E anche il 2018 è andato: i dischi prefe di Neurone

Il 2018 è quando mi hanno regalato le pantofole nuove

Voglio rassicurare tutti i babbioni come me che l’era dei dischi non è ancora finita, altrimenti siti e riviste non starebbero lì a scrivere le classifiche di fine anno. Li fanno ancora. Adesso che ve l’ho detto io potete andare tranquillamente a festeggiare San Silvestro. Non prima però di aver letto la classifica di Neurone dei migliori dischi del 2018. Posizioni dalla 1 alla 11.

Nap Eyes: I’m Bad Now.  Sarà la voce così simile a quella di Lou Reed o quel modo così azzeccato di replicare il groove a metà tra precisione e scazzo, ma I’m Bad Now mi ha riportato indietro in passati diversi, io non ho resistito e l’ho ascoltato tantissime volte, perché tornare indietro con loro mi piace. È un viaggio dagli anni ’60 ai ’90, passando per Velvet Underground, Feelies, Beat happening, Belle & Sebastian, Silver Jews e Pavement. Le canzoni poi raccontano delle storie. In particolare la penultima, White Disciple, è un racconto di formazione. E per come ti prende per mano decennio dopo decennio, gruppo dopo gruppo, riproponendo proprio le stesse malinconie e le stesse ritmiche delle chitarre, anche il disco ti forma, ricordandoti alcuni momenti importanti della vita. Sempre perché è tutto relativo, anche quando si dice che non ha senso ascoltare album che si rifanno al passato. (Bandcamp)

Caso: Ad ogni buca. È bellissimo quando si crea quella magia per cui l’autore di un disco scrive testi molto personali ma allo stesso tempo così rappresentativi di un’epoca e di un modo di vivere che finiscono per parlare delle persone che l’ascoltano. Ad ogni buca è così, parla di molti, e parla anche di me. Mi sono appuntato alcuni passaggi in cui sembra che Caso abbia pensato a me per scriverli. Naturalmente non è vero, però l’illusione crea una parte della bellezza e il disco ti esplode nello stereo. I passaggi sono:

“Vorrei sapere chi mi sposta la macchina tutte le volte che faccio la spesa, che quando torno con le borse piene mi sembra sempre più distante di prima” (Ogni volta l’inverno)

“Non siamo mai riusciti a prenderci a pugni: noi quelli nati senza i muscoli ma senza paura di guardarsi negli occhi” (Il tuo nome)

“Dentro le fotografie abbiamo la posa di chi se ne frega ma poi le mettiamo sotto ai libri per riuscire a toglierne la piega. (…) Sto cercando qualcuno che come me vive di pancia e canta di gola. E se dice qualcosa è una cosa vera. Lasciamo le frasi a metà, noi non le finiamo… ci agitiamo come insetti capovolti, sdraiati sul guscio” (Fosbury)

Eccetera insomma. Quando ho sentito Fosbury per la prima volta, mi sono appuntato sulle note dello smartphone “fosbury parla di me”, chissà che non mi torni utile per scrivere un neurone, ho pensato. Una cosa che invece non ho ancora imparato a fare è “non provare troppa pena per me stesso” (Majorette). Quindi in questo caso Ad ogni buca non parla di me, ma mi sprona a cambiare. È un disco utile. Ed è un disco incredibile. A parte la d eufonica nel titolo. (Bandcamp)

At the sea I felt like a tronco in 2018 too

The Ex: 27 Passports. Al contrario di quello che diceva il miglior critico musicale mai esistito (Mario Macerone), per descrivere un grande disco di un grande gruppo bastano poche righe. Ecco le mie su 27 Passports: è il rock come dovrebbe essere sempre, nella sua condizione ideale, fatto da gente con anni di esperienza ma anche con la voglia e la capacità di sperimentare e di fare cose nuove con la chitarra. Praticamente un miracolo. (Bandcamp)

Pile: Odds and Ends. Odds and Ends invece è il rock come ormai sembra essere stato sempre. Completamente in zona Fugazi, Silkworm e Hot Snakes, non me li fa rimpiangere per niente, perché è al loro livello e mi mette in testa e nelle gambe la forza di fare 1000 cose in una volta. Dritto al 2019 col vento in poppa. (Spotify)

Big Cream: Rust. Rust ha dentro di sé tutta la rivoluzione dell’indie rock anni ’90. Quando scopri l’indie rock anni ’90, se ti entra dentro ti si squarciano il cuore e lo stomaco e ne hai voglia, voglia e sempre più voglia, finché o ti esplode la faccia e non lo vuoi più sentire o ci rimani secco per tutta la vita. Se appartieni a questa seconda categoria (come me), non hai problemi, continui ad ascoltarlo a nastro fino alla tomba: allora, metti su Rust e muorici dentro. Se invece ti esplode la faccia, solo un altro grande disco di quel tipo può farti riappacificare con il genere: Rust. Mettilo su e riaccendi l’amore. Rust l’ho recensito. (Bandcamp)

Sudan Archives: Sink. Non manca niente a questo disco: si può ballare, cantare, parla di temi importanti, unisce cose lontane tra loro, come l’Africa e uno che spippola col synth, ed è così affascinante da convincere anche l’amico che si sente esperto di musica ma finge di non credere di esserlo. Sink ha quel respiro di trans-nazionalità che mi fa sentire al confine del mondo, parte di un unico grande universo, dove abbiamo origini diverse ed è una cosa normale. Per questo oggi è irrealistico, e romantico. Se lo ascolti bene, ti fa sentire più intelligente. L’ho preferito a Your Queen Is A Reptile dei Sons Of Kemet perché ad ascoltare quello ho avuto la stessa sensazione avuta con Nine Type Of Light dei TV On The Radio, cioè di trovarmi di fronte a qualcosa che vuole essere tutto e alla fine non mi lascia niente. Se i TV On The Radio hanno messo insieme post-punk, elettronica e soul, i Sons Of Kemet hanno unito jazz, musica africana e folk caraibico, in un momento favorevole per questo tipo di trasversalità – visto che negli ultimi anni quei suoni sono arrivati di più anche in Italia – ma raggiungendo un risultato freddo come il ghiaccio. È un modo di fare musica importantissimo, che manda un messaggio di internazionalizzazione e opposizione ai razzismo fondamentale, ma Your Queen Is A Reptile mi sembra strizzare troppo l’occhio a quello che funziona adesso in occidente. Sink fa parte di questa ondata, ma è più povero, più selettivo, meno paraculo, e per questo più a fuoco e più efficace. (Spotify)

NAS: Nadir. Mi è sembrato il miglior disco rap dell’anno, almeno tra quelli che ho ascoltato io, perchè sa di massima libertà espressiva e suona prima come un disco rap di fine anni ’90, con melodie alla Rawkus Records, poi come Kanye West (che collabora) e alla fine butta lì un autotune e non resiste neanche alla trap. È divertente, inquietante, incredibilmente dolce. NAS se ne frega di essere o non essere trap, di fare questo tipo di rap o l’altro, old school o non old school, semplicemente fa la sua cosa e inventa delle melodie e dei FLOWWWW da spezzarti il fiato. E dà 100 chilometri di distacco al suo precedente, Life Is Good del 2012. (Spotify)

Il bagno E è un bagnocondominio che ho fotografato perché mi ricorda Mark E. Smith, top of the dead 2018.

Sun Kil Moon: This is My Dinner. Mark Kozelek è riuscito a fare un altro disco folk con dieci canzoni una meglio dell’altra. È l’unico cantautore che scrive testi come i rapper, citando gli altri, parlando di loro. È l’unico cantautore folk che fa dissing. Secondo me è una cosa grandiosa. Cioè, di solito il dissing lo senti con le basi hip hop, abbastanza pompate, qui invece c’è lui che fa dissing su una chitarra o su un jazzato. È la rappresentazione musicale del bene e del male, della doppia, tripla, quadrupla personalità del suo autore: oltre al dissing, Kozelek è divertente come non lo è mai stato prima. Lo è nell’urlo infinito di Rock’n’Roll Singer, in cui sembra Richard Benson che non fuma sigarette, e lo è nella svisa riccardona che c’è a un certo punto. E poi in Soap For Joyful Hands e Chapter 87 of He (dove s’interroga sulla mortalità di Eminem) è David Lynch e in Dave Cassidy è Nick Cave. I riferimenti sono tra i più illustri e osannati ma, pur essendo Kozelek un pesantone, non riesce mai a raggiungere la pesantezza dei colleghi chiamati in causa. E com’era successo anche nel disco con Ben Boye e Jim White, se This Is My Dinner lo scrivesse oggi lo scriverebbe in modo diverso. Riconfermando così di essere pure il Kanye West del folk. Gran disco, a cui Pitchfork ha dato un bilioso 2.8. (Streaming)

Johnny Mox: Future Is Not Coming But You Will. Se solo la critica musicale italiana fosse più sveglia, parlerebbe di più di Johnny Mox. È un uomo dalla cultura musicale grandissima e la butta tutta dentro alla sua musica. Ha fatto dischi non facilmente codificabili, a cavallo tra metal, rap, jazz e boh un sacco di cose. Future Is Not Coming But You Will ha le stesse caratteristiche ma mi fa l’effetto di un disco rock’n’roll. Cioè, mi viene una gran voglia di ballare. In più, Johnny Mox è l’unico tra gli indipendenti italiani che si è preso la briga di parlare di immigrazione con un livello di approfondimento degno dell’importanza del tema. Può dire cose condivisibili o no, ma ne parla e fa in modo che la sua musica sia il veicolo attraverso il quale parlarne. Anche se le canzoni non c’entrano niente, a costo di farlo, lo fa. Durante i concerti in particolare. E sostituisce l’inesistente sinistra italiana con idee importanti: sostiene fortissimo la campagna “Prima l’italiano” del Trentino Alto Adige, promuove l’abbandono del terzomondismo e spinge sul fatto che dobbiamo arrivare a non notare nemmeno la presenza di un nero di fianco a noi, dobbiamo avere l’obiettivo di ignorarci. Però, queste idee vanno diffuse di più e vanno convinte le persone che non la pensano così, quelle al di fuori della nostra bolla. Johnny Mox sta tentando di farlo, e questa è una cosa importante. Come è importante anche che abbia fatto un disco che è un gioiellino tritasassi, ma anche un po’ tenero, che Neuro aveva recensito qui. (Bandcamp)

Hirohito in tempo di guerra

Borzoi: A Prayer for War. Sono dei nazi texani? Ho avuto il dubbio. Guardando su Facebook non sembra ma in effetti dai titoli delle canzoni (Kill The Irish, Warheads, The South Is Risen, Lizard Men Of The Third Reich) il cervello di questi tipi sembra veramente pieno di merda da espellere. A Prayer for War è tutto un sfrucugliare di cambi di ritmo, distorsioni, Metz, Big Black, gole graffiate, cazzi dritti, Jesus Lizard, stop and go, Unsane, sangue sulle dita del batterista, corde di chitarra rotte, Bauhaus, basso sulla testa dalla parte del manico e Shellac. I Borzoi presentano quanto di peggio l’uomo abbia fatto e continui a fare ma le uniche violenze che praticano e le uniche bombe che sganciano sono quelle dentro alle tue orecchie. Passano da momenti di droga intesa a crescendo di un’incazzatura pazzesca, come se ci volessero dire che hanno tutto sotto controllo ma anche che il controllo potrebbero perderlo da un momento all’altro. Ho avuto il dubbio, insomma, quel dubbio, capite? Quello che ascolti un disco, ti piace un casino ma poi scopri che loro sono un gruppo di nazitrumpisti di Austin. Ho provato a decifrare anche i testi ma si capisce poco più di niente. Comunque, niente paura: dopo un po’ il disco mi è entrato dentro, mi sono tranquillizzato e ho capito che A Prayer for War è un incubo sulla guerra, un salto nel buio, un esorcismo sulle schifezze dell’uomo. Prima dell’ultima canzone, che rappresenta la pera di cacca che si è ammosciata completamente in un beat controllassimo ma noiosissimo: Sundays at Hirohito’s (dove Hirohito è l’imperatore del Giappone che bombardò le Hawaii provocando la moderata reazione degli Stati Uniti su Hiroshima e Nagasaki) è la quiete dopo la tempesta mortale, la folle pace dopo il disastro.
A Prayer For War è su bandcamp ed è molto meglio di Songs That Makes America Great Again, l’altro disco che hanno fatto quest’anno.

Daughters: You Won’t Get What You Want. E concludiamo questa imperdibile classifica con il disco serenità 2018. Ogni anno ritengo opportuno eleggerne uno, questa è la prima edizione. La caratteristica che serve per vincere il premio è avere suoni che faccio fatica ad ascoltare fino in fondo ma che mi piacciono. Batterie che vanno in ogni direzione, chitarre che ricordano più che altro il rumore di uno sciacquone che non smette mai, e alcune volte sono comunque imprevedibili, voci lamentose, cose famigliari che dopo tre secondi diventano tutto fuorché famigliari: You Won’t Get What You Want le ha tutte. Perché ritengo che darmi fastidio e piacere allo stesso tempo debba ancora essere ancora uno degli scopi della musica che ascolto. E con questa, vi auguro un buon 2019. (Spoti)

Di solito non ascolto dischi nichilisti

Foto di Davide Colombino

Ci sono alcune cose che faccio per stare bene, ascoltare musica è una di queste. Non troppo tempo fa parlavo con un amico del culo pesante che ti viene a 40 anni e della tentazione sempre più invadente di rimanere sul divano quando ci sarebbe un concerto da vedere a, non so, 40 km da lì. Dicevamo entrambi che a volte ci vuole una gru. Ma quando vai, alla fine della serata, quando torni a casa, qualsiasi ora sia, che sia mercoledì o sabato, sei contento di averlo fatto. Quasi sempre, abbiamo aggiunto insieme. Nella maggioranza dei casi, abbiamo concluso.

Vedere un concerto di un gruppo che mi piace può essere un’ancora di salvezza. Anche ascoltare un disco, con tanti chilometri in meno da fare. E un disco può piacermi per tanti motivi. Sia perché mi dà la carica (mentre pulisco casa per esempio), sia perché mi spacca il cuore e mi fa venire gli occhi gonfi di lacrime (ci sono certi dischi che mi fanno questo effetto da 10 anni o giù di lì). Non ci sono solo le sensazioni positive nei motivi per i quali mi piace un disco, ma quasi mai mi piacciono i dischi nichilisti. Definizione di disco nichilista: quello che che non presenta nessuna via d’uscita, neanche nelle scelte stilistiche, si prende molto sul serio, è peso, con i chitarroni apocalittici eccetera. Al contrario di quello che si potrebbe pensare anche dopo averli ascoltati, per esempio i Marnero non sono un gruppo nichilista perché alla fine hanno disegnato un percorso verso la speranza. I gruppi nichilisti che mi vengono in mente sono i Kint, gli Storm(o), i Fine Before You Came. Di solito mi scazzo sempre ad ascoltare queste cose perché non riesco a riconoscere in loro una completa sincerità. Si può essere così completamente pessimisti? Si. Possono esserlo veramente in così tanti? Non so. Alcune volte era chiaro che realtà e musica non fossero la stessa cosa e che quindi la musica non fosse completamente sincera (vedi emo). Ci sono passato sopra perché quella musica mi piaceva per altri motivi, melodia, suoni, sensazioni eccetera. Ma, al momento, accettare lo scollamento tra realtà e musica mi riesce difficile. Mi provoca disagio perché quando riconosco che un artista non sta facendo una cosa sincera lo trovo imbarazzante. È un imbarazzo mio di fronte a una mia impressione: i gruppi e le persone a cui piacciono non hanno motivo di imbarazzarsi, naturalmente. Ancora più difficile è quando la questione si fa più pesa, quando i ritmi sono pesti, cupi e seriosissimi, il testo è proprio una mazzata sulla vita e tutto è solo nero. Ascoltare le cose che mi piacciono significa cercare quelle con cui mi sento in sintonia, per le quali vale la pena alzarsi dal divano e prendere la macchina. O concentrarsi su un disco.

Ultimamente però mi è successa una cosa strana. Sono venuto a conoscenza di Vertebre degli Stalker, completamente nichilista. E mi è piaciuto. Ci sono quelle volte in cui ascolto un disco e mi chiedo perché. Lo riascolto e continuo a chiedermelo.
Vertebre ha un suono con cui non ho troppa famigliarità, tranne qualcosa della Ebullition degli anni 90, Iconoclast, Struggle, Downcast o Amber Inn. Altri riferimenti degli Stalker, i Song of Zarathustra e i Birds in Row, sono gruppi che ho sentito forse una volta. Preferisco la Amphetamine. Mi sento un po’ out. Tanto che la prima cosa che mi è venuta in mente quando ho sentito gli Stalker è stato il suono dei Marnero.
Però dentro Vertebre c’è qualcosa per cui tutti i miei dubbi su questa roba cadono. Mi piace il fatto che il disegno di copertina sia di Coito Negato, che il disco inizi con un temporale e finisca con la parola “affondato”, che la terza canzone dica “trust no one, non credo più, tanto non credo, bugie, lies” e si chiami Masonic Youth, spazzando via con due parole il nome di uno dei gruppi più importanti della mia vita. Il secondo pezzo dal canto suo dice cose come “non ho bisogno di te, cado da solo ormai, che ci vuoi fare, se mi rialzo fa più rumore” quando di solito tutti ci fanno la solfa sul fatto che rialzarsi quando cadi è difficile ma bisogna. Solo la prima canzone è ambigua nel suo non essere decisa nel comunicare la distruzione, visto che ripete più volte “tornerò”. Ma ha il ritornello più peso del disco, che schiaccia tutte le ambiguità: anche quando testi e musiche non vanno proprio nella stessa direzione, alla fine l’elemento in cui risiede la forza distruttiva più limpida vince. E le altre tre canzoni contengono il nulla, nel senso che lo comunicano alla perfezione, usando anche l’arma imbattibile della ripetizione. Poi Vertebre ha questa cosa di alternare momenti ambientali trascinanti a momenti tirati, che credo di aver capito sia un topos del genere, che mi dà soddisfazione, perché non lascia spazi vuoti, percorre tutte le strade per non lasciare nulla di intentato nell’indagare il pessimismo.

Insomma, Vertebre è il primo disco nichilista che mi piace. Non l’avrei mai detto che avrei provato gusto ad ascoltarlo. Così, può succedere che di solito vado ai concerti e ascolto i dischi in base a quelli che potrebbero essere più o meno i miei gusti. Di solito.

Vertebre esce a breve (dicembre) su vinile 12″ per Taxi Driver Records, Shove Records, Lanterna Pirata, È Un Brutto Posto Dove Vivere, Sonatine Produzioni, Dio Drone, Assurd Records, Dreamingorilla Rec. Ci sono in giro due anteprime: Masonic Youth e Tornado. Ascoltatele, anche se siete abituati ad altro.

MONDO MOX, il mondo di Johnny Mox: la continuità con lo sghiribizzo

johnny mox nuovo album

Una cosa che Johnny Mox sa fare è conquistarti con la musica e con le idee. L’ho visto per la prima volta dal vivo nel 2013 per il tour di We=Trouble ai Vizi del Pellicano. Il disco mi aveva colpito molto e quindi ero sicuro che il concerto mi sarebbe piaciuto. In realtà, quando è iniziato, la prima impressione è stata quella di uno spettacolo molto pretenzioso. C’era Johnny Mox da solo sul palco che faceva partire dei loop e ci cantava o parlava sopra, beatboxava, insegnava al pubblico a beatboxare con il famoso “puzza di cazzo”, suonava il timpano e il rullante di una batteria. A un certo punto è intervenuto un batterista della madonna, ma per il resto del tempo ha fatto tutto lui. Eccome se era pretenzioso. Ma gli riusciva benissimo. Poco dopo ho iniziato a capire quanto fosse complesso coordinare tutta quella roba da solo, mi sono proprio dimenticato di aver pensato che fosse pretenzioso e ha iniziato a piacermi e basta. Ecco, è così che mi ha conquistato.

Johnny Mox è sempre diverso ma anche sempre uguale. E questo, non potete dire di no, è affascinante. Ogni volta che esce con roba nuova fa un passo avanti. Ma un riferimento al disco prima, concreto, reperibile nei giri della chitarra e nel suono, c’è sempre. È successo nel passaggio da Lord Only Knows How Many Times I Cursed This Wall a We=Trouble, da stoner blues a blues rap, il cambiamento più evidente nella discografia di Johnny Mox, che però ha fatto attenzione a non rompere il senso di continuità e crescita di un percorso che ha iniziato a delinearsi già dal di lì. Dopo sono usciti Santa Massenza con i Gazebo Penguins e Obstinate Sermons. I pezzi del secondo sono sulla stessa linea del primo e di We=Trouble ma vanno avanti, perché i dischi di Johnny Mox sono un unico grande disco che si evolve. Cioè ogni album riparte da quello prima e lo sviluppa in qualcosa di diverso.

Future Is Not Coming But You Will è il disco nuovo e prosegue questa idea di totalità. Questa volta però l’ordine dei collegamenti si scasina un po’. Mentre in Obstinate Sermons c’erano due canzoni del tutto diverse da Santa Massenza e i collegamenti con le canzoni di We=Trouble erano più definiti, in Future Is Not Coming But You Will le sovrapposizioni con Obstinate Sermons non sono così chiare. Still Praisin riparte da O’Brother e finisce nell’Oriente di King Malik. A Dangerous Summer prende il via da Ex Teacher e finisce per essere un canto soul. Sent From The Future ripete il testo di Endless Scrolling. E tutta l’influenza proveniente da Oriente in Bitterlake e in altre parti del disco prende il via da King Malik e Benghazi (che però è in We=Trouble). Insomma, ho provato a sintetizzare gli incroci, ma non è semplice tracciarli tutti. E in pratica l’ho fatto solo tra l’ultimo e il penultimo disco, in realtà arrivano anche al disco precedente, dimostrando di essere ben radicati nella discografia di Johnny Mox. Sono la sua caratteristica più evidente.

Tutto il resto di Future Is Not Coming But You Will è rock’n’roll. Le chitarre e batterie hanno più importanza, com’era successo già da Santa a Obstinate, ma ancora di più. E soprattutto The CleanestDestroy Everything, Robots e Battlefield si differenziano molto dagli altri dischi, senza però perdere del tutto il legame che hanno con loro. Alla base delle canzoni c’è un giro che si ripete dall’inizio alla fine ma, sopra, è sempre evidente un approccio cannibale a molta musica diversa, proveniente dall’Oriente, dagli Stati Uniti, dal Trentino Alto Adige. Il risultato è anche questa volta un’amalgama di esperienze e ascolti musicali differenziati, guidati da uno stile efficace, riconoscibile e senza pietà nel creare uniformità. Insomma, questo è il mondo di Johnny Mox, fatto di salti in avanti all’interno di un’idea di continuità, sinonimo di personalità e idee chiare ma sempre attente a dare lo spazio necessario allo sghiribizzo che getta le basi per il futuro.

Il futuro. Ha sempre parlato di futuro, Johnny Mox. È sempre stato un predicatore. Solo che una volta era uno di quelli che preannunciava un futuro cupo, ora non preannuncia proprio nessun futuro, nel senso che dice che non ci sarà. Però dice quella cosa, talmente a metà tra retorica e realtà, da diventare assolutamente vera: il futuro sei tu. Lo sappiamo che sta a ciascuno di noi costruirlo ma sentirselo dire con i toni del Predicatore Mox mette a fuoco l’importanza del messaggio nella sfera personale e ne aumenta la necessità nel contesto socio-politico di oggi. Il Reverendo non muore mai e, con un sguardo cinico e realista, ci dà tutte le responsabilità che abbiamo, senza mezzi termini. È qui la chiave di lettura che collega Stregoni (non un disco ma un progetto, partito dopo Obstinate Sermons) a Future Is Not Coming But You Will. Stregoni ci dice di fare qualcosa che dimostri concretamente che le cose possono cambiare, perché sennò non cambiano. Future Is Not Coming But You Will significa di base la stessa cosa: il futuro non esiste, esisti tu che fai le cose che diventano il futuro. Ci dobbiamo dare una mox.

Non sai cos’è Stregoni? Impossibile. Clicca subito qui

Future Is Not Coming rallenta e accelera allo stesso tempo (lo dice Sent From The Future). Ripetitività e rielaborazione continua sono il modo di rilanciare sempre, con nuove idee, nuove parole, nuove cose. Mox mostra sempre la materia da cui parte (i riferimenti al disco precedente) e in questo modo la mette sempre ben in evidenza, e rende più evidenti anche i cambiamenti che decide di inserire. Sono fatti così i suoi dischi ma lo è anche Stregoni, una formula ripetuta che ogni volta incrocia nuove storie, nuove persone e nuove musiche, un messaggio che ogni volta si arricchisce di nuove riflessioni ma si appoggia sullo stesso fulcro: è necessaria la vera integrazione degli immigrati, senza terzomondismo.

Ma ripetitività e rielaborazione continua possono essere anche il segnale della mancanza di un risultato utile. Un atteggiamento realista costringe a osservare che niente si concretizzerà se non facciamo qualcosa, tutto si risolverà nella ripetizione e nella rielaborazione fini a se stesse, per sempre. Se Stregoni rimane sui palchi non serve, così come non serve l’idea di integrazione tra musiche di mondi lontani se rimane dentro ai dischi. Johnny Mox lo sa, tanto che quest’anno all’Italian Party, la festa organizzata da To Lose La Track con concerti, gente e atmosfera TOP, ha detto (non ricordo le parole precise ma il succo è quello): “Oggi è tutto bellissimo, ma cerchiamo di evitare che rimanga chiuso nella nostra isola felice, portiamolo anche fuori di qui”. E poi ha attaccato a cantare una canzone che fa

“Contraddictions have not been resolved,
they’ve been secretly accumulated”
(0.999)

e mi ha conquistato di nuovo.

FUTURE IS NOT COMING – BUT YOU WILL – STREAMING
NB: il disco è uscito per Sonatine Produzioni e To Lose La Track.