Il mio primo report del Transmissions

Akiba's trip Transmissions X

Quando arrivo al Trasmissions, l’80% delle volte conosco poco chi suonerà. È bello così, mi sembra un buon modo di assecondare ed entrare dentro la natura sperimentale del festival. “Chi sta suonando?” “Aspetta che guardo nel programma.. è il secondo, si, dovrebbe essere lui”. La programmazione è una sorpresa, quando esce dico sempre wow non conosco nessuno. Poi inizio ad ascoltare qualcosa, qualcuno mi prende bene, qualcun altro meno, ma in ogni modo mi piace lasciarmi lo spazio per arrivare là e non essere sicuro di quello che succederà. Un’altra cosa che mi piace del Transmissions è che è un festival di musica sperimentale che non si considera un festival di musica sperimentale. Cioè, non rimane vincolato a quell’idea di sé e non dà una sola interpretazione di sperimentale. Sperimentale può essere la musica, ma anche l’accostamento di un gruppo a un altro, o la scelta di chiamare a suonare qualcuno che di sperimentale ha poco. Nel 2014 il Transmissions è stato gitan-noise, c’erano The Hawk and the Hacksaw un giorno e i Deerhoof quello dopo. Di fatto, è un festival poco prevedibile. Non segue strade già battute da altri ma rispecchia il gusto del curatore, che dal 2012 ogni anno è diverso. Quest’anno, per festeggiare la decima edizione, ha guidato la nave il padrone di casa Chris Angiolini, che ha chiamato a raccolta protagonisti delle edizioni precedenti e amici, rendendo il Transmissions un posto famigliare.

Per loro, per me non del tutto. Per esempio, famigliari non sono le location, perché negli anni sono cambiate. Teatro Comandini, Galleria Ninapì, Teatro Rasi, Cisim, Fargo, Hanabi, Museo d’Arte di Ravenna, un posto a Faenza, un bel po’ di Almagià e un sacco di Bronson. Che rimane la mia preferita: il motivo sta in un corto circuito che in effetti ha a che fare con l’essere famigliare o s-famigliare. Cioè sta nel momento in cui – durante il Transmissions – esco dalla routine dei concerti che sono abituato a vedere in quel posto: da un lato sono lì come altre volte, dall’altro lo spettacolo è completamente diverso dal solito. È una cosa che mi spiazza un po’. Al Transmissions nella serata Bronson mi è capitato di guardarmi intorno e vedere uno con gli occhi sbarrati, uno preso da un ritmo che sentiva solo lui, un altro a occhi chiusi, uno concentratissimo, uno impaziente, uno in difficoltà a livello di resistenza fisica, quello di fianco preso benissimo. Ognuno rapito a modo suo. Voglio dire, non a tutti i concerti al Bronson se guardi il pubblico hai una panoramica umana di questo tipo. Con il Transmissions, il Bronson smette di essere il posto di sempre e le immedesimazioni degli spettatori possono essere infinite. Qualche volta mi è capitato di aver bisogno di cercarlo, un angolo famigliare, un angolo che sapevo sarebbe stato di sicuro uguale alla volta prima, e mi sono infilato nel bagno, anche per ricordarmi che ero tra gli umani. Non rude allo stesso modo, ma una situazione da In da Club.

La prima sera all’Almagià sono stato così poco famigliare che l’ho persa, per motivi logistici. Iniziando quindi da quello che non ho visto, ad aprire il festival è stato Tiresia. Tiresia è il nuovo progetto di Bruno Dorella (OvO tra le altre cose) con Stefano Ghittoni (tra le altre cose Angel Ros), ma anche un personaggio di I cannibali, il film di Liliana Cavani ispirato all’Antigone di Sofocle e interpretato da Pierre Clementi. Non so se vi siete mai presi l’impegno di vedere un film con Pierre Clementi (tipo Bella di giorno o Partner) ma lui era un attore assurdo, con lineamenti da Visitor e movenze da ballerino, sempre fuori luogo e sopra alle righe per via del modo di fare sempre tragico e disturbato, anche se molto educato. I Tiresia non sono né tragici né disturbati e non sono neanche particolarmente educati, normali, ma hanno una melodia aulica e rilassante. Li sto ascoltando adesso. Poi Bus De La Lum, Stian Westerhus e Ulver, bam bam bam, me li sono persi tutti.

Quello che ho visto. Sabato invece sono arrivato in orario addirittura per Daniel O’Sullivan, il primo a suonare. Già curatore del festival nel 2013, è un personaggio alto e dinoccolato, inglesissimo in tutto, ed è riuscito a portare sul palco la sua capacità di fare un sacco di cose, tanto che a un certo punto si è confessato e ha detto: “non so cosa fare, ci sono tante possibilità”. E in quel momento si è accesa sopra di lui la tag-line generazionale più generazionalmente trasversale di tutte: “ho voglia di fare, ho voglia di fare, ma non so cosa fare” da che di cose da fare ne avremmo un treno. Messa in scena o no, con una frase sola ha fatto sedere accanto a sé tutti i suoi progetti (Ulver, Grumbling Fur, Chrome Hoof, qualcosa di This Is Not This Heat, un po’ meno i Miracle, Aethenor) e li ha fatti suonare insieme, materializzando in un colpo solo le tante idee degli anni passati e futuri. O’Sullivan è un menestrello: per quanto questa figura sia antica, e lui (musicalmente) non abbia niente di antico, è padronissimo del proprio mondo, è una specie di artigiano, il direttore lavori in un cantiere di tentativi. Sul palco sembra nel suo studiolo, in cerca dell’ispirazione. Lui prova a fare in un modo e vede come viene. Usa il lato lirico della voce. Gli echi e le distanze dai microfoni sono strumenti. È come la Pantera Rosa col cardigan, di fronte alla consolle e al piano Rhodes. Ha le mani e il passo felpati e, anche se sembra non esserci del tutto e non saper cosa fare, sa cosa fare.

Daniel O’Sullivan è una parentesi che precede un percorso in tre parti, di cui Robert Aiki Aubrey Lowe è il primo atto. Indossa un paio di scarpe enormi, che sembrano imbottite come se fossero un avambraccio di un piumino Moncler. Anche grazie a loro dà l’idea di essere una persona stabilissima, nel senso di ferma e decisa, e lo conferma la sua figura, alta, poco mobile (il contrario di Daniel O’Sullivan), stagliata sul palco contro il fondale bianco straluminoso. Anche la sua musica è stabile. Un’unica canzone senza interruzioni che ha il pregio di catturarmi in certi passaggi e di perdermi completamente in altri, dandomi la possibilità di costruire un mio concerto, con le pause che voglio io. Pare che a diversi faccia lo stesso effetto ed è una cosa positiva: non tanto libertà di ascolto, quanto di reazione, dentro un unico flusso di suoni. All’inizio non mi prende, poi si, poi mi perde ancora per ritrovarmi sul finale, nel momento in cui chiude il concerto, l’attimo in cui capisco cos’è successo. Robe Lowe ha anche cantato, mischiando così bene i sintetizzatori e la voce da farli diventare la stessa cosa, entrambi espressione dell’estasi che Lowe stava mettendo in scena. Il senso di badilata in testa attesta che è riuscito nel suo intento, perché la sua volontà è farci perdere nel suono, come se fossimo addormentati, mentre siamo svegli. I pouf distribuiti sulla pista aiutano (tutto calcolato). Per raddoppiare, e provare una sensazione da doppia padellata in testa, Rob Lowe va ascoltato a casa, dove le quattro mura domestiche diventano un limite fisico tanto famigliare e accomodante da renderlo ancor più totalizzante.

Matteo Vallicelli ha suonato per terzo. Dicono che le origini della musica che fa adesso vadano ricercate nell’hardcore, nel punk e nel garage, da cui ha iniziato. Alla base di tutto c’è la stessa necessità di esprimersi adottando un modo diretto, che ti permetta di dirla tutta, senza mezzi termini. Quel modo era l’hardcore prima, il garage poi, adesso è l’elettronica. Non si è accontentato di quello che aveva trovato, perché non gli bastava più, e ha cambiato. Quando il cambiamento è dettato da un’esigenza reale, un buon disco è la cosa migliore che si possa tentare di fare. Primo, l’esordio solista (per la Captured Tracks) di Vallicelli, usa in modo sfacciato una tecno spintissima solo in alcuni momenti, ma che bastano per risvegliare gli spettatori dopo Lowe, trasformando il Bronson da sala dedicata al riposo a discoteca. Infatti, la Direzione ha fatto sparire i pouff. Rispetto a Lowe, siamo sempre in uno stato di trance ma un gradino più in là, su un livello carpenteriano. A tratti la gente davanti a me frigge su una pacifica base di bassi distorti, a tratti si muove spinta dalle tastiere. È lo step intermedio della serata, quello che mi ha preso di meno, il suo suono è troppo tecno e non riesco a trovare la rottura del confine tra questa musica e l’hard core, c’è, esiste, ma quella sera non so dove sia.

Sia dove sia, poi arriva Lorenzo Senni, che dal vivo riduce il minimalismo degli anni ’10 a un rivolo sottile. Attorno a quel rivolo si sviluppano tantissime altre derivazioni, tantissime linee di suono che prendono strade diverse. Ottiene potenza in crescendo, mai distorcendo ma accumulando dettagli. Mentre sono lì e mi sto divertendo sul serio, Giovanni mi spiega il motivo del mio gaudio come meglio non avrebbe potuto: sembra di assistere a un videogioco giapponese d’azione o d’avventura. Lorenzo Senni ha in pratica preso la colonna sonora di quei giochi e l’ha messa dentro al minimalismo trance, a cui ha imposto una specie di gamification. La colonna sonora di Akiba’s trip è insistente, ripetitiva, fatta di alti e bassi di intensità, tipo esplosioni improvvise, botte sulla tua destra e stop a sinistra. Così la tua attenzione è sempre lì, non riesci a staccarti neanche per un nano secondo, se lo fai muori, perché la gente che incontri mena e tu ti devi difendere con la mazza da baseball. Un attimo è tecno, quello dopo è una melodia mielosa, poi una velocità intermedia e dopo un passo ancora diverso, aperture improvvise e stop, e si riparte. Il concerto di Lorenzo Senni è questo, il terzo scalino della serata, il salto finale, un’idea opposta alla libertà di trip concessa da Rob Lowe. E se Vallicelli ha fatto emergere tutto il Bronson discotecno che c’è, Senni lo fa diventare un ring. Uno step più in là. Nessuno perde il fuoco sul palco, qualcuno più che ballare zoppica perdendo il tempo ma siamo tutti costretti a tenere gli occhi aperti, per scansare gli attacchi della consolle dell’MC Senni. In assoluto il miglior concerto della serata.

In assoluto, i momenti migliori del festival sono però quelli al MAR, la domenica. Pranzo da mia mamma per il suo compleanno, riesco a contenermi con l’alcol e a liberarmi abbastanza presto. Fuori piove e fa freddo, parto per Ravenna, purtroppo perdo Cristian Naldi e Onga Dj ma arrivo in tempo per Adriani Zanni e Mai Mai Mai. I concerti sono nel ballatoio, per terra ci sono dei cuscini ma sono tutti occupati e rimango in piedi. Mi tolgo il giubbotto e rimango in maniche di camicia, mi appoggio da qualche parte e guardo Zanni iniziare. Il riscaldamento è altissimo ma sto benissimo. Quasi a casa. Zanni è un fotografo e field recorder che durante i concerti mette insieme le sue fotografie in bianco e nero e i suoni che registra e li trasforma in uno spettacolo unico, pieno di alberi, posti isolati, privo di figure umane e quasi privo di voci. Il taglio delle sue foto non è mai normale, tanto che alcune volte devo pensare a quale sia il soggetto. I suoni sono ronzii, silenzi fatti di qualche rumore, sovraesposizioni di qualcosa che corre e passa più volte. La sera prima, Zanni era al Bronson. Stavo bevendo con Francesco una birra (offerta), stavamo parlando credo di bambini piccoli, quando Francesco si volta da una parte e dice “c’è Zanni con la maglia What Would Husker Du”. Io mi chiedo “Who is Zanni?” e lo vedo venire verso di noi, con la maglietta What Would Husker Du. L’unico caso impossibile in cui non so chi sia una persona ma la vedo e la riconosco. L’ho riconosciuta anche il giorno dopo, dietro alla consolle del MAR, senza maglia degli Husker Du ma già con tutta la mia simpatia. Cos’hanno in comune il lavoro di Zanni e gli Husker Du? Niente. Fatto sta che quella domenica il pensiero della t-shirt mi ha portato a pensare a Grant Hart mentre guardavo e ascoltavo Zanni e la sensazione di desolazione e solitudine che mi davano quei rumori e quegli oggetti inanimati in bianco e nero è diventata una cosa sola con la sensazione di desolazione e solitudine al pensiero di Grant Hart. L’assenza quasi totale di voci umane sul loop di Zanni ha messo il piombo a tutto. La musica non è indipendente dalla realtà, basta una maglietta per farle prendere tutta un’altra strada.

Mi calmo un attimo visitando la mostra al piano superiore. Il mosaico a forma di cavallo per una scacchiera gigante disegnato da Fabio Novembre mi saluta da lontano mentre torno giù: Mai Mai Mai sta per iniziare. Leggo che da bambino ha viaggiato spesso con i suoi genitori, in Oriente e in Europa. Quello che impari da bambino ti rimane attaccato più facilmente e la musica di Mai Mai Mai ne è la dimostrazione. Certe cose ti rimangono anche se non vorresti. Forse non sempre Mai Mai Mai aveva voglia di viaggiare, magari a volte aveva pure voglia di rimanere sull’isola dell’Egeo in cui è nato, ma doveva viaggiare, doveva seguire i suoi genitori, e cosa faceva, rimaneva solo così piccolo? Un po’ era curioso, ma voleva anche starsene a casa. Forse le distorsioni più pese di Mai Mai Mai derivano da questa dicotomica volontà. Ma avrà anche dei ricordi buoni, e da quelli forse viene fuori la parte più facile delle sue tracce, quella che, dietro a tutto il rumore, descrive le linee di una canzone. Mi sono fatto l’idea che, tirando le somme, quei viaggi gli abbiano lasciato dentro un casino tipo confusione delle lingue, che prende forma in distorsioni, droni e suoni taglienti come sciabole saracene, alla cui furia però sopravvivono (ogni tanto) anche flauti magici e segni di gioia. Nel complesso, il set di Mai Mai Mai mi distrugge.

Distruzione vuol dire comunque movimento eh. Quest’anno per la prima volta sono andato al Transmissions senza rimanere paralizzato di fronte al palco con tanti pensieri in testa nessuno con un senso, alla fine anch’io sono tornato a casa, con la sensazione di essere stato lontano ma anche no, e per la prima volta ho buttato giù qualcosa. In un mese, ma l’ho buttato giù. Il mio primo report (parziale) del Transmissions, alla decima edizione. Sempre sul pezzo.

Qualche foto.

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