Appunti disastrosi su Middle America di Stephen Malkmus & The Jicks

I Pavement possono ridurti così

Qualche anno fa, a due chilometri da casa mia, hanno suonato i Pavement. I miei genitori non mi hanno permesso di andarci perché ero un cinno e il giorno dopo dovevo andare a scuola. Avevo 14 anni, giudicate voi se a quell’età uno è troppo piccolo per andare a un concerto oppure no (aka: a che età mandereste al primo concerto vostro figlio?). Pure Stephen Malkmus non era proprio vecchio: aveva 26 anni nel 1992 (quindi adesso.. 52, angolo TV Sorrisi e Canzoni) quando uscì Slanted Enchanted e con il resto della cumpa lo suonò nella mia città.

Negli anni successivi i Pavement hanno pubblicato dischi bellissimi, aggiustando il tiro uno dopo l’altro. Avevo talmente voglia di rifarmi dalla volta precedente che quando sono venuti in Italia per il tour di Terror Twilight ho fatto la doppietta, al Vox e al Velvet. Al Velvet erano coi dEUS e siccome l’impianto dei dEUS saltava di continuo, hanno suonato i Pavement, tutta la sera. Poi si sono sciolti, mai più visti, la reunion l’ho snobbata perché ero contro le reunion. Adesso penso mah, che coglione. Quando ha suonato Stephen Malkmus & The Jicks al Covo tre anni fa per Wig Out at Jagbags, mi sono fiondato. A un certo punto hanno suonato Summer Babe, la prima canzone di Slanted Enchanted, mio fratello ballava e cantava e io volevo essere andato al Carisport e aver visto almeno una data del tour della reunion. Ho pensato che a volte la vita ti rida’ le occasioni che hai perso.

Quando ho sentito per la prima volta i Pavement non mi sono preoccupato di niente. Di cose tipo da dove viene questo suono? Chi gliel’ha data questa idea? Ascoltavo, me lo godevo e basta. Poi ho scoperto che dietro tutto quello c’erano Mark E. Smith e The Fall. Mark E. Smith è morto il 24 gennaio di quest’anno e non ci sono più occasioni per vederlo suonare dal vivo. Mai visto. È andata così e basta. Bisogna essere cinici, altrimenti non ce la si fa. Essere cinici per le cose del passato è abbastanza facile. Per quelle che avrebbe potuto succedere è più difficile anche perché, di sicuro, la vita non potrà più darmi questa occasione.

L’altro ieri è uscita la canzone nuova di Stephen Malkmus & The Jicks, Middle America, a quattro anni da Wig Out at Jagbags e a due settimane dalla morte di Mark Smith. Non c’è nessunissima relazione tra la prima e la terza cosa, MA. L’inizio di Middle America mi ricorda Homebody dei The New Year, che a sua volta ricorda l’inizio di Tigers, la prima di Mirror Traffic, il disco di Malkmus and The Jicks del 2011, o anche Water and A Seat di Pig Lib. Hanno lo stesso modo di usare le corde della chitarra, come se fossero da pizzicare e come se fossero il divertimento di uno scemo. Ma invece. Tigers e Water and A Seat hanno quel modo di divertirsi di Mark Smith, sui dischi ma anche in una delle sue foto sdentato. Poi Tigers dice:

We need separate rooms
We are so divided
Let us in
Change is all we need to improve
Call me petty, I mean every word
The “and’s”, the “if’s”, the “but’s”, and the “the’s”
Trust me because I’m worth hating

È cattivo, ma vi pesa che lo sia? Cioè, Malkmus scrive testi pesanti? No. Riesce a essere terribile serenamente, e di fianco ci mette una chitarra quasi dolce. Forse con dolce esagero, si può dire sempre morbida. Quella chitarra mi piace dal 1992, questo significa che sono un po’ in fissa e che ha qualcosa che proprio mi attira. È distorta senza essere troppo disturbante, è come se ti desse uno schiaffo e poi se la ridesse e facesse ridere anche te. È come dire: Malkmus, sei un ragazzo magnifico e per questo ti odio. Poi ci sono le ballate, che escono un po’ da questo tracciato e sfiorano i confini tollerabili del languore ma è giusto così: la forza che fa partire le scosse telluriche c’è perchè assaggi gli opposti. Le canzoni di Mark Smith sono impietose, ambigue, dritte al punto ma ironiche. In tutto, testi e musica, anche quando è diventato più pop. Mi mancherà un sacco quella sua capacità di tagliare il mondo con crudeltà e realismo, ma anche di dirgli vai a cagare. Ecco, c’è sta roba in comune tra lui e l’altro, Malkmus. Ti guardano in faccia, si comportano in un modo e allo stesso tempo stanno facendo altro, suonano una cosa, ne cantano un’altra e un attimo dopo distorcono, ma non ti dà fastidio.

Mark Smith, Stephen Malkmus, Matt e Bubba Kadane sono quattro nomi che creano un mondo. Solo l’inizio di una canzone unisce Malkmus ai The New Year, per il resto si tratta di due mondi non diversi, ma comunque almeno un po’ distanti. Il suono dei Bedhead era differente, tutto pieno. Non hanno idea di come si faccia a scrivere una canzone con la stessa fregola di Malkmus, non sono così attivi, agitati, protagonisti e sono sicuro che schiferebbero, se dovessero suonarle loro, quelle supercode hardrock. Sono più rilassati, piano piano poco poco (4 album in 17 anni, con gli Overseas in mezzo) che alla fine diventa tanto tanto. Aggiungi il carico da 10 di Chris Brokaw alla batteria in stile Come e Codeine e siamo a posto. Poco ma tanto. Neanche Stephen Malkmus è così come loro, la cosa è reciproca. Il suo mondo è fatto di rime baciate, che ti prendono per il culo ma pur sempre baciate sono. Il loro di baciato non ha niente, al massimo le parole e la musica ti suggerisce uno sguardo inquieto, che è più chiaro, più immediato, univoco, non interpretabile, senza doppi significati. Un significato solo. Questi sono The New Year.

Ma le loro (The New Year/Malkmus) carriere partono insieme, entrambe dopo esperienze grandi (Bedhead e Pavement) negli stessi anni. Hanno plasmato il mondo di tanti di noi, costruendo due correnti che negli anni ‘90 si sono sviluppate in parallelo, emo core e slow core da una parte, rock più classico e post punk nella sua versione più assurdamente melodica dall’altra (come definireste i Pavement? non è facile). E hanno attraversato da protagonisti quel decennio, pieno di casino e di cose che poi di colpo sono finite. The New Year e Malkmus ne hanno raccolto l’eredità nel modo più sincero possibile, non allontanandosi dalle esperienze precedenti ma rendendole incredibilmente longeve, fino a oggi. Di fronte a tutte le novità che vengono da altri orizzonti (pop e rap), l’ultimo disco di The New Year (dell’anno scorso) e Middle America tengono alla grande.

E The New Year e The Fall, cosa possono avere in comune. Certi momenti super sazi e saturi di Grotesque scrollano come Newness End. Scrollano? Scavano.. portano con sé una specie di inerzia della distorsione e del malessere all’infinito, come un cane che si morde la coda, che i fratelli Kadane riprendono e non solo: hanno pure il coraggio di piazzarci dentro anche dello slowcore, in una dose pesante.
Malkmus > The New Year > Malkmus > Mark Smith. Quanto ha senso? Secondo me tantissimo, ma è ovvio che si tratta di un ragionamento personale. Uno potrebbe anche non trovare nessun legame tra The New Year e The Fall ma secondo me, se dei secondi fai finta che non esista la parte più noise acida e dei primi tieni quella più sfasata e sommersa nelle distorsioni intese come trip, il discorso torna.

Tutto mi si è incrociato nel cervello da quando sono partite le prima note di Middle America e sono rimasto un po’ inchiodato. Una volta ascoltata a rullo Middle America, che lo ricordiamo è uscita tre anni dopo Wig Out at Jagbags – che era molto bello, visto dal vivo ancora di più, in particolare Chartjunk, Indipendence Street, Lariat e Houston Hades (le ha fatte tutte o ho edulcorato sognando?) – posso dire che Stephen Malkmus si è riconfermato una bestia e ha sostituito Michael Stipe sul podio del più grande scrittore di canzoni pop rock. Visto che Stipe è in pensione. Due parole: Surreal teenager. Questa canzone mi porta via come The Great Beyond mi portava via nel 1999.

Qual è il ruolo di Stephen Malkmus in tutto questo? Con i Pavement ha cresciuto un sacco di ragazzi e ragazze alla fine dell’adolescenza e verso i 20. Con i Jicks ci ha dato sicurezza, non ci ha mai lasciato, fino a oggi che abbiamo ormai 40 anni o anche di più. Dal punto di vista musicale, prima ha definito l’estetica del non sapere suonare, l’ha cristallizzata, poi l’ha fatta evolvere in una personalità che potrebbe suonare qualsiasi cosa, l’ha provato al concerto al Covo facendo cover hard rock. C’ha fatto credere per un po’ di non saper suonare poi c’ha smentito. In questo non ci ha dato sicurezza. Che mattacchione, ve lo dicevo che ha fatto tutto sotto l’ala di mr. Bolgia ma anche Strippo Mark E. Smith. I due non hanno mai ammesso di amarsi ma questo non importa, che si odino (ormai la cosa non può neanche più essere reciproca purtroppo), l’importante è che ci abbiano lasciato le canzoni che ci hanno lasciato o (uno dei due può) che continuino a lasciarcele.

Italia Terra Selvaggia 2: Cucineremo Ciambelle, John Malkovitch!, Stolen Apple

Tutti ad aspettare Italia Terra Selvaggia

Italia Terra Selvaggia non è una rubrica ma è tornata lo stesso e non ha un’intro ma solo uno svolgimento.

Fingere di essere ciò che si è è il primo disco dei Cucineremo Ciambelle, detti anche CiCi, di Rimini. Esce il 22 febbraio per V4V Records e su YouTube si può già ascoltare qualche canzone. I testi sono teneri, parlano di vita e rapporti tra le persone in modo non proprio ottimista. Il genere credo sia emo tipo Dags!, alcune volte Do Nascimiento, altre punk rock con melodie che ricordano i Minnie’s di Ortografia, con punte mathrock e un tocco showgaze senza mai sprofondare nelle sue distorsioni tipiche.
L’emo comunque prevale. È bello che questo genere continui a influenzare i giovani e gli faccia venire voglia di mettere su un gruppo. Adesso meno rispetto a qualche anno fa, ma ogni tanto ne spunta fuori uno nuovo. L’emo è/è stato declinato in modi anche diversi da ognuno di loro, ma spesso mi sono ritrovato ad ascoltarli, annoiatissimo. L’emo chiagnone mi ha stancato, a volte ho detto (nell’emo chiagnone non includo né Dags! né Do Nascimiento, ma Lantern e Leute per esempio). Invece è chiaro che i ragazzi ci ritrovano ancora se stessi. Mi viene da pensare che ora, passato l’ennesimo revival, chi scrive canzoni emo non lo faccia solo per la figa o per suonare un po’ in giro perché come status symbol non è male, ma perché un minimo ci crede.
Incollo il comunicato stampa perché questa volta mi sembra che ci stia: “Nella vita, molto spesso, è difficile essere sé stessi senza dare completamente in pasto la propria intimità al mondo circostante. La paura di scoprirsi troppo porta a schermarci attraverso maschere sociali, abitudini e comportamenti che a volte neanche ci rispecchiano, in una lotta perpetua contro di noi nel tentativo di difendere quello che realmente siamo ma che non vogliamo appaia per paura di ferire e ferirci. Fingere di essere ciò che si è vuole rappresentare nel modo più sincero questa frammentazione quotidiana dell’io rendendosi sfogo e racconto allo stesso tempo, attraverso dieci piccoli spaccati di provincia autobiografici e frutto di semplici esperienze di amore a amicizia”. Il tema è buono. Da giovane lo senti di più, perché è una cosa nuova. Più avanti ti abitui a gestire meglio la questione, perché in qualche modo ti rendi conto che sono necessarie entrambe le parti di te. È il suo ampio raggio a rendere interessante il tema: in qualche modo, coinvolge tutti. Chi c’è dentro adesso fa le proprie valutazioni di stomaco. Chi invece riesce a guardarlo con più distacco, o si rivede di brutto o è semplicemente contento che gli altri se la passino come se la passava lui qualche anno prima. Oppure fa l’adulto e li deride. Comunque, è un tema che si sposa bene con i passaggi jazzati e morbidi della chitarra, con i cambi di intensità del ritmo e gli accenti. È proprio la morte sua. Fingere di essere ciò che si è mi pare comunque che non parli solo di questo, ma anche di altro. O per lo meno affronta tante sfumature del tema. Oggi la penso così, poi magari domani sono più cinico e dico basta con l’emo chiagnone.
Una cosa che non mi piace è la scrittura troppo ripetitiva delle canzoni che finisce per appiattirsi un po’ e appiattire i temi affrontati nei testi nonostante la diversità delle storie raccontate. Non ci sono (nelle canzoni disponibili per ora) passaggi di particolare disarmonia col resto, che staccano su tutto, o idee incredibili che ti bruciano nell’istante in cui le senti. Cucineremo Ciambelle non si discostano tanto da un’offerta già trita, ma ci sento più sincerità rispetto ad altri dischi più o meno riconducibili all’emo.

Non so se sia legale chiamare un gruppo John Malkovitch… Ho visto da poco Transformers 3 e sono ancora su di giri per la sua interpretazione, chiamarsi John Malkovitch! è quanto meno un affronto – e non per via del punto interrogativo – ma sarà l’Alto Tribunale dei nomi delle band a decidere se andranno arrestati. E non sarà l’aver aggiunto quella t che li scagionerà! Anche perché ancora più grave è il fatto che il gruppo a cui s’ispirano praticamente copiandolo si chiami Mogwai.
Vorrei però parlare piuttosto del fatto che l’ep dei John Malkovitch!, The Irresistible New Cult of Selenium (I Dischi del Minollo), è registrato in presa diretta, cioè come se si stesse facendo un concerto ma con il corvo a forma di registratore che ti gira sulla testa. Aggiungerei che si tratta di quattro canzoni che durano in tutto un’ora e undici minuti e in particolare porrei l’attenzione sulla terza e la quarta traccia, della durata rispettivamente di 29 e 15 minuti. Registrarle in presa diretta, anche respirando tra l’una e l’altra, non dev’essere stato facile, nel senso che un conto è in una canzone che dura quattro minuti, che se sbagli al minuto tre e devi rifare tutto non è niente, un conto è in una canzone di 29, che se sbagli al 28° e devi rifare tutto son bestemmie, e soldi. Onore a loro per questa maratona quindi. Ma il disco non aggiunge niente a cose che avevano senso qualche anno fa e che adesso, pur volendo essere “un unicum sonoro in cui l’ascoltatore è totalmente immerso e traghettato verso un viaggio interiore” (cit. comunicato stampa), risultano al contrario essere una piatta riproposizione dei suoni e dei ritmi di quella volta ma chiuso lì. Magari prima o poi ci sarà un revival post-rock che gli darà nuova vita ma per adesso niente da fare.

A suon di virgolettati positivissimi tratti da recensioni su Blow Up, Rumore, Repubblica, Alias, RockIt eccetera (tutti riportati sul comunicato stampa in un elenco certosino), gli Stolen Apple oltre alle pagine dei più importanti giornali italiani vogliono conquistare anche i blog più scrausi e così sono arrivati anche a scrivere alla mia e-mail. I riferimenti musicali sono riportati dai virgolettati di cui sopra: Primal Scream, Television, il Paisley Underground, gli Swervedriver… zzz zzz zzzz…
zzz zzz.. zzz
zzz..zzz

zzzzz..zzzz
z

oh, scusate mi ero appisolato. Tutti parlano bene del loro disco Trenches (in collaborazione con Rock Bottom Records) e non è che io voglia per forza parlarne male, perché è il risultato di anni di gavetta live, è registrato (anche questo!) in presa diretta, “belle storie di altri tempi” (cit. Blow Up), e bla bla. Però ragazzi le canzoni non stanno in piedi, si crogiolano nel loro essere classic rock contro il logorìo dei tempi moderni ma non c’è un’idea del limite che bisognerebbe imporre prima di tutto al bassista poi alle lunghe serenate di chitarra e voce che sbrodolano da ogni dove. E poi tutti suonano il loro compitino e niente di più, non c’è niente che mi abbia fatto pensare che gli Stolen Apple siano vivi per davvero e non semplicemente macchine che riproducono stili e gruppi che gli piacciono tanto. E ho capito che hanno fatto mille live, ma suonano come legni. Il che in effetti è una caratteristica del Paisley e, nell’ottica di essere fedeli a certi modelli, è coerente. Però insomma trovo che manchi proprio la capacità di suonare insieme. Cioè si va a tempo, si, però, non c’è niente che faccia pensare alla volontà e alla capacità di creare un minimo di amalgama. Il tutto incorniciato da una pronuncia inglese che neanche Berlusconi. Chissà perché certe riviste – che mi piacciono anche – parlano bene (presumo, dai virgolettati, non ho letto le recensioni intere) di dischi come questo.

Cosmodubbi

Intro

Il disco nuovo di Cosmo si chiama Cosmotronic (è quello qui sopra), dura un’ora e tredici ed è diviso in due parti: la prima di nove canzoni cantatissime, la seconda di sei, quasi solo strumentali e più simili a un lungo dj set. I testi della prima parte non sembrano parlare davvero del loro autore, e nemmeno fingere di farlo, ma sembrano desiderare fortissimo di essere di tutti. Dal punto di vista ritmico, le basi e le parole sono molto ben equilibrate: le prime mettono in risalto e “lanciano” le seconde e viceversa. In questo senso, la costruzione delle canzoni è calibratissima. Ne risulta una forte sensazione di pulizia e perfezione, che si sposa bene con i suoni, limpidissimi. Suoni che dal punto di vista estetico entrano in corto circuito con i testi, non tanto con quelli sul ballare e divertirsi, quanto con quelli sul malessere. Retto da suoni di calibro opposto, il messaggio di insoddisfazione non si rafforza ma vi si perde dentro. Quando si parla di divertirsi tutto sbomba, quando si tenta di andare un po’ più a fondo dei temi non funziona perché il suono va nella direzione opposta. Alla fine non c’è una corrispondenza tra le situazioni cantate (disagi, strappi, fastidi) e il suono che le accompagna. Una coerenza non necessaria, ma in questo caso l’incoerenza spara in direzioni opposte due elementi che, più amalgamati, avrebbero potuto dare di più.
In un’intervista al Corriere.it, Cosmo stesso ha soffiato sul fuoco del disco politico. “La mia ambizione è essere considerato pop e prendere il posto di chi fa pop adesso ma non parla di certi argomenti nei testi. (…) Sono politico ma non voglio parlare al circoletto” ha detto. L’aspetto propriamente politico non è del tutto afferrabile, non è mai completamente esplicito, è nascosto e intrecciato alle righe dedicate agli altri temi e alla fine è abbastanza insignificante. Per esempio, in Animali c’è un campione del “Coro delle lavandaie” della Nuova Compagnia di Canto Popolare. Ok, però non è che per questo si possa definire Cosmotronic un disco politico in senso stretto. Per politico in senso di sociale, vedi più sotto.

Cosmodubbio 1

L’utilizzo di testi personali, sociali e/o politici su musiche dance gli ha fatto guadagnare il titolo di cantautore, pop-dance ma cantautore. Però, mi sembra che Cosmotronic abbia caratteristiche diverse rispetto ai dischi dei cantautori. Per dare più valore a un disco non bisogna ricondurlo per forza al cantautorato. “Cantautore” sembra un complimento, in realtà nel caso di Cosmo non lo è, perché è un termine che non descrive del tutto la sua musica. Non c’è un solo modo per scrivere canzoni, dice, ed è vero, però a me pare che le sue intenzioni non siano del tutto riuscite. Il meglio del disco si gioca sul divertimento che passa attraverso il ritmo, sul suo incalzare continuo, quasi senza pausa, per spingerti a ballare per sempre. È pop, appunto. Le basi e le voci sembrano messe insieme con una facilità estrema e questo giova di sicuro a Cosmotronic, ma le basi sono più curate rispetto ai testi, che a volte danno l’impressione di essere lì perché suonano bene e basta. Da una parte, la definizione “cantautore” manca di qualcosa: Cosmo è più che altro un dj che ha fatto delle basi e c’ha cantato su. Dall’altro, dalla sua dichiarazione al Corriere è chiaro che voglia raggiungere più persone possibili parlando di qualcosa di più, il che significa modellare in quella direzione le ritmiche e i concetti, semplificarli. Non so se sbaglio ma ho come l’idea che un cantautore debba riuscire nel difficile compito di scegliere non troppe, precise parole per andare a fondo dei concetti, il che non vuol dire per forza semplificare. Un dj, invece, non ha questo tipo di preoccupazione. Cosmo ha asciugato un botto forza ed efficacia delle parole rispetto ai temi che tratta, per privilegiare la parte ritmica, sulla quale è più forte. Infatti, nella seconda parte del disco non si sente la mancanza dei testi.

Cosmodubbio 1b

Questo Cosmodubbio ribalta quello precedente, nel senso che, se proprio vi piace l’idea che Cosmo sia un cantautore, direi che, facendo uno sforzo enorme, Cosmo è il Luca Carboni della dance. Oppure è il RAF (Tristan Zarra) degli anni ’10. E a me Carboni e RAF piacciono, non è una presa in giro. Di Carboni, ha la capacità di parlare di cose pese con parole che più leggere non si potrebbe. Di RAF ha preso Il battito animale e l’ha attualizzato: è così che ha fatto il disco, quella è l’idea alla base di tutto.

Cosmodubbio 2

Il volume rimane sempre quello, lato A e lato B. Nel lato B il suono cambia, si fa più oscuro, il ritmo meno melenso, più agitato, ma non è sufficiente perché non decolla mai con vero gusto. Anche quando alza il volume non è mai fino in fondo una scarica. L’inizio di Animali alza il battito (battito animale, nda) ma ha sempre quella patina di perfezione che lo frena. Ripetitività, compressione e perfezione dimostrano che Cosmotronic è ben confezionato ma lo privano di qualsiasi slancio che sfondi la barriera. E questo lo rende un po’ freddino.

Il Cosmodubbio più grande

Perché Cosmo si e Rovazzi no? Rovazzi è un tamarro, ma interpreta, forse incarna e sicuramente prende in giro il mondo di cui fa parte: giovani che si danno le arie per il macchinine che tirano a velocità inaudite in tangenziale, la spiga dei selfie, l’atteggiamento da spaccone, l’egocentrismo. Cosmo parla con piglio critico di quello che non va nella sua vita e in quella degli altri, è meno baraccone e più sottile nelle scelte che riguardano soprattutto i suoni. Ma il livello di approfondimento e analisi è lo stesso. Il motivo per cui Rovazzi viene considerato un idiota musicale è perché fa lo scemo e dice le cose in modo scemo. Ma Andiamo a comandare è un bel ritratto dei giovani più arroganti e l’idea di cantare con Morandi in Volare è geniale, anche il testo di quella canzone lo è. Tutto molto interessante è un po’ sotto tono ma ha fatto incazzare Salmo e Marracash, per questioni di plagio soffocate sul nascere, e quindi ha un senso. Solo se ci sei te feat. BigBabol non ha la botta di Andiamo a comandare e Volare, sicuro. Poi adesso si è messo a fare l’attore (distribuito Disney) – visto che nasce come youtuber avrà pensato: ci sta! – non credo che riuscirà, ma quello che m’interessa è la sua musica e quello che ci sta attorno. Rovazzi è del giro Fedez, J-Ax, XFactor e quindi Fabio Fazio, e per questo non lo vedo bene. Però i suoi testi e le sue basi mi danno più la sveglia rispetto a quelle di Cosmo. Cosmo è il classico autore scazzato, che scrive il male di vivere, con lo stesso atteggiamento di sempre nei confronti delle cose, distaccato ma anche un po’ partecipe in modo pessimista, quando è felice lo è in modo pacato. Sono caratteristiche che mi piacciono e in cui mi riconosco, ma non è riesco a giudicare sempre la musica in base a come mi si riveste addosso. A volte non la sento proprio mia. Allora considero anche quante idee ci sono, se mi fanno sbarellare o no. Cosmo ha poche frasi che bucano le cuffie, Rovazzi è fatto di ritmi e testi intelligenti e indirettamente critici, con un piglio più originale rispetto a Cosmo. Lo scopo di entrambi è quello di essere pop, quindi da questo punto di vista possono essere messi esattamente sullo stesso piano, perché tutti e due vogliono avere successo, solo che Rovazzi non ha remore e peli sulla lingua e la fa grossa, puntando anche a un pubblico diverso, tipo famiglie, bambini e cose così. Tra l’altro è odiato anche da chi non lo sa definire, da chi vede solo il lato caciarone, chi è infastidito dalla sua superficialità e dal suo modo di fare satira e lo critica perché lo destabilizza, da chi si spara tutto l’itpop ma Rovazzi non sta bene dire che ti piace, o da chi ascolta Daniele Silvestri e Niccolò Fabi. Cosmo non è riuscito a destabilizzare così tanta gente, ma solo ad assecondarne un po’ nelle paranoie e nell’atteggiamento passivo aggressivo. Rovazzi mi ricorda un po’ i Daft Punk.

Dubbio Cosmosonico

Per Cosmo, qualcuno resuscita i Subsonica come riferimento. Ma a me non li ricordano per niente. Boosta usava la drum machine, Ninja gli andava dietro con la batteria, le ritmiche erano influenzate da downbeat, jungle, Chemical Brothers e Domenico Modugno. Cosmo mette una dietro l’altra, come un flusso senza interruzioni, techno, abstract-house, post-dubstep e dreambeat. Nonostante questo, le basi risultano ripetitive. L’espressione più decisa del dubbio: boh! Nel senso che non so come ci riesca, a essere così piatto, nonostante tutte quelle derivazioni, che si sentono bene.

Cosmodubbio 5

Il Cosmo politico (cioè sociale). Non parla tanto di società, più che altro parla di se stesso e delle storie che si fa. Se facciamo un confronto tra i testi che parlano di lui e quelli che sconfinano nel sociale, escludendo quelli che in qualche modo riescono a fare entrambe le cose, vincono i primi. È vero che parlando di sé parla di noi e quindi di società (Ho vinto) ma il suo discorso è limitato. Nel senso che vale per ragazzi e ragazze più giovani, che si perdono a pensare perché hanno un nodo in gola, si bloccano su quanto è brutta la morte di una zia che ha lottato in una stanza di albergo e non ce l’ha fatta. La morte di una zia è bruttissima in generale, figuriamoci in una stanza d’albergo, non dico il contrario, ma quando passano gli anni sai da subito che lo devi accettare quando succede, fai anche fatica, ma lo accetti. È un esempio creepy me ne rendo conto, ma mi serviva per rendere il fatto che i testi di Cosmo dicono cose e si fermano lì, non prevedono né auspicano lo sviluppo della questione, l’evoluzione dell’atteggiamento (suo e di chi si immedesima) in qualcosa di diverso. Cosmo (classe 1982) è sociale perché molti ragazzi si riconoscono in ciò che scrive ma il suo pubblico di Cosmo è limitato. Non è obbligatorio, e quindi forse questo è un dubbio del cazzo, ma dove posso esprimere i miei dubbi del cazzo se non qui.

Cosmonclusioni

Non so, ma questo disco non mi convince. È chiaro che se cerchi una musica accondiscendente e che ti faccia ballare senza troppi problemi, va bene. Se però vuoi qualcosa di meno accomodante, che vada meno incontro al gusto del pubblico dell’itpop creandogli al tempo stesso un’alternativa ragionata, plausibile e zuccherosa e magari invece vuoi testi non per forza ironico-tragi-tenero-comici ma, non so, dritti al punto e più feroci, allora ascolti altro. E ascolti altro anche se non vuoi sentire un suono così chiuso e uguale a se stesso. Per esempio a radio Raheem l’altro giorno ho sentito per la prima volta gli Yombe, italiani, che non cantano in italiano ma mi sono piaciuti di più perché mi sono sembrati più curiosi di provare i ritmi, cambiare i suoni, allargare il respiro della produzione in un orizzonte internazionale. In realtà Cosmo inizia il suo tour oggi da Parigi, quindi all’estero ci va e penso e spero che abbia successo, ma la sua mi sembra una formula più vincolata all’Italia che non prende davvero in considerazione tutta l’ispirazione pop che viene dall’estero. Preoccupato di ampliare gli argomenti e di piacere di più, si chiude per assurdo in se stesso, in un suono (non un ritmo, un suono) statico e limitato.

Altri dubbi? Forse mi verranno, o forse no.

“Le canzoni non devono essere belle
Devono essere stelle
Illuminare la notte
Far ballare la gente”
(Jova)

Viva EMINEM e abbasso N.E.R.D

Probabilmente alla domanda “Cosa ne pensi di Eminem?” risponderesti che è uno figo, che ci sapeva fare nell’intrecciare le parole con i suoni, con le rime, fortissimo a fare il cretino ma anche a lanciare delle sbombardate della madonna, poi poverino si è perso, non è stato bene, ha avuto qualche problema con la droga e la depressione, è stato lontano dalle scene, dal quarto al quinto album son passati 5 anni, tra l’ultimo e il penultimo 4, insomma è tornato a intervalli lunghi ma non so se è più lo stesso. E alla domanda “Cosa ne pensi di Pharrell Williams?” la tua risposta probabilmente è “una macchina da miliardi, uno con del talento eh, ma un venduto! sgrunt!”. Eminem? Un drogato, depresso, finito. Pharrell? La gallina dalle uova d’oro. Detto tutto ciò, chi aveva più possibilità di fare un disco bello quest’anno? Pharrell!! E invece col cazzo.

Alla fine del 2017 è successa una cosa incredibile. Lo stesso giorno (il 15 dicembre) sono usciti il nuovo disco di Eminem (Revival) e quello dei N.E.R.D (No One Ever Really Dies), il gruppo con cui Pharrell ha iniziato a sbocciare in tutto il mondo. Immaginando di trovarvi in uno di quei posti in cui Noè comprava la musica, cioè in un negozio di dischi, e di dover scegliere se comprare uno o l’altro perché le vostre finanze non è che siano proprio al massimo in questo momento dopo tutti i regali di Natale, voi quale disco comprereste a scatola chiusa, RevivalNo One Ever Really Dies? Io Revival tutta la vita. Uno dei motivi è la simpatia: Eminem mi sta più simpatico di Pharrell. Ma questo anche a voi, giusto? Considerate le risposte che mi avete dato alle domande che vi ho fatto all’inizio dell’articolo, si. Ma il mio motivo principale è che la musica di Eminem ha accompagnato alcuni momenti fondamentali della mia vita, è legato a ricordi esaltanti come mio fratello che mi dice di sentire la necessità di mettere The Marshall Mathers LP nell’mp3 per andare a correre perché gli dà una gran carica e due giorni dopo leggo una dichiarazione di Daniel Day Lewis che dice che quando va a correre in cuffia ha sempre Eminem. Oppure è legato ai resti del passato nel presente: 8 Mile, infatti, è l’unico dvd masterizzato che ho conservato anche se non funziona più. Una volta, poi, ero a Berlino con i miei amici in interrail, da qualche parte davano Without Me e io e Diego camminando ci siamo interrogati su quanto sono perfette le rime Now this looks like a job for me / So everybody, just follow me / Cause we need a little, controversy / Cause it feels so empty, without meBut sometimes the shit just seems / everybody only wants to discuss me / So this must mean I’m dis-gus-ting / But it’s just me, I’m just obscene. La risposta è stata che sono perfetterrime. E come tutte le più belle cose, vissero un solo giorno come le rose. Più di un giorno, più di un album (tre), poi Eminem ha fatto un po’ basta. Già, poi gli ultimi dischi, cioè i precedenti di Revival (Relapse e Recovery), sono meno sciocchini. Volevate Slim Shady tutta la vita? No, quando è finita è finita, è inutile tirarla lunga.

Oppure quel ricordo di mio fratello che dice (inizio dei 2000 credo) a una ragazza che è un periodo che ascolta solo Eminem e lei prende la cosa talmente poco sul serio che si mette a ridere ma lui diceva sul serio, glielo dice, e lei quasi s’innamora di lui, c’è mancato così secondo me. E poi basta, non mi vengono in mente altri ricordi su Marshall, non sono sufficienti?

Eminem in un’espressione intelligente. Col mullet? No, non lo farebbe mai, è lo schienale della sedia

Invece, ho comprato il mio primo disco dei N.E.R.D. in un negozio di Birmingham, la città più piovosa del mondo e più grigia d’Inghilterra, se si esclude il Selfridges Building a forma di ameba che diventa viola con la luce del tramonto. Un incubo. L’unico vero ricordo legato a quel disco è di me che entro, razzo, compro, esco e non posso neanche poter ascoltare il cd (era Fly or Die) perché non ho il lettore dietro e neanche la macchina e neanche il computer. E sono ancora oggi triste.

Pharrell col mullet? Si, gli piace così tanto che se l’è fatto alle braccia

Quindi, detto tutto ciò, a scatola chiusa comprerei Eminem.

Poi, il discorso è che, oltre ai ricordini dolcini, c’è la musica. La domanda è i N.E.R.D o Pharrell ha mai fatto cose potenti come White America o Cleanin’ Out My Closet al terzo disco, cioè quando era sul tetto del mondo in una situazione in cui è più difficile riaffermare il proprio talento di fronte ai dollaroni? La risposta è no. Eminem si. Intesi, i primi dischi dei N.E.R.D mi piacevano un sacco, ma poi è arrivato Pharrell-il personaggio, ha fatto Get Lucky – non con i N.E.R.D ma coi Daft Punk – e si è salvato per un attimo, ma lo stesso anno (e lo stesso anno, il 2013, è quello di Blurred Lines con Robin Thicke che lanciò il tormentone di tutti i segaioli del mondo: le tette di Emily Ratajkowski) ha fatto Happy.

Happy.

Poi trigliardi di collaborazioni. Ed eccoci, ebbene si, a No One Ever Really Dies, 12 dicembre 2017. Per tutto il disco (tranne la prima canzone con Rihanna, bellissima, ma ne parliamo dopo) sento risuonare Happy e nient’altro. Forse è il risultato della sovraesposizione nel corso del tempo, destino che non ha avuto Get Lucky ma che quando la sento per quanto ami i Daft Punk mi viene l’orticaria strana, perché penso a quanto mi piaceva quando è uscita. La sovraesposizione è una cosa seria. Happy invece ce l’ha avuto, quel destino. A me ha fatto sempre cagare quindi non faccio testo, ma la prova che la sovraesposizione sia un pericolo, anche per gente-caga-oro come Pharrell, sta in un episodio che mi è successo di recente. L’azienda in cui lavoro, per Natale, non fa la tradizionale cena ma organizza un buffett aperitivo preceduto da una convention in cui parla la proprietà e un povero uomo scelto per fare da anchorman, da collante tra un discorso e l’altro, e per introdurre la serata. Quest’anno c’era un tipo che ha iniziato con il video di Happy proiettato nel maxischermo della sala in cui eravamo radunati. Dovevate vedere le facce dei miei colleghi, tutte dicevano “eh ma che rottura di coglioniii”. In più, l’anchor man, a un certo punto ha detto che Happy è stato il singolo che ha lanciato Pharrell Williams, che prima non lo conosceva nessuno. Evidentemente in chi ha il coraggio di essere ancora un fan di Happy oggi s’innesca un processo per cui la mente viene oscurata e la verità viene cancellata, per far sembrare Pharrell la novità bomba del 2013, quindi relativamente recente e fresca, ancora del tutto spendibile, si, perché prima – dai – aveva collaborato solo con artisti sconosciuti come Madonna con Give It 2 Me (non so se ricordate, non si è sentito da nessuna parte) e Kanye West. Quindi, la sovraesposizione è un disastro sia per il diretto interessato (lo rende odioso) sia per i fan ancora carichi di Happy (li rincoglionisce). E se per caso l’anchorman ha scelto Happy come musica d’introduzione perché non sapeva che cazzo scegliere e ha pescato nel cappello delle canzoni tormentone degli ultimi cinque o sei anni perché tanto era di fronte a una platea di trogloditi, allora è ancora peggio, perché vuol dire che non piace neanche a lui, Happy.

E il disco nuovo non assomiglia a Happy ma il mio cervello è talmente sovraccarico di quella canzone che la sente in ogni angolo. Voi non siete vittima della Happiness (non le t-shirt)? Io si. La canzone con Rihanna, dicevo, è l’unica eccezione, perché suona nuova, la sua voce rende tutto brillante e tostissimo e il ritmo è una specie di videogioco irresistibile.

Revival invece è un disco dritto. Chiariamo subito un punto: c’è solo una cosa in comune tra Revival e No One Ever Really Dies (sto cazzo tra l’altro) ed è una cosa che dobbiamo mettere da parte e non considerare, perché è brutta: entrambi hanno un featuring con Ed Sheeran. L’unica cosa che si può dire è che il talento di Eminem per la struttura classicissima rap+ospite che canta il ritornello catchy riesce a far fare una cosa bella anche a Ed Sheeran. I N.E.R.D non ci riescono. Eminem poi è il Michael Bay del crossover rap rock chitarra zarra e batteria in 4/4 tu-tu-cia. Remind me (campione cambiato di I Love Rock’n’Roll) è No Sleep Till Brooklyn, Fight For Your Right e Walk This Way tutte insieme. Subito dopo, Revival interlude e Like Home feat. Alicia Keys. E dite che non provate la stessa sensazione contrastante di quando siete di fronte a un volo di camera di Michael Bay: potenza e poesia allo stesso tempo. E altre sorprese, tipo una Pink molto in forma e (reggetevi forte) un campionamento di Zombie. Questo è Revival.

How come you can be a low illusion
How come, how come, you can be a liar and a good father?
A good dad, but a bad husband
Why are you a good father?
A great dad, but a bad husband
(Bad Husband feat X-Ambassadors, Eminem, Revival)
😥
E si, uso la faccina!

Quindi, anche dopo averli ascoltati su Spotify, comprerei il cd di Revival. Per la befana ci sono andato a un tanto così ma ho rinunciato, solo perché però ho preso Unapologetic di Rihanna, che mi mancava, per regalarlo alla mia morosa. Regalo con il pelo.

C’mon Yeah All Right: Wrong Creatures dei Black Rebel Motorcycle Club

Immagine triste ma anche un po’ cool (per il foliage) e un po’ metropolitan urban (per le macchine parcheggiate)

Non sono mai stato un fan dei Black Rebel Motorcycle Club. Lo sono ancora meno da quella volta in cui (2008?) li ho visti dal vivo, a Livorno mi pare, all’Italia Wave, in una seratona in cui c’era una serie scoppiettante di headliner, tipo anche i Cypress Hill. Concerto dei Cypress Hill ad alto tasso di psicotropie messicane, fosse stato dieci anni prima sarebbe stato una bomba, quello dei BRMC solo a base di psicotropie. Anche quel viziato Julian Casablanca dal vivo l’avevo visto (qualche anno prima) più eccitato.

Secondo me, un gruppo come i BRMC non ha mai avuto alcun senso e meno senso ancora ha il loro successo. Non c’è una virgola delle loro canzoni che sia originale, continuano a tirare su caratteristiche di altri gruppi, metterle insieme, rimasticarla neanche tanto e sputare fuori un disco. Dal passato, dal presente, prendono dappertutto. Ma soprattutto dal passato. Di tutto, David Bowie, i Cousteu, Nick Cave, i Kula Shaker, i Primal Scream, gli U DUE, un briciolo di quegli invertebrati degli Stereophonics? Siii. Mettono su un suono di una chitarra un po’ GROSSO e BLUESROCK e il disco è fatto. È sempre stato così, e anche per questo sono sempre stati un gruppo molto prevedibile.

Ma la cosa che sopporto meno è la coolness insita in ogni pezzo. Ogni canzone DEVE uscire sborona, il modo di cantarla deve metterlo in evidenza, anzi il modo di cantare da sboroni una melodia con un mood triste deve essere una delle caratteristiche principali della canzone. Sempre. La ritmica deve essere quella tipica che ti spinge a muovere la testa ma non troppo velocemente e senza troppa violenza, con una flemma di base che ti assicura un posto nel mondo tra i fighi che affrontano le cose con la SCIALLA. Mettete su un pezzo, Spook, per esempio, il secondo del disco nuovo, e provate a capire se non sentite una spinta irrefrenabile a muovervi in quel modo. Oppure mettete su una qualsiasi altra canzone dello stesso disco. O di un altro.

Odio l’idea della canzone rock come necessariamente cool, che fa sentire fighe le persone, che s’insinua e invade col seme della coolness. È come se un corpo estraneo entrasse dentro di noi e si sostituisse a noi. Non va bene. La canzone dovrebbe (secondo il mio discutibilissimo parere) farci stare bene o male, non prendendo possesso di noi ma offrendoci qualcosa che condividiamo e che sentiamo nostro per farci stare bene, o qualcosa che odiamo per farci stare male. O imporci degli opposti: per esempio, descrivendo uno stato d’animo di merda in modo che se l’ascoltiamo quando stiamo bene pensiamo che il peggio non è mai morto, e stiamo ancora meglio, o il contrario insomma.

Ascolta Haunt. Ti senti triste? Si? Però allo stesso tempo ti senti anche un po’ figo, dì la verità. A me è questo che mi sta sul cazzo. Il rock che in fondo ti fa sentire uno sborone anche nella sofferenza è roba da adolescenti, siamo grandi ormai. Vi ricordate che Stephen Malkmus disse di essere pro love my self contrapposto all’ hate my self attribuito a Kurt Cobain negli anni 90? È dal di lì che abbiamo superato il problema del rock come espressione del dolore per forza, dalla lezione di Malkmus. Che figo storico Makmus. Poi sono venuti fuori i BRMC o gli Strokes che hanno preso il dolore, l’hanno declinato in scazzo e hanno scritto canzoni che lo rendessero bello. Gli Interpool c’hanno messo sopra la ciliegina wave e un’altra varietà di gusti è stata accontentata. E ancora oggi escono dischi di questo tipo, come Wrong Creatures dei BRMC, la cui release data 12 gennaio 2018, ed è fighissimo, ballabilizzimo, ma triste, e così malinconico!

È poi una cosa assurda, perché questo malessere fico viene espresso da quel blues mischiato al metal pop tutto arrotondato e cantato con la cadenza alla Gillespie, senza uno spigolo, quindi alla fine dei conti se ci pensi bene di doloroso non c’è un bel niente. Va bene che l’emo ci ha insegnato che niente è sincero, ma almeno deve essere ben gestito. E non sono qui a dire che un gruppo come i BRMC debba fare un album ISPIRATO, ma almeno quando sei sul tavolino a scrivere con quelli della Vagrant che ti dicono “sarà una bomba son 5 anni che non uscite con un disco, devi fatturare fatturare fatturare” (quanto è U DUE il live di 3 anni fa? brrrr, ndr), cerca almeno di scegliere uno stile che venda, ok, ma credibile, una chitarra che possa essere almeno presa sul serio. Come pretendi che possa credere davvero a una chitarra come quella di Question of Faith? Prima di tutto è così vecchia che sa di Rolling Stones, poi senti quante moine fa? Ammetto di averci sentito una certa progressione, ma quella specie di pianto blues sporco ma non del tutto, su un ritmo per far ballare le signorine (e qui casca l’asino: chi mi convince che i BRMC non fanno musica per scopare?) e i signorini è il classico colpo al cerchio colpo alla botte che alla fine accontenta tutti e non accontenta nessuno, tranne i fan dello zoccolo duro, quelli che non mollerebbero i BRMC neanche con gli schiaffoni.

Quando i BRMC hanno perso credibilità tra i fan più accaniti di primo livello? Ai tempi di Howl? Perché? Li avete trovati eccessivi nella loro flawlessness scazzata? Questo nuovo disco non vi farà cambiare idea. Rimangono solo i fan accaniti di secondo livello (lo zoccolo duro, appunto), quelli ci saranno sempre, sennò ai BRMC gli tocca riciclarsi in un bar di NY a fare i cocktails.

La fine del disco (da Little Thing Gone Wild) rappresenta l’ennesimo annioversario della fine delle idee e lo show della prevedibilità. A partire dal titolo (ripeto: Little Thing Gone Wild), i BRMC si svaccano totalmente nel sound maledetto-polleggio-rocknroll e fa capolino addirittura un po’ Marilyn Manson, quello di adesso, senza smalto e brio (di una volta). Fate due conti, cosa vi rimane in mano dopo Carried from The Start? Quale sensazione diversa dal vuoto? Ho capito, non ci si deve più aspettare niente da gruppi così sputtanati, ma il vuoto spinto è più intenso di Carried from The Start. È mai stato cool il vuoto spinto? Neanche secondo me. Detto questo, mi viene quasi dire che i BRMC sono sempre stati così, quindi di base sono un gruppo inutile, la cui collocazione nel contesto inizio 2000 è chiara quanto priva di significato. Che tipo di sound hanno creato? nessuno, dicevo. Che immaginario hanno generato o copiato fino a diventarne almeno la copia carbone? Nessuno, neanche questo. Ma soprattutto, che canzoni memorabili hanno scritto? Vuoto cosmico.  A volerli proprio confrontare, ci hanno lasciato di più gli Interpol (il primo disco era figo) e gli Arctic Monkeys (il primo disco poteva piacere o non piacere, come la grigliata di pesce ratto, ma ad ogni modo era tirato).

Tornando a Wrong Creatures. Finalone romantico al sapor di pianoforte con All Rise, che immaginavo che crescesse ed esplodesse a un certo punto in una ballatona gonfia di lacrime. E infatti indovinate cosa fa?

Un grande 2017: i dischi dell’anno sono ben 15

Essendo io un grande osservatore defilato della realtà su internet, ho notato che quest’anno in pochi si sono lagnati del tipo “fare la classifica di fine anno mi fa schifo però la faccio perché sennò si risvegliano i brontosauri e rovesciano l’ordine divino delle cose terrene” o del tipo “non ha senso fare le classifiche perché bla bla blablabla” a cui io avrei risposto “e caccia sta classifica e statti buono, ci saranno dei dischi che ti sono piaciuti più di altri, no?” ma non posso rispondere così perché non in tanti si sono lagnati dell’inutilità della classifica dei dischi da fare a fine anno. Al contrario, è aumentata la percentuale di titoli semplici come “i 5 dischi migliori”, “i dischi del 2017” e bella lì, e alleluia. E a chi si azzardasse ancora a lamentarsi dico: la devi fare perché lavori in un sito vero? Falla, che farla è bello. Scrivi su un blog così, tra un passatempo e l’altro, svogliato, prima di scaccolarti e dopo il riposino della bellezza? Allora non farla e addio.

Quest’anno è l’anno delle playlist, dellA playlist, quella di Calcutta per il Capodanno di Bologna. Lui non sarà neanche presente ma si è fatto dare 5000 euro per farla! Secondo me, ha fatto bene. C’è chi avrebbe detto no sono troppi, non li valgo, non sta bene. Lui invece se ne fotte. Il mondo è bello perché è vario. Pensavate che avrebbe avuto delle remore? Non ha mai dichiarato di schifare la fama che ha raggiunto. Quindi bona. Più che altro, è interessante quest’idea di mettere in anteprima le canzoni su spotify il 30 dicembre, così la gente se le può ascoltare. Che senso ha? Uno va al dj set e sa già cosa ci sarà. Divertimento alle stelle eh. Calcutta monetizza con spotify? No, le canzoni sono di altri. Ci guadagna in visibilità, ok. Oppure, mattacchione quale è, per la festa del 31 ne fa mettere su un’altra: bubusettete! Avevo trovato questa cosa intelligentissima e originalissima da scrivere quando ho scoperto che la playlist verrà diffusa in filodiffusione quindi insomma, cioè, ci può pure stare che ci sia l’anteprima su Spotify. Ma e poi, scusate, tutte queste lagne che lui non sarà a Bologna gne gne, ma se la playlist è in filodiffusione, cosa deve fare? Girare per le strade e salutare chi incontra vestito da San Silvestro? Aspettare i fan sotto l’albero in piazza? Questione chiusa, passiamo alle cose per le quali questo post è stato pubblicato.

Quest’anno sono scagliatissimo contro gli ammutinamenti dei MIEI blogger, sia quelli a cui l’ho chiesto che quelli a cui non l’ho chiesto, che non vogliono più scrivere le classifiche di fine anno. Io, la mia, la faccio, dopo essermi grattato una chiappa e aver spostato di un millimetro il vaso sul tavolo perché sta meglio. E la faccio con tale e tanta voglia che ho messo non 5, non 10, non 11, ma 13 dischi, più addirittura 2 posizioni fuori lista (la 0 e la 00) per motivi a caso (calcolatissimo è invece il 15 del titolo, 13 + 2 fanno 15: è corretto). Se fossi coerente avrei messo il disco della posizione 13 alla posizione 000 ma ormai ho fatto la story su instagram in cui l’ho messa come 13 e mi vergogno a cambiare perché quella story l’hanno vista in ben 72 persone.

Allora si parte. Alla posizione numero 13 troviamo gli Antlered Aunt Lord, con Ostensibly Formerly Stunted. È un disco del 2015 ma io l’ho ascoltato quest’anno ecc ecc. Un suono vecchio, scanzonato e in fin di vita che in confronto i Neutral Milk Hotel hanno voglia di vivere, quel folk che ha come caratteristica più evidente la svogliatezza, con la stessa espressione di un bambino che deve fare i compiti al sabato pomeriggio mentre suo fratello più grande in camera sua pirulla nella chitarra elettrica facendo fuoriuscire un sound psichedelico. Son 20 anni che gira questo mood, ma quando ho sentito ‘sto disco ho goduto tantissimo e mi sono messo sul divano a fare il gesto della schitarrata rigirandomi su me stesso come un invasato, pur sempre mantenendo un certo contegno.
Ma andiamo avanti. La prima a rientrare nella sporca dozzina, cioè piazzata alla posizione 12), è Jlin con Black Origami. Rispetto agli album di elettronica che ho ascoltato quest’anno, mi è sembrato quello più vicino al delirio vero e proprio, fatto di percussioni continue che mi hanno ricordato l’inferno di quando andavo alle feste a 20 anni e intorno c’erano otto mila bonghi che suonavano e io li odiavo (non erano feste afro, è che andava di moda il tamburello). È stato un ricordo bellissimo, si sa i ricordi sono sempre più belli di quello che è successo davvero. E Black Origami è l’inferno delle percussioni lontano da quelle maledette feste. 11) (le gambe delle donne!) Unsane, Sterilize. Gli Unsane festeggiano i 26 anni di cazzutaggine senza averne persa neanche un centimetro. Anche dal vivo. Per un’ora e mezza, Chris Spencer ha suppurato suono arrogante e alla non me ne frega un cazzo ma è stato dolcissimo con il ragazzo del locale che si dimenticava sempre di portargli gli asciugamani sul palco. Quella scena è stata una delle mie cose preferite di quest’anno e dovevo trovare il modo di metterla in classifica. Touch Down! Nel disco si sente ancora questa voglia di straboccare nervi, ma in fondo sono dolci vecchietti, che fanno la loro cosa come dei selvaggi mandati in terra dal dio del pisello turgido (questa metafora potrebbe in effetti essermi sfuggita di mano, quasi cit. Nanni Cobretti) da più o meno trent’anni. Quando la stagionatura fa la differenza. Non del pisello eh. (si, mi è sfuggita di mano).

Attenzione perché le posizioni iniziano a scaldarsi un po’, siamo alla 10), rullo di tamburi (lo sentite? sentitelo): gli Alvvays con Antisocialites. Un disco al di sopra del precedente, con melodie ancora più belle e testi disillusi, ironici e cattivi come piace un casino a me. Una conferma anche dal vivo, dove la batterista (nuova) mena come un fabbro, le chitarre e il basso vengono fuori con l’arroganza necessaria a far scomparire la patinatura che un po’ pervade il disco e la cantante con la voce fa ciò che vuole: potrebbe cantare un’ “osteria” e renderla raffinata, un coro da stadio e farlo sembrare un pezzo di Edith Piaf. Via avanti veloce con (9), i Montana di La stagione ostile. In assoluto il disco tranchant 2017, perentorio, beffardamente ostile, in tre parole il disco con meno pugnette dell’anno. Dopo il cambio di formazione, i Montana tornano (e io sono molto contento che l’abbiamo fatto) con un suono concreto e testi dritti al punto. Tanto che su un blog era uscito un pezzo intitolato Rifare tutto e rifarlo più ostile. Sono d’accordo su tutto quello che dice quel blog. Alla 8) c’è Enjoy The Great Outdoors di Spencer Redcliffe. Le migliori chitarre neilyoungomorfe e leeranaldomorfe dell’anno sono le sue, la 8 se la merita tutta, forse anche un pochino di più ma lasciamolo qui. Perché Enjoy The Great Outdoors è meglissimo del precedente ma Spencer può fare ancora meglio, non so come, ma può farlo. Il gas elettro psycho pop di Looking In (2015) è andato a farsi friggere e ha lasciato il posto a una sana voglia di mettere giù delle chitarre sciallate prive di qualsiasi ritmo sostenuto o distorsione esaltante e c’è la voglia di fare qualcosa di nuovo scrivendo canzoni senza quegli aggeggi elettronici, lì, quelli che usano gli artisti di oggi. C’è lo slancio, c’è la fotta di cercare. Indispensabile Spencer.

Secondo me alla 7 e alla 6 Mark Kozelek e i Bennett sono una coppia stupenda. Immaginiamoli in una jam session. Un sogno. Finito di immaginarli, passiamo all’analisi dei perché. 7. Mark Kozelek with Ben Boye and Jim White. Nient’altro da dire se non che Mark Kozelek è il Kanye West del folk e proietta il folk in una dimensione diversa, dalla profondità e durata infinite, dove non ci sono limiti ai giri di canzone e ritornello che si possono fare e alle variabili possibili, dove per la prima volta, come nel gioco delle carte o al casinò, bisogna sempre tenere conto delle variabili e buttarle dentro alla canzone se succedono. Così ti metti lì, con due musicisti amici, inizi a suonare e a cantare, la canzone prende forma, poi cambia e dai! butta dentro sto cambiamento e uniformalo al resto della canzone, tanto tra poco ce n’è un altro e il circolo è vizioso e senza confini. Il disco, Mark Kozelek, Ben Boye e Jim White, secondo me l’hanno fatto così e se lo suonassero adesso dal vivo potrebbe anche essere diverso. 6. Bennett, s/t (rece). Mi grattavo la schiena, i piedi e la barba da gran che mi mancava qualcosa alla Disquieted By. C’erano gli Zambra ma erano troppo metal per me che sono un fichetto melodioso. Finalmente eccola quella cosa. Stessa potenza, stessa melodia, ancora più fighi.

Arriviamo nelle posizioni (più) calde, per quanto i Bennett fossero già caldissimi. 5) Lingua Franca, Lingua Franca. Ogni volta che ascolto il disco vengo investito dalla fisicità di Lingua Franca, la cui tagline su bandacamp dice “linguist by day. lunatic lady rapper by night”. Mi affascina molto chi studia e conosce bene le lingue, anche il latino, di cui andavo matto. Bravissima con le parole, eccezionale nel dosare la loro potenza su ritornelli e strofe unstoppable, lei è un toro della lingua rappata e mi ha fatto provare le stesse sensazioni di Kate Tempest l’anno scorso. Un fiume di parole alle quali non voglio resistere. 4) (Sandy) Alex G, Rocket. Di fianco a Lingua Franca Alex G è un tenerone ed è proprio questo che mi è piaciuto del suo disco, oltre alla sua voglia di provare a cambiare qualcosa nel modo di scrivere canzoni per una chitarra, come Spencer Redcliffe. Loro due, coppia dell’anno delle chitarre giovani e innovative. Potrei dire anche green e sostenibili, ma poi esagererei. Ho messo prima Alex G perché si spinge ancora oltre, mi sembra più aperto a sonorità diverse, più vicino alla capacità innovativa di Sufjan Stevens. Insomma, dà ancor più speranza alla galassia di chi è alla ricerca di qualcuno che sappia scrivere canzoni con un po’ di pepe nel culo e senza adagiarsi troppo sugli allori delle grandi eredità di Elliott Smith o Jason Molina. O Neil Young.

Adesso siamo dove prendono fuoco le sedie sul podio da che è rovente. Alla 3) i Gazebo Penguins, Nebbia. Avranno anche fatto il disco della maturità ma io di fronte alle loro canzoni divento un bambino e mi faccio tutto sensibilone e mi immedesimo. Al di là di questa, che comunque è un osservazione critica importantissima perché bisogna anche tenere in considerazione il cuore quando si scrive, hanno fatto un album calibratissimo, con chitarre misurate al millimetro, passaggi di ritmo precisissimi e giustissimi (li devi aspettare, ma quando arrivano, arrivano), voci che raccontano anche le vite e le esperienze di altri e ampliano l’orizzonte dello sguardo. I testi sono ancora poesia delle cose semplici come piace a noi ungarettiani ma hanno acquistato una sfumatura universale che in Raudo non avevo mai avvertito. Alla 2) ci sono gli R. Ring, Ignite the Rest. Io l’ho chiamato disco cucciolone dell’anno, ma voi potete dire anche disco tequila sale e limone, gelato salato, carcadè, uova benedette della nonna o biscotti bucaneve, qualsiasi cosa vi dia una sensazione composta da ricordi da un lato e forti, nuove e rinnovate sensazioni dall’altro.
Vincono la classifica del 2017, piazzandosi all’ultimo piano del podio, dove le fiamme al di sopra di se stesse hanno solo l’anno prossimo venturo che è ancora tutto da scrivere, The New Year, il cui album si chiama Snow, il più muffoso di quest’anno e bello che è. Niente è cambiato rispetto al 2008 ma che diavolo di canzoni ci sono dentro. Non vi tedierò con il fatto che la musica è vita, ma in un altro modo, cioè dicendovi che in Snow ogni cosa è caramellosa e triste allo stesso tempo, quella voce è tranquillizzante e spaventosa, grunge ma anche l’ideale per essere ascoltata di fronte a una bella stufa a legna ad alto rendimento, di quelle che scaldano bene la casa e s’installano adesso (quando c’era il grunge non esistevano) che siamo patiti di risparmio energetico. È un disco antico e contemporaneo al tempo stesso, e infatti tutto torna perché alcune canzoni sono di sette o otto anni fa e altre no. Tombola.

0) Walter Schreifels, An Open Letter to the Scene. È uscito nel 2010 e l’hanno ristampato quest’anno. In pratica nel 2010 non me l’ero cagato per niente e quest’anno è il disco che ho ascoltato di più in assoluto (ecco perché questa geniale idea della posizione 0). Si possono fare tutti i discorsi più o meno intelligenti più o meno sensati rispetto al presente e al futuro della musica, si possono dare sguardi significativi e penetranti sul contesto, sul significato e sugli sviluppi di una musica piuttosto che di un’altra, delle chitarre o dell’elettronica, sul fatto che le prime non hanno al momento troppo da dire e la seconda è il presente-futuro, si possono fare tutti questi discorsi, condivisibilissimi, ma poi arriva lo sfigato cinquantenne, ironico e gigione, che ha pure una storia musicale ultradatata alle spalle (Rival Schools, Youth of Today, Gorilla Biscuits, Quicksand) nonostante le rinascite (dei Quicksand quest’anno) e spazza via tutto con dieci canzoni ascoltabilissime e senza troppe pretese ma che sbombardano. I riferimenti sono precisi (Wilco?) e il bisogno di cui sopra di sentir rinnovata la canzone d’autore, puf, dov’è?, svanito. Walter l’incantatore. Quest’anno ha fatto uscire anche Whatever Witch You Are con i Dead Heavens (no in classifica, segnalo solo).
In realtà dovrebbe esserci anche una posizione 00) per Moder, che ha fatto uscire 8 dicembre appunto l’8 dicembre 2017. Straccia tutti i dischi hip hop italiani che ho ascoltato quest’anno, ghali se lo mangia a colazione col caffellatte, Gue Pequeno di fronte a lui torna a casa bello ridimensionato. I testi di Moder sono così efficaci, le ritmiche e i suoni così quadrati e calibrati, sia quando distorcono sia quando sono catchy, e così lontano da qualsiasi moda, quindi così innegabilmente personali, che basta, non c’è gara con nessuno.

Quest’anno mi son piaciuti un sacco di dischi e un sacco di dischi di chitarre. Nella mia classifica ho messo anche l’hip hop e un pelo di elettronica, perché in proporzione ascolto più musica con le chitarre ma – ci tengo a dirlo – sento la questione dei gruppi affetti da Retromania, la sento. Ho messo zero pop (inteso quello alla poptopoi), perché come già qualcun altro ha avuto l’accortezza di scrivere prima di me leggendomi nel pensiero e quindi rubandomi l’idea, non c’è stato un disco pop che mi abbia fatto sbarellare come Anti di Rihanna nel 2016. Quello era bello perché era del 2016 ma sembrava del 2030, con un sacco di idee, di ritmi diversi, di voci, di generi musicali, canzoni tamarre e canzoni raffinatissime. Il pop deve essere così, tanti pezzi di tante cose che compongono una cosa più grande senza limiti e che ha lo scopo di esprimere tutte le voci dentro all’artista, senza paura di tirarle fuori per timore di disattendere le aspettative o per chissà quale altro motivo. E, o c’è un artista che sa regalarci un disco pop simile, oppure fuori il pop dalla mia classifica! E poi sono tutte mezze seghe a parte Rihanna e Lady Gaga. Su, ritira fuori le chitarre, anche quelle che sanno di muffa come nient’altro al mondo, che neanche dentro al mio frigorifero. Iam tandem (latino), a proposito di chitarre dal sapore antico ma significative, aggiungo quelle incredibili dei MT. ZUMA.

Titolo sbagliato, sono 16.

Prova a prendermi. Brian Wilson che fa tutto Pet Sounds

Ok, non è più in forma come una volta

Una cosa che ho fatto nel 2017, e che penso non farò mai più, è vedere Brian Wilson dal vivo. In maggio io e la mia morosa siamo andati a Los Angeles in vacanza, un mese prima abbiamo saputo che avrebbe suonato Pet Sounds in it’s entirety e abbiamo comprato i biglietti con tanto di “ma quando ci ricapita”, “ha rimasto due pisciate” e cose così, delicatissime. Per scoprire, cinque giorni dopo, che avrebbe suonato anche a Perugia in luglio. Ma quando ci ricapita di vederlo a San Diego? Era l’interrogativo per convincerci di aver fatto la cosa giusta di riserva. San Diego è quasi la casa dei Beach Boys, che sono di Hawthorne nella Contea di Los Angeles, a due ore di macchina da San Diego. È come dire che se io sono di Gatteo e suono a Reggio Emilia sono praticamente a casa? No, però mi hanno sempre raccontato la California degli anni ’60 come un unico grande cilum, quindi lo prendo per buono e la considero un’unica grande casa. Ma gli anni sessanta sono finiti, io non li ho nemmeno mai visti e per i due poveri turisti di Gatteo che se ne vanno a fare un giro a Los Angeles in primavera e prendono una macchina per andare a San Diego, Los Angeles-San Diego non è proprio a un tiro di schioppo. Tempo stimato: due ore. Tempo effettivo: quattro.

Brian Wilson suonava al Civic Theatre, non con tutti i Beach Boys ma (della formazione originale) solo con Al Jardine, e con Blondie Chaplin, nei Beach Boys dal ’72, più un triliardo di altri musicisti. È un mondo lontano, la California fricchettona degli anni ’60 non mi è mai piaciuta, ho sempre rivolto la mia attenzione verso altre cose, le droghe non sono mai state una mia passione, Jim Morrisson non è mai stato il mio mito, anzi l’ho sempre sfangato poco, la rivoluzione culturale è un argomento interessante si, ok, ma parliamo d’altro per favore, col ’68 i nostri professori al liceo ci hanno fatto una testa così. Ma Pet Sounds, anche se è totalmente a mollo in quel periodo, va oltre tutto questo. L’ho ascoltato migliaia di volte, tra i rocker della mia città negli anni ’90 c’era chi lo tirava sempre fuori in quel modo che solo noi romagnoli sappiamo usare: cioè, petssaund… Ma a me non me ne fregava un cazzo del perché loro consideravano bello quel disco, se la menavano, alla fine del discorso rispetto al disco erano più importanti loro e le loro voci fastidiose. A me piacevano le canzoni, la malinconia e la gioia, e anche la noia, quel modo di tirarla per le lunghe con le ripetizioni, le melodie eterne.

Quindi, il giorno del concerto ero abbastanza in botta dal mattino alle 10, seppure dovessimo partire alle 3 del pomeriggio, giusto per stare dalla parte del sicuro. Eravamo in giro e abbiamo anche trovato da dire perché io ero un filo carico e cose così. Ci siamo messi in macchina alle 4, presto, considerando che il concerto iniziava alle 8:30. Per fortuna, perché sulla statale tra Los Angeles e San Diego capita un incidente ogni 100 metri: cinque ne abbiamo beccati. Io ero preoccupatissimo. Google Maps ha sempre funzionato, abbiamo cambiato statale per poi rientrare e poi cambiare e rientrare ancora e siamo arrivati al Civic Theatre di San Diego un po’ in ritardo. È iniziato da mezz’ora ci hanno detto all’ingresso, mentre ci accompagnavano ai nostri posti, sulla balconata. Presa male eccetera. In pochissimo tempo però la presa male per il ritardo si trasforma in presa male per la paura del concerto-pacco, perché stavano facendo tutte le canzoni peggiori dei Beach Boys in una versione cinghiona. Mi dispero, chiedo scusa alla mia morosa che in realtà era contentissima, mi guardo intorno, sono circondato da matti che urlano, età media 70 anni, poi.. il concerto s’interrompe. Che cosa succede chiediamo a un signore anziano accanto a noi. “C’è la pausa” (e per fortuna ho pensato, sennò ti scoppia il miocardio) “e poi il secondo set con Pet Sounds in it’s entirety” (sentirlo dire da un americano era una meta che speravo di raggiungere prima o poi nella vita). Grande bolgia, cenetta coi fiocchi (patatine nel sacchetto) nel foyer, caffè, pisciata e si inizia.

In realtà, una delle cose più belle della serata è stata la pausa nel foyer. E io mi sbagliavo di grosso. La prima impressione aveva confermato quello che mi aspettavo quando ho preso i biglietti: un concerto per vecchi. Ma allora perché li hai comprati se pensavi questa cosa supponentissima? Solo perché non ho resistito al fascino di Brian, il grande musicista rovinato dalle droghe, dalla depressione e dalla cattiva gestione del patrimonio economico accumulato negli anni. Quello che vedevo nel foyer mi dava torto marcio.
Ogni tipo di fan senza vergogna dei Beach Boys era in quella stanza, dal settantenne rimasto pee sempre al momento in cui ascoltò per la prima volta Pet Sounds, al ragazzino che invece di ascoltare Kanye West si trova un pomeriggio in casa col padre che, dopo una presentazione sbrodolante in cui per poco perde la ragione, gli fa ascoltare Pet Sounds sul piatto del suo preziosissimo Technics di sticazzi, stampa originale, comprata nel negozio che ha chiuso con l’avvento dell’mp3 bla bla bla, e il ragazzino in barba a tutte le vere musiche rivoluzionarie che potrebbe ascoltare adesso, ci rimane secco con Pet Sounds, che non gli esce più dalla testa.
Dall’uomo anziano vestito da texano con la t-shirt del tour al tizio con la collana di fiori.
Dal ragazzo a cui si gliene frega di Brian Wilson ma tranquillo, ha accompagnato la sorella o il nonno, alla ragazza entrata al concerto per tradizione, perché comunque i Beach Boys sono circa di lì, lei è circa di lì, quel live è un evento, un po’ come il Fuori Salone da noi insomma.
Quindi, una grande festa si sta svolgendo nel foyer, mentre io cerco di fare una misera pisciata in uno dei bagni dei tre piani del teatro, tutti con una fila lunghissima di uomini di vario tipo. Ne ricordo in particolare uno, di mezz’età, con le infradito e il boxer a fiori come se di fronte a lui ci fosse l’oceano e non una fila di uomini che la tengono stretta. Quando sono tornato di sotto pronto a rinascere con la seconda esplosiva parte della serata, ritrovo la mia ragazza che parla con un’americana che naturalmente era stata in Italia e naturalmente l’aveva amata un casino. E, a luglio, Brian Wilson viene a suonare a Perugia, do you know Perugia? volevo dirle, ma ho lasciato perdere.

La prima parte del concerto era stata letteralmente dominata da Blondie Chaplin che pensava di essere sul palco con i Rolling Stones e in uno spazio di quaranta metri ha camminato almeno tanto quanto cammina Mick Jagger sui suoi palchi chilometrici. Infatti ho visto un Brian Wilson piuttosto contrariato dietro al pianoforte, le battute acido-simpatiche su chi fosse più popolare dei due sono venute giù come se fossero le note di Surfin’ USA, a grappoli. Al Jardine li guardava paziente. Era uno spettacolo per vecchi amanti di Venice Beach che potevo capire solo in parte, perché non avevo mai preso parte a quel mondo, l’avevo vissuto solo da lontano, letto nelle riviste specializzate, ascoltato nei dischi.

Ma dopo la pausa, la part I era diventata dentro di me già una specie di spettacolo ancestrale, con quell’aura mitica che si dà alle cose che non hai vissuto in prima persona ma qualcuno ha avuto l’accortezza di raccontartele e fartele conoscere da vicino. Come un ricordo del passato che all’improvviso si materializza di fronte a te, giovane sprovveduto, sul palco del Civic Theatre. A San Diego. Viva i cinghionismi, qualcuno sta facendo tutto questo per noi! Pensavo. Naturalmente non era vero, e questo rendeva ancora più bella la serata: tutto aveva la perfezione costruita di una messa in scena teatrale, ma era vero. Che razza di mindfuck. L’impressione negativa iniziale era scomparsa ed era diventata una goduria. Quando me ne sono reso conto, la mia mano stava aprendo la tenda di velluto rosso dell’ingresso in balconata e a quel punto ho visto il teatro a luci accese, invaso dalle persone che lo strariempivano e applaudivano sfasciandosi le mani, tutta l’orchestra sul palco e, all’improvviso, è partita Wouldn’t It Be Nice.

Brian non era per niente in forma. La sua voce era un filo sottile che sembrava vivere grazie a un’energia surrogata, pompato quasi da un alimentatore sistemato dietro le quinte per non far venire a meno la potenza necessaria a reggere tutto un concerto. Dietro di lui, quattro coriste e un cantante (figlio o nipote di qualcuno ma adesso non ricordo) coprivano i suoi vuoti di voce. Gli altri musicisti erano perfetti, super-rodati e ultra professionisti. Erano così produttivi, scoppiettanti e contenti (anche se praticamente stavano suonando con un antenato degli umani). Che noia, che barba, tutto perfetto, non sembrava dal vivo! Per niente invece, ogni canzone era un gioiello, pulita e liscia, come sul disco, si. E non volevo altro, non potevo volere altro, cos’avrei potuto volere? Di arrivare lì e vedere loro che fanno gli annoiati e cambiano le canzoni per tentare di divertirsi un po’ non ne avevo nessuna voglia. No, Brian Wilson che suona Pet Sounds lo volevo così, come se avessi messo su l’album in macchina, in più con un’acustica perfetta e un pubblico stratosferico da gran che era divertito e divertente. Il signore di fianco a noi era in formissima, niente infarto, almeno non prima della fine. Se va bene aspettava da anni quel momento. Questa sensazione, dell’evento gigante, era evidente, perché sembrava di essere a una grande festa di capodanno senza la stupidità di dover festeggiare un nuovo anno che sarà quello vecchio tale e quale, ma con la gioia di ascoltare la musica della vita, che ha accompagnato ragazze e mamme, nonne e nonni, padri e figli arrivati fino a quel momento. Una bomba di situazione. A metà del disco, più o meno a Sloop John B, la platea non esisteva più, a nessuno fregava più niente che ci fossero delle sedie lì nel mezzo. Prima di quel momento, ricordo una I’m waiting For the Day sognante, dove tutti guardavano il cielo (veramente alla mia destra c’era un signore che se la dormiva, ma ognuno ha il suo modo di farsi i viaggi) e adesso sembrava di essere a un concerto di Lady Gaga, con gente che si strappava i capelli sotto al palco e cantava le canzoni come dei singalong. Anche i giovani. Soprattutto i giovani. Cioè, fuori c’erano ambulanze pronte per tutti, eventualmente.

Dopo Caroline, no niente pausa, luci accese e dritto per i bis. Nessuno era stanco, tranne forse Brian Wilson, che comunque era ancora lì. Fino a quando c’è stata musica da suonare (38 canzoni in tutto, non sono neanche poche) è stato lì. Poi è schizzato via come una molla, veloce come la formica che deve rincasare per ripararsi dal pericolo degli umani che potrebbero schiacciarla, ma che il sindaco di gatteo mi tolga la cittadinanza se non ha tirato fuori tutto il fiato che aveva in gola.

Il nostro amico, il signore seduto di fianco a noi, ha fatto lo stesso (senza intascare il cachet): sull’ultima nota dell’ultima canzone, Love and Mercy, è schizzato via con la testa già sul cuscino, travolgendoci con una forza unstoppable. Forse aveva visto su YouTube altre date del tour e sapeva che quella sarebbe stata l’ultima. Col cazzo che vado in ambulanza adesso, vado a letto e domani, finalmente, vivo di questo ricordo, diceva la sua faccia. Noi due, per quanto ci riguarda, siamo rimasti a sedere un altro po’, a guardare il teatro e la gente che molto lentamente sfollava. Nel foyer, le magliette costavano 45 dollari e ho pensato mo la mecca! Siamo saltati sulla macchina e abbiamo sgommato veloce verso il letto. Due ore e mezzo dopo (alle 2? 2 e mezza?) eravamo in albergo e ci sentivamo esattamente come i 70enni dopo il concerto: praticamente immortali. Puppate luridi vecchi hippie, eh, mica solo voi.

In pratica, come ho scritto nel post su facebook ma lo aggiungo anche qui perché rende l’idea, è stato come quando Holmqvist segnò al Milan al Manuzzi, un po’ strano, realtà? finzione?, ma fico.

(postilla della mia morosa)
Sono a bere con delle amiche e mi arrivano messaggi di Giacomo che non leggo, tanto tra poco vado a casa, penso. Arrivo a casa e trovo un uomo in stato confusionale che gira di stanza in stanza sussurrando brian wilson, brian wilson, pet sound INITSENTAIRATY e dico cosa hai fatto?
Avevamo prenotato poco prima per Los Angeles, ci avevo messo MESI a convincerlo. Non sembrava neanche poi preso tanto bene. Io ero immersa fino alle orecchie in scrapbooking con disegni di strade, percorsi calcolati al minuto su maps, giornate fitte di roba neanche fosse un lavoro. Lui, però, aveva scoperto che c’era Brian Wilson in quei giorni a Los Angeles e il concerto era sold out. Come facciamo. Testa nelle mani. Oddio.
Vado sul sito e vedo che ci sono ancora i biglietti per lo show di San Diego, che vuoi che sia, sono 200 kilometri, ci andiamo. Davvero? Ma certo, checcifrega. Compra!
Intanto io studio i percorsi, cambio tutto il programma della settimana, imparo a memoria tutte le strade del centro storico di San Diego, per sicurezza, casomai arrivassimo in ritardo. Arriviamo in ritardo. Il teatro è bellissimo. Il resto lo sapete già.

Il mio primo report del Transmissions

Akiba's trip Transmissions X

Quando arrivo al Trasmissions, l’80% delle volte conosco poco chi suonerà. È bello così, mi sembra un buon modo di assecondare ed entrare dentro la natura sperimentale del festival. “Chi sta suonando?” “Aspetta che guardo nel programma.. è il secondo, si, dovrebbe essere lui”. La programmazione è una sorpresa, quando esce dico sempre wow non conosco nessuno. Poi inizio ad ascoltare qualcosa, qualcuno mi prende bene, qualcun altro meno, ma in ogni modo mi piace lasciarmi lo spazio per arrivare là e non essere sicuro di quello che succederà. Un’altra cosa che mi piace del Transmissions è che è un festival di musica sperimentale che non si considera un festival di musica sperimentale. Cioè, non rimane vincolato a quell’idea di sé e non dà una sola interpretazione di sperimentale. Sperimentale può essere la musica, ma anche l’accostamento di un gruppo a un altro, o la scelta di chiamare a suonare qualcuno che di sperimentale ha poco. Nel 2014 il Transmissions è stato gitan-noise, c’erano The Hawk and the Hacksaw un giorno e i Deerhoof quello dopo. Di fatto, è un festival poco prevedibile. Non segue strade già battute da altri ma rispecchia il gusto del curatore, che dal 2012 ogni anno è diverso. Quest’anno, per festeggiare la decima edizione, ha guidato la nave il padrone di casa Chris Angiolini, che ha chiamato a raccolta protagonisti delle edizioni precedenti e amici, rendendo il Transmissions un posto famigliare.

Per loro, per me non del tutto. Per esempio, famigliari non sono le location, perché negli anni sono cambiate. Teatro Comandini, Galleria Ninapì, Teatro Rasi, Cisim, Fargo, Hanabi, Museo d’Arte di Ravenna, un posto a Faenza, un bel po’ di Almagià e un sacco di Bronson. Che rimane la mia preferita: il motivo sta in un corto circuito che in effetti ha a che fare con l’essere famigliare o s-famigliare. Cioè sta nel momento in cui – durante il Transmissions – esco dalla routine dei concerti che sono abituato a vedere in quel posto: da un lato sono lì come altre volte, dall’altro lo spettacolo è completamente diverso dal solito. È una cosa che mi spiazza un po’. Al Transmissions nella serata Bronson mi è capitato di guardarmi intorno e vedere uno con gli occhi sbarrati, uno preso da un ritmo che sentiva solo lui, un altro a occhi chiusi, uno concentratissimo, uno impaziente, uno in difficoltà a livello di resistenza fisica, quello di fianco preso benissimo. Ognuno rapito a modo suo. Voglio dire, non a tutti i concerti al Bronson se guardi il pubblico hai una panoramica umana di questo tipo. Con il Transmissions, il Bronson smette di essere il posto di sempre e le immedesimazioni degli spettatori possono essere infinite. Qualche volta mi è capitato di aver bisogno di cercarlo, un angolo famigliare, un angolo che sapevo sarebbe stato di sicuro uguale alla volta prima, e mi sono infilato nel bagno, anche per ricordarmi che ero tra gli umani. Non rude allo stesso modo, ma una situazione da In da Club.

La prima sera all’Almagià sono stato così poco famigliare che l’ho persa, per motivi logistici. Iniziando quindi da quello che non ho visto, ad aprire il festival è stato Tiresia. Tiresia è il nuovo progetto di Bruno Dorella (OvO tra le altre cose) con Stefano Ghittoni (tra le altre cose Angel Ros), ma anche un personaggio di I cannibali, il film di Liliana Cavani ispirato all’Antigone di Sofocle e interpretato da Pierre Clementi. Non so se vi siete mai presi l’impegno di vedere un film con Pierre Clementi (tipo Bella di giorno o Partner) ma lui era un attore assurdo, con lineamenti da Visitor e movenze da ballerino, sempre fuori luogo e sopra alle righe per via del modo di fare sempre tragico e disturbato, anche se molto educato. I Tiresia non sono né tragici né disturbati e non sono neanche particolarmente educati, normali, ma hanno una melodia aulica e rilassante. Li sto ascoltando adesso. Poi Bus De La Lum, Stian Westerhus e Ulver, bam bam bam, me li sono persi tutti.

Quello che ho visto. Sabato invece sono arrivato in orario addirittura per Daniel O’Sullivan, il primo a suonare. Già curatore del festival nel 2013, è un personaggio alto e dinoccolato, inglesissimo in tutto, ed è riuscito a portare sul palco la sua capacità di fare un sacco di cose, tanto che a un certo punto si è confessato e ha detto: “non so cosa fare, ci sono tante possibilità”. E in quel momento si è accesa sopra di lui la tag-line generazionale più generazionalmente trasversale di tutte: “ho voglia di fare, ho voglia di fare, ma non so cosa fare” da che di cose da fare ne avremmo un treno. Messa in scena o no, con una frase sola ha fatto sedere accanto a sé tutti i suoi progetti (Ulver, Grumbling Fur, Chrome Hoof, qualcosa di This Is Not This Heat, un po’ meno i Miracle, Aethenor) e li ha fatti suonare insieme, materializzando in un colpo solo le tante idee degli anni passati e futuri. O’Sullivan è un menestrello: per quanto questa figura sia antica, e lui (musicalmente) non abbia niente di antico, è padronissimo del proprio mondo, è una specie di artigiano, il direttore lavori in un cantiere di tentativi. Sul palco sembra nel suo studiolo, in cerca dell’ispirazione. Lui prova a fare in un modo e vede come viene. Usa il lato lirico della voce. Gli echi e le distanze dai microfoni sono strumenti. È come la Pantera Rosa col cardigan, di fronte alla consolle e al piano Rhodes. Ha le mani e il passo felpati e, anche se sembra non esserci del tutto e non saper cosa fare, sa cosa fare.

Daniel O’Sullivan è una parentesi che precede un percorso in tre parti, di cui Robert Aiki Aubrey Lowe è il primo atto. Indossa un paio di scarpe enormi, che sembrano imbottite come se fossero un avambraccio di un piumino Moncler. Anche grazie a loro dà l’idea di essere una persona stabilissima, nel senso di ferma e decisa, e lo conferma la sua figura, alta, poco mobile (il contrario di Daniel O’Sullivan), stagliata sul palco contro il fondale bianco straluminoso. Anche la sua musica è stabile. Un’unica canzone senza interruzioni che ha il pregio di catturarmi in certi passaggi e di perdermi completamente in altri, dandomi la possibilità di costruire un mio concerto, con le pause che voglio io. Pare che a diversi faccia lo stesso effetto ed è una cosa positiva: non tanto libertà di ascolto, quanto di reazione, dentro un unico flusso di suoni. All’inizio non mi prende, poi si, poi mi perde ancora per ritrovarmi sul finale, nel momento in cui chiude il concerto, l’attimo in cui capisco cos’è successo. Robe Lowe ha anche cantato, mischiando così bene i sintetizzatori e la voce da farli diventare la stessa cosa, entrambi espressione dell’estasi che Lowe stava mettendo in scena. Il senso di badilata in testa attesta che è riuscito nel suo intento, perché la sua volontà è farci perdere nel suono, come se fossimo addormentati, mentre siamo svegli. I pouf distribuiti sulla pista aiutano (tutto calcolato). Per raddoppiare, e provare una sensazione da doppia padellata in testa, Rob Lowe va ascoltato a casa, dove le quattro mura domestiche diventano un limite fisico tanto famigliare e accomodante da renderlo ancor più totalizzante.

Matteo Vallicelli ha suonato per terzo. Dicono che le origini della musica che fa adesso vadano ricercate nell’hardcore, nel punk e nel garage, da cui ha iniziato. Alla base di tutto c’è la stessa necessità di esprimersi adottando un modo diretto, che ti permetta di dirla tutta, senza mezzi termini. Quel modo era l’hardcore prima, il garage poi, adesso è l’elettronica. Non si è accontentato di quello che aveva trovato, perché non gli bastava più, e ha cambiato. Quando il cambiamento è dettato da un’esigenza reale, un buon disco è la cosa migliore che si possa tentare di fare. Primo, l’esordio solista (per la Captured Tracks) di Vallicelli, usa in modo sfacciato una tecno spintissima solo in alcuni momenti, ma che bastano per risvegliare gli spettatori dopo Lowe, trasformando il Bronson da sala dedicata al riposo a discoteca. Infatti, la Direzione ha fatto sparire i pouff. Rispetto a Lowe, siamo sempre in uno stato di trance ma un gradino più in là, su un livello carpenteriano. A tratti la gente davanti a me frigge su una pacifica base di bassi distorti, a tratti si muove spinta dalle tastiere. È lo step intermedio della serata, quello che mi ha preso di meno, il suo suono è troppo tecno e non riesco a trovare la rottura del confine tra questa musica e l’hard core, c’è, esiste, ma quella sera non so dove sia.

Sia dove sia, poi arriva Lorenzo Senni, che dal vivo riduce il minimalismo degli anni ’10 a un rivolo sottile. Attorno a quel rivolo si sviluppano tantissime altre derivazioni, tantissime linee di suono che prendono strade diverse. Ottiene potenza in crescendo, mai distorcendo ma accumulando dettagli. Mentre sono lì e mi sto divertendo sul serio, Giovanni mi spiega il motivo del mio gaudio come meglio non avrebbe potuto: sembra di assistere a un videogioco giapponese d’azione o d’avventura. Lorenzo Senni ha in pratica preso la colonna sonora di quei giochi e l’ha messa dentro al minimalismo trance, a cui ha imposto una specie di gamification. La colonna sonora di Akiba’s trip è insistente, ripetitiva, fatta di alti e bassi di intensità, tipo esplosioni improvvise, botte sulla tua destra e stop a sinistra. Così la tua attenzione è sempre lì, non riesci a staccarti neanche per un nano secondo, se lo fai muori, perché la gente che incontri mena e tu ti devi difendere con la mazza da baseball. Un attimo è tecno, quello dopo è una melodia mielosa, poi una velocità intermedia e dopo un passo ancora diverso, aperture improvvise e stop, e si riparte. Il concerto di Lorenzo Senni è questo, il terzo scalino della serata, il salto finale, un’idea opposta alla libertà di trip concessa da Rob Lowe. E se Vallicelli ha fatto emergere tutto il Bronson discotecno che c’è, Senni lo fa diventare un ring. Uno step più in là. Nessuno perde il fuoco sul palco, qualcuno più che ballare zoppica perdendo il tempo ma siamo tutti costretti a tenere gli occhi aperti, per scansare gli attacchi della consolle dell’MC Senni. In assoluto il miglior concerto della serata.

In assoluto, i momenti migliori del festival sono però quelli al MAR, la domenica. Pranzo da mia mamma per il suo compleanno, riesco a contenermi con l’alcol e a liberarmi abbastanza presto. Fuori piove e fa freddo, parto per Ravenna, purtroppo perdo Cristian Naldi e Onga Dj ma arrivo in tempo per Adriani Zanni e Mai Mai Mai. I concerti sono nel ballatoio, per terra ci sono dei cuscini ma sono tutti occupati e rimango in piedi. Mi tolgo il giubbotto e rimango in maniche di camicia, mi appoggio da qualche parte e guardo Zanni iniziare. Il riscaldamento è altissimo ma sto benissimo. Quasi a casa. Zanni è un fotografo e field recorder che durante i concerti mette insieme le sue fotografie in bianco e nero e i suoni che registra e li trasforma in uno spettacolo unico, pieno di alberi, posti isolati, privo di figure umane e quasi privo di voci. Il taglio delle sue foto non è mai normale, tanto che alcune volte devo pensare a quale sia il soggetto. I suoni sono ronzii, silenzi fatti di qualche rumore, sovraesposizioni di qualcosa che corre e passa più volte. La sera prima, Zanni era al Bronson. Stavo bevendo con Francesco una birra (offerta), stavamo parlando credo di bambini piccoli, quando Francesco si volta da una parte e dice “c’è Zanni con la maglia What Would Husker Du”. Io mi chiedo “Who is Zanni?” e lo vedo venire verso di noi, con la maglietta What Would Husker Du. L’unico caso impossibile in cui non so chi sia una persona ma la vedo e la riconosco. L’ho riconosciuta anche il giorno dopo, dietro alla consolle del MAR, senza maglia degli Husker Du ma già con tutta la mia simpatia. Cos’hanno in comune il lavoro di Zanni e gli Husker Du? Niente. Fatto sta che quella domenica il pensiero della t-shirt mi ha portato a pensare a Grant Hart mentre guardavo e ascoltavo Zanni e la sensazione di desolazione e solitudine che mi davano quei rumori e quegli oggetti inanimati in bianco e nero è diventata una cosa sola con la sensazione di desolazione e solitudine al pensiero di Grant Hart. L’assenza quasi totale di voci umane sul loop di Zanni ha messo il piombo a tutto. La musica non è indipendente dalla realtà, basta una maglietta per farle prendere tutta un’altra strada.

Mi calmo un attimo visitando la mostra al piano superiore. Il mosaico a forma di cavallo per una scacchiera gigante disegnato da Fabio Novembre mi saluta da lontano mentre torno giù: Mai Mai Mai sta per iniziare. Leggo che da bambino ha viaggiato spesso con i suoi genitori, in Oriente e in Europa. Quello che impari da bambino ti rimane attaccato più facilmente e la musica di Mai Mai Mai ne è la dimostrazione. Certe cose ti rimangono anche se non vorresti. Forse non sempre Mai Mai Mai aveva voglia di viaggiare, magari a volte aveva pure voglia di rimanere sull’isola dell’Egeo in cui è nato, ma doveva viaggiare, doveva seguire i suoi genitori, e cosa faceva, rimaneva solo così piccolo? Un po’ era curioso, ma voleva anche starsene a casa. Forse le distorsioni più pese di Mai Mai Mai derivano da questa dicotomica volontà. Ma avrà anche dei ricordi buoni, e da quelli forse viene fuori la parte più facile delle sue tracce, quella che, dietro a tutto il rumore, descrive le linee di una canzone. Mi sono fatto l’idea che, tirando le somme, quei viaggi gli abbiano lasciato dentro un casino tipo confusione delle lingue, che prende forma in distorsioni, droni e suoni taglienti come sciabole saracene, alla cui furia però sopravvivono (ogni tanto) anche flauti magici e segni di gioia. Nel complesso, il set di Mai Mai Mai mi distrugge.

Distruzione vuol dire comunque movimento eh. Quest’anno per la prima volta sono andato al Transmissions senza rimanere paralizzato di fronte al palco con tanti pensieri in testa nessuno con un senso, alla fine anch’io sono tornato a casa, con la sensazione di essere stato lontano ma anche no, e per la prima volta ho buttato giù qualcosa. In un mese, ma l’ho buttato giù. Il mio primo report (parziale) del Transmissions, alla decima edizione. Sempre sul pezzo.

Qualche foto.

L’accelerazionismo di tutti i giorni

Se ascolto qualcosa di meno famigliare rispetto a quello che mi è sempre piaciuto, capirlo non è semplice subito. Purtroppo non sono una di quelle persone preparate su qualsiasi ascolto. Ho perso troppo tempo per esserlo. Quindi, quando ascolto l’elettronica ci metto un po’ più di tempo a entrarci dentro. Magari leggo qualche recensione che mi dà due dritte e con i collegamenti ce la posso fare, magari le ritmiche mi prendono bene (o male) da subito. Ma non è lì il punto. È più che altro capire perché si usano quei suoni, o quegli strumenti, come viene costruita la canzone, perché, e cose così. Tutto va collegato ai testi e all’humus in cui il disco è nato, ed è fatta. Un casino insomma.

L’elettronica vuole evolversi di continuo. E il fatto è che lo fa davvero. I risultati sono frequenti ed evidenti, in un contesto di un passato ampio che torna a galla perché si scopre seme del futuro, fantasma che ne infesta la casa, in un mare elettronico di sviluppo potenzialmente senza fine che rilancia sempre il presente. Ecco, si, diciamo che non ho scoperto l’America. Però negli ultimi tempi ho scoperto una cosa che mi ha fatto intrippare di più con l’elettronica. L’accelerazionismo.

Con accelerazionismo in musica s’intende, da quello che ho capito, l’utilizzo portato all’estremo della tecnologia contemporanea e dei rumori di internet e dei device di comunicazione. James Ferraro per esempio, in Far Side Virtual, usa spesso il “plop” dell’invio della mail, come fulcro della canzone, nel momento in cui la canzone cambia direzione. A volte. Non importa che sia sempre, perchè quel suono spicca su tutti gli altri, ogni volta che c’è è più importante di tutto il resto. E siamo solo all’inizio, perché la Hollie Herndon di Platform (2015) concepisce il laptop come unico mezzo di comunicazione tra le persone. Se non sbaglio ha raccontato di essersi mollata col ragazzo via mail e di trovare totalmente normale la cosa. Device dappertutto, device per tutte le cose che prima erano solo rapporti tra esseri umani e ora vedono intromettersi, appunto, un device.

Ma per un articolo migliore e più completo sull’accelerazionismo dovete leggere questo di Valerio Mattioli del 2015. Il sottotitolo di quell’articolo è: “E se la più controversa eresia politica dell’ultimo biennio servisse a spiegare il nuovo corso delle musiche indipendenti? In ogni caso: addio retromania, è ora di tornare al futuro”.

I device fanno dei suoni. Questi suoni – con cui tutti, giovani, vecchi o bambini, abbiamo a che fare tutti i giorni – sono parte integrante della vita, colonna sonora dei rumori della città, della campagna, della montagna, dell’ufficio, della parrucchiera, del dentista, del supermercato e di tutto il resto. Sono finiti sui dischi e sono diventati la caratteristica principale di una corrente musicale. L’accelerazionismo ha preso la vita di tutti i giorni e l’ha portata di peso dentro alla musica elettronica. Prima che i rumorini digitali diventassero assoluta normalità? Dopo? Non so, ci sto pensando.

Ecco cos’ho pensato. Il laptop e il tablet sono mezzi digitali che ci servono per comunicare. L’altro giorno ho sentito in radio una pubblicità in cui un ragazzo lasciava la sua ragazza con un messaggio su Whatsapp. Forse ce ne sono state altre, non lo so non ho tenuto il conto. Il punto è che, se c’è arrivata la pubblicità, vuol dire che ormai è una roba veramente normale. Adesso lo è, ma non sempre lo è stata davvero. L’accelerazionismo è la descrizione musicale perfetta di questo cambiamento e Hollie Herndon ne è l’ultima profeta. Mmmbé, visto che il momento in cui Platform ha imposto la propria visione e quello in cui lasciare il partner via Whatsapp è diventato normale sono successi in parallelo, la Herndon non è proprio profeta. È più quella che ha diffuso il verbo per ultima, per il rush finale. Comunque il concetto è: la sua musica è l’ultimo frutto di quel tipo di rapporto con i device, che ora è normale, nella vita di tutti i giorni. Per esempio io amo il mio smartphone. Quando alla mattina suona la sveglia da spento, la sospendo, tolgo la modalità aereo e riappoggio il telefono sul comodino. Aspetto che si scarichino le notifiche. Non ce ne sarebbe bisogno, perché col wifi che pompa le notifiche arrivano subito. Ma io aspetto e alimento questo rapporto digital primitivo che mi piace molto. Potrebbe essere un amore rischioso, perché potrei riaddormentarmi. Ma dopo cinque minuti ri-suona la sveglia, piazzata in “durata sospensione 5 minuti” e questo è uno dei motivi per cui amo il mio smartphone. Dopo la seconda sveglia mi alzo e guardo le notifiche, quasi sempre prima di lavarmi la faccia.

La cosa ancora più bella è che probabilmente l’accelerazionismo è già diventato vecchio e, in questo, è ancora più vita di tutti i giorni, perché coincide con quella parte di vecchio che prima o poi interviene in tutti noi. Perché, anche se siamo giovani, prima o poi diventeremo leggermente più vecchi di adesso (come sono acuto) e i suoni dei device che dominano la vita oggi saranno il passato. Il cambiamento è così veloce che nascerà sempre (domani) qualcuno più avanti di noi, che conosce più app, che ha un telefono con funzionalità migliori, che usa un’app che ha un suono che non abbiamo mai sentito. Fra due anni, quelli che adesso hanno 11 anni ne avranno 13 e sai quante cose in più sapranno? E allora lì l’accelerazionismo sarà fatto di altri suoni, sarà diverso. L’accelerazionismo di due anni fa è di due anni fa, è vecchio come tutti noi. Il disco di Hollie Herndon di due anni fa è vecchio. Aspetto un altro disco che dica com’è il nostro rapporto con i device oggi.

Allo stesso tempo, l’utilizzo nella musica della tecnologia digitale per la comunicazione dà alla musica la possibilità di rimanere contemporanea a lungo. In Etched Headplate, Burial, dentro a Untrue – album di cui ultimamente si sta discutendo molto perché nel 2017 ha compiuto dieci anni e perché da alcuni è considerato l’album di elettronica più importante del secolo – usa di continuo (a suo modo la porta all’eccesso: in 6 minuti di canzoni si sente mille volte) la vibrazione del cellulare, che dieci anni fa era già dentro alle nostre vite e che continua a esserlo. Per cui: 1) Burial è l’album più importante del secolo anche solo per questa intuizione ripresa poi da James Ferraro (dal cui Far Side Virtual del 2011 l’accelerazionismo musicale è iniziato, secondo Mattioli) e seguaci; 2) La musica che usa i suoni della comunicazione digitale può essere nuova e vecchia, avanti e indietro, dipende da che punto di vista la guardi: se la guardi dal presente verso il passato, è avanti, se la guardi dal presente verso il futuro, è indietro; ma soprattutto 3) quei suoni dominano la nostra vita da anni, l’elettronica li ha utilizzati presto, e sono ancora oggi la rappresentazione del presente.

Nel momento stesso in cui Far Side Virtual è uscito c’era dentro qualcosa di talmente cogente da risultare quasi inevitabile da ascoltare. Molto spesso la musica usa metafore per parlare delle cose, soprattutto nei testi ma anche nei suoni. Uno dei dischi di elettronica più acclamati di quest’anno, Black Origami di Jlin, usa le ritmiche come simbolo dell’incontro tra spiritualità e movimento. La spiritualità diventa realtà nel momento in cui la riempie, la influenza e la dirige. La musica ha sempre un rapporto con la realtà, ma spesso è un rapporto indiretto. Anche qualsiasi escapismo, che descrive la strada attraverso la quale s’intraprende la fuga, ha un legame stretto con la realtà vera, perché è quella da cui fugge, è il contrario di ciò che rappresenta. Musicalmente, è il non realizzato. L’accelerazionismo, invece, ha un rapporto diretto con la realtà perché ne usa i suoni. Tante altre volte per fare canzoni sono stati presi suoni dalla realtà ma quelli scelti in questo caso, più di tutti gli altri, rappresentano la realtà in cui viviamo, perché la riempiono, la ossessionano, occupano buona parte del nostro vero tempo. Per cui, proprio perché i musicisti accelerazionisti usano smartphone e laptop esagerandone il concetto e la presenza, stanno descrivendo alla perfezione la nostra realtà. È realismo. Volendo rappresentare il futuro, ma facendolo a tutti gli effetti con i suoni del presente, anche l’accelerazionismo è vittima di fantasmi di cui non riesce a liberarsi. Non di fantasmi del passato, ma del presente.

Suoni obiettivamente marci: TIR, CLIMA

C’è stato un periodo in cui a casa mia si bevevano i liquori. Nel corso degli anni mio babbo aveva fatto la scorta, nel classico mobiletto. Unicum, Cynar, nocino fatto in casa. Poi smise di comprarli e di berli. Alcuni sono ancora lì, da vent’anni mi sa. C’è un ultimo dito per chi avesse voglia di farla finita.
Un giorno, mio zio fece una gita fuori porta, all’Eremo di Camaldoli. Mio babbo, che a quel tempo ancora si guardava bene dall’essere astemio, si raccomandò per telefono: “Paolo, portaci una bottiglia di liquore, quello verde dei monaci, una bottiglia grande”. Il giorno dopo, dentro al mobiletto arrivò il bottiglione di Laurus 48. 70 cl di digestivo a 48 gradi. L’etichetta, finemente stampata nei pressi di Camaldoli, introdusse nella mia vita una figura nuova, di cui non avevo mai neanche immaginato l’esistenza: il monaco che fa l’alcol. Io mi credevo che i monaci stessero tutto il giorno al buio, a pregare, al massimo uscivano per tirar su un caspio d’insalata, con gli occhi cuciti. E invece, dall’etichetta imparo che non solo non hanno gli occhi cuciti, ma preparano anche litri di liquore. E se lo bevono, quando al monastero fa freddo, cioè tipo sempre. Fa passare tutti i mali, c’era scritto sull’etichetta. No, a dire la verità sull’etichetta c’era scritto che era lassativo, ma mio babbo mi disse che faceva passare tutto. Che bravi farmacisti i monaci di Camaldoli. Così, nella mia testa, erano cambiati e me li immaginavo non più a pregare dio perché le cose andassero meglio nel mondo ma perché il Laurus venisse il meglio possibile. E li sentivo mugugnare cose con voce bassissima di fronte a botti di vetro alte come il monastero, piene di alcol puro e alloro, basilico, chiodi di garofano e cannella. Mugugnavano mesi interi, poi vai di imbottigliamento e di etichettatura. Facevano tutto loro, su ricetta dell’antica farmacia dell’eremo, con un processo che portava alla creazione del prodotto più venduto dell’azienda.
Quando aveva voglia, dopo cena mio babbo si faceva un cicchetto. Il Laurus lo sceglieva qualche volta, quando aveva mangiato pesantissimo. E, fisso, diceva “E questo non fa solo digerire, fa passare anche il rusghino alla gola”. Un giorno, era pomeriggio inoltrato, avevo vent’anni o neanche, mi prese un mal di gola assurdo e tirai giù tre bicchieri di Laurus. Da non credere, il bruciore mi passò. Se lo faccio adesso svengo, però allora funzionò e iniziai ad adottarlo come rimedio ufficiale. Funzionò per un’altra volta, o due. Bevevo (tre bicchieri era la dose efficace, meno non era utile) e immaginavo i monaci pregare emettendo un suono digiridù e il liquore che diventava sempre più verde, cresceva ogni giorno di gradazione e poteri curativi. Per me, che sono un fan del Brancamenta, il Laurus era buonissimo, e anche per i monaci, che lo assaggiavano per dovere ma anche per piacere. Al quarto-quinto giro curativo, però, ero assuefatto. Non serviva più a niente, a parte quella vertigine che posso anche chiamare sbronzetta e un non trascurabile stimolo alla pancia. Con gli anni, per il mal di gola, ho iniziato a prendere treni di Benagol. Che tristezza.

Con gli anni invece mio babbo smise di bere e tutti ci dimenticammo del Laurus. Pochi giorni fa, ho aperto lo sportello del mobiletto dopo molto tempo che non davo un’occhiata e la bottiglia era ancora lì, con quel dito di liquido verde ghostbuster sul fondo. Che non debba venire il mal di gola a qualcuno delle nuove generazioni di casa. Volendo, vicino al Laurus, c’è anche un altra bottiglia, rossissima, che suppura zuccheri: il Fuoco dell’Etna. Per il male alle ossa.

Tutta questa storia mi è venuta in mente ascoltando Clima dei TIR, che potenzialmente potrebbe essere suonato dai monaci che aspettano il Laurus. C’erano delle volte in cui a Camaldoli si esagerava un attimo con gli assaggi e l’ugola partiva. I monaci erano lì, molto più tosti di me naturalmente, e tre bicchieri non gli facevano neanche il solletico. Al sesto incominciavano a diventare un po’ nostalgici, all’ottavo svaccavano e l’ugola diventava uno strumento senza limiti. Ugola alta, ugola bassa, ugola altissima nei momenti di picco. E il Laurus vibrava. E più vibrava, più diventava buono. L’ugola alta e l’ugola bassa la usano anche i TIR in Clima, c’è scritto nei crediti. Clima è una bordata ambientale, che sprigiona i ricordi di Ninos Du Brasil, Blade Runner e Fuga da New York, atmosfere da Nosferatu e momenti new wave fino alla dance rallentata di Trasporto Chirotteri, un incubo in cui tornano a galla i Prodigy. Traccia scenari post-bellici subacquei, resistenti allo stato di euforia. Ogni momento cupo potrebbe aprirsi, ma non succede. O se succede, si ferma in tempo. Il Regno Celeste della Grande Pace è solo un abbaglio. E infatti è seguito da Cani molecolari. Quando la luce tenta di prendere il sopravvento, il lato oscuro lo uccide e il mondo subacqueo si manifesta: filtra la luce ma è pur sempre il dominio del buio. In copertina, uno dei momenti di luce più intensi. A volte le canzoni procedono per step aggiungendo cose gradualmente, altre creano un ammasso unico che rotola compatto e lento facendo spuntare apici un po’ imprevisti e improvvisi un po’ conformi a tutto il resto. Dentro alle canzoni, più Clima vibra più migliora. La vibrazione è strapopolata di bassi. Quando lo è meno, non è comunque mai accomodante. C’è sempre una specie di tocco apocalittico che lo rende epico e religioso: il processo attraverso cui le canzoni si sviluppano contiene qualcosa di sacro e sembra nascondere un segreto dentro a uno scrigno, in fondo al mare. Al buio. Il segreto potrebbe essere il pianto del bambino che spunta fuori da Pablo & Pico, al centro del disco.

La tecnologia non è un mezzo attraverso cui Clima tenta di creare i suoni del futuro, o per lo meno di un presente diverso dal passato. Nel 2014 Mark Fisher pubblica Ghosts of My Life: Writings on Depression, Hauntology and Lost Futures. Anche a proposito di Untrue di Burial, Fisher teorizza la presenza di fantasmi non del passato, di cui non si è mai fatta esperienza, ma di fantasmi dei sogni di un futuro che si porta dentro quel passato e non riesce a liberarsene. Clima è immerso in questo tipo di contesto. Non c’è la volontà di accelerare i tempi e di usare i suoni di oggi per creare un futuro da essi dominato: non è il mondo dei toni dello smartphone o del tablet ma dei richiami al passato, come il rumore dei tasti di una macchina da scrivere in Trasporto Chirotteri. Clima blocca la corsa verso il futuro e questo, insieme alla corsa interrotta verso la luce, crea una coerenza innegabile all’interno del disco. Il mondo di Clima potrebbe essere futuribile ma non futuristico, cioè potrebbe essere il futuro ma senza le caratteristiche del futuro. Con quelle del passato, sommerso dall’acqua, di quando il mondo si sarà rovesciato. Per descriverlo, ci sta che i TIR abbiano scelto di svelare un futuro fermo al passato, perché una volta arrivata la fine il mondo si ferma nel momento in cui è stato distrutto e il futuro non arriva mai.

Ma di alcune di queste cose volevo parlare con loro. E gli ho fatto qualche domanda.

Avete registrato Clima nell’ex bottega di un fabbro. Che tipo di suono vi ha permesso di ottenere? Quanto invece siete intervenuti in studio?
Da che TIR è TIR, abbiamo sempre composto e registrato il grosso dei nostri lavori in quella bottega in disarmo. Che poi è il quartier generale di Ribéss Records. Un ambiente umorale (catalitico e catartico) prima ancora che acustico. Non importa se ne caviamo suoni specifici, riverberi, droni, sample: quello spazio ci permette di ottenere uno stato di ispirazione e aleatorietà ottimali. Clima è stato imbastito suonando, settimana dopo settimana, al gelo o al caldo tropicale. Lasciando che fossero i suoni a dettare le priorità, a comporsi in canovacci.

Ah, davvero? Un’idea molto romantica di composizione.
In prima battuta sembrerebbe di sì. Sturm und Drum, se ci passi la freddura. Poi di solito arriva Apollo, scaccia Dioniso e fine della festa. Non si scampa. Nel nostro caso però Apollo e Dioniso sono entrati in trattativa prima ancora di avviare la pratica. Tempo zero hanno trovato un accordo, e l’hanno officiato ballando una giga dall’inizio alla fine. Ora ti racconto come. Transitorietà per transitorietà, di ogni pezzo non salvavamo mai tutto il salvabile, ma solo quello che risultava registrato nel looper multitraccia alla fine dell’impro. Il che è come dire che per ogni cortometraggio abbiamo immortalato soltanto qualche frame del finale. Il passaggio in studio serviva a srotolare quei loop, ricomporre il film, affinare i suoni eccetera. Ma restava, appunto, un passaggio, una tappa provvisoria. Ogni volta che sentivamo una carenza o qualcosa di fuorviante, gli stem tornavano in bottega e venivano risuonati, addirittura ricomposti, e naturalmente le modifiche sul campo prendevano una piega del tutto diversa da quella che avevamo in testa in un primo momento. Aggiungi, scarta, lima… aggiungi, scarta, lima… Moltiplica questo processo per tutti gli stem di tutti i brani. Un rimpallo continuo tra registrazione e editing. Un meta-loop. Con l’atto compositivo che si sprigionava tra i due poli. Chi, cosa poteva fissare il punto in cui un brano era da considerarsi “finito”? Chiaro, uno può sempre dire che il risultato finale è una roba loffia e retriva, però siamo soddisfatti dell’amalgama. Lo studio non ha snaturato la bottega. Anzi. E la bottega ha trovato una sua espressione coerente, un sound organico e riconoscibile. Se non altro per noi che la conosciamo bene.

Avete usato suoni fuori dal comune?
Questo ce lo devi dire tu! [ride] Abbiamo usato un armamentario fisico piuttosto vintage abbinato a un arsenale software di ultima generazione. Ma ’sta cosa dei software ha i giorni contati: nel prossimo lavoro ci saranno ancora meno plug-in, suoni midi nudi e crudi o sotterfugi simili. Ah: la maggior parte dei pezzi ruota intorno a suoni obiettivamente marci.

Non mi era parso di sentire suoni fuori dal comune ma chiedevo a voi, perché potevano essermi sfuggiti.
Ok. Però non ho mica capito cosa intendi per “fuori dal comune”…

Oggetti strani, che ne so, attrezzi trovati in bottega… Ma ne parliamo un’altra volta. Mark Fisher qualche anno fa ha messo in evidenza l’incapacità della musica di individuare un vero futuro e di liberarsi del passato che continua a portarsi dietro. In termini di suono e scrittura, Clima è più legato al passato o al tentativo di creare una visione del futuro?
Clima risente dello stile TIR in generale, o meglio della sua aspirazione: quella di parlare una lingua transepocale, che porti alla luce un modello di sacralità represso. Lavoriamo su brani protoplasmatici in cui progressivamente si sedimentano ritmiche ctonie, da cui affiorano emblemi sonori e si sprigionano inni luminosi.

Potreste essere più chiari, in particolare riguardo a “protoplasmatici” e “ritmiche ctonie”?
Protoplasmatici nel senso di embrioni sonori informi che contengono già tutto quello che gli serve per un normale sviluppo, e che alla fine della crescita mantengono ancora qualcosa di primordiale e amorfo. Il brano, semplicemente, progredisce liberando, trasformando o reprimendo elementi che sono già lì, pronti a essere messi in gioco. Riguardo alle ritmiche, avrai notato che non sono proprio, come dire, all’ultimo grido. In ambito elettronico si avvicinano molto al grado zero della ricerca sugli accenti, i timbri, i cicli e via discorrendo. Probabilmente nei prossimi lavori ci muoveremo in modo diverso, ma finora abbiamo cercato di mantenerci su ritmiche industrial o comunque molto basiche, telluriche. Anche questo contribuisce all’impressione generale che lasciano i nostri pezzi: reliquie con un che di universale e un che di esotico.

È successo che mi sono un po’ fissato sulle voci. Le voci (le “ugole”) hanno rapporti diversi con le altre parti delle canzoni. A volte (Eternebra) sembrano una preghiera in sottofondo, altre (Kobane) è come se fossero strumenti che seguono una loro scrittura in progressione. Quando ci sono, sono spesso preponderanti, nel senso che catturano sempre l’attenzione più di qualsiasi altra cosa. Il che provoca un effetto straniante perché, in un contesto di suoni sintetici, si inserisce una voce umana. Come le avete registrate?
Come tutti gli altri suoni del disco: con quel processo bipolare che abbiamo detto prima. Il nostro intento era proprio di trattarle come materiali sonori qualsiasi, ma non c’è niente da fare: la voce, da sempre, sbatte in faccia. È qualcosa strettamente allacciato alla fisiologia, alla storia e alla cultura della percezione. Da quando gli ominidi hanno cominciato a lallare, l’apparato fonetico è stato caricato della responsabilità del prodigio. In fondo resta ancora l’unico dispositivo interno al corpo in grado di generare suoni destinati alla propria e ad altre menti. Non stupiamoci se continuiamo ad attribuirgli una funzione superiore, se non possiamo fare a meno di fissarci sulle voci. È la banalità del sacro. Puoi far finta che non sia così, in nome di un più sofisticato principio intellettuale, tipo art pour l’art. Oppure puoi tentare di controllarla. Se ci pensi, le voci di Clima fanno poco altro che eseguire micromelodie in loop, comporsi in pattern che evolvono millimetricamente giro dopo giro, non diversamente dai synth e dalle chitarre. L’assolo vocale in Kobane avrebbe potuto essere del tutto sintetico. Ma poi che fine avrebbe fatto il tuo straniamento?

Giusto, bella lì.

La grafica del disco sembra una cosa unica con la musica. Cioè, se ascolti il disco, l’immagine della copertina è l’immagine ideale da avere di fronte. C’è un’idea alla base di tutto, un concept che mette insieme musica e grafica? Oppure no?
In tutto Clima c’è e non c’è un concept.

Non avevo dubbi.
Noi sì. La tentazione di confezionare concept è sempre dietro l’angolo. E dopo i concept, i manifesti. Ma alla fine abbiamo scelto di lavorare su un sistema aperto di riferimenti e messaggi, che accenna anziché dichiarare e (cosa tutt’altro che facile da mettere in pratica) celebra anziché sputare sentenze. Lo stesso titolo è un piccolo congegno di significazione che offre contenuti diversi, tutti centratissimi e meravigliosamente aggrovigliati insieme: qualcosa di più di un ready-made verbale. La faccenda della copertina, lo sappiamo, è sempre un’operazione complessa, molto delicata. Le si chiede di simboleggiare qualcosa fondato su un linguaggio radicalmente diverso, e oltretutto mettici che oggi, nel XXI secolo, i contenuti musicali tendono sempre di più a passare prima e in gran parte dall’occhio. La cover di Clima è stato un caso di serendipity niente male. All’inizio eravamo orientati su un’opera non figurativa, ne avevamo anche adocchiate alcune stra-efficaci. Poi ci siamo imbattuti in questi cicli “fotografici” di Biørg-Elise Tuppen, un’artista norvegese molto versatile che ama darsi dei limiti formali. I cicli si intitolano Visual Strangeness: una didascalia bell’e buona. Giocano sul sovvertimento dei rapporti spaziali e su quello che ne consegue: meduse o sottomarini che fluttuano in aria, la luna che gravita fra due picchi montuosi, una giraffa colta di sorpresa su uno sfondo sfacciatamente nordico.

Nel vostro caso, balene su un paesaggio montuoso avvolto nella nebbia.
Immagine di una semplicità disarmante. Siamo portati a leggere della gioia in quei tuffi, no?, ma è solo natura che perpetua una routine naturale, in un’assenza d’umanità allo stesso tempo inquietante e pacificata. Che le balene affiorino dalle nebbie in alta quota interessa fino a un certo punto: alla fin fine sembra non solo credibile, ma la cosa più ordinaria del mondo. Rispetto alla digital art più spinta, quella di Biørg-Elise sembra fare un passo indietro, rinunciare al chiasso, focalizzarsi sui fondamenti. Anche questo è molto romantico, se vogliamo. Queste e mille altre considerazioni si sono svolte in, to’, sette secondi netti. Frolicking Whales era già diventata la nostra cover. Si trattava solo di spiegare il perché a Biørg-Elise. Ovviamente non avevamo mai avuto nessun tipo di contatto, fino a quel momento. E ovviamente quell’immagine si presta a essere fraintesa: uno pensa che abbia più che altro un significato ambientalista, no? C’è quello, d’accordo, ma c’è anche altro. Ad esempio incarna un tipo di intervento digitale che rende perfettamente credibile una natura assurda, pur lasciando intatto lo straniamento: ed è ciò che tenta di fare anche il TIR usando il codice della musica elettronica. È anche piuttosto straniante che un disco elettronico abbia una cover figurativa.

Boh. Hollie Herndon ha fatto un paio di copertine a metà, un po’ foto un po’ grafica.
Bè anche i Kraftwerk, ed eravamo in pieno pop-pionierismo dell’artificialità. Con la sua epica e quegli eccessi che tra l’altro, oggi, ci fanno un po’ sorridere e un po’ tenerezza. I casi isolati non mettono in crisi la tendenza ad associare alla musica elettronica opere visive (perdona il semplicismo) astratte. L’elemento naturale o umano, semmai, viene dissezionato e ricomposto, ridotto a pura materia visiva. Magari solo per ribadire la distanza siderale tra la concettualità tipica del genere e forme d’arte considerate obsolete. O magari non solo per quello. Poi chiaro, nel mezzo ci si mettono anche le mode. Adesso vanno ancora i paesaggioni romantici tutta-natura con innesti grafici geometrici? 😉


 

Ho scritto l’intro prima di avere le risposte e non l’ho toccata dopo averle ricevute. I TIR definiscono “telluriche” le ritmiche di Clima, definizione che potrebbe essere accostata all’idea dei monaci che mugugnano e fanno vibrare il Laurus. Questa cosa torna, altre no. Alcune volte si materializza la distanza tra chi la musica la fa e chi l’ascolta. Chi la fa fornisce una visione e chi l’ascolta interpreta, condividendo quella visione oppure no. I TIR non propongono ritmiche “all’ultimo grido” o suoni di device contemporanei, non intendono rappresentare il futuro e neanche il passato ma, di fatto, ricordano la musica elettronica di qualche anno fa e forniscono scenari di un futuro fermo al passato. Altri, come James Ferraro, per tentare di disegnare un futuro, arrivano agli estremi del presente, usano i suoni di oggi e li inflazionano, li accelerano. Ma anche quelli sono suoni che nel presente ci sono, così come i rumori del passato: li troviamo tutti nel nostro quotidiano. Oggi c’è tutto. Quindi, chi fa la musica elettronica, che in generale ha più velleità di rappresentare il futuro rispetto alle chitarrone, lo fa con suoni che, comunque, sono di oggi, al di là di ogni estremizzazione o accelerazione. Quella musica è davvero una rappresentazione del futuro? O, come diceva Jena Plissken, “The future is right now”?

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