Dalle Breeders agli R. Ring: Kim ma soprattutto Kelley Deal

Da adolescente il mio locale preferito era il Vidia. Davano un sacco di musica toga e facevano i concerti che volevo vedere io. Al sabato sera, una delle riempipista era Cannonball. Quando partiva l’auuu-uu iniziale, il dance-floor iniziava a prendere una forma diversa. Si gonfiava lentamente quando attaccavano il basso e la batteria, si sformava con la chitarra e saltava per aria al ritornello. Sono passaggi brevissimi e l’ascesa di quella massa impossibile era per gradi inarrestabili. Dopo la prima esplosione naturalmente andava tutto a puttane, gente che continuava a saltare per sempre, in un tutt’uno ormonale che sarebbe continuato senza sosta fino a quando non sarebbe sopraggiunto lo svenimento. La durata della pila dipendeva dalla canzone successiva. Se era Smells Like Teen Spirit cambiava poco, se era Mean Machine rimanevano in pista quelli con le DC ai piedi. Cannonball gasava come Smells Like Teen Spirit e fu un successo enorme, non la loro miglior canzone, ma piaceva a tutti. Era dei Breeders, o dei The Breeders. In realtà io ho sempre detto le Breeders, perchè l’anima del gruppo erano due sorelle gemelle di Dayton, Ohio, di cui a quell’età non potevo far altro che innamorarmi. Erano carine, simpatiche, con un sorriso contagioso. Si vestivano nel modo giusto ma soprattutto suonavano canzoni che mi piacevano molto. Cannonball era nel loro secondo disco, Last Splash, che entrò in casa mia grazie a mio fratello. C’erano canzoni potenti e simpatiche allo stesso tempo e ascoltarlo era divertente. Meno simpatico ma più potente era il disco precedente, Pod. Quello l’ha prodotto Steve Albini e l’ho comprato io. È stato l’album delle Breeders più azzeccato per tanto tempo, fino a quando non è uscito Title TK, nove anni dopo Last Splash. Anche Title TK è prodotto da Steve Albini (un ritorno necessario) che insieme alle due sorelle ha vergato uno dei migliori dischi dei primi anni duemila, capace di sotterrare di vergogna tutta l’ondata newyorkese che in quel momento andava fortissimo. Nel 2002 mi sa che andavo a ballare soprattutto al Velvet. I riempipista erano un sacco ma quelli del momento erano Strokes, Interpol e anche Yeah Yeah Yeahs. La botta Last Splash era ovviamente passata e Title TK non era troppo ballabile. Ma fuori dalla pista le due gemelle di Dayton, Ohio, e il quattrocchi di Pasadena, California, avevano distrutto in tutto quei ragazzi di New York. Angolarità contro edonismo, vince la prima.

Le due gemelle erano Kim e Kelley Deal e hanno una storia figa.

Kim e Kelly Deal sono nate il 10 giugno 1961, Kelley 11 minuti prima. Kim ha un diploma in biologia e il suo primo impiego è stato in un laboratorio di biochimica. Nel 1985 ha sposato John Murphy, imprenditore aeronautico-militare, e si è trasferita a Boston, nel 1986. Dopo aver risposto a un annuncio del Boston Phoenix, diventa la bassista dei Pixies, pur non avendo mai suonato il basso in vita sua. Anche Kelley suonava il basso, quindi stava per entrare nei Pixies alla batteria. Ma decise andare in California, a lavorare come programmatrice di computer. Per le prime cose dei Pixies, Kim si fa chiamare Mrs. John Murphy, perché è simpatica. L’ep Come on Pilgrim è del 1987, il primo disco Surfer Rosa del 1988. Kim ha scritto solo Gigantic, a quattro mani con Black Francis. Però, la canta. Il resto più o meno si sa: nel 1993 i Pixies si sciolgono perché due galli in un pollaio non possono stare.
Quando erano piccole, Kelley e Kim avevano formato un gruppo. Si chiamavano The Breeders. Più avanti, nel 1990, poco prima che io iniziassi a frequentare il Vidia, Kim rinizia a suonare la chitarra e fa un gruppo con Tanya Donelly la chitarrista delle Throwing Muses, Josephine Wiggs al basso e Britt Walford, ex batterista degli Slint. La band recupera quel vecchio, The Breeders, e fa il primo disco, Pod. Nel 1993 esce Last Splash. Poco tempo prima Tanya Donnelly se n’era andata per formare i Belly. Al suo posto arriva Kelley, che al primo disco non aveva partecipato perché era molto impegnata col lavoro. Quella canzone, Cannonball, ha fatto il giro dell’universo. Scrive e produce tutto Kim, ma le Breeders sono Kim e Kelley, e io le guardavo con gli occhi a forma di cuore. Dopo il concerto al Lollapalooza del ’94, The Breeders si prendono una lunga pausa. Kelley, come Kim, si bucava, ma Kelley fu costretta a fermarsi per la riabilitazione. Niente Breeders senza Kelley. Al suo ritorno, otto anni dopo, nel 2002, le Breeders, formate dalle due sorelle più altri che non erano nella formazione originale, pubblicano Title TK, senza nessun dubbio il loro disco migliore. Nel 2008 esce Mountain Battles e nel 2009 l’ep Fate to Fatal.
In quegli otto anni, Kim ha formato The Amps, con cui ha registrato solo un disco nel 1995, Pacer. Si fa chiamare Tammy Ampersand, perché è simpatica. Ha fatto anche altre cose, tra le quali collaborare con Robert Pollard, Sonic Youth e For Carnation. Nel 2004 i Pixies si riunisco, fanno un tour mondiale e vendono un fracco di biglietti: per un totale di 14 milioni di dollari, si dice. Lo stesso anno esce Bam Thwok, la prima canzone inedita dei Pixies dal 1991, scritta e cantata da Kim Deal, e vende un botto anche quella. Fino alla fine del 2011 hanno continuato a suonare dal vivo. Nel 2013, Kim se ne va, sostituita da Kim Shattuck, dei The Muffs ed ex Pandoras.
E Kelley in quel periodo? Non è che non ha fatto niente perché si faceva. Tra il 1995 ed il 1997 è stata nei Kelley Deal 6000, che han pubblicato due dischi in tre anni di vita, Go to the Sugar Altar e Boom! Boom! Boom!, entrambi molto simili alle Breeders. Poi ha formato i The Last Hard Men con Sebastian Bach e Jimmy Chamberlin (il batterista degli Smashing Pumpkins), con i quali ha avuto anche il coraggio di fare un disco, nel ’98. Dopo Mountain Battles, Kelley ha passato molto tempo a fare a maglia e ha pubblicato un libro, Bags That Rock: Knitting on the Road with Kelley Deal. Nel 2014 ha fatto un ep con Torres e i Motel Beds. Dopo un po’ di featuring a caso, di cui uno anche coi Protomartyr, quest’anno è uscito il disco degli R. Ring, che sono lei e Mike Montgomery della Candyland Recording Studios e degli Ampline.
Poche settimane fa, le Breeders hanno pubblicato Wait In The Car (per 4AD, praticamente la loro etichetta da sempre), la prima canzone nuova a otto anni da Fate to Fatal, che mi era sembrato il canto del cigno. Invece Wait In The Car ha ancora un ritmo e una chitarra che ricordano i grandi momenti di Pod, il loro secondo disco migliore. Al momento sembrano essere composti da Jim MacPherson e Josephine Wiggs, oltre che dalle Deal. Sono in tour in Europa e in America. Wait In The Car è uscita in tre versioni: una all’inizio del tour, con una cover di Archangel’s Thunderbird di Amon Düül regitrata con Steve Albini a Chicago e che probabilmente sarà il miglior pezzo della covata nonostante Amon Düül. L’altra a fine ottobre con la cover di Gates of Steel dei Devo. La terza, con Joanne di Mike Nesmith’s, che uscirà.

Qualche settimana fa eravamo ad Alfonsine, a mangiare la pizza fatta in casa, a casa di amici. Nel tardo pomeriggio siamo andati a fare un giro al Parcobaleno, il parco cittadino, a vedere il graffito di Stinkfish. Eravamo io, la mia morosa, Simone, Diego e sua figlia Anita. In fondo al Parcobaleno c’è la casa di un contadino, che ha tanti animali, tra i quali qualche capretta e uno splendido cane. Non molto lontano dalla rete che separa il parco dal cortile del contadino, Anita ha trovato un sacco di ghiande per terra e ha urlato: “Queste le caprette le adorano!”. Ecco, sarà stato l’impasto della pizza che stava lievitando nel forno a casa di Diego, e la toppa PIZZA nel giubbotto di jeans sul retro del disco degli R. Ring, ma alla parola “adorano” ho scoperto che io adoro Kim Deal, ma la mia preferita è Kelley. Ci sono un sacco di personaggi che si riempiono la bocca della musica che è tutta la loro vita, invece Kelley Deal riporta tutto a una dimensione di normalità. La musica è la cosa che ti piace fare magari più di tutto il resto ma a volte va messa da parte, per forza o per altri motivi. Kelley non è entrata nei Pixies perché doveva fare il perito informatico, ha tardato l’ingresso nelle Breeders perché doveva lavorare, è andata in rehab, ha fatto un libro sulle borse fatte a mano. Non è la tossicodipendenza che la rende affascinante, anche Kim usa molte droghe. È come il suo essere una persona normale, con debolezze e altre priorità, influenza e cambia la sua vita da musicista. Kelley è la mia gemella preferita. Che, tra l’altro, quest’anno sta tornando, con The Breeders. Ma soprattutto che è tornata, con gli R. Ring.

Il disco degli R. Ring si chiama Ignite the Rest, il mio disco cucciolone del 2017. Cos’è un disco cucciolone? È un disco che fa lo stesso effetto del Cucciolone, che se lo mangiassi adesso mi riporterebbe indietro nel tempo ma imparei una barzelletta nuova, visto che non sono mai le stesse, un po’ perché non me le ricordo, un po’ perché è vero. Ignite the Rest ha i suoni del passato, le chitarre angolari dei Breeders e la tenerezza del folk fantasmagorico di Mark Linkous, ma anche qualcosa di nuovo, perché non è tutto inscatolato e predefinito. L’inizio è Breeders in pieno, con Cutter e Loud Underneath. E tutto il resto è diverso. Mi aspettavo un disco tutto carico come le due canzoni iniziali e invece poi arriva la sleppa più forte, passando per la mediazione decompressa di Singing Tower: 100 Dollar Heat. La mia canzone dell’autunno. Scritta con Nick Eddy e Chooch, dentro c’è un sacco di desolazione e violenza e chissà cos’altro che non so dire. Anche perché sarebbe abbastanza inutile, visto che il video su vimeo rende tutto quello che c’è nella canzone. Anche se potrebbe non sembrare, il video – girato durante il SXSW al Texas State Capitol building, che potrebbe essere anche una palestra, con poca gente intorno – rende benissimo il cuore del testo, che è una preghiera di rinascita dal fuoco e dal casino. Ma solo una preghiera, non una rinascita. Kelley la recita da lontano, non va al centro del casino, ma tenta di guidarlo da lì, dando a un non meglio precisato bandito ordini di rivoltare tutto, nella speranza che la preghiera si compia, con questo disco, che del resto si chiama dà fuoco a tutto il resto e dice “raise my heart, keep it close and ignite the rest”. E infatti, checcazzo, non chiamiamola preghiera, che sembra qualcosa di religioso e non lo è per niente. Piuttosto, potremmo chiamarlo desiderio, voglia, fotta, letteralmente, di dare fuoco a tutto e prendersi ciò che bisogna prendere. Non so a voi, ma a me suona come un voglio fare un disco con dentro quello che voglio io. E la Kelley Deal che ci troviamo dentro è effettivamente diversa da quella che conosciamo, si sente la radice ma ci sono vie di fuga evidenti. Come in Unwind e Flies che hanno gli sbalzi di cotenna e umore di Title TK, ma non solo. Sono ancora più adulti, danno soddisfazione sia che tu voglia ascoltarle sulla poltrona con le pantofole oppure davanti a un bancone con una birra a scuotere ardentemente il cervello e anche un po’ il culo. Fatta eccezione per Salt – che porta la poltrona direttamente sul bancone del bar, si espone di più al vivere la vita come se fosse solo Breeders, e ti espone al pubblico ludibrio con le pantofole – la dicotomia poltrona VS bancone del bar si può stendere come se fosse il tappeto di tutte le altre canzoni. Ed è capendo questa cosa che ho capito che è davvero il mio disco Cucciolone, perché accontenta ricordi, voglia di nuovo, voglia di un po’ di lentezza e chitarre al fulmicotone. You Will Buried Here è la canzone che vorrei avere in sottofondo per l’eternità, perché poi diventerebbe un incubo e suppurerebbe la sua punta di negatività. Ignite the Rest è un disco che dà molti input molto diversi l’uno dall’altro e al loro interno. Dentro a canzoni molto diverse l’una dall’altra, ci sono testi pieni di immagini tristi, che del momento compositivo felice rimangono il cuore, da una parte isolato, dall’altra indispensabile. Steam e SEE sembrano un omaggio a Sparklehorse, hanno le sue due caratteristiche fondamentali: una grande gioia compositiva e una resa cupissima. È questo il modo in cui Kelley Deal tira fuori la sua voglia di dare una direzione diversa a una carriera solista che avrebbe potuto continuare e concludersi replicando le Breeders e Kelley Deal 6000, dischi con Sebastian Bach o collaborazioni minori senza troppo significato. E invece ha fatto Ignite the Rest, un disco percorso da una vena di tristezza che contiene tutti gli anni passati e dimostra la capacità di scrivere canzoni diverse e personali, con l’aiuto di Mike Montgomery, che è perfettamente nelle corde di Kelley. Il bandito ha ascoltato la preghiera, o chiamiamola come vogliamo.

Ho letto una vecchia (2002) intervista sul Guardian dove a un certo punto c’è un simpatico sipario: <Are the twins competitive? “Are you kidding?” says Kim. “We’re sisters. I want Kelley to be as big as fucking Britney Spears so she can buy me a house. I keep telling her to get her kit off so we can sell more records, but she won’t do it.” Kelley sees things slightly differently. “Who is she kidding? Kim is competitive when she walks down the street. Of course we’re competitive: we’re sisters. And I keep telling her she doesn’t want to see me with my kit off>.

Secondo me ha ragione Kelley. A parte questo, le cose hanno sempre funzionato quando sono riuscite a suonare insieme. Voglio dire, si tratta di due donne che non hanno mai fatto segreto che quello che gli importava fare era suonare, non avere figli, ma continuare a lavorare, e che si drogavano molto, cosa che non mi è mai piaciuta, perché sono un bacchettone e perché mi sono rotto il cazzo di questi musicisti para-hippie che si drogano come matti, ma poi di fronte alle canzoni me ne dimenticavo. Insieme sono sempre riuscite a trovare la quadra, con Steve Albini ancora di più. Kim ha aspettato Kelley per le Breeders: senza lei non sono possibili, che sia chiaro. Detto questo, le due carriere separate sono cose diverse. Kim era nei Pixies che avevano un senso, anzi, i suoi abbandoni segnano la linea del senso dei Pixies, oltre alla quale qualsiasi significato andava perso. E i significati erano due, prima suonare canzoni belle e importanti, poi fare molti soldi. Come si fa, Kim è un gigante. Per Kelley è stato più un casino, ma adesso ha fatto il suo disco migliore fuori dalle Breeders. Adesso è diversa ed è lei. Bentornata. O, forse, ben arrivata.

ELM – DOG

Dog scatena un immaginario preciso, chiaro come un’accetta ficcata nel tronco di un albero, o nella testa di qualcuno. Quando spingi play gli Elm ti hanno già chiuso nel baule di un’Impala nera, legato mani e piedi, tappato la bocca con lo scotch da pacchi. Tra poco ti scaricano nella polvere di un’Interstate, ti danno l’ultimo carico di botte e ti lasciano lì per sempre, da solo con il nulla. Fino a quando, all’altezza di Mayhem, un loro amico che si fa chiamare Leatherface ti tira su da terra, ti porta in casa sua, chiude la porta e ti getta in pasto a gente invasata con l’inferno. Se riesci a scappare, all’altezza di Boogie, l’ultima cosa che senti sono i tuoi urli. Poi, fine. È stato breve (35 minuti), come un film slasher ambientato nell’America perduta, ma terrificante. E (incredibile il fascino della paura), quando è finito hai voglia di riascoltarlo. Se vuoi, riattacca Banister, ma sappi che inizierà tutto daccapo, perché Dog è un incubo circolare, come una sega elettrica.
Insieme, gli Elm e la Bronson Recordings nel 2016 hanno fatto uscire un ep in cassetta e quest’anno il disco nuovo, Dog. Dog riparte dalla stessa canzone che chiudeva l’ep, Banister, lo stesso dente della sega elettrica, strappato da una 2 kilowatt e piantato nelle gengive di una quattro kilowatt. E in effetti il disco prosegue il discorso dell’ep, sulla strada del noise dell’Amphetamine Reptile, schiacciando il piede sull’acceleratore del rock’n’roll ma riuscendo a mettere insieme ritmo (tipo Feedtime) e carneficina (tipo Hammerhead). Nell’ep, se c’era una qualche intenzione di far sbucare fuori un ritmo un minimo preso bene, veniva sommersa e soffocata totalmente dalle distorsioni. Nel disco, invece, gli Elm provano un po’ più di gusto per il ritmo, pure un po’ accattivante, ma hanno l’accortezza di non esagerare in questo senso e tutto quello che c’è rimane funzionale a sottolineare la carneficina delle distorsioni.
La loro violenza è legata a una tradizione noise precisa, la quale è a sua volta legata a un immaginario cinematografico di massacro irrazionale in cui Dog è a mollo del tutto. Il video di Mayhem, quando ho iniziato a scrivere questo post, non l’avevo ancora visto ma è la trasposizione in immagini di quello che ho scritto. Con un finale diverso. Rispetto alla morte, a me spaventa di più l’idea della ripetizione senza fine, un vero seme della follia, che lascia però sempre viva la speranza di fuggire. Gli Elm invece la fanno più corta: la violenza che finisce con la morte è la più definitiva, ti piazza sotto terra senza possibilità di ritorno. Ogni canzone di Dog va dritta come un fuso verso l’obiettivo: concludersi, lasciando dietro di sé una scia di bassi impastatissimi e batterie avvinghiatissime alla chitarra che ringhia. Gli Elm sono spietati nel portare a termine ogni giro e incisivi nel marcare il percorso che conduce alla fine. Sono tornati per darci di nuovo una lezione di quanto sia necessario essere dritti per poter raccontare bene certe nefandezze suonando noise.

Mark Kozelek con Ben Boye e Jim White. Una specie di appunti.

Vaffanculo, il disco nuovo di Kozelek con Ben Boye e Jim White è il disco dell’anno e come disco dell’anno gli faccio ‘sta cosa. Non che a nessuno freghi niente, però questo post che ho scritto non ha alcun senso. Nel senso che sono tutti paragrafi a sé, forse a volte neanche conclusivi, anche se avrei voluto lo fossero. Li ho buttati giù mentre ascoltavo il disco, o anche mentre non lo ascoltavo. Dicevo che è così bono e sexy che il discorso che lo riguarda non volevo fosse concluso in una recensione, ma che rimanesse aperto per cui adesso pubblico il post, ma nei prossimi giorni magari aggiungerò e/o cambierò paragrafi. Correrete tutti a leggerli immagino. Qualche mese fa ho scritto una cosa sulle recensioni liquide, migliaiardi di voi mi hanno chiesto di passare alla pratica dopo la teoria e allora ecco. Non per tutti i dischi dell’anno attacco ste pezze ma questo di Kozelek si presta da dio. Anche lui, se fosse Kanye West, aggiungerebbe pezzi alle canzoni e canzoni quando ha già pubblicato il disco. Lo ripubblicherebbe aggiornato perché potrebbe aggiungere parole e parole e chitarre e farebbe aggiungere spazzole e piatti e tutto quanto. Perché mi immagino questo disco, come anche quello prima, come una cosa finita ma perché a un certo punto ha detto “o bona raga, facciamo basta sennò non finiam più qui”. Tutti i dischi del mondo potenzialmente potrebbero esseri cosi ma questo è un fiume e si sente quando lo ascolti, te ne accorgi proprio. Almeno, io ho la sensazione che Kozelek dica quelle parole ma potrebbe dirne altre, magari con lo stesso significato, ma altre. La parte strumentale mi sembra più solida e vincolata anche se non sempre. Migliaia di dischi improvvisati o mezzi improvvisati che non hanno la struttura rigida strofa ritornello e che potrebbero durare all’infinito sono stati pubblicati nella storia della musica terrarum, ma non m’interessano quelli, al momento m’interessa questo. Mi immagino Kozelek come uno che se dovesse riscrivere lo stesso disco tra due mesi lo farebbe diverso per lo meno al 40%, perché sembra uno a cui il cervello va a mille. E rifatto, sto disco potrebbe pure fare cagare, quindi per ora mi sono divertito a scrivere cose su questo, com’è adesso, che non si sa mai che non gli venga davvero in mente di diventare il Kanye West del folk.

Sarà anche solo per piccole cose ma ogni volta che Mark Kozelek fa un disco riesce a metterci cose nuove. Questa volta fa il verso dell’aspiratore di saliva del dentista subito dopo un pianoforte che ricorda dritto per dritto quello di Eyes Wide Shot un attimo dopo aver nominato un sacco di personaggi, con velocità media, ma con tono importante, come se fosse il biografo ufficiale di tutti. Sarà che a un certo punto si mette a diire miao miao miao all’infinito, o Trump Trump Trump, ma crea dei suoni nuovi, a metà tra il beatbox e un giradischi incantato. Poi ci mette sotto una batteria jazzata o l’emo triste alla Red House Painters e il gioco è fatto: disco dell’annus domini 2017.

L’ossessione per Trump l’avrei anch’io se fossi un americano. È come quando avevamo l’ossessione per Berlusconi. Tutti parlavano male di lui, l’oposizione c’ha perso la credibilità nel tentativo di abbatterlo e lui, pochi giorni fa, ha fatto un’altra battuta sulla figa. Kozelek lo ripete spesso, in più canzoni, forse Trump durerà meno di Berlusconi (e adesso a Kozelek gliela sto tirando) e anche questa bambola voodoo avrebbe funzionato. Mmm, questa non si capisce molto (ndr).

Senza offesa, ma la sua calma e la sua fermezza mi ricordano quelle di Ed Kemper, il serial killer della seconda puntata di Mindhunter. A un certo punto, il tipo dell’FBI lo va a trovare in carcere e inizia a parlare con lui di tutto. Non si capisce se Kemper lo sta prenendo in giro oppure no, esattamente come Mark Kozelek dal vivo fino a qualche anno fa, tipo quella volta al Bronson. Lì era ancora cattivo. Nello stesso periodo trovava da dire con i War on Drugs e diceva cose. Poi è cambiato, è diventato più mansueto. E nel disco nuovo le sue invettive contro sono decise ma sembrano prive di astio fine a se stesso. Non dice cose belle, le dice come se non fosse affatto coinvolto, forse tutto è il frutto del suo free style. Con il free style arriva anche a creare momenti di dolore funesto, come quando si fa la conta dei morti, come un elenco puntato, che però va più a segno di molte altre celebrazioni. Non ho mai giudicato il dolore urlato, o preferito quello non urlato: ognuno lo esprime come gli viene, non sono io a dire come fare. Ma la voce di Kozelek è come quella di un confessore, non per forza un prete, che parla e tiene molto bassa la voce ma dice quei nomi e li verga nelle tue orecchie. Non urla, verga. Il basso profilo, per questo disco uscito un po’ in silenzio, è una specie di comune denominatore delle canzoni.

Me lo immagino, che si siede sulla sedia con i cuscini sdruciti, non di fronte al camino, che è troppo romantico, ma di fronte al tagliaerba (spento), e inizia a cazzeggiare con la chitarra. Non pensa a caso, però, e gli viene fuori una sporta di parole. Alla fine della serata, un po’ spazientito, pensa “e adesso cosa ci faccio io con tutti ‘sti testi?”. Cioè, immagino che sappia cosa farci: un album. Ma forse non lo sa da subito. Gira un po’ per la casa in tuta, con lo sguardo scazzato, si fa un caffè, gioca con il cane, ma non troppo. A un certo punto gli viene in mente cosa fare. Chiama Ben Boye e Jim White per farsi seguire mentre ripete e cambia quelle parole che gli giravano da prima in testa e ne inventa altre. L’umore è diverso da mezz’ora prima, e allora le cose vengono diverse ma i due ragazzi sotto la mandano, non c’è bisogno che li sgridi, poi sono lontani i tempi in cui sgridava gente. Alla fine, magari qualche giorno dopo, chiudono tutto, disco fatto, ciao. Lui lo riascolta, “è uguale a molte altre cose che ho fatto”. E torna a fare un po’ di concerti. Mentre fa i concerti ogni tanto si apparta e fa delle altre canzoni, che poi vanno a finire in un altro disco, simile o no. Ma che comunque è il disco dell’anno. Ultimamente è sempre andata così.

Per quanto sia un personaggio mai contento, la sua poetica è semplice. Le parole a volte sono tristi, a volte arrabbiate, a volte famigliari. Direi che non sono mai felici. Le uscite degli ultimi anni ci hanno abituato a un personaggio che dice cose, poi la volta dopo è tranquillo. Non ci stupiamo più se una sera a un concerto è stronzo. All’inizio era divertente. Adesso, se mai dovessi vederlo un’altra volta, spero che non faccia nessuna delle sue gag, né da buono né da cattivo, che non faccia il gigante. Vorrei che cantasse e suonasse, spogliandosi di tutto il personaggio che si è costruito. È così bravo a suonare e cantare, perché deve aggiungere cose inutili? Abbiamo le canzoni, la voce, delle batterie che vanno dai Red House Painters al jazz, giri di parole che resterei ad ascoltarle per mesi. Mark Kozelek with Ben Boye and Jim White un disco costruito benissimo, in bilico sempre tra improvvisazione e passaggi che sembrano piazzati lì dopo mille prove, e per questo dà l’impressione di essere pressoché perfetto. Ma senza darti la certezza che le cose stiano così. Direi che è sufficiente, cos’altro serva non so.

Gli piace il rap e ce ne mette sempre un pezzettino. Il suo più che un rap è uno che crede di rappare in realtà sta parlando. Comunque, il suo incedere è sempre significativo, sia che canti sia che rappi. Anche nel caso in cui il suo modo di cantare ti annoi a morte, c’è una punta di fastidio che si insinua.

Ho appena scoperto che Ben Boye suona nei Chivalrous Amoekons, che discogs definisce “un gruppo che suona canzoni dei The Mekons”, con Angel Olsen (uuuuuuuu) e Will Oldham. Come tastierista aveva suonato anche nei dischi di Sun Kil Moon, Bonnie Prince Billy e Ryley Walker. Jim White è il batterista dei Dirty Three.

Pensate che Mark Kozelek possa davvero essere un serial killer? Il mostro di Massillon? A parte quest’ipotesi impossibile, l’inizio di Topo Gigio dice “ieri sera abbiamo provato a vedere per la seconda volta Manchester by the sea e per la seconda volta di siamo addormentati”. Per quanto sia lontana l’ipotesi del serial killer, c’è comunque una cosa spaventosa nel modo di scrivere di kozelek: la sua capacità di entrare nell’intimità delle persone che ascoltano, di mettersi sul loro divano proprio, di dire cose famigliari e vicine agli aspetti più deludenti, o normali, della vita. Tipo provare a vedere un film e addormentarsi.

Blood test è una canzone french touch con Califone alla batteria. Kozelek parla stanco di Facebook, di Adam Sandler, di Twitter, gmail, e la base è sempre la stessa. E se altre volte la sua monotonia portava a fare un pisolino, questa volta ti induce a concentrarti sulle parole. Il suo modo di scrivere i testi impone attenzione perché parla di un sacco di cose una dopo l’altra, non c’è un tema, non c’è un’idea tranne l’idea di dire tutto, ogni parola è una sorpresa. E quando il modello rischia di non essere più interessante, al minuto 7, la canzone cambia, in pratica ne inizia un’altra, un rap con un organetto che lega la voce alla batteria. Abbiamo un Kozelek molto sveglio e attento a non distruggerci di roba pesante e musi lunghi. È interessato alla nostra attenzione, ci lavora su, gli frega qualcosa di noi.

Waxahatchee 2049

Quanti modi di raccontarci il futuro! Blade Runner con immagini e suoni pazzeschi(ssimi), Valerian con i giochini in 3D, David Bowie con i vestitoni, Kanye West senza supporto fisico, Billy Corgan e Marilyn Manson annientandolo quando sembrava eterno, Frank Ocean senza titolo, Stregoni facendoci vedere l’integrazione come dovrebbe essere, Pharmakon suonandolo e seppellendolo subito, Ghali… Ghali boh.

C’è una che secondo me il futuro lo racconta molto a modo suo: Waxahatchee. I suoi album sono tutti diversi uno dall’altro, nel senso che quello nuovo aggiunge sempre qualcosa a quello precedente, creando un percorso di cambiamento che tende sempre al futuro.

American Weekend (2012) è chitarra e voce, quattro accordi, sempre lo stesso modo di cantare e poco altro solo in Luminary Blake. C’è un poeta qui delle mie parti, che si chiama Baldini e ha scritto una poesia che si chiama Mo acsé (Ma così) e fa: “Ma così, delle volte, quando torno a casa, / la sera, prima di infilare la chiave, / suono, drin, drin, / non risponde mai nessuno”. Tutte le canzoni di American Weekend me la ricordano. L’unica differenza è che Baldini era davanti a casa sua, a Santarcangelo di Romagna, e Waxahatchee è in uno di quei corridoi dei licei americani che si vedono nei film. Qualcuno esce di classe durante le lezioni, confabula con qualcun altro, sa che non può farlo ed è teso perché il preside stronzo tra poco spunterà fuori e gli farà il culo. In quei momenti c’è una gran voglia di scappare e allo stesso tempo la paura di essere beccati. A volte c’è qualcuno da solo, dopo un party di fine anno, quando già certe aspettative si sono risolte in niente. Questo è American Weekend, che mette subito le cose in chiaro con il testo di Catfish: “Crave, desolate, you dive in / we follow along and I / contrive you with whiskey / and Sam Cooke songs and we / lay on our backs, soaking / wet below a static t.v. set / and conversation flows / counting shooting stars and / catfish but I’ll never make / a wish, barefoot parking lot / getting high in Portland, / Oregon we echo 17 and we / glue it back and poke fun / and it gets real quiet”. Waxahatchee è un ’89 e anche se quando esce il disco non è già più una teen ager che va al liceo, in quel corridoi ci sguazza ancora e alla grandissima. È un mondo piccolo e con un limite temporale per tutti ma abbastanza vulcanico nel generare suggestioni a cui pensare negli anni successivi. Crescere oppure no? Bisogna, ma per certi versi è un peccato, perché alcuni desideri rimangono inappagati e diventano un contratto di fedeltà vitalizio con il nulla. Per altri versi è bellissimo, perché l’adolescenza è un posto brutto, fatto di gente che prende per il culo gente sempre presa per il culo, di bambinacci molesti e rompi coglioni, oltre che di apparecchi ai denti che ti fanno sembrare un robot e ombre di baffi impresentabili. È normale che Waxahatchee se ne allontani nei dischi successivi, ma American Weekend è un totem delle paranoie dell’adolescenza. È il disco più bello che abbia mai fatto.

Di Cerulean Salt (2013)il secondo, tutto quello che è chitarra e voce mi incanta (Hollow Bedroom). In altre canzoni, come Brother Brian, Lips and Limbs o Lively, ha aggiunto la batteria, una seconda voce, i synth. Suona tutto molto personale, ma è come una rielaborazione di una cosa che era già personale, è come un livello in più ma ottenuto con troppo sforzo, e quindi non rende tanto quanto il livello precedente. I testi tendono alla descrizione di un futuro fatto di cose diverse. “Compassion we’ll lose with time and test” lo dice lei stessa: le cose e le persone cambiano, necessariamente e naturalmente, che non significa per forza in meglio. Diverso è anche il punto di vista da cui ognuno guarda le cose. Do per scontato che Waxahatchee sia stata abbastanza contenta del cambiamento avvenuto da Cerulean Salt a American Weekend. Molto bene, probabilmente non poteva andare diversamente. Ma ogni cosa che aggiunge alla voce e alla chitarra toglie spazio a tutto quello che era riuscita a tirare fuori con il primo disco e lei sembra già cambiata, nel giro di un anno. Il mio e il suo punto di vista, su un cambiamento inevitabile, sono diversi. È il suo secondo disco ed è il secondo disco più bello che abbia mai fatto.

Con Ivy Tripp, il terzo (2015), ho qualche problema. Canta molto da sola, anche se non solo. Il fatto è che lascia troppo spesso da parte la chitarra e usa altro. È quasi la stessa cosa ma quel “quasi” fa la differenza che c’è dal buio della notte alla luce di mezzogiorno. Il synth della stralodata Breathless la rende sinceramente disturbante, a metà tra la benedizione durante una messa e qualcosa di sensuale. Ma non è niente in confronto alla voce e alla chitarra di Blue. Ivy Tripp cerca soluzioni nuove ma tira fuori il massimo quando riprende i modi del primo disco. In fondo, non c’è più la sensazione continua di euforia e desolazione che si alternano come pazze in American Weekend ma c’è ancora qualcosa della lei del primo disco. A due anni da Cerulean Salt rallenta la corsa verso l’età adulta, fa un disco indeciso che per questo potrebbe essere il più bello di tutti ma è come se la lei cresciuta guardasse la lei di tre anni prima e cercasse di imitarla. Non poteva andare tutto bene. Waxahatchee non è completamente fuori dal corridoio, ma quasi. Testi da portare a esempio non ne ho. È il terzo disco più bello che abbia mai fatto, o anche il secondo più brutto.

Out In The Storm, l’ultimo disco, di quest’anno, è quasi tutto con la band. Il principio è lo stesso del primo album: nessuna complessità nella scrittura. Suoni bellissimi, voce incantevole, canzoni tra il pop e il Chris Brokaw più sfasciato, ma il corridoio è scomparso, sostituito da un muro di strumenti di cui potrei fare a meno. Anche Fade o A Little More, quasi solo chitarra e voce, sono lontane da American Weekend. Non è solo una questione di strumenti usati, ma proprio di perdita della volontà e della spinta a scrivere quel tipo di canzone, che faccia quell’effetto lì. È il cambiamento decisivo dopo il passo indeciso di Ivy Tripp. Io me la vedo, con il sorriso stampato che va in giro per il mondo a portare il disco nuovo, fa montare sulla band anche sua sorella, definitivamente, e mentre attaccano Never Been Wrong pensa guarda come spacchiamo. E ci sta, perché è così, è vero. Però ha perso tutto. “I took a train to Berlin today / When I called last night you felt so far away” (Sparks Fly). Credo che ci sia di meglio tra i versi delle altre canzoni di questo album, ma questi due sono più significativi. È lontana e Out In The Storm è il suo disco peggiore. Alla fine, ripete “I’m fading away” e lo so che parla del rapporto con un’altra persona, ma posso anche forzare il punto di vista e creare un contesto e significati nuovi. Per me sta parlando del fatto che è lontanissima dal 2012.

Prima di Out In The Storm, aveva fatto uscire Early Recordings ma è stata solo un’illusione.

Waxahatchee ha fatto così e questa è la sua storia, che vive dei testi che cambiano nel corso del tempo e raccontano spesso di un futuro diverso e delle necessità di suonare con qualcos’altro oltre a una chitarra. Finora è andata così per lei. In futuro potrebbe tornare nel bozzolo e continuare a sfornare canzoni alla American Weekend, oppure nel 2049 diventare una dj. Non saprei di preciso. Questo è il suo modo di parlarci del futuro: cambiare, tendere a qualcosa più che definirla in modo preciso. Ed è bello in generale con la musica, perché dopo il primo disco non sai che tipo di percorso tenterà di fare chi la scrive, per cui il futuro inizia al secondo album, quando si mette sul piatto qualcosa in più rispetto al primo. Waxahatchee sta seguendo questo tipo di percorso e a ogni disco il futuro rilancia se stesso.

Non è perché non mi piace Out In The Storm che non sono andato a Carpi a vederla. La colpa è stata del viaggio da solo in macchina. Pensare che ho in pratica 40 anni. E non so ancora capire i vantaggi di avere una band che suona con te o capire che le due cose (da solo o con la band) sono difficilmente paragonabili e non ce n’è una migliore e una peggiore. E una cantante a un certo punto si scazza con tutto quello che ha fatto prima, e cambia. Ma si può preferire una o l’altra cosa. Io preferisco la prima. Voglio dire, è ovvio che uno cresca e non rimanga uguale a se stesso per sempre. Ma ci sono cose in cui vorrei ritrovare sempre delle certezze e quando cambiano storco il naso. Il primo disco di Waxahatchee è una di quelle cose. È bene per lei che sia cambiata e che sia cresciuta come cantante, ma non è bene per me e visto che l’unico confronto che posso avere con lei è ascoltare la sua musica, vorrei che facesse per sempre la musica che ha fatto e che mi è piaciuta.

E non sono più capace di fare 150 chilometri di autostrada da solo per vedere un concerto che m’interessa. Che poi, al ritorno, che è il più brigoso, l’autostrada è un po’ come un corridoio lunghissimo, quindi dovrebbe piacermi no? Quanto mi lamento. Da qui in avanti, potrà essere solo peggio. Waxahatchee, torna nel corridoio. Potrai avere tutta la tensione al futuro che vuoi ma il primo disco, quando non esisteva né passato né futuro, era meglio.

Rifare tutto e rifarlo più ostile. Montana, un’anteprima del nuovo disco

Nel 2015 tre quarti della vecchia formazione si è dispersa, nel 2016 la loro storia è ripartita. Adesso i Montana sono tornati, accuditi e guidati da mani concrete. Arrivati in studio nella primavera di quest’anno con il carico di fatica spesa nel rifare tutto daccapo, l’hanno buttata tutta dentro ai microfoni. Hanno fatto la loro cosa, senza pugnette si dice dalle mie parti. Nessuna perdita di tempo: ricomporsi, scrivere e provare, registrare. Farlo bene, non fare in fretta ma arrivare dritti al punto. Correre, potenti e controllati. Il resto non conta. La costanza nelle gambe gli è rimasta dai tempi dell’hard core, la forza dall’era del metallo. In questo periodo di ricostruzione hanno urlato solo quando hanno registrato le voci, per il resto hanno fatto tutto mantenendo basso il profilo. E quando ho infilato negli auricolari il nuovo disco, è stata l’esplosione finale di una rinascita ottenuta senza disperdere energie all’esterno ma scaricandole tutte nel risultato finale.

Qualche giorno fa ho letto un’intervista ad Adam Granduciel dei War On Drugs che parlava della forza curativa della musica, in cui lui vede un processo utile a capire te stesso e il mondo. Io non ci credo. Una canzone deve dire come stanno le cose, punto. Chi la scrive non deve sperare di trovarci la cura ma un canale in cui parlarsi e parlare chiaramente. Non serve per guarire ma per capire. Chi la ascolta si deve aspettare di trovarci la verità. Niente di consolante, c’è sempre il risvolto ostile che non puoi non considerare. Per esempio, A Crow Looked At Me di Mount Eerie non c’entra nulla coi Montana ma è bellissimo perché parla della morte senza tante menate ed è molto reale. Biografico. I Montana sono sempre stati spaventosi da quanto sono diretti, nella musica e nei testi. Lo sono ancora di più nel disco nuovo, che non poteva essere diverso, visto che è il risultato di mesi di scornate testarde per ricomporre il gruppo.

È il disco migliore che abbiano fatto finora. La chitarra e la batteria non mollano un attimo, come sempre, ma questa volta hanno un suono più impastato, contrapposto a una scrittura lucidissima, come sempre, ma questa volta di più. Il suono mi ha ricordato la ruvidità di Legless Bull dei Governement Issue. Per altre cose invece il disco dei Montana gli è molto distante. Legless Bull ha molte parti di hard core, 10 minuti 10 canzoni. Praticamente 10 improvvisi schizzi di follia. I Montana mantengono le velocità e la foga del punk rock, raramente si scaricano con l’hard core, piuttosto allargano le chitarre e i ritmi verso il post hard core. Mancano totalmente di voci sboccate, per fortuna: vanno dritto in generale e vanno dritto anche lì, senza pugnette (appunto). Nessuno schizzo di follia, è tutto sotto controllo. Il controllo non porta rigidità, i giri del basso e la cassa della batteria che a volte intervengono con più evidenza a spezzare l’andamento delle canzoni sono i mezzi attraverso i quali le maglie dei dischi precedenti si sbrancano. Per colpire ancora di più, i Montana hanno detto ciao quasi del tutto ai passaggi rock’n’roll di Spergiuro (2015) e li hanno stretti nella morsa di un punk rock chitarra, basso e batteria, diretto e cinico ma capace di costruire dinamiche notevoli. I testi sono in linea, più franchi, fermi e reali di sempre. Non serve altro per dire le cose che bisogna dire.

Si chiama La stagione ostile, esce per Crapoulet Records, To Lose La Track e Sonatine Produzioni tra un mese spaccato in digitale, il 10 novembre in vinile. Ma qui puoi ascoltare subito Giudizio in anteprima assoluta mondiale.

Grant Hart (1961-2017), fine della speranza

Qualche mese fa ho visto Bob Mould dal vivo. Che concerto. Mentre ero lì pensavo chissà, magari prima o poi vedrò anche gli altri due sul palco con lui. Chissà com’è sapere che tutti quelli che ti stanno guardando lo vorrebbero. Chissà se in fondo in fondo lo desideravano anche loro, se c’hanno mai pensato davvero, se hanno mai pensato vaffanculo facciamolo, possiamo divertirci. E chissà com’è vivere le cose dal loro punto di vista, volergli un gran bene e allo stesso tempo avere dei contrasti con il tuo amico più grande sulla creatura che avete costruito insieme. Io lo guardavo dritto dritto Bob Mould, ma a queste domande non ho trovato risposta. Ma non importa, perché alla fine non l’hanno fatto. I motivi possono essere tanti, neanche 24 ore fa se n’è stampato uno a caratteri cubitali sullo schermo del mio cellulare. Grant Hart è morto, era ammalato da tempo. Si passa sopra a tutto, forse, ma a un cancro di sicuro no. Sembro uno che scrive un film dossier, ma è così. Alla fine è stato un cancro a porre fine al desiderio di vederli insieme. Ma perché poi volevo che si riunissero? Perchè anche se quello che ci hanno lasciato ha il valore della vita, sono ingordo e volevo ancora di più, perché era necessario alimentare quella speranza, perché volevo che fossero in grado di superare tutto e di passare sopra a tutte le brutture che si sono detti, perché a me sembravano esseri umani più grandi degli altri, esseri umani che hanno fatto gli Husker Du. E invece no, quelle difficoltà non le hanno mai superate. Sono umani anche loro, sono amici che litigano forte anche loro, sono uomini messi in ginocchio per sempre da un cancro fottuto. E proprio quando era arrivata un po’ di speranza in più, quando stavo aspettando che uscisse il cofanetto a novembre, che quell’uscita chissà poteva sognificare che ci sarebbe stato altro, è arrivata anche la fine di tutto. E chissà com’è per loro, per Bob Mould e Greg Norton, che hanno perso l’amico della vita. Ho una gran sensazione di vuoto, io, che vedo un dio schiantarsi. Pensa loro, che vedono finire per sempre la vita che hanno creato. Diverso, però quel vuoto adesso è definitivo per tutti. C’è quella frase di These Important Years che mi ha fatto molte volte capire, e ricapire di nuovo una volta che me l’ero dimenticato, quanto può essere amara la speranza: “If you don’t stop to smell the roses now, they might end up on you”. La sua morte ha spezzato un desiderio condiviso da tanti ma che forse è sempre stato vano. Prima di oggi speravo. Adesso non si può più. Non è un dubbio filosofico, è un dubbio su di loro, non so se sia meglio avere speranze che forse sono solo illusioni dettate dal cuore e poco altro, ma in cui credo molto, o sapere di non poter sperare più e chiusa lì. Davvero, non so.

Andare lontano per essere a casa. Athens Pop Fest 2017: 9-12 agosto, Athens GA

Kelley Deal

di Renato Angelo Taddei

Molti quando spiego che quest’estate sono stato negli USA in vacanza mi guardano con un misto di invidia e curiosità, fino a quando spiego loro che ho visitato solo Athens, una cittadina universitaria nel nord della Georgia, un meraviglioso scorcio di America reale nel bel mezzo del nulla. Non mi sembra il caso di stare a spiegare perché un appassionato di alt rock americano aneli di visitare Athens, se non lo intuite potete smettere di leggere questo articolo, presumo non vi interesserà.

Quando ho comprato i biglietti e prenotato l’hotel per la mia settimana di vacanze georgiana non sapevo che negli stessi giorni si sarebbe tenuto anche L’Athens Pop fest, manifestazione annuale che concentra in una manciata di giorni il meglio della scena indie locale e federale, tra giovani speranze e vecchie glorie. Quando ho scoperto la concomitanza tra la mia vacanza e il festival ovviamente sono impazzito di gioia, mi aspettavo un tripudio di emozioni, è stato ancora meglio.

Sono arrivato ad Atlanta il 9 agosto alle 5.30 di pomeriggio, a Festival purtroppo iniziato, e il mio Uber ha impiegato un’ora e mezza per portarmi ad Athens, quindi la parte pomeridiana del festival che si tiene al Little Kings l’ho persa bellamente, con mio enorme rammarico. Purtroppo avrò modo di scoprire di essermi perso il live del mio nuovo gruppo preferito.

Tra la doccia e la cena riesco a entrare al 40Watt Club, una delle tappe fondamentali del mio pellegrinaggio, meravigliosamente ammuffito e illuminato da lucine appese al soffitto, solo alle 21.30, in tempo per vedermi i Kleenex Girl Wonder, progetto solista di un freak del posto, venature pop su un impianto pop bislacco che ricorda Daniel Jhonston, e i Feather Trade, un orrendo gruppo new wave con i sinthoni, aberrante. Durante i concerti mi soffermo un po’ sul pubblico, piacevolmente colpito di vedere un parterre eterogeneo composto da persone di tutte le età, si va da vecchi appassionati a ragazzini giovanissimi. Vedo girare un gruppetto davvero giovane, scoprirò solo il giorno dopo che sono il futuro dell’indie rock americano. Il sonno comincia a farsi spazio nella mia felicità ed entusiasmo, ma mi costringo a suon di whisky a rimanere allo show, il mio stoicismo mi ha ampiamente ripagato quando sono saliti sul palco i The Veldt, gruppo newyorkese fondato nel 1989 ma che non avevo mai sentito nominare, shoegaze mixato al soul e cantato con l’anima e la voce nera del cuore, clamorosi, ma lo spettacolo è appena iniziato. Chiudono la serata gli Elf Power, gruppetto che ho sempre mal sopportato, sono carini, a casa loro fanno anche tenerezza, ma alle 01.45, dopo 30 minuti di set ho deciso di desistere visto che ero sveglio da 25 ore.

Il secondo giorno di festival inizia al Little Kings alle 14.00, ma io raggiungerò il locale solo alle 16.00. Il Kings è sulla Hancock Ave, quasi di fronte al National, uno dei ristoranti più carini di Athens (provate l’insalata di calamari) e a pochi passi dalla Creature Comfort, la miglior fabbrica di birra di Athens. Pieno di mobili usati, vecchi suppellettili e di barman sempre con il sorriso sulle labbra, il Kings colpisce per le lanterne cinesi appese al soffitto che rendono il tutto ancor più colorato e gaio. Il palco è posizionato appena alla sinistra dell’entrata accanto a grandi vetrate che consentono alla luce di penetrare e rendere speciali questi set pomeridiani. Iniziano le Heavenly Creatures piacevolissima indie pop band, composta da due ragazze e un ragazzo al basso. Un giorno cercherò di capire perché il 70% della musica alternative americana di vecchia scuola è appannaggio delle ragazze, evviva comunque. Nonostante il gruppo sia dell’Ohio si capisce che ad Athens si trova benissimo, consiglio di scaricare questo per averne la spiegazione. L’ambiente è perfetto per esaltare il lato catchy del loro pop, promosse a pieni voti, interessantissime. Seguono le Other Space, che proseguono il discorso musicale delle Heavenly Creatures raffinandone la scrittura e portandololo a un livello superiore e totalizzante, capolavori di alt-country al femminile snocciolati uno dietro l’altro, alcuni passaggi mi ricordano i Nirvana più pop e mi stendono. Alla fine del set sono svuotato, questi due gruppi mi hanno fatto ricordare perché amo tanto questo genere da farmi 8.000 km, ho quasi le lacrime agli occhi. Mi sento a casa.

Dopo una cena coi fiocchi – le mie vacanze hanno sempre anche un lato gourmet, sono molto goloso – mi trasferisco al Georgia Theater un’istituzione per la musica in Georgia. Il teatro è bellissimo e con un’acustica fantastica, volumi ottimi e ascolto perfetto da ogni punto. Arrivo in tempo per gli Antlered Aunt Lord, gruppo locale con un solo disco stampato ma con 10 anni di militanza ad Athens e dal numeroso seguito, fanno parte della schiera di gruppi che sono parte della comunità e che capisci subito quanto siano legati al territorio e quanto la città sia legata a loro, propongono un indie sbilenco di derivazione Modest Mouse e con un marcato accento wave, notevoli. Segue uno dei set più attesi, ancora ragazze, è il turno delle Waxahatchee, gruppo che su disco non mi entusiasma, visto che viene spinta più la componente pop classica, ma che dal vivo dimostra personalità e carattere, molto bello. Verso la mezzanotte la vera festa, metà della gente presente è qui per il primo concerto dopo moltissimi anni degli Apples in Stereo, che partono un po’ impacciati visto la loro lunga inattività, ma con il passare dei minuti e dei pezzi (che spaziano lungo tutta la loro carriera) il feeling tra di loro e con il pubblico cresce fino ad arrivare ad un vortice di emozioni difficilmente immaginabile, sul palco salgono amici e parenti: Il figlio di Robert Schneider, Max, i Big Fresh e il gruppo di ragazzetti che avevo visto la sera prima aggirarsi al 40Watt club (che scopro essere una band di sedicenni dal nome The Foresters e che hanno inciso il disco del 2017, William Curren Hart, si quello, e altri strumentisti che riempiono il palco in un crescendo di felicità e voglia di stare assieme. Lo so sembro Assante che racconta Woodstock, ma la sensazione era veramente quella. Sono le 2.00 e me ne vado a dormire contentissimo, la terza sarà la mia serata, ma la seconda è stata fantastica.

Il giorno tre posso finalmente dedicarlo unicamente al festival, quindi mi sposto al Little Kings abbastanza presto giusto per vedere i Growl, gruppo garage texano dalla forte grinta ma dal cavallo dei pantaloni discutibilmente troppo alto, gli Schande, gruppo inglese in trasferta dalle melodie killer puro alt rock ’90, chitarre taglienti e voce suadente della cantante, e i noiosissimi Tres Oui, direi che sta roba la possiamo relegare al 2006 e lasciarla negli annali alla voce “ci bastavano gli smiths”. Il set pomeridiano viene chiuso dai formidabili Big Fresh, con il loro pop jazz anni ’80. Un genere che è lontanissimo dai miei gusti ma che i dieci folli sul palco trasformano in una festa bellissima e colorata, cori, fiati, gente che balla e alle 18.00 sono già sbronzo. Mi mangio qualcosa al “World Famous” così da potermi ascoltare i due concerti solisti di Matt Harnish con il suo cantautorato country e soprattutto della bellissima Claire Cronin che con la sua fantastica voce mi risveglia dal torpore della troppa birra bevuta.

La serata al Georgia Theatre è subito di grande impatto con i Big Quiet, trio debitore dei R.E.M. degli esordi così come dei Pylon. Subito dopo sul palco sale Kelley Deal con il suo nuovo gruppo R.Ring che riporta subito alla mente il gruppo principale di Kelley, le canzoni sono eccezionali e su disco la parte elettrica prende il sopravvento su quella acustica che nel live la fa da padrone, ed è subito Breeders. Laetitia Sadier porta tutti a scuola con un set delicatissimo ed emotivo. La ex cantante degli Stereolab incanta tutti e il successivo set dei beniamini di casa, gli Eureka California senza infamia e senza lode, ci riporta con i piedi per terra, piedi che cominceranno a saltellare e a spingere il corpo verso gli altri con il set dei Superchunk che è il mio personale hit perché il più atteso, sono uno dei pochi gruppi “bigger than life” che mi mancavano, lacuna colmata, straordinari per intensità e spirito. Finisco la serata con troppi “fireball” in corpo e attacco pezze a tutti e faccio amicizia con Robert Schnaider, Mike Turner – l’organizzatore del festival – e Wiliam Curren Hart, scambio anche qualche parola con Kelley Deal e saluto emozionato Mike Mills, con il cuore che batte a mille me ne torno in hotel.

Sabato 11 agosto quarto giorno di festival arrivato al Little Kings mi sento ormai uno del posto, batto i cinque a musicisti, fotografi e altri normali partecipanti come se ci conoscessimo da sempre, the family. I set iniziano con Saline e il loro shoegaze aspro, dopo di loro delle ragazze indiavolate che fanno alzare la polvere dai tavoli con i loro pop/punk, uno spettacolo le Dump Him, seguono le Seafang e il loro rock pop ’80 e gli Scooterbabe, emo con una forte componente post rock che non si fa dispiacere.

Dopo cena arrivo al Georgia Theatre in tempo per i Lingua Franca, fantastico duo hip hop dove la fisicità va di pari passo con la fluidità testuale, una delle tante bellissime sorprese del festival, da approfondire assolutamente.

Altrettanto incisivo è il live delle Noon:30 con il loro soul – hip hop una vena scura incombente e minacciosa batteria, chitarra, loop e una voce profonda e che arriva diretta all’anima. La quarta giornata, come da programma è quella più lontana, teoricamente, dai miei gusti musicali, ma la carica dei gruppi sul palco e del pubblico in sala trasforma le emozioni di tutti in qualcosa di unico, qui potete vedere l’intero set del gruppo “provare per credere”.

Segue uno dei set che aspettavo di più. I Pylon Reenactment Society sono una cover band dei Pylon dove canta la cantante dei Pylon, Vanessa Briscoe Hay, che una decina di anni fa decise di rimettersi a cantare i pezzi del suo vecchio gruppo assieme a un alla star team di musicisti di Athens. Il risultato, seppur posticcio, è assolutamente gradevole, stando poi la portata storica dei Pylon.

Prima del main stage suonano i Tunabunny, gruppo gemello dei Antlered Aunt Lord (nel senso che ci sono proprio gli stessi musicisti che si scambiano gli strumenti) che colpiscono al cuore con il loro psych pop, gradevoli e coinvolgenti. Chiudono la serata e il festival le ESG, storica band newyorkese anticipatrice dell’hip hop, ritmi duri e circolari, basso e batteria no wave. A 40 anni dagli esordi perdono inevitabilmente la propria matrice sperimentale portando però a galla la natura danzereccia e più divertente. Nonostante l’età le signore tengono benissimo il palco e il percussionista riesce a coinvolgere a modo il pubblico che apprezza e si muove divertito.

Sono quasi le due di notte quando il Georgia Theatre chiude le porte, mi dirigo verso l’hotel con il groppo in gola e un solo obbiettivo in testa, tornarci l’anno prossimo.

Non consiglierei a nessuno di visitare Athens, non ha molto senso se non siete dei malati mentali cresciuti negli anni ’90 con il mito dei gruppi nati durante i corsi alla Università della Georgia, ma posso garantirvi che nel caso lo foste, beh l’esperienza diventa unica. La città è fondata sulla musica, è orgogliosa di esserlo e non fa nulla per rinnegarlo. Non ci sono preclusioni o differenze, nella stessa serata nei vari bar che arricchiscono le notti della downtown, puoi ascoltare la trap del momento e subito dopo un pezzo di Elliott Smith senza che nessuno percepisca come “strano” o innaturale il passaggio, è cultura musicale all’ennesima potenza, convivenza civile di mondi e musiche, un’esperienza difficile da spiegare, ma assolutamente meravigliosa da vivere.

Mi sto già organizzando per tornare l’anno prossimo, ogni tanto tornare a casa è necessario.

I Brutal Birthday

Anche se sono le due del pomeriggio di lunedì, facciamo finta che sia un giorno qualsiasi della settimana. Le sette del mattino. Sto guardando un po’ di siti in giro, ascoltando qualcosa di nuovo e ho appena scoperto i Brutal Birthday, che in realtà conosco da un sacco, esattamente tre giorni. Sono contento perché tra poco andrò in ufficio e vedrò i colleghi. No, sul serio, e poi con alcuni di loro ogni tanto parlo anche di musica. Oggi, per fargli un piacere, gli suggerirò i Brutal Birthday, il gruppo giusto per fargli saltare i nervi da subito.
Di base, i Brutal Birthday sono un rumore unico di fondo più uno che urla non parole ma dittonghi, come un cane umano senza pace. Come guardare un cane che si morde la coda e dice grrrr grrr all’infinito, dopo che ha scoperto di averla, la coda. Non sono cattivi, sono malvagi a modo loro, in particolare quando ammiccano e fingono di delineare una melodia ma alla fine una vera melodia non c’è, non c’è una vera crescita, c’è solo uno scalino all’inizio delle canzoni, poi si sale all’improvviso e per il resto è tutta insistenza a una densità così spigolosa e acuta da sfinire. Come i peggiori momenti del peggiore Lux Interior. Si può dire che siano noise punk ma poi dicendo così ti sfugge la loro parte dark, che non è scindibile da quella rock’n’roll, che però c’è solo qualche volta. Il loro suono è un insieme di cose diverse ma il risultato ha sempre uno stesso impatto, costante, come se una specie di massa ti assalisse ogni notte, nei momenti in cui sei totalmente di là e non puoi controllare niente, come se ‘sta massa la notte dopo ripartisse quasi da dove ti aveva abbandonato la notte precedente, non dall’inizio, non dal massimo ma dal momento in cui gli mancava un attimo per raggiungere il rumore più cieco, così, tanto per darti quel momento di calma inutile. Non è un incubo, non sono i Brutal Truth, è una specie di discorso malato con qualche linea vocale pop che t’illude, perché in realtà rimane sempre aperto e non trova le vie per concludersi. Rimane uguale a se stesso a lungo e finisce così, com’è. Lo stato di catalessi inizia con la batteria che parte con uno stile e una carica alla Steve Shelley. Di solito però dura poco, perché non c’era nessuno che avesse voglia di scrivere una sceneggiatura calibrata, con un crescendo eccetera. No, nessun crescendo, si entra subito nella chitarra e nel basso che ruzzolano da matti e si arriva subito al massimo del rumore, per tenerlo costante. Le chitarre e i bassi arrivano, non hanno cazzi di aspettare, e creano un rumore così ripetitivo da diventare una metafora della routine. E la routine può non essere accomodante. Buona giornata, colleghi.

I Brutal Birthday sono una superband in realtà: sono l’unione di membri di Hallelujah!, Stromboli, The Mountain Moon, Buzz Aldrin e His Clancyness. Dovrebbero secondo me mettere tutto solo su youtube e pubblicare solo robe dal vivo perché quella mi pare la loro dimensione. Buio, rumore e parole in sottofondo. Ricordano i Pissed Jeans e sono una via di mezzo tra il primo disco degli Unsane e i Wolf Eyes, ma qui sotto ci sono due video che rendono molto di più l’idea dei confronti.

Musica di attitudine: ma quanto insiste Manuel Agnelli

Il 14 settembre inizia la nuova stagione di X Factor e se ne parlerà parecchio. Intanto, per scaldare i motori, Manuel Agnelli ha iniziato a pompare sulla stampa. Il 28 agosto è uscita su Repubblica.it un’intervista di Luca Valtorta, l’ennesimo intervento di M.A. che continua a dire la sua su diversi temi. Quelli che gli stanno più a cuore sono la musica indipendente e l’istruzione musicale delle masse, ma ce ne sono anche altri, come internet, la televisione, gli Afterhours e il passato glorioso che gli piacciono molto. Nell’intervista li affronta tutti. Più passa il tempo più è chiaro che in realtà si tratta di una strategia di comunicazione precisa, attraverso la quale si parla di cose sulla musica ma lo scopo finale è piazzare un prodotto: gli Afterhours. Si chiama Content marketing e a quanto pare, utilizzandolo, Manuel Agnelli sta raggiungendo buoni risultati.

L’intervista s’intitolata “Sporcarsi le mani e non temere di dire certe cose in tv”. C’è sempre questa cosa che detesto del messia, con un lato eroico, che decide di fare del bene a tutti noi stronzi che non c’arriviamo. È comune a personaggi normalmente distanti, ma alla fine tutti ambasciatori della cosa giusta: Manuel Agnelli sulla musica e Jovanotti sulla vita, per esempio. Tu che sei un fan degli Afterhours, che effetto ti fa questo accostamento? Se ti fa male, te lo tieni, perché è così: quei due si comportano allo stesso modo.

Al di là di questa comunanza d’intenti, parto da una domanda dell’intervista che ci porta dentro al tema vero. Domanda: “Quindi la tv non è necessariamente qualcosa di negativo?”. Risposta: “Dipende da come ci vai. Se porti i tuoi contenuti tutt’altro. Ricordo i Nirvana: il loro grande successo ha legittimato tutta una serie di altre realtà nel mondo. Noi Afterhours ci siamo sentiti legittimati: eravamo quella cosa lì! Avete visto che avevamo ragione noi a suonare quelle cose, ad avere quel tipo di attitudine? Nel piccolissimo penso che quella parte di ascoltatori stia provando lo stesso: una rivendicazione, un legittimo orgoglio, una riaffermazione di ciò che loro stessi sono stati attraverso di noi”.

Passando oltre al paragone con i Nirvana, privo di senso delle dimensioni, Manuel Agnelli si autoproclama portavoce di una generazione. Normalmente i musicisti investiti di questo onere lo rifiutavano. Michael Stipe, Kurt Cobain. Manuel Agnelli è il primo ad accettare, si vede che è più ganzo.
Gli Afterhours si sono sentiti legittimati e allora hanno fatto il Tora Tora (festival itinerante di concerti della scena alternative italiana che si è svolto dal 2001 al 2005 bla bla bla) per far conoscere il più possibile la musica giusta. Grande festival, progetto importantissimo, si dice, guardando al Tora Tora senza senso critico in prospettiva. Se ti prendi i meriti, prenditi però anche i demeriti: il Tora Tora ha portato nel lungo termine i The Giornalisti a diventare tormentone dell’estate 2017 allo stesso modo in cui, non so, Pitchfork ha fatto diventare famoso l’indie. Il festival è la prima azione che ha innescato un processo. E, a quanto pare dalle polemiche di inizio estate con Tommaso Paradiso, ad Agnelli la musica dei The Giornalisti non piace tanto. Alla fine, tutto lo sbattimento ha portato al successo una musica che, nella stessa intervista su Repubblica ma anche altrove, M.A. cataloga alla voce merda.

Sul Tora Tora, Luca Valtorta arriva al punto. Chiede: “In teoria questo è il momento in cui l’indie ha acquistato proprio quello spazio per cui lei, in prima persona, ha tanto lottato nel corso degli anni, per esempio con il festival Tora! Tora!, negli anni Novanta, che metteva insieme, in un tour, le band della scena”.
La risposta: “Sull’indie di oggi ho già espresso la mia posizione e non vorrei reiterarla. Le cose sono cambiate tanto in questi anni e non c’è dubbio che si sia perso tutto un tipo di percorso, se ne è perso anche il senso. Dal mio punto di vista la perdita più grave è che si sia smesso di usare la musica anche come messaggio sociale, mentre è rimasto solamente l’utilizzo del messaggio emotivo. Però è anche giusto, perché la musica è lo specchio dei tempi e della società che si vivono. È comunque importante che esista una scena e che ci sia qualcuno che si riconosce in qualcun altro, creando quindi un fenomeno di aggregazione. In un momento come questo, in cui non ci sono punti di riferimento di alcun tipo, è comunque importante anche se sono convinto che la generazione dei giovanissimi stia cercando qualcosa di forte che rappresenti davvero ciò che sentono. Cercano qualcosa di potente e adesso non c’è niente di potente“.

Di fronte al fallimento del suo progetto storico, la butta sulla perdita dell’attitudine, come aveva già fatto durante la famosa polemica con Paradiso. Qual è l’attitudine che non c’è più? L’attitudine di Agnelli ai tempi del Tora Tora era organizzare concerti scelti da lui: non c’è niente di diverso rispetto a quella di chi organizza un qualsiasi altro festival. La proposta musicale non era così aperta alle novità da essere la fucina della musica indipendente italiana: era tutto legato ai gusti della Direzione e a quel giro di amicizie, come un circolo privato. L’attitudine indipendente elimina la distanza che c’è tra chi suona e chi assiste concerti, ma al Tora Tora non era così. Gli Afterhours hanno sempre avuto l’atteggiamento delle rockstar e il loro pubblico si è sempre comportato nei loro confronti esattamente come di fronte a una qualsiasi altra icona del rock, venerandoli, prendendo per oro colato qualsiasi cosa facessero. Ricordo, era al massimo il 1999, un concerto degli Afterhours al Mexcal di Cesenatico in cui Agnelli tutto vestito di bianco si fece sollevare e trasportare, in posizione eretta, dal pubblico che urlava “idolo! idolo!”. In che cosa è diversa l’attitudine di Paradiso? Lui forse lo fa più per la figa rispetto ad Agnelli (anche se non so quanto abbia scopato quest’ultimo ai tempi d’oro) ma l’attitudine da star rimane. Paradiso, per lo meno, ci risparmia tutta la menata sulla musica giusta da ascoltare e da fare. Fa la sua roba, magari tra un anno scompare e bona lì. L’atteggiamento da evangelista di Agnelli conferma che si ritiene superiore. Non mi pare sia questa un’attitudine da indipendente.
Quella indipendente è “una visione della musica che non dipende dai numeri ma dalla necessità espressiva, una cosa che fa parte della vita, non del lavoro” (cit., vediamo anche dopo)L’intento di Agnelli di sdoganare al grande pubblico senza cambiare e di imporre dall’alto un modo di fare e concepire la musica che invece viene dal basso è fallito. Ha avuto un minimo di respiro in passato? Non mi sembra, visto che i gruppi che partecipavano al Tora Tora o sono scomparsi o sono diventati mainstream. Tra i gruppi indipendenti (quelli veri) italiani, in questo momento, c’è di sicuro qualcuno che vuole ampliare il proprio pubblico e c’è anche l’avanguardia indie alla conquista del mainstream, non Calcutta, non i soliti nomi che si fanno ma posizioni intermedie, come (non so) i FASK. Ma per tanti altri non è quello lo scopo principale, non si costruisce un progetto per avere successo e non esiste l’intenzione di insegnare al pubblico qual è la via giusta per fare le cose. Solo fare la propria musica, ecco il motivo di tutto. A qualcuno interessa farsi conoscere di più, ad altri neanche tanto. Questo tipo di concezione è viva da 30 anni, è quella che si conserva e che ha un ruolo sociale, non le vie di mezzo proposte da M.A. Che si è preso il comando di una battaglia che nessuno gli ha chiesto di combattere, senza neanche conoscere le realtà indipendenti, o ritendendole così poco importanti da non nominarle mai.

Su questa cosa Agnelli non ha le idee chiare e dice che si è perso il messaggio sociale, però dice anche che esiste una scena e un fenomeno di aggregazione. Ma quindi il messaggio sociale c’è o no? La musica di adesso è merda. Ma è giusto perché è specchio della società. Quindi la società è merda. Però i giovanissimi cercano qualcosa di potente che li rappresenti, e che non c’è. Quindi loro, che sono gli stessi che ascoltano la merda che li rende parte della scena e che li aggrega, non sono merda, anche se fanno parte della società. Il discorso mi pare confuso. E penso che lo sia appositamente, perché Agnelli su questi argomenti non ha, né nel passato né nel presente, qualcosa di veramente valido da difendere e da portare a esempio.

LA TV e internet

Tornando a X Factor, perché ha accettato di rifarlo?
Perché mi sono tranquillizzato molto rispetto al mezzo televisivo che faceva così paura alla mia generazione. Quello che ho scoperto è che non è tanto pericoloso il mezzo in sé ma il sistema di comunicazione che gli sta intorno: un non-giornalismo che metodicamente e scientemente stravolge qualsiasi evento o dichiarazione nel tentativo di creare il cosiddetto ‘scoop’, che poi genera l’inevitabile polemica. Mai come oggi, con l’avvento di Internet e in particolare dei social network, questo aspetto è diffuso“.

Sei a X Factor, se non sopporti le polemiche non c’andavi. La realtà è che te ne nutri.

A 50 anni, non ha ancora imparato a prendere la TV per quello che è. Vuole migliorarla. Una volta pensava che la TV fosse merda, adesso c’è dentro del tutto per combattere il sistema da dentro. Ma dietro alle belle parole nasconde vorrebbe nascondere una partecipazione piena al meccanismo secondo cui per fare strada nella musica si debba per forza passare dalla TV, a costo di farsi sfruttare e fare cose che non piacciono. X Factor illude e sfrutta i ragazzi, Manuel Agnelli fa anche peggio: mette in mezzo i discorsi sulla musica pura, sull’attitudine, la cultura, l’arte e tutto il resto, ma sono solo specchietti per le allodole. L’anno scorso, alla fine della stagione ha preso la sua concorrente preferita e le ha fatto fare tanti concerti. È la stessa cosa, perché le ha fatto fare quello che vuole lui, e non è tanto diverso da quello che succede in trasmissione, è quello che succede nel grande mercato della musica ma non è quello che succede per i gruppi indipendenti, la cui “attitudine” M.A. prende a esempio solo in linea teorica ufficiale, non ufficiosa.

Riporto ancora: “Mai come oggi, con l’avvento di Internet e in particolare dei social network, questo aspetto è diffuso”.

A X Factor sta cercando di comunicare la “mentalità giusta” per fare musica. Lo fa in modo innocuo, perché non è così dirompente come aveva promesso e la volontà di fare ascoltare la musica giusta al pubblico della televisione era già andato in vacca con Morgan, con lui ancora di più. Il suo messaggio, dice, non passa per colpa di internet e dei social network dove si raccontano “balle”. Non molto tempo fa ho letto un’altra intervista, a Cristiano Godano dei Marlene Kuntz, che giudicava negativamente lo streaming e parlava in termini solo negativi di internet. Per entrambi, internet diventa la croce su cui sparare per difendere il proprio orto, dove la TV c’è da sempre ma internet no. Una volta la strega era la TV, ora è internet. Non è che cambi molto, c’è sempre un mezzo di comunicazione con cui prendersela perché impedisce che le cose vadano per il verso giusto. Solo che una volta contestavano il modo di fare televisione di un mondo vecchio e proponevano qualcosa di nuovo, adesso contestano il nuovo e propongono il vecchio.

Faccio per un secondo un salto su un altro sito, velvetmusic.it, dove ho trovato questa dichiarazione di Agnelli: “Dicono che la musica non ha più bisogno del talent per farsi conoscere? Mi ricorda quando si diceva che la musica non aveva più bisogno dei giornali, poi dei supporti stessi, del disco, del cd. Sono dichiarazioni sciocche. A me mancano le riviste, i programmi radio, mi mancano le cassette, i vinili, i cd, mi manca tutto. Il progresso tecnologico è fantastico, ma è ingannevole. Detto ciò, è vero che il talent ha bisogno di rinnovarsi (…).

Non è in grado di leggere l’utilità dello streaming, dei social network e di internet in generale, non si rende conto di quanti fan nuovi gli ha portato lo streaming. È come quando Agnelli contestava ai gruppi indipendenti di aver trovato un pubblico grazie al passaparola tra amici senza rendersi conto che quel passaparola all’inizio aveva aiutato anche gli Afterhours.

Non c’è nessun rapporto tra il fatto che la musica non abbia bisogno dei “talent” per farsi conoscere e il fatto che non abbia bisogno dei giornali o dei supporti fisici. La musica non ha bisogno dei talent show perché ha altre vie per farsi conoscere (internet) ma, guardano al principio per cui lo si dice, soprattutto perché il loro meccanismo è massacrante per i concorrenti, è una presa in giro, ci sono contratti che li strozzano e l’esposizione mediatica è difficile da gestire. Creano fenomeni, li usano per un po’ di tempo e quando scade il contratto li mollano. Non garantiscono una crescita nel tempo. È più giusta, anche perché è più faticosa e ti dà la possibilità di crescere sia come pubblico sia dal punto di vista professionale, la gavetta vera. Sono principi opposti proprio. Per quanto riguarda gli mp3 o lo streaming che hanno sostituito in parte cd, cassette e vinile, si tratta di evoluzione e di cambiamento. Si dice che la musica non ha più bisogno dei supporti tradizionali perché lo streaming aumenta le possibilità di ascolto e diffusione, possibilità che non c’erano quando esistevano solo i supporti tradizionali: questo è il motivo, nessuno viene sfruttato o preso in giro e nessuno s’illude ingenuamente. Tempo fa, la rivista, la TV e la radio erano gli unici modi per conoscere la musica. Adesso, su internet, ce ne sono tanti altri. In questo senso si dice che la musica non ha più bisogno di supporti e riviste.

Comunque, i cd e i vinile li stampano e li vendono ancora, può comprarli, se vuole, anche a me piace farlo. In giro c’è addirittura qualche casetta. E le riviste in edicola. E anche i programmi radio interessanti.

Preferisco chiamarle con un termine meno elegante: le balle. Che rendono davvero difficile comunicare qualsiasi cosa. Io a X Factor ho la massima libertà ma il metodico stravolgimento di ciò che dico rende praticamente impossibile far passare un discorso sensato. Quando ci sono i live tutto sommato va meglio, perché almeno sussistono le immagini a fare testo, ma il processo di comunicazione prima e dopo, su cui io speravo di lavorare per portare avanti dei temi a cui tengo come gli spazi per la musica, le leggi per la tutela degli artisti e così via, vengono svuotati di ogni significato. Tanto che ho dovuto cambiare modalità di approccio: devo pensare in anticipo a come un concetto che esporrò potrà venire stravolto e quindi usare un approccio più ‘strategico’ e meno sincero, che è pericolosissimo e che non vorrei adottare. Adesso non basta dire ciò che pensi: devi capire come potrebbero manipolarlo, così finisci per non dire più niente“.

Fallisce nel suo tentativo e dà la responsabilità ai mezzi di comunicazione e a chi li ascolta. Agnelli non capisce che X Factor non è il posto giusto per parlare di tutela degli artisti, diritti o spazi per la musica, e non capisce che quello che sta facendo non è necessario perché a X Factor non bisogna più andarci per cambiare il mondo, le cose fatte bene le fai altrove. È come Raimo che è andato da Belpietro nei giorni scorsi: non ha senso partecipare a quelle trasmissioni in cui non vedono l’ora di sbranarti. Così come non ha senso partecipare a X Factor, dove sei già sbranato, cioè già soggetto a regole precise.

Non è necessario insegnare agli altri quale musica ascoltare, c’è chi ascolta quella mainstream, chi quella indipendente e chi entrambe, senza problemi. Come può una persona stabilire qual è la musica da ascoltare, la musica da far passare come “alta”, quando i suoi riferimenti sono vecchi di anni. I Velvet Underground, secondo Agnelli, sono il più grande gruppo della storia. Io sono un grande fan dei Velvet. Ma l’approfondimento che Agnelli garantisce al pubblico non è il massimo, perchè consiste nel fargli conoscere i Velvet Underground, che sono già molto conosciuti. L’unica cosa che può fare M.A. è farli conoscere ancora di più, e tra 5 anni li trasmettono anche al supermercato e alla fine non ne potremo più. Alcuni dicono sei in televisone, cosa vuoi proporre? Ok, però non puoi trasmettere il messaggio che quello che “insegni” sia il meglio che c’è o non puoi pensare che quello sia il posto adatto per parlare di quei temi, in mezzo a quella caciara di squali.

Ma andiamo avanti

Come sarà a X Factor?
Per me non è importante tanto vincere quanto continuare a portare avanti un discorso identitario sulla qualità della musica, un certo modo di viverla. La gente oggi è completamente destrutturata: ti contestano dicendo ‘quanti biglietti hai venduto?’, ‘quanti stadi hai fatto?’. Bene, io credo sia importante ribadire che c’è una visione della musica che non dipende dai numeri ma dalla necessità espressiva, una cosa che fa parte della vita, non del lavoro. Andrò controcorrente ma il discorso per me va riportato ai massimi sistemi: la musica, l’arte, l’espressione. È tutto troppo votato all’efficacia, ai risultati, e purtroppo per questo sta uscendo… un mare di merda! Ci troviamo in una cloaca gigantesca e finché la gente non capirà che non sono i numeri a determinare l’importanza o meno di un’opera non ne usciremo“.

Continuo a non capire perché se non t’interessano i numeri vai a X Factor. Nel momento in cui vai in televisione, parli a un pubblico molto vasto, all’interno del quale ci saranno per forza persone che la pensano in modo diverso da te. Alcune le convincerai, altre no. Non è possibile pensare che un pensiero unico convinca tutti. Si, ok, vai in TV per cambiarla…

La merda è sempre uscita, i numeri hanno sempre attirato la gente, sono sempre stati lo scopo del business della musica, hanno sempre determinato l’importanza mediatica, più o meno momentanea, di una canzone. In più, Agnelli parla partendo da un presupposto: che ciò che vende molto è per forza merda. Il talento non è solo nella musica indipendente, ma anche nel pop che vende un casino. È quasi ora di capirlo. Ed è quello a cui aspirano i giudici di X Factor: trovare un talento che venda. Non capirlo vuol dire sfruttare uno standard (con tutto ciò che ne consegue, vantaggi economici e mediatici) ma parlarne male per cercare di salvare la faccia. Cioè, predicare bene e razzolare male. Tutto il castello dei buoni principi di Manuel casca quando sostiene che non gli interessa la quantità ma la qualità e poi partecipa, per due anni di seguito, al meccanismo di un talent show che a quello punta: trovare qualcuno che venda più dischi possibili, al di là del fatto che uno possa essere davvero più o meno bravo. Il funzionamento del programma, fondato sul voto del pubblico da casa, lo dimostra. Durante la trasmissione si crea questa dinamica, tanto essenziale perché è quella da cui attinge inerzia, quanto stupida: vota il pubblico ma i giudici cercano di influenzare i telespettatori con i loro giudizi. Significa che un esperto tenta di cambiare il giudizio degli inesperti. Quante volte è successo? (Io l’ho visto X Factor). In una percentuale molto piccola. E questo significa che il format funziona bene, perché è fatto per far vincere il pubblico, in modo che le case discografiche possano avere la strada spianata una volta che pubblicano il disco. Ma, in fondo, è tutto qui: fai un po’ finta che “gli esperti” abbiano importanza e poi, alla fine, non ne hanno.

Tutto si basa su una figura centrale, di cui Manuel Agnelli è un’incarnazione di rilievo perché viene presentato come quello che ne sa: il produttore, che qui diventa una specie di coach totale, è la lunga mano delle case discografiche e indica come suonare, cosa, dove e con chi. È una figura molto invadente, messa nella posizione di elargire consigli. Se c’è qualcuno con un briciolo di talento tra i concorrenti, deve sottostare alla parola del coach, che ha a parole lo scopo di far venir fuori il suo talento, nei fatti di indirizzarlo verso il mercato. Gli ambienti più vivi della musica italiana dimostrano che è possibile muoversi anche senza produttore e senza etichetta (l’aveva già detto Luca Benni di To Lose La Track): oggi, un gruppo potrebbe muoversi da solo per fare il disco, usando il crowdfunding, poi con lo streaming e cercandosi i concerti. È più difficile raggiungere un pubblico, ma a prescindere da questo il disco può essere buono (oppure no). Le parole di Agnelli sul “Ci troviamo in una cloaca gigantesca e finché la gente non capirà che non sono i numeri a determinare l’importanza o meno di un’opera non ne usciremo” sono in contraddizione con quello che sta facendo: X Factor. Agnelli ha questa idea, che tenta di mascherare dietro le parole, che per fare le cose fatte bene si debba raggiungere più pubblico possibile, suonare con Eddie Vedder, Carmen Consoli e via dicendo. Guarda comunque sempre al risultato, in termini di quantità. La musica indipendente in Italia in questo momento si muove diversamente, ha motivi diversi, che Agnelli indovina quando dice “Bene, io credo sia importante ribadire che c’è una visione della musica che non dipende dai numeri ma dalla necessità espressiva, una cosa che fa parte della vita, non del lavoro“. La indovina ma sbaglia tutto il resto, la vorrebbe attribuire a X Factor ma non ce la fa, e non è possibile farlo. Dopo tutto, il suo scopo è sfondare alla grande. Che è legittimo, assolutamente, ma non è legittimo nascondersi dietro a discorsi idealisti, confondere le carte in tavola e ingannare le persone.

Lo scopo di tutto

Alla domanda “Che tipo di pubblico avete oggi?” Agnelli risponde così: “È molto vario: ci sono sicuramente persone arrivate per via del talent, ma che non sono necessariamente dei ragazzini; gente incuriosita dal personaggio, da quello che ho detto. Devo ammettere che mi fa piacere vedere persone fuori contesto, perché non vengono dalla stessa radice musicale né etica ma, semplicemente, apprezzano quello che fai. Non è una percentuale altissima: sarà più o meno il 20%. A questo corrisponde un ritorno dei fan storici che è come se volessero ribadire che noi siamo di loro proprietà, ma in una maniera bella però: è una manifestazione identitaria, come se dicessero ‘noi siamo quella roba lì’. Paradossalmente anche questo penso si debba alla televisione che, rimettendoci al centro dell’attenzione mediatica, ha contribuito a riaccendere una passione che per molti, col tempo, con le mille cose che hai da fare ogni giorno, si era sopita”. 

Fingendo di stare sui giornali e in TV per parlare d’altro, punta al successo interplanetario de GLI AFTER. La partecipazione a X Factor l’anno scorso (sarà giudice anche quest’anno ndr) è coincisa con l’uscita del disco nuovo Folfiri Folfox e l’inizio di un lungo tour prima italiano, poi europeo, infine di celebrazione dei trent’anni degli Afterhours, in questi giorni, proprio quando si inizia a parlare della nuova stagione del programma. Lo scopo dei suoi blitz non è parlare di quei temi, ma solo una grande promozione. Va bene, ma senza usare argomentazioni nobilitanti per creare un personaggio duro e puro. Che duro e puro non è e che ha un altro scopo, non quello di parlare di cose. È per questo che dicevo che Agnelli sta facendo del Content marketing con contenuti scadenti ma bello spinto che lo sta portando, a quanto pare, ad avere risultati buoni (lo dice lui). Non sono un esperto ma mi pare di aver capito cercando su internet che una buona definizione di “content marketing” possa essere questa: “Il Content marketing è un approccio con il quale invece di distrarre il pubblico con pubblicità che non è rilevante, andremo a creare contenuto di valore, rilevante e interessante con continuità e a costruire con il tempo un pubblico per indurre azioni che creino profitto (per l’azienda)” (netnoc.it). È interessante anche vedere come l’opinione di Manuel Agnelli nei confronti di internet sia molto negativa, anche se in realtà sta usando un modo di comunicare che su internet ha trovato uno dei suoi luoghi più consoni e adatti.

Conclusione

La sua battaglia continua, insistente, ma la sua posizione è un colabrodo. So che sono argomenti di cui si è già scritto e parlato tantissimo, ma adesso che anche i milioni di lettori di Neuroni l’hanno letto sul loro blog di fiducia le cose cambieranno. No, le cose non cambieranno, ma non è ovviamente il mio scopo. Volevo solo dire che è tutto sbagliato. Non mi stupisce la partecipazione di Agnelli a X Factor, neanche che abbia deciso di farlo per il secondo anno: è la prosecuzione di quello che ha fatto Morgan per anni. Quello che mi stupisce è il salto che Agnelli ha fatto fare al ruolo che lui e Morgan hanno avuto e hanno nella giuria. Morgan ha tentato di ridiventare popolare e di far conoscere la musica giusta al pubblico della TV e, se c’era un progetto dietro, era nebuloso, non l’ha saputo gestire e ha mandato tutto a puttane. Agnelli è più metodico, nelle dichiarazioni e nell’organizzazione dell’attività parallela del suo gruppo. È più deciso nell’assunzione del ruolo del messia, allarga il suo raggio d’azione da ambasciatore della musica giusta ad ambasciatore della musica indipendente in televisione. Ma, oltre a interessi personali, ha idee vecchie, sopporta a mala pena internet e lo streaming e non conosce la musica indipendente in Italia. Non quella wanna-be indipendente, che passa per tale ma si muove e comporta diversamente, quella davvero indipendente. Non è quella di cui parla Agnelli, è un’altra roba, è fatta di persone che si sbattono a fare concerti e dischi perché non ne possono fare a meno e perché farlo li fa stare bene, non per diventare strafamosi o fare soldi. Si tratta della concezione opposta rispetto a quella di X Factor. Che, d’altra parte, non è l’unico modo per farsi conoscere, perché anche tra chi è davvero indipendente c’è chi si vuol fare conoscere un po’ di più, ma ci prova facendosi il culo. C’è X Factor e c’è la musica indipendente, sono due corse diverse, separate, per me una è sbagliata e l’altra è giusta, uno la può pensare diversamente, anche se la prima non dovrebbe esistere perché è sfruttamento. Una cosa ancora peggiore è diventare un’arma di questo sfruttamento, confondere le acque, far credere a chi partecipa che dietro a X Factor ci siano dei principi sani, di cui in realtà lì dentro non frega un cazzo a nessuno. Che è quello che fa Manuel Agnelli.

Qui trovate l’intervista su Repubblica.

Il liscio sul palco dell’indie, Stregoni e il resto: Tafuzzy days 2017

L’estate è la stagione in cui i miei mi portavano al mare. Il nostro posto era Tagliata, vicino a Pinarella di Cervia, dove pochi anni dopo si sarebbe trasferito il Rock Planet a spezzare le notti silenziose della provincia della provincia della riviera. A Tagliata c’era la pineta e sulla pineta ho sentito raccontare le prime storie terrificanti, prima ancora dello Zio Tibia su Italia 1. Esisteva già la fobia dello straniero e ogni estate iniziavano a circolare le voci tanto incontrollate quanto infondate dei “neri” che si aggiravano sotto gli alberi nelle zone più nascoste, violentavano le ragazze e picchiavano i bambini. Storie assurde, di una violenza inaudita per le orecchie di un ragazzino al quale venivano raccontate non perché fossero vere ma solo per evitare che andasse in pineta da solo, anche di giorno. La violenza degli adulti nei confronti dei figli, per difenderli, a volte è cieca.
Tagliata è il posto in cui ho visto per la prima volta i venditori ambulanti, i vu cumprà come venivano chiamati a quel tempo, senza nessun tipo di remora o timore di essere offensivi. Una coscienza, ancora, non l’avevamo sviluppata. La superiorità con cui alcuni dei grandi si ponevano nei loro confronti era sfacciata e venature grosse così di disprezzo, compassione infame e violenza si disegnavano di fronte ai miei occhi, tracciate dagli sguardi e dal tono di voce di alcuni adulti, tutte le volte che un ragazzo veniva a proporci un tappeto o una borsa. I miei genitori erano bravi, devo ammetterlo. I peggiori erano i nostri vicini di ombrellone, una gelida famigliola del nord, col figlio maggiorenne e lampadato.
Ma Tagliata è anche il posto in cui ho giocato in riva al mare fino a distruggermi di stanchezza, quello in cui ho seguito le prime Notti Horror, quello in cui ho letto Avventura con gli orsi e Ventimila leghe sotto i mari. Quello in cui mi sono puppato Italia Argentina ai Mondiali del ’90. In quelle quattro vie si concentrano i caldi più micidiali che io abbia mai sofferto, quelli da fare venire le visioni dopo le pedalate folli sulla bicicletta, che mi portava fuori dalla spiaggia, senza meta e, con il passare degli anni, quando già non credevo più alle leggende dei neri stupratori, anche senza controllo dei grandi. Uno spasso. Sulle più grandi braciole grattate con le gambe sull’asfalto c’è la firma di Tagliata.
È un luogo terrificante ma allo stesso tempo grandioso e, per me, è l’estate. Tutto quello che si può fare in questa stagione, l’ho fatto là. Alla fine di agosto, quando tornavamo in città, era tutto più triste. Per qualche ora, poi riprendevo a cazzeggiare alla grande.

Quando all’inizio di agosto mi arriva su Facebook la notifica del Tafuzzy Days per l’ultimo week end del mese, il Tafuzzy Days lo odio. È la fine dell’estate. Nei primi giorni di agosto è una cosa lontana a cui penserò, poi, non so come, dopo un’ora è il 20 agosto e il Tafuzzy Days è dietro l’angolo, stasera e domani. Stesso posto: il rock tra le colline della house delle discoteche, durante il week end. Vado in sbattimento, ma con distacco, e guardo chi c’è. C’è Stregoni.

“Abbiamo deciso di conoscere chi arriva nel nostro Paese andando oltre gli stereotipi e i ritratti macchiettistici. Incontriamo i ragazzi nei centri di accoglienza e chiediamo loro di portarci una canzone contenuta nei loro cellulari, strumenti di salvezza, troppo spesso strumentalizzati dagli ultras dell’ignoranza di casa nostra. Poi ne estrapoliamo un frammento, lo mandiamo in loop e lo usiamo come base cui si aggiungono via via nuovi ingredienti. Il risultato è una canzone creata ex novo grazie ai contributi di tutti i partecipanti”
(Johnny Mox a proposito di Stregoni a globalist.it, qui)

Stregoni è un progetto di Johnny Mox e Above the Tree di cui ho parlato anche qui ma è passato del tempo e intanto quel progetto ha dimostrato altre cose. Una delle più interessanti/inquietanti è che al contrario di altri progetti musicali, Stregoni rimane sempre attuale, anzi lo diventa sempre di più. Stasera al Tafuzzy Days lo sarà tantissimo, dopo lo sgombero di Roma di ieri. Di fronte a quei fatti, Stregoni prende forza. Di fatto, offre un modello di coinvolgimento e integrazione vera degli immigrati. La musica è il linguaggio comune e il suo utilizzo in Stregoni c’insegna che, nella realtà, dobbiamo insegnare la lingua a chi arriva, perché senza non si può vivere. Suonare insieme significa che queste persone possono essere integrate, inserite, non isolate. Non è facile, e infatti a volte il concerto s’inceppa. Ci vuole impegno, l’impegno che c’hanno messo Johnny Mox e Above the Tree a girare l’Italia nei centri di accoglienza per coinvolgere gli immigrati e mettere in piedi le serate di Stregoni. Che ha un valore sociale, non solo musicale. E che sarà anche un documentario, così ce l’abbiamo lì e possiamo guardarlo ogni volta che vogliamo, caso mai ci venisse il dubbio se un’integrazione sia possibile o no. Quel film sarà un monito per non dimenticare come dobbiamo comportarci, noi che abbiamo la possibilità di scegliere cosa fare, di fronte a persone che invece questa possibilità non ce l’hanno.
Dall’altra parte, è difficile guardare Stregoni con serenità, perché se esiste Stregoni significa che esiste il problema, e il problema della gestione dell’accoglienza non è né da poco né di facile risoluzione. Quindi, Stregoni dimostra quanta voglia abbiano gli immigrati di essere coinvolti veramente, dimostra che è possibile comunicare con loro, è una festa, si vede anche solo dai filmati su You Tube. Ma la festa si fa perché c’è un problema e il sentimento di fronte allo spettacolo è contrastante: ti diverti ma senti anche l’evidenza di una situazione molto critica. Però, è uno spettacolo utile. E se solo i politici italiani fossero più attenti, si accorgerebbero che Stregoni è modello a cui ispirarsi per creare intergrazione.

Ma Johnny Mox e Above the Tree sono volti noti della musica indipendente italiana, e io voglio scrivere dei giovanissimi, quelli che rovesceranno i palchi nei prossimi mesi con la forza dei nervi. Al TDays suonano i

che sono romagnoli e sono super giovani con un sacco di input, input che vanno a finire tutti insieme dentro alle canzoni. On line non c’è troppo. La prima cosa che ho sentito è stata Sonic Ratio e mi sono sembrati un misto della parte migliore dei Verdena per le ritmiche, con il noise di Zen Arcade degli Husker Du, le distorsioni dei Jesus Lizard e qualsiasi cosa Amphetamine Reptile. Cioè, praticamente, una cosa eccezionale. Ascoltando altro (Clutter) viene fuori una specie di post punk con una vena funk punk, privo di un ritmo di chitarra in primo piano e sparato a ripetizione, dominato da una specie di urlo molto grosso e quasi grunge e da una batteria che più che altro viene usata come un tamburo, tirato come gli zigomi di Nina Moric. Complice anche la non buona qualità delle registrazioni, l’impressione generale è di confusione dei generi, ma in senso positivo, cioè di confusione delle cose che vengono mescolate tra loro con spontaneità e velocità per cercare di trovare una direzione in un momento in cui si pensa che è lo stesso anche se una direzione non c’è. Le cose vengono fuori bene lo stesso.

Halfalib (di cui ho parlato qui) è Any Other rovesciata. Stessi componenti, unica differenza: il bassista che comanda al posto della cantante. Si possono fare cose nuove con le stesse persone, si cambiano gli equilibri e se ne trovano altri. Anche questa è integrazione ideale. In realtà, giusto per contraddirmi subito, nelle ultime date e stasera c’è il batterista degli Asino. Che (forse, non so) sarà il corpo del reato, quello che butterà all’aria la mia idea secondo cui anche senza cambiare l’orchestra puoi cambiare sia l’ordine dei componenti sia la musica e tutto va bene.

I Mareina non mi stanno tanto simpatici, ma è facile anche che mi sbagli, perché non li ho mai visti dal vivo e ho sentito solo una canzone, Cardine, che mi sembra usare con grande maestria quella disperazione e tristezza che servono giusto per fare colpo sulle ragazze. Inoltre, c’è dietro SaturninoCelani. I Regata li ho visti al Sammaurock e fanno quella easy wave con il synth che di solito non mi dice niente e anche questa volta è stata una conferma. Però sono sicuro che ci sono un sacco di persone che, se ancora non l’hanno fatto, sono pronte a impazzire per i Regata. I Ricordi? erano usciti con una canzone e un ep tra 2014 e 2015, in realtà spaccavano, a parte la voce, che aveva un po’ quel modo di essere del cattivo di Blood Drive o dei cattivi di Suicide Squad, cioè: guarda come sono cattivo ahahah! Il cantante dei Ricordi? non è cattivo, almeno che io sappia, ma canta come se dicesse “ehi, senti come sono punk”. Melodie meravigliose però. A inizio anno si sono fermati per un po’ e dopo qualche mese di silenzio è comparsa una foto su Facebook con loro in studio. Sul fatto che Facebook sia la mia unica fonte di informazione si potrebbe discutere a lungo e dire che i social non hanno rovinato solo i giovani ma anche quelli di mezza età, però io non ho effettivamente altre fonti e dalla foto si vede che: a sinistra è riconoscibilissimo Urali, poi c’è il cantante, la foto l’ha fatta il batterista che quindi non si vede e a destra c’è una ragazza che non faceva parte della formazione precedente. La domanda è: il batterista sarà invece lo stesso? Hanno pronto un nuovo ep, dicono su fb. Sarà bello? Tutte le risposte al Tafuzzy.

Alla faccia di chi dice che internet fa solo vittime, ci sono testimonianze di persone che continuano a giovare degli stimoli raccolti sul web anni fa. Tipo me. L’immaginario si arricchisce ogni volta e talvolta riesce a sfondare il muro di fronte al quale si era fermato la volta prima. Per esempio, c’è su Bastonate una recensione del primo ep dei San Leo che racconta della prima gita a San Leo dell’autore, da bimbo. La rocca come luogo minaccioso, custode di violenze e decorsi disumani di epidemie. I dettagli della costruzione come i canini di un lupo, le cose che ti rimangono più impresse quando con tutta la sua ferocia ti si scaglia addosso affamato, in sogno o più realisticamente in un film che hai visto da piccolo e che ti accompagna per tutta la vita. Le feritoie come occhi verso l’interno del castello, la prigione come ultimo posto prima della bara. Ecco, quella recensione dice queste cose, mi si è piantata nel cervello e ogni volta che vedo il nome San Leo mi parte il viaggio dentro al castello. Quando posso metto su il bandcamp e sono di nuovo nel castello, a sentire le urla e a vedere il sangue.
Questo l’immaginario. Nella realtà, l’ho visitata una volta sola la rocca, non da bambino. Poco tempo prima, nel 2014, una frana della rupe su cui si trova ha causato il crollo delle mura, mostrando il lato più debole della fortezza, impotente di fronte alla natura che decide di cedere sotto al peso invadente e sotto alle malefatte dell’uomo. La ferita era stata curata da poco, quando ci sono andato. Le violenze e le follie interne sembravano sopite. Sicuramante solo per un momento. Ho visto che i San Leo suonano al Tafuzzy e ho attaccato il bandcamp. E l’impressione è quella: chitarra e batteria che alternano la pace all’inferno, la tranquillità all’esplosione, sia nel primo sia nel secondo ep. E dentro queste montagne russe d’intensità, c’è l’animale nei suoi momenti di forza e nei suoi attimi di debolezza, quando tutto si ferma per un po’. Ma sai che alla ripresa tutto sarà ancora più cruento. Questo riescono a ricreare i San Leo. Lo rifaranno dentro a un altro castello, meno cupo, e porteranno tra le colline delle discoteche l’ingestibile lunaticità della bestia montanara. Chiuderanno il festival con i Sonic-3, dopo Extraliscio.

Lo stesso batterista che gestisce, il più delle volte genera e silenzia, le tormente nei San Leo, suona anche negli Hofame. Ma qui è molto più tranquillo, si rilassa, nel senso che va dritto, è più regolare, non c’è la tempesta e la quiete, ma solo il nuvolo. Fa un genere completamente diverso ed è più pop. La chitarra sotto si lamenta come un piccolo smigol e crea rivoli di paranoie niente male. Testi sulla vita. Boh, vedremo là.

Colombre, mi dispiace, ma non ce la faccio. Nelle canzoni trovo poco sentimento, solo quello tanto per cantare, e molta spocchia. L’unica cosa di cui ci ha stimolato a parlare durante un suo concerto recente è stata la domanda “ma sta ancora con Maria Antonietta?” e ce ne siamo andati in disattenzione per trovare la risposta. Forse si, ci sta ancora, visto che Kalporz a marzo diceva sie anche DLSO, e visto che lei ha firmato l’artwork del disco e la regia del primo video. O forse no, visto che i testi parlano di abbandona e di fine. Indecifrabile Colombre.
L’album è di quelli gentili e piangenti e il suo “fottetevi voi e tutto il mondo” (Sveglia) aggressivo si confonde perfettamente con l’idea forte di accettazione passiva del fallimento e di reazione tarda allo stimolo, a posteriori, generando suoni midi di musicisti midi-impostati perfetti. Non lo capisco, perché per esempio in T.S.O. a un amico che si è fatto il trattamento sanitario obbligatorio dice “sei cambiato, non sei più quello di una volta”, gliela fa pesare un sacco e poi gli dice “fregatene, come una volta”.

“C’è una cosa molto positiva in quella canzone (Deserto ndr). Alla fine ci si rivolge a questa persona dicendogli di tenere stretta la propria diversità, di non avere paura. Mi premeva dire che il fallimento c’è, c’è stato e ci sarà sempre perché alla fine sono cose umane. Il fallimento è anche il fallimento di un rapporto che tu hai con una persona che magari per te era molto importante, però a un certo punto capisci che il rapporto è finito oppure magari prende altre pieghe, e anche quello è un piccolo fallimento personale. Un grande fallimento personale, se vuoi, ma un piccolo fallimento nei confronti del macrosistema. Però si, la riflessione di quel testo è non arrendersi alle cose che possono girare un po’ male. E quindi, se sbagli dovrai ancora sbagliare tanto” (thesubmarine.it). Tutto giusto. Ma lo sapevamo già.

Mancano all’appello su internet i Tracis, che vengono dal cuore storico della riviera, Cattolica, fanno dell’electroblob, come dice – ancora unica fonte – il Facebook del festival. Non hanno nulla in streaming. Misteriosi, oscuri creatori di suoni da ballare.

Extraliscio è stato inserito come gruppo di chiusura del sabato sera. Badate bene: in un festival di musica indie. È la prima volta ed è un tassello importante di un percorso di cui già qualche anno fa (2014) hanno scritto Blow Up e Bastonate. I due dischi Canzoni da ballo (2016, Garrincha) e Imballabilissimi Ballabilissimi (2017, sempre Garrincha) hanno aperto a nuovi generi e nuovi suoni e non dico che sia stata la prima volta, perché il liscio lo fa dagli anni ’20 col jazz, ma se a questa attitudine particolarmente spiccata di Moreno il biondo Conficconi, Mauro Ferrara e Mirco Mariani aggiungete la data in un festival come il Tafuzzy Days, avete il momento d’incontro definitivo tra i due mondi. Nessuno dei due (liscio e indie) si era mai mostrato così aperto. Extraliscio al massimo aveva suonato di spalla a Goran Bregovich. A Colombre non era mai successo di finire di cantare i suoi falsetti e un secondo dopo sentire lì accanto una potente mazurca, e neanche ai San Leo era mai successo di riempire l’atmosfera di negatività dopo tre quarti d’ora di valzer. Ora succede, hanno deciso di incontrarsi sul palco del Tafuzzy, grazie a chi il festival lo organizza. Impareranno l’uno dall’altro o forse no e non s’incontreranno mai più. Comunque, non sarà più la stessa cosa, perché ci sarà il precedente e nella storia verrà segnata questa data, 26 agosto, come il giorno della condivisione e dell’incontro. Da domani, sapremo per certo che è possibile, perché sarà successo. Tutto sotto il cielo di Riccione, dove non si schiaffeggiano solo le onde o si mangiano solo mezzi panini, anche interi (all’Hops li fanno buonissimi). Vai di mix delle strofe e, The Giornalisti, puppate la fava.