Il Re è sempre il Re, ma in alcuni casi sono cazzi: i dischi del 2019

Lars Von Dryer

I riassuntoni di fine anno di Spotify hanno una particolarità: non sai se sono veri. Cioè, sei consapevole di quello che hai ascoltato ma di sicuro non hai calcolato le ore e non puoi sapere quanto Spotify sia stato preciso nel tirare le somme. Nei suggerimenti di ascolto, per esempio, ha già dato prova di approssimazione. La modalità di calcolo è diversa, cioè immagino che per capire i tuoi gusti e suggerirti un artista Spotify esegua un’operazione più complessa rispetto a sommare le ore di ascolto per fare le classifiche, ma qualche dubbio può venire.

In molti siamo stati definiti ascoltatori “fluidi” in questi riassuntoni. Anche questa credo sia una definizione calcolata in modo ancora diverso, cioè immagino ci siano dei cluster, tutti nominati con un aggettivo positivo, come “convinto”, “eclettico”, “fluido”, dentro i quali finisci in base agli ascolti, ma rende bene l’idea di come Spotify possa essere superficiale.

Se hai ascoltato anche roba pre 2019, Spotify prende in considerazione anche quella, quindi la sua è sì una classifica di fine anno, ma non solo dei dischi usciti nel 2019. Infatti elegge “l’artista del decennio”. Il mio è Stephen Malkmu, senza s e con il punto dopo la u, il che significa che è convinto di aver finito di scrivere il nome. Io potevo dire a mio nonno che Arnold Schwarzenegger non si diceva Svazgheiner, ma chi lo dice a Spotify che non si dice Malkmu? È un errore ancora diverso ma anche da questo si capisce che Spotify non è infallibile e può sbagliare. Potrebbe sbagliare anche a fare le somme, l’ALGORITMO potrebbe essere errato.

A cosa servono poi questi riassuntoni? Se condivido il mio, faccio vedere agli amici cos’ho ascoltato di più, e dò visibilità all’artista, famoso o meno che sia. Io dò visibilità a uno, tu a un altro, lui a un altro ancora, ma tutti diamo visibilità a Spotify. Per forza. La pubblicità più forte l’ottiene la piattaforma. Tutti gli artisti famosi ne ottengono di meno, quelli piccoli meno ancora, perchè saranno presenti in molti meno riassuntoni. In termini economici non credo che all’artista che vince arrivi qualcosa. Considerando come funziona per i rimborsi in base agli ascolti, per gli artisti meno noti non credo sia tanto vantaggioso. Per loro, quello che dobbiamo fare è sempre comprare il disco o il download.

Sarebbe bello se nelle classifiche che si leggono a fine anno, accanto a ogni disco, ci fosse scritto come è stato ascoltato (Spotify, Bandcamp, vinile e via dicendo), per capire che importanza dare alle classifiche di Spotify. Se uno scrive che ha ascoltato 8 dischi su 10 su Bandcamp, per esempio, sappiamo con certezza che la sua classifica di Spotify ha un’importanza relativa e non descrive al meglio il suo anno musicale.

I miei dischi preferiti del 2019 sono questi, in ordine sparso.

(Sandy) Alex G – House of Sugar (l’ho ascoltato molto su Spotify, pur avendo il vinile, perchè avevo paura che si rovinasse la copertina, che ha i brillantini). Mi piace qualsiasi cosa di questo disco, le disarmonie, la psichedelia, la sperimentazione. Il suo modo di mischiare insieme tutto non è propriamente il futuro, ma una strada verso il futuro del cantautorato con le chitarre. E come ogni buon disco sperimentale, non può fare altro che instillare dei dubbi. Il dubbio più grande è che House of Sugar è sì un disco di chitarre, che è quello che cerco, ma quello che preferisco sono le canzoni in cui le chitarre si sentono meno. E, invece, la canzone che mi prende di più è quella che inizia con tre accordi di chitarra, semplici, ma che mi lasciano a bocca aperta. Sono contraddizioni che House of Sugar non risolve. La risposta non la da ed è per questo che è uno dei miei dischi preferiti del 2019, perchè lascia aperti degli interrogativi, che mettono in dubbio il ruolo delle chitarre ma le tengono in campo, e lasciandoli aperti permette al discorso sperimentale di continuare. Non sappiamo, per esempio, come sarà il prossimo disco di Alex G. I precedenti erano sperimentali, ma in modo diverso. Non c’è pace tra gli ulivi ed è bene così.

Clever Square – Clever Square (cd). Al momento dell’uscita, nei loro vecchi album non c’era niente che non fosse ok. Mi piacciono ancora, ma quest’anno è uscito Clever Square. Può succedere che ti piaccia moltissimo tutto quello che un gruppo ha fatto e poi all’improvviso esce il disco nuovo che ti apre gli occhi sulle cose che non andavano nei dischi precedenti. Con i Clever Square è andata così. In Clever Square sono cambiati tre componenti su quattro e si sente: la batteria è meno ridondante, la chitarra solista è più decisa e ha più personalità, il basso è più definito e svisa di meno. Anche l’unico vecchio componente è cresciuto. La sua voce e la sua chitarra hanno fatto un salto in avanti evidente in termini di controllo e capacità di scrittura. Grazie a tutte queste cose, ogni canzone è un gioiello, non ha niente di più e niente di meno di quello che deve avere.

Adriano Zanni – Ricordo quasi tutto (Bandcamp). Ricordare è bene, ricordare è male. Da un certo punto di vista i ricordi sono la tua storia, dall’altro sono ciò rispetto a cui bisogna andare avanti, sempre. Non esiste un’accezione di “ricordo” univoca e che dia sicurezza. Allora, se un disco ti disarma completamente di fronte ai ricordi, mettendoti in pace con loro, rendendoli solo cose che sono successe, di cui non puoi fare a meno, perchè ci sono, senza che siano o buone o cattive, allora non può che essere uno dei tuoi dischi preferiti dell’anno. Ricordo quasi tutto mi ha fatto quest’effetto. Ed è uno di quegli album che ho ascoltato meno di altri ma che tutte le volte mi ha lasciato inchiodato, in senso positivo, quindi l’ho messo in classifica.

Wesdaruler – Ocean Drive (Bandcamp). Hip hop, old-old school, melodie minimali. Concentrazione sul flow delle parole e poche distrazioni. Le melodie tengono il ritmo, come il battito del cuore, vitale ma dal basso profilo, niente di più niente di meno, di più sarebbe troppo, di meno sarebbe mortale. Potrebbe essere il disco da portarsi dietro in situazioni estreme, su un’isola deserta o se scoppiasse una guerra (mi rendo conto che non sarebbe la situazione ideale ma rende l’idea), perchè ti insegna a usare quello che devi, senza sprecare nulla o senza eccedere in nulla che non sia necessario.

Horse Jumper of Love – Divine (vinile). È un disco slowcore, sadcore, slacker, emo. Rimescola tutti questi generi e lo fa benissimo, con un risultato che ti spinge all’ascolto e che ti fa provare un range di sensazioni ampissimo, un attimo prima ti fa sentire un leone, un attimo dopo ti mette una tristezza disumana. A volte alcuni musicisti si scapicollano per inventare qualcosa di nuovo e alla fine concludono poco. Gli Horse Jumper of Love non inventano niente ma fanno quello che vogliono fare, dritti, senza esitazione e senza porsi il problema di essere originali. Che finiscano per esserlo oppure no, non è questo il punto. Il punto è che ogni canzone è uno schianto. I suoni sono notevoli, la produzione è super.

Kate Tempest – The Book of Traps and Lessons (vinile). Quando attacca un disco di Kate Tempest sono come un tossico e potrei stare per ore ad ascoltarla, il che non significa che sia la mia cantante preferita ma che mi da quel tipo di dipendenza, all’istante. Una volta mi succedeva con Lou Barlow, poi con Chris Leo. Adesso con lei. E quello di quest’anno è il suo disco con cui mi sono reso conto di questa cosa, pur non essendo il suo disco migliore. È un album d’amore e di speranza. Preferisco quando è arrabbiata e spinge le corde vocali verso suoni che ottiene solo se è incazzata. Mi piace che abbia fatto il disco della speranza, non le auguro ovviamente di perdere l’amore, ma mi dispiace anche un po’ che sia più tranquilla. Pur non essendo al livello di Let Them Eat Chaos, l’ho messo lo stesso in classifica.

Action Dead Mouse – Il contrario di annegare (Bandcamp). Se per caso dovessi dare una definizione di poesia che mi piace, direi che è quella che riflette me stesso e quindi contiene una buona dose di sclero, ma controllato, e tentativi riusciti di raggiungere la felicità. Tutto aiutato dalla ripetizione, nel senso di ripetizione che sta nei vari tentativi. Il disco degli Action Dead Mouse è uno dei miei preferiti di quest’anno perchè rispecchia questa definizione. I testi sono tra nirvana e sclero, la musica è insistente, ripetitiva ma anche di incalzante, tenace, i suoni sono cattivi ma amplificano sensibilità e debolezze. I generi sono post rock e post hard core. Il cantante è Eugenio Montale. Usa l’ermetismo come faceva lui: con delle immagini che mi hanno lasciato secco. Tipo “c’è il sole e piove”, che è la banale situazione in cui compare l’arcobaleno, ma ripetuta come fa lui diventa una cosa speciale.

Spencer Radcliffe – Hot Spring (Spotify). Vivere in un ranch nel sud degli Stati Uniti e allevare cavalli, ma anche maiali, è uno dei miei sogni. Hot Spring è uno dei miei dischi preferiti del 2019 perchè mi regala immagini che riflettono questo sogno. Mi vedo con un bel paio di stivali, una camicia a scacchi, ma non voto Trump. E sono un po’ hippie, perchè il disco ha quel groove lì, tranquillo. Non hippie hippie degli anni 60, hippie nel senso di sereno, che vivo la vita facendo quello che mi piace fare.

Justus Proffit – LA’s Got Me Down (Spotify). Si sente molto l’influenza di Elliott Smith, nel modo di scrivere e di cantare. Il tono dimesso della voce, le strofe pacate, il blues della chitarra, le aperture sui ritornelli. LA’s Got Me Down non è un disco tanto originale da questo punto di vista ma è il frutto di una scelta, perchè nell’ep con Jay Som Justuss Profitt è già diverso. Se vi interessa cercare in giro qualcuno che sappia fare bene questo tipo di canzone, è il vostro uomo. Si differenzia nella voce, se possibile ancora più affumicata e flebile, e perchè spinge di più e sempre sul ritmo, bello presente in tutti i pezzi del disco. Le canzoni hanno melodie bellissime e la produzione è molto accurata, i suoni sono eccellenti. Justus fa la sua cosa e la fa così, non c’è nessuno che la fa meglio di lui, se non v’interessa, ascoltate altro. Del resto, il titolo LA’s Got Me Down è un riassunto perfetto della vita di Elliott Smith.

Purple Mountains – Purple Mountains (vinile). È stata un’estate difficile, con la notizia improvvisa della morte di due pilastri del pessimismo arguto e ironico: Daniel Johnston e David Berman. David Berman è uscito con un disco poche settimane prima di uccidersi: un attimo prima era un supereroe che scrive canzoni meravigliose, subito dopo un supereroe che scriveva canzoni meravigliose e non le scrive più. Un’altra tacca sul muro di quelli che se sono andati. La sua morte mi ha fatto pensare allo “smarcarsi dalla vita”. Normalmente, per noi, ha un’accezione positiva, cioè vuol dire liberarsi dalle cose che ci rompono il cazzo tutto il giorno e farne altre che ci fanno respirare. Una di queste cose, per me, è la musica. Per Berman, invece, smarcarsi dalla vita ha significato ammazzarsi. “All my happiness is gone” dice del resto nel nuovo disco. Smarcarsi nel suo caso non ha un significato positivo, anche se per lui il suicidio è stata la scelta giusta. Così riflettevo su questa cosa, sul ruolo che ha la musica nelle nostre vite. Per me rimane un luogo di fuga, per Berman, che doveva partire per il tour il giorno dopo, è il mezzo attraverso cui comunicare la volontà di morire ed è la cosa da abbandonare morendo. Io, fuggendo, vado verso la musica. Lui fuggendo, se ne allontana, pur avendola amata e usata come arma di sfogo per tutta la vita, fino all’ultimo. La musica può essere un posto sicuro ma anche una cosa abusata, che non ti dà più le sicurezze che ti dava una volta, e quindi un ulteriore motivo di insicurezza. È questa la differenza tra un uomo comune e un uomo speciale: l’uomo speciale vede quello che l’uomo comune non vede, vede i dubbi nelle certezze perchè scava più a fondo.

AND THE WINNER IS

Se siete proprio curiosissimi di saperlo, state sintonizzati e tornate il 31 dicembre su questo articolo: aggiungerò le posizioni in classifica e il numero 1. Essendo questo un blog liquido, o – se volete – fluido, funziona così. Scherzo, secondo me il disco più bello dell’anno è quello dei Clever Square.

Menzione d’onore

Guided By Voices – Zeppelin Over China, Warp and Woof e Sweating the Plague (Spotify, Spotify e Spotify). Tra i tre dischi dei Guided by Voices usciti quest’anno, Zeppelin over China è il mio preferito, ma non c’è un motivo particolare, è perchè è stato l’inizio di un anno glorioso per Pollard in termini di numero di uscite, come non succedeva dal 2005. Le canzoni sono sempre così, come le ha sempre scritte, il livello è sempre altissimo, in tutti e tre i dischi, e sono incredibili. Questo tipo a 60 anni suonati ha ancora voglia di scrivere così, col cazzo che si dà al folk. Ne manda fuori di continuo, è come trovarsi dentro Alien Scontro finale e vedersi gli Alien tutti intorno. I suoi dischi vengono fuori dalle fottute pareti!

Quindi

A me in generale la classifica di Spotify torna. Ma non ho ascoltato musica solo su Spotify e i miei ascolti fuori di lì sballano i suoi conti. Magari ho ascoltato molto un disco col giradischi e questa è una cosa che Spotify non può sapere. Per dire, il mio album numero uno dell’anno Spotify lo nomina solo nella parte bassissima del suo riassunto, perchè l’ho ascoltato soprattutto in streaming ma su un’altra piattaforma, o su cd, prima che la macchina della mia morosa lo inglobasse per non restituirmelo più.

Se uno usa solo Spotify per ascoltare musica non può che fidarsi o, in alternativa, il prossimo anno si calcola da solo il numero di ascolti e ore per ogni album. Se invece non usi solo Spotify, il riassunto vale solo per Spotify e non può riassumere il tuo anno musicale.

Il riassuntone può essere anche falsato da fattori umani. Per esempio, potresti aver ascoltato di più un disco che alla fine non ti piace tanto quanto un altro che hai ascoltato meno (come è successo a me per Zanni), questo Spotify non può saperlo, quindi non è detto che il suo riassunto corrisponda davvero ai tuoi gusti. Spotify non arriva a questo livello di analisi, è un robot da perfezionare. Il suo è un riassunto in termini di tempo: “hai ascoltato per più tempo questo rispetto a quello, quindi questo è il tuo primo in classifica”. Google interpreta la tua ricerca, ma lo fa a partire da quello che scrivi, su una traccia concreta, che rilasci battendo i tasti. Preferire un disco che hai ascoltato poche volte a uno che hai ascoltato tanto non lascia nessuna traccia e non è calcolabile per Spotify. Magari tra qualche anno lo sarà.

Prendiamo insomma il riassunto di fine anno di Spotify per quello che è: ben calibrato dal punto di vista quantitativo (forse) ma non da quello, possiamo dire, umano e relativo alla concorrenza.

Rimane il fatto che la fotta delle classifiche tiene duro e ha conquistato anche Spotify, Re delle piattaforme di streaming. Poi io mi metto a fare classifiche anche inutili, come quella delle cose in casa. Per dire, la bevanda dell’anno è stata la birra Moretti nella lattina da 33 cl, che è piaciuta molto perchè va giù molto meglio. Nel 2019 poi ho scoperto che l’asciugatrice è una figata, rende morbidissimi i vestiti e ti permette il lusso di non stirarli. Unico sbattimento: ogni volta devi svuotare l’acqua e pulire il filtro. Ma si fa. È l’elettrodomestico dell’anno. Ho scoperto anche che preferisco le cornici vere, e non quelle a giorno. E via dicendo.

Buone feste a tutti.

Tirare una riga: Live Skull

I Live Skull negli anni ’80 sono stati protagonisti del noise rock americano insieme a Lydia Lunch, Swans, Sonic Youth. Erano gli Scratch Acid con le chitarre molto più sopra le righe. Chitarre folli, mai granitiche, sempre ultra dinamiche, che davano vita a un buio lucido, realistico e rappresentativo del lato oscuro di New York, lo stesso di Martin Bisi (con cui hanno registrato tre dischi). Brillavano come la lama di un coltello ma allo stesso tempo si disperdevano nella nebbia dei riverberi. Erano iniettate di malessere: Poison Ivy e Michael Gira stavano proprio dietro l’angolo. Erano dark, come quelle dei Bauhaus, con un taglio post punk e un suono a metà tra gli anni ’70 e gli ’80. I dischi dei Live Skul di quel periodo sono chiaramente di quel periodo. Dall’85 all’88 ne hanno fatti sei, una media di due all’anno. Una prolificità che solo una fotta incontrollata può regalare. Si sono sciolti nell’89. Poi hanno fatto altro, più o meno ognuno per i fatti suoi. Nel 2016, con metà formazione diversa, sono rinati per il 35° anniversario del BC Studio di Martin Bisi e quest’anno (venti giorni fa) hanno fatto uscire Saturday Night Massacre, con la Bronson Recordings. Dopo trent’anni. Ed è qui che si svela il loro nuovo volto: i Live Skull degli anni ’80 non esistono più.

Quante possibilità c’erano che io li vedessi dal vivo in tutta la mia vita? Poche o nessuna. E invece è successo che io sono di Cesena, la Bronson Recordings è di Ravenna, ha iniziato a collaborare pesantemente con Martin Bisi, Martin Bisi ha portato i Live Skull al Transmissions XII, il Transmissions lo fanno a Ravenna, Ravenna è a 38 km da Cesena e io sono andato a vederli. Proprio pochi giorni fa.

È stato un concerto lento. A un certo punto, non mi ero accorto che la ragazza di fianco a me aveva appoggiato per terra un vodka lemon e spostandomi per fare una foto c’ho preso in pieno col piede, l’ho rovesciato, con ghiaccio, limone e tutto. Ero mortificato, avrei voluto ripagarglielo (ne aveva bevuto tipo un sorso) ma non ha voluto. Quando ho smesso di essere mortificato, m’è preso male perchè ho iniziato a pensare “e se qualcuno scivola sul ghiaccio, si spacca l’osso del collo o muore?”. Sono andato al bar e l’ho detto a uno dei baristi sperando mi dicesse “ok, vengo a pulire” e invece mi ha allungato un rotolo di scottex. Ecco, ma perchè vi racconto questa interessantissima storia? Perchè la pozzanghera era proprio sotto al palco, quindi per asciugarla mi sono messo di spalle ai Live Skull. Quando ho finito mi sono alzato, con lo sguardo rivolto al pubblico. Non mi capita mai di vederlo da quella posizione, full frontal da sotto il palco. Stavano tutti ballando, molti con un bicchiere in mano, tutti coi piedi inchiodati, scuotevano solo le spalle e la testa. Il concerto era lento ma tutti si muovevano in quel modo e le chitarre erano la benzina che non gli dava pace e dettava i movimenti. Certo, magari se tutti avessero avuto un bicchiere in mano avrebbero tutti potuto usare anche l’alcol come benzina, e sarebbe stato ancora meglio. Ma ai concerti c’è sempre qualcuno che ti rovescia il bicchiere, no? Never Kill a Client è diventata il mio manifesto della serata: “never kill a client” of a music club lasciandolo scivolare su una pozzanghera che hai fatto tu.

Comunque, è stato lì che ho capito. Guardando tutti i regaz ballare, ho capito che negli anni ’80, a un concerto dei Live Skull, si sarebbero mossi in modo diverso, avrebbero avuto una cosa molto simile alle convulsioni. L’altra sera, invece, muovevano la testa e poco più.

Pum, pum, pum.

E succedeva perchè i Live Skull sono cambiati. Saturday Night Massacre è un disco rock’n’roll in cui le chitarre definiscono un ritmo che in passato era sommerso. Una volta erano il basso e la batteria a macinare ritmo, adesso lo fanno anche le chitarre. E tutto suona più opportuno, oggi. I Live Skull hanno dato un calcio in culo alle impennate improvvise e alle dissonanze e hanno impostato le chitarre su giri più massicci e asciutti, che trovano nella lentezza live il loro centro. La novità per loro non è andare lenti, ma andare lenti con le chitarre così massicce. Vuol dire diventare più potenti. E la potenza e la semplificazione ti dicono chiaramente che hanno più controllo.

(A volte svisano e diventano psycho, ma non la fanno mai troppo lunga).

Saturday Night Massacre, per essere il disco di un gruppo esistito tre decenni fa e ritornato in vita dopo altrettanto tempo, è sorprendente, perchè cambia le carte in tavola rispetto al passato. Quante possibilità c’erano che i Live Skull facessero un disco uguale ai precedenti? Molte. E quante che facessero un disco completamente diverso dai precedenti? Molte, le stesse. 50 e 50. Le collaborazioni post hiatus sono diverse (Ike Yard, Glenn Branca, 3 Teens Kill 4, Chavez, Come, Hungry March Band, Shilpa Ray, eccetera) e non permettevano di prevedere con certezza il percorso futuro. La formazione è cambiata. Dave Hollingurst alla chitarra e Kent Heine al basso hanno portato aria nuova, nel 2016? Può essere. Di sicuro, i Live Skull non hanno ripreso e riadattato, scimmiottato o fatto finta di avere ancora voglia di fare la stessa roba. Hanno tirato una riga. Non aveva senso fare un disco uguale agli altri, ne hanno fatto uno diversissimo e hanno fatto quello che, oggi, è il loro miglior disco.

Al concerto, a un certo punto Hollingurst si è messo a suonare la chitarra con una bottiglia di Poretti da 55 cl. È una roba che faceva solo Raffi alla sesta birra nella sala prove di Sant’Andrea in Bagnolo. È un gesto che significa sicurezza, gestione. Controllo. E vuol dire anche che l’alcol aiuta, in ogni modo. Guai a chi lo spreca.

Saturday Night Massacre su Bandcamp

Non tutti i baretti muoiono baretti

La Baretto theory è una teoria campanilista romagnola che dice che, al giorno d’oggi, in Romagna, c’è sempre un baretto in giro dove fanno un concertino. Il bar per essere un baretto deve avere in pratica solo una caratteristica: quando ci pensi, devi pensare “non l’avrei mai detto”. Non vuol dire che non gli dai una cicca in generale (no offense!), ma che non gli avresti dato una cicca per i concertini: non l’avresti mai detto che avrebbero potuto farli. Però lì fa. E c’è un momento così magico per quel baretto, così magico, che almeno una volta ti capita di chiederti “chissà cosa fanno al baretto stasera”. E devi essere veloce a trovare il programma su facebook, perchè basta un attimo e il bar chiude o il gestore non ha più cazzi di fare concerti. Anche se, bisogna dirlo, non tutti i baretti muoiono baretti.

Una volta c’era il Bar del Popolo di Ponte Pietra, più di recente il bar Bagnile di Bagnile, e pochi altri eletti. Non è da tutti. Adesso li fanno al Bike Cinetico di Montaletto, al Diamond di Gabicce Mare, all’Agorà di Finale Emilia, che tra poco fa gli Shelter. Colpo da maestri. Ma già gli Shelter sono troppo famosi eh (e infatti l’Agorà è quasi un Pub, e Finale Emilia è in Emilia). Il concertino, infatti, dev’essere di un gruppo non sconosciuto ma raro, e (possibilmente ma se succede lo si perdona) non local: almeno deve arrivare da un’altra provincia. Ho dei ricordi, probabilmente falsati da me stesso, che negli anni novanta ci fossero meno baretti, o forse eravamo meno al corrente di quello che succedeva, perchè si sa non c’era un gran internet. Però c’era Massimo, detto anche Minimo (davvero, no battute), che andava a tutti i concertini, e se avevi la fortuna di incontrarlo durante la vasca in centro al sabato pomeriggio ti aggiornava su tutto. Adesso tutto è cambiato, c’è sempre un bar impossibile dei tuoi paraggi che chiamerà a suonare qualcuno che interessa almeno a un tuo amico oltre che a te e la geolocalizzazione fa miracoli in termini di spam.

Ma chi è il Re di questi baretti pur avendone trasceso la conditio sine qua non?
Chi è che tiene botta da anni senza chiudere mai?
Il Sidro (già Raquana).

Ora non è più un baretto (cioè, entri e c’è il palco, quindi a meno che tu non abbia il prosciutto negli occhi, lo vedi che fanno i concerti) ma una volta si. Faceva le cover band dei Doors provenienti da tutta Italia, principalmente San Mauro Pascoli. Prima ancora tutta quella parte di locale che adesso è palco era zona fumatori, costruita con la velocità di un lampo, con le installazioni dei MUTONIA (chi?!), subito dopo il divieto di fumare nei locali pubblici imposto dal ministro Sirchia: era la prima sala smokers della Romagna ed era affollatissima, ma questo credo di averlo già scritto in un altro post.

Per chiarire il concetto di baretto: all’inizio il Sidro era l’unico bar che ti dava da bere le Tenents super, una roba che sbombava, una birra da nove gradi. Ne bevevi 3 ed eri da portare a dormire. Quindi era un ottimo bar, ma non gli avresti mai dato un futuro come posto di concertini. E invece, ha iniziato, anche se con le cover band dei Doors. Si parte, da lontano, ma da qualche parte bisogna pur partire. Periodi bui, ma da lì al futuro è stato un attimo: la sala fumatori è stata smantellata e le nuove gestioni hanno smesso la Tenents rossa, perchè altrimenti i clienti andavano a casa troppo presto, e hanno avuto in qualche modo la voglia di fare concerti. È passato Geoff Farina nel periodo più triste della sua vita, i Fine Before You Came nel periodo più triste della loro vita (acustici), i Fuzztones in una notte in cui pioveva sudore. Sono sicuro che tra un po’ passerà J. Mascis. Per il resto, il Sidro è da un po’ il mio ex-baretto preferito, che garantisce concertini di gruppi underground italiani buonissimi, con una regolarità discreta.

E sabato 30 novembre suonano in due, gli Action Dead Mouse e gli Unoauno, in una serata all’insegna della presa male.

Gli Action Dead Mouse l’ultima volta che li ho visti erano talmente decimati da essere soltanto uno, il cantante, per motivi di sfiga. Loro si muovono su un territorio tra nirvana e sclero e in quest’ottica non è male ascoltare con concentrazione i testi. Che sembrano dire sempre cose diverse, anche se con le stesse parole. Cioè: una stessa frase ogni volta potrebbe avere significati diversi. Altri gruppi, che pure mi piacciono molto, non sono capaci di farlo: i testi sono belli ma dicono sempre la stessa cosa, ogni volta che li ascolto scavano sugli stessi significati, per approfondirli. Ed è giusto così, ma gli Action Dead Mouse hanno qualcosa in più: il pregio di riuscire a far partire flip diversi del cervello. E questo può prenderti bene, oppure male, in questo senso dicevo tra nirvana e sclero. Per esempio, cosa vuol dire “il contrario di annegare”? Non è certo.

Quindi, quella al Sidro è una nuova occasione per vedere che effetto fanno dal vivo. Perchè l’ultima volta all’Italian Party il cantante da solo con la chitarra è stato bravissimo in una situazione non preparata e poco facile, ma non era del tutto a suo agio e si sentiva, è umano, come si sentiva la mancanza del basso e della batteria, non trascurabili. Perchè la musica che fanno non è che passi proprio inosservata.

Bene. Il disco si chiama Il contrario di annegare, è uscito per To Lose La Track, È Un Brutto Posto Dove Vivere, Floppy Dischi e Ideal Crash ed è un incrocio di Riviera, The Death of Anna Karina e FBYC. Almeno mi sembra.

Gli Unoauno (Ribéss Records) vengono accostati ai gruppi italiani che parlano più che cantare: ai Massimo Volume, per dire. Molti sono contrari al cantate che parla, in generale. Ma, adesso, se scegli di cantare così è perché ti piace proprio: chi, se non te stesso, ti fa fare una scelta di quel tipo, adesso che quella roba lì non va neanche a regalarla? Per farla, devi essere in fissa, e se uno è in fissa con questa roba è una fissa sincera. È una scelta da apprezzare.

Cantano alla Massimo Volume, o alla CSI, lo stile è quello sicuro, ma c’è una cosa da dire: non sono né i Massimo Volume né i CSI, e questo è un vantaggio per gli Uno a Uno. I loro testi sono mille volte più freschi, messi di fianco a quelli di Il nuotatore dei Massimo Volume sono totalmente nuovi. Hanno anche un’altra cosa che mi piace: non sono disperati, ma taglienti e arrabbiati, sensibilmente ironici, e questo mi porta a pensare che siano sinceri. Sono di solito più propenso a credere che un testo pieno di disperazione abbia più possibilità di essere falso rispetto a uno non disperato e reattivo. Per chi scrive testi è più comodo compiacersi della merda che non cercare di uscirne, anche per questo in giro ci sono più testi disperati che reattivi. In più, il compiacimento pessimista è un approccio che ti permette di conquistare più facilmente chi ti ascolta. Il dolore piace di più. Se uno che scrive ne è consapevole, e gli interessa piacere, fa finta di stare male. Non ho detto che tutti i testi disperati non valgono niente, ma solo che alcuni, contestualizzati nella vita e nella storia dell’autore, possono apparire poco sinceri. I più sinceri sono quelli in cui è chiaro che l’autore non è sceso a compromessi, per un motivo o per un altro, perché ha preso una strada difficile, poco accomodante o poco paracula. E gli Unoauno col cazzo che sono scesi compromessi, mi pare.

Vorrei aggiungere che la musica è un pugno nello stomaco ed è la seconda cosa molto convincente del disco oltre ai testi. Insomma se cercate della roba nuova, no. Se invece cercate un disco con un bel ritmo serrato e una bella grinta, nelle parole e nella musica, e delle chitarre noise rock, ma anche più sprangose, allora sì. Il disco si chiama Barafonda e il posto ideale per suonarlo è proprio il Sidro. È il bozzolo giusto per gli Unoauno, ma anche per gli Action Dead Mouse, perché ne amplifica sia la negatività sia il lato tenero, in quella sala così low profile e così combat allo stesso tempo.

Sala in cui, in una delle prossime serate, vorrei vedere i Bulgarelli, grazie.

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