perdendo il tempo ma siamo tutti costretti a tenere gli occhi aperti, per scansare gli attacchi della consolle dell’MC Senni. In assoluto il miglior concerto della serata.

In assoluto, i momenti migliori del festival sono però quelli al MAR, la domenica. Pranzo da mia mamma per il suo compleanno, riesco a contenermi con l’alcol e a liberarmi abbastanza presto. Fuori piove e fa freddo, parto per Ravenna, purtroppo perdo Cristian Naldi e Onga Dj ma arrivo in tempo per Adriani Zanni e Mai Mai Mai. I concerti sono nel ballatoio, per terra ci sono dei cuscini ma sono tutti occupati e rimango in piedi. Mi tolgo il giubbotto e rimango in maniche di camicia, mi appoggio da qualche parte e guardo Zanni iniziare. Il riscaldamento è altissimo ma sto benissimo. Quasi a casa. Zanni è un fotografo e field recorder che durante i concerti mette insieme le sue fotografie in bianco e nero e i suoni che registra e li trasforma in uno spettacolo unico, pieno di alberi, posti isolati, privo di figure umane e quasi privo di voci. Il taglio delle sue foto non è mai normale, tanto che alcune volte devo pensare a quale sia il soggetto. I suoni sono ronzii, silenzi fatti di qualche rumore, sovraesposizioni di qualcosa che corre e passa più volte. La sera prima, Zanni era al Bronson. Stavo bevendo con Francesco una birra (offerta), stavamo parlando credo di bambini piccoli, quando Francesco si volta da una parte e dice “c’è Zanni con la maglia What Would Husker Du”. Io mi chiedo “Who is Zanni?” e lo vedo venire verso di noi, con la maglietta What Would Husker Du. L’unico caso impossibile in cui non so chi sia una persona ma la vedo e la riconosco. L’ho riconosciuta anche il giorno dopo, dietro alla consolle del MAR, senza maglia degli Husker Du ma già con tutta la mia simpatia. Cos’hanno in comune il lavoro di Zanni e gli Husker Du? Niente. Fatto sta che quella domenica il pensiero della t-shirt mi ha portato a pensare a Grant Hart mentre guardavo e ascoltavo Zanni e la sensazione di desolazione e solitudine che mi davano quei rumori e quegli oggetti inanimati in bianco e nero è diventata una cosa sola con la sensazione di desolazione e solitudine al pensiero di Grant Hart. L’assenza quasi totale di voci umane sul loop di Zanni ha messo il piombo a tutto. La musica non è indipendente dalla realtà, basta una maglietta per farle prendere tutta un’altra strada.

Mi calmo un attimo visitando la mostra al piano superiore. Il mosaico a forma di cavallo per una scacchiera gigante disegnato da Fabio Novembre mi saluta da lontano mentre torno giù: Mai Mai Mai sta per iniziare. Leggo che da bambino ha viaggiato spesso con i suoi genitori, in Oriente e in Europa. Quello che impari da bambino ti rimane attaccato più facilmente e la musica di Mai Mai Mai ne è la dimostrazione. Certe cose ti rimangono anche se non vorresti. Forse non sempre Mai Mai Mai aveva voglia di viaggiare, magari a volte aveva pure voglia di rimanere sull’isola dell’Egeo in cui è nato, ma doveva viaggiare, doveva seguire i suoi genitori, e cosa faceva, rimaneva solo così piccolo? Un po’ era curioso, ma voleva anche starsene a casa. Forse le distorsioni più pese di Mai Mai Mai derivano da questa dicotomica volontà. Ma avrà anche dei ricordi buoni, e da quelli forse viene fuori la parte più facile delle sue tracce, quella che, dietro a tutto il rumore, descrive le linee di una canzone. Mi sono fatto l’idea che, tirando le somme, quei viaggi gli abbiano lasciato dentro un casino tipo confusione delle lingue, che prende forma in distorsioni, droni e suoni taglienti come sciabole saracene, alla cui furia però sopravvivono (ogni tanto) anche flauti magici e segni di gioia. Nel complesso, il set di Mai Mai Mai mi distrugge.

Distruzione vuol dire comunque movimento eh. Quest’anno per la prima volta sono andato al Transmissions senza rimanere paralizzato di fronte al palco con tanti pensieri in testa nessuno con un senso, alla fine anch’io sono tornato a casa, con la sensazione di essere stato lontano ma anche no, e per la prima volta ho buttato giù qualcosa. In un mese, ma l’ho buttato giù. Il mio primo report (parziale) del Transmissions, alla decima edizione. Sempre sul pezzo.

Qualche foto.

L’accelerazionismo di tutti i giorni

Se ascolto qualcosa di meno famigliare rispetto a quello che mi è sempre piaciuto, capirlo non è semplice subito. Purtroppo non sono una di quelle persone preparate su qualsiasi ascolto. Ho perso troppo tempo per esserlo. Quindi, quando ascolto l’elettronica ci metto un po’ più di tempo a entrarci dentro. Magari leggo qualche recensione che mi dà due dritte e con i collegamenti ce la posso fare, magari le ritmiche mi prendono bene (o male) da subito. Ma non è lì il punto. È più che altro capire perché si usano quei suoni, o quegli strumenti, come viene costruita la canzone, perché, e cose così. Tutto va collegato ai testi e all’humus in cui il disco è nato, ed è fatta. Un casino insomma.

L’elettronica vuole evolversi di continuo. E il fatto è che lo fa davvero. I risultati sono frequenti ed evidenti, in un contesto di un passato ampio che torna a galla perché si scopre seme del futuro, fantasma che ne infesta la casa, in un mare elettronico di sviluppo potenzialmente senza fine che rilancia sempre il presente. Ecco, si, diciamo che non ho scoperto l’America. Però negli ultimi tempi ho scoperto una cosa che mi ha fatto intrippare di più con l’elettronica. L’accelerazionismo.

Con accelerazionismo in musica s’intende, da quello che ho capito, l’utilizzo portato all’estremo della tecnologia contemporanea e dei rumori di internet e dei device di comunicazione. James Ferraro per esempio, in Far Side Virtual, usa spesso il “plop” dell’invio della mail, come fulcro della canzone, nel momento in cui la canzone cambia direzione. A volte. Non importa che sia sempre, perchè quel suono spicca su tutti gli altri, ogni volta che c’è è più importante di tutto il resto. E siamo solo all’inizio, perché la Hollie Herndon di Platform (2015) concepisce il laptop come unico mezzo di comunicazione tra le persone. Se non sbaglio ha raccontato di essersi mollata col ragazzo via mail e di trovare totalmente normale la cosa. Device dappertutto, device per tutte le cose che prima erano solo rapporti tra esseri umani e ora vedono intromettersi, appunto, un device.

Ma per un articolo migliore e più completo sull’accelerazionismo dovete leggere questo di Valerio Mattioli del 2015. Il sottotitolo di quell’articolo è: “E se la più controversa eresia politica dell’ultimo biennio servisse a spiegare il nuovo corso delle musiche indipendenti? In ogni caso: addio retromania, è ora di tornare al futuro”.

I device fanno dei suoni. Questi suoni – con cui tutti, giovani, vecchi o bambini, abbiamo a che fare tutti i giorni – sono parte integrante della vita, colonna sonora dei rumori della città, della campagna, della montagna, dell’ufficio, della parrucchiera, del dentista, del supermercato e di tutto il resto. Sono finiti sui dischi e sono diventati la caratteristica principale di una corrente musicale. L’accelerazionismo ha preso la vita di tutti i giorni e l’ha portata di peso dentro alla musica elettronica. Prima che i rumorini digitali diventassero assoluta normalità? Dopo? Non so, ci sto pensando.

Ecco cos’ho pensato. Il laptop e il tablet sono mezzi digitali che ci servono per comunicare. L’altro giorno ho sentito in radio una pubblicità in cui un ragazzo lasciava la sua ragazza con un messaggio su Whatsapp. Forse ce ne sono state altre, non lo so non ho tenuto il conto. Il punto è che, se c’è arrivata la pubblicità, vuol dire che ormai è una roba veramente normale. Adesso lo è, ma non sempre lo è stata davvero. L’accelerazionismo è la descrizione musicale perfetta di questo cambiamento e Hollie Herndon ne è l’ultima profeta. Mmmbé, visto che il momento in cui Platform ha imposto la propria visione e quello in cui lasciare il partner via Whatsapp è diventato normale sono successi in parallelo, la Herndon non è proprio profeta. È più quella che ha diffuso il verbo per ultima, per il rush finale. Comunque il concetto è: la sua musica è l’ultimo frutto di quel tipo di rapporto con i device, che ora è normale, nella vita di tutti i giorni. Per esempio io amo il mio smartphone. Quando alla mattina suona la sveglia da spento, la sospendo, tolgo la modalità aereo e riappoggio il telefono sul comodino. Aspetto che si scarichino le notifiche. Non ce ne sarebbe bisogno, perché col wifi che pompa le notifiche arrivano subito. Ma io aspetto e alimento questo rapporto digital primitivo che mi piace molto. Potrebbe essere un amore rischioso, perché potrei riaddormentarmi. Ma dopo cinque minuti ri-suona la sveglia, piazzata in “durata sospensione 5 minuti” e questo è uno dei motivi per cui amo il mio smartphone. Dopo la seconda sveglia mi alzo e guardo le notifiche, quasi sempre prima di lavarmi la faccia.

La cosa ancora più bella è che probabilmente l’accelerazionismo è già diventato vecchio e, in questo, è ancora più vita di tutti i giorni, perché coincide con quella parte di vecchio che prima o poi interviene in tutti noi. Perché, anche se siamo giovani, prima o poi diventeremo leggermente più vecchi di adesso (come sono acuto) e i suoni dei device che dominano la vita oggi saranno il passato. Il cambiamento è così veloce che nascerà sempre (domani) qualcuno più avanti di noi, che conosce più app, che ha un telefono con funzionalità migliori, che usa un’app che ha un suono che non abbiamo mai sentito. Fra due anni, quelli che adesso hanno 11 anni ne avranno 13 e sai quante cose in più sapranno? E allora lì l’accelerazionismo sarà fatto di altri suoni, sarà diverso. L’accelerazionismo di due anni fa è di due anni fa, è vecchio come tutti noi. Il disco di Hollie Herndon di due anni fa è vecchio. Aspetto un altro disco che dica com’è il nostro rapporto con i device oggi.

Allo stesso tempo, l’utilizzo nella musica della tecnologia digitale per la comunicazione dà alla musica la possibilità di rimanere contemporanea a lungo. In Etched Headplate, Burial, dentro a Untrue – album di cui ultimamente si sta discutendo molto perché nel 2017 ha compiuto dieci anni e perché da alcuni è considerato l’album di elettronica più importante del secolo – usa di continuo (a suo modo la porta all’eccesso: in 6 minuti di canzoni si sente mille volte) la vibrazione del cellulare, che dieci anni fa era già dentro alle nostre vite e che continua a esserlo. Per cui: 1) Burial è l’album più importante del secolo anche solo per questa intuizione ripresa poi da James Ferraro (dal cui Far Side Virtual del 2011 l’accelerazionismo musicale è iniziato, secondo Mattioli) e seguaci; 2) La musica che usa i suoni della comunicazione digitale può essere nuova e vecchia, avanti e indietro, dipende da che punto di vista la guardi: se la guardi dal presente verso il passato, è avanti, se la guardi dal presente verso il futuro, è indietro; ma soprattutto 3) quei suoni dominano la nostra vita da anni, l’elettronica li ha utilizzati presto, e sono ancora oggi la rappresentazione del presente.

Nel momento stesso in cui Far Side Virtual è uscito c’era dentro qualcosa di talmente cogente da risultare quasi inevitabile da ascoltare. Molto spesso la musica usa metafore per parlare delle cose, soprattutto nei testi ma anche nei suoni. Uno dei dischi di elettronica più acclamati di quest’anno, Black Origami di Jlin, usa le ritmiche come simbolo dell’incontro tra spiritualità e movimento. La spiritualità diventa realtà nel momento in cui la riempie, la influenza e la dirige. La musica ha sempre un rapporto con la realtà, ma spesso è un rapporto indiretto. Anche qualsiasi escapismo, che descrive la strada attraverso la quale s’intraprende la fuga, ha un legame stretto con la realtà vera, perché è quella da cui fugge, è il contrario di ciò che rappresenta. Musicalmente, è il non realizzato. L’accelerazionismo, invece, ha un rapporto diretto con la realtà perché ne usa i suoni. Tante altre volte per fare canzoni sono stati presi suoni dalla realtà ma quelli scelti in questo caso, più di tutti gli altri, rappresentano la realtà in cui viviamo, perché la riempiono, la ossessionano, occupano buona parte del nostro vero tempo. Per cui, proprio perché i musicisti accelerazionisti usano smartphone e laptop esagerandone il concetto e la presenza, stanno descrivendo alla perfezione la nostra realtà. È realismo. Volendo rappresentare il futuro, ma facendolo a tutti gli effetti con i suoni del presente, anche l’accelerazionismo è vittima di fantasmi di cui non riesce a liberarsi. Non di fantasmi del passato, ma del presente.