Athens Pop Fest 2018: il report

athens pop fest 2018

Hai controllato che la tua patente non sia scaduta? Prima di partire, io e la mia ragazza abbiamo fatto una cena con i parenti e siamo finiti a parlare di multe e polizia. Ognuno ha raccontato il suo aneddoto tra un bicchiere di bianco e l’altro e la serata è scivolata via che è stato un piacere. Ridevo sotto i baffi di quelli che si scordano di rinnovare la patente. Il giorno dopo controllo la mia e scopro che non è scaduta, ma scadutissima. Smetto di ridere. Quante possibilità c’erano che mi fermassero in autostrada verso l’aeroporto di Bologna? Pochissime, ma la sfiga è sempre in agguato.
Ho avuto culo, perché ho trovato un dottore che visitasse il 6 agosto. Avete mai fatto la visita oculistica per rinnovare la patente? Ah, praticamente una TAC. Durata 1 minuto e 50 secondi (cronometrati), con il medico che non si capiva cosa dicesse e io che rispondevo a caso, l’ho superata. 100 euro all’autoscuola e patente nuova.
Alle due del pomeriggio del 6 agosto, mentre ero sotto i ferri del dottore, arriva la notizia del camion esploso. Mia mamma mi telefona per dirmi che mia zia le ha detto che ci sono 100 morti. Mia zia <3… quella che una volta ha visto una pantera sotto casa. Comunque, incredibile che ci siamo stati solo due morti e non davvero 100. Per noi, nessun problema di spostamenti, perché per l’aeroporto Marconi si esce prima. Dopo poche ore eravamo sull’aereo per Atlanta, poi Athens GA, al Pop Festival. Super.

Abbiamo fatto scalo ad Amsterdam. Dopo i controlli all’ingresso, sono stato selezionato per ulteriori accertamenti. Non prima di prendere due caffè allo Starbucks però. Quando ordini, allo Starbucks ti chiedono il nome, così ti chiamano quando la tua roba è pronta e sanno a chi darla. Un buon metodo, considerate le file.

“Giacomo” dico io al cassiere
“Sorry?”
“Giacomo”
“Saicom”
“No, Giacomo”
“Ok”. E scrive.

Tempo 10 minuti e i caffè sono pronti. Chiamano il mio nome: “Jacqueline!”.

Per gli ulteriori accertamenti, mi presento dall’incaricato, che incomincia a farmi le sue domande confondenti, che con me raggiungono il loro scopo.

“Sei sempre stato vicino al tuo bagaglio?”
“SI”
“Dov’è il tuo bagaglio adesso?”
“Ah, l’ho lasciato là alla mia ragazza”.

Il poliziotto mi ha intimato di andarlo a prendere, che doveva fare l’ispezione, per la quale mi ero già immaginato guanti in lattice e due dita su per il culo, invece per fortuna con i guanti in lattice una seconda incaricata ha solo fatto tamponi su qualsiasi oggetto contenuto nel mio zaino, anche sul pad del computer. Per fortuna che la sera prima non mi ero fatto una riga di coca lì sopra. Preso in custodia in un angolino da un terzo incaricato, sono stato palpato con tenacia e poi spedito sull’aereo con un calcio nel culo.

Anni fa, il professore di Tecnica delle Medie predisse alla mia fidanzata che sarebbe morta in un viaggio all’estremo nord. Per arrivare ad Atlanta siamo passati dalla Groenlandia: lei era terrorizzata, ma abbiamo vinto il ghiaccio anche con la suola liscia (cit.) e tutto è andato bene. Atlanta l’abbiamo vista per poco, e da sotto i piloni dell’uscita dell’aeroporto: il cielo era grigio. Abbiamo chiamato un Uber e siamo arrivati dritti al nostro motel ad Athens, GA, un Days Inn con piscina posizionato meravigliosamente rispetto al centro della città. Erano le 8 di sera, eravamo svegli da 24 ore ma siamo andati al “calcio d’inizio” del festival al The Foundry: i Wieuca, quattro giovanissimi ceffi sfasati duri che però suonano a meraviglia l’indie rock un po’ psycho. Ho comprato il cd. Purtroppo ci siamo persi Kxng Blanco, rapper old school, che comunque ha sbombato, accompagnato da una crew di ragazzi carichi, ci dicono. E chi ce lo dice? Renato, che abbiamo incontrato là (lo sapevamo, non è stato un caso) e che mi ha offerto subito una Tropicalia, una birra IPA all’aroma di limone. La mia ragazza si era già accomodata fuori (91°F = 33°C) a mangiare patatine fritte (molto buone). La serata, che doveva proseguire con “drink veloce prima di andare a dormire”, si è conclusa con qualche brindisi di troppo e The Great Beyond. Parlando, l’ho chiamata “I’m Pushin’ an elephant” e mi sono guadagnato il rimprovero severo di Renato, che è il più grande fan del mondo dei R.E.M. A mia discolpa posso dire che la fissa per quella canzone non mi è ancora passata dal ’99 e mi è venuta da chiamarla con le prime parole del ritornello perché per me ha l’importanza di un’enciclica.
Athens è la città dei R.E.M, dei B’52 e di tanta altra musica. Quella sera abbiamo anche parlato di come risenta dell’influenza di altro, più che dei R.E.M. Io dissentivo, ma alla fine avevo torto.

[Prima notte: sonno profondissimo].

Il giorno dopo siamo andati a fare una passeggiata nel Campus dell’Università, di fronte alla facoltà di Giurisprudenza. Decine di futuri avvocati di belle speranze attraversavano i 92°F del parco in giacca e cravatta, per poi sparire in biblioteca, dentro a una nube di aria condizionata a palla. Noi eravamo seduti su una panchina in calzoni corti e sandali a scanocchiarci le dita dei piedi. Poi siamo andati a mangiare un hamburger da The Grill, un diner vecchio di 50 anni autentico come le sua macchie sul soffitto, che avevano una certa eleganza.

I concerti erano tutti al chiuso. Ad ascelle inesperte potrebbe sembrare inopportuno: un festival estivo al chiuso?! Ma fuori c’erano sempre quei famosi 91-92°F e alle due del pomeriggio sarebbe stato difficile resistere senza evaporare. Come in biblioteca e in ogni posto al chiuso che si rispetti, c’è un’aria condizionata che ti surgela il sudore all’istante. Non fanno eccezione il Little Kings Shuffle Club e al Georgia Theatre, le due location dell’Athens Pop Festival. Che ufficialmente, dopo il kick off della sera prima, è iniziato quel giorno.

Per colpa dell’hamburger buonissimo di The Grill non abbiamo visto Michael Potter al Little Kings. Siamo arrivati un po’ pieni e trafelati, all’ingresso ci ha fatto entrare Marie A. Uhler, la batterista degli Eureka California, e io mi sono un po’ emozionato, sentendomi un’idiota. Abbiamo inaugurato con i Big Baby, tre ragazzi di Richmond, Virginia, basso distorto che spesso e volentieri finisce sopra la chitarra, che altrettanto spesso disegna ritmi tropicali (e il tropicale, a partire dalla birra, è una delle tendenze di questa edizione del festival: vedremo anche i Flamingo Shadows). Poi, A Certain Smile, un po’ senza chitarra per i miei gusti. Dopodiché, hanno suonato gli Air Sea Dolphin che oltre a essere l’ennesimo buon gruppo di Robert Schneider hanno sfoggiato anche il miglior batterista del festival:

Sembra un coltivatore di pesche (quindi già, esteticamente, gli voglio molto bene), è evidentemente uno spostato, peccato non averlo filmato mentre si muoveva tra il pubblico dopo il concerto, con sguardo vispo e attento, e una vena di follia. Che trasferisce sulla batteria quando suona, sempre dritto ma decisamente frenetico.
A quel punto, dopo una pausa di un paio d’ore, un caffè bollente e un bagno refrigerante in piscina, è iniziata la prima sera di festival. È stato un crescendo, poi un calando. Lambda Celsius, ragazza di Nashville col caschetto biondo che ha alzato ai massimi livelli il grado di teatralità e di new wave, trascinandomi nell’indifferenza, e che pareva dire: “Fottiti pop rock”. E invece no, era una inserita, amica di tutti e molto simpatica. Poi è arrivato DopeKnife, con Linqua Franqa. A un certo punto Dope ci ha chiesto di portargli un oggetto. Sapeva che gli sarebbe arrivato di tutto e che avrebbe avuto di che divertirsi. E infatti. Se gli metti delle cose a caso sotto al naso Dopeknife cosa fa? Un freestyle. Bellissimo. Il resto è stato una noia mortale. No scherzo, è stato una bomba. Tra l’altro, ascoltandolo prima del festival, non pensavo fosse così dolce e paciocco, DopeKnife: fumo, coltelli, il coltello della dopa, lo pensavo più gangsta, nell’atteggiamento proprio. Ma meglio così: ha una scrittura old school, il mood delle canzoni è gangsta alla Ice T, sul cd è un duro ma dal vivo ha un modo di fare simpaticissimo e giocoso, alla De La Soul.

Uno dei cuori del fermento musicale di Athens è Mike, l’organizzatore del festival e capo della HHBTM Records. Un tipo simpatico, un po’ sulle nuvole, un po’ hippie come atteggiamento, easy, ma molto in gamba. Ha tutto sotto controllo. Ed è il primo Mike che abbiamo incontrato durante la vacanza, proprio quella sera. È amico di Renato, che tra l’altro ha portato la Flying Kids a fare da sponsor al festival.

Il frullo della pesca della Georgia mi è partito quando ho visto la targa dello Stato: una pesca, non color Nettarina, ma con diverse sfumature, dall’arancione, al giallo, al bianco, e un effetto velluto vero sulla buccia. È una storia triste. Le ho cercate con tanto desiderio, anche all’Athens Farmers Market del mercoledì, a due passi dal Little Kings, ma niente. Quando finalmente ne ho trovate due, per caso, dentro a una ciotolina di vetro, tristi, abbandonate, rosse un po’ scure, del tutto simili alle romagnole (che io adoro, ma avrei voluto esplorare i nuovi mondi delle pesche georgiane), non ho neanche avuto l’istinto di mangiarle. Le ho ignorate. Erano lì da chissà quanto, senza più il sole dentro, conservate alle temperature glaciali di un interno americano super ariacondizionato, e hanno ammazzato il desiderio. Un sogno ucciso dall’aria condizionata. A continuare a cercare, a ordinarne una al ristorante dopo mangiato, avrei potuto realizzarlo. Ma non l’ho fatto. Perché magari erano state conservate in frigo. Adesso un po’ mi sono pentito, perché avrei potuto assaggiarle lo stesso, fare finta di niente, essere un po’ hippie.

E a proposito di hippie, subito dopo Dope hanno suonato i Marshmallow Coast in perfetto stile folk psico noise alla Elephant 6, un fiume che si muove a rilento, e rischia di far stagnare l’acqua, e allo stesso tempo una furia pop. Come Mount Eerie ai primi tempi dei Microphones. Come la palpebra che ti cala e va giù, giù, e pum! quando arriva in fondo ti risvegli di soprassalto.

Una sera eravamo al bar del roof top del teatro in cerca di un tavolino, ci sembrava che i Rat Fancy ne stessero abbandonando uno e ce ne siamo impossessati prima che se ne fossero effettivamente andati. “Ve ne state andando vero?” gli abbiamo chiesto. Hanno raccolto tutte le loro cose in fretta e se ne sono andati. Non è stato un episodio fluido. Comunque, i Rat Fancy hanno suonato dopo i Marshmallow. Sono in due, Diana e Gregory, di Los Angeles, ma sul palco erano con gli Eureka California. Hanno fatto un disco che si chiama Suck A Lemon che è proprio come succhiare un limone. Gregory è un chitarrista molto fantasioso e con un gran gusto.

A quel punto è arrivato il momento della cena: da Filipino. La cassiera aveva un tono così gentile da farti arrabbiare, ma i noodles erano buonissimi. È una cosa che hanno: dei sorrisi incredibili (nel senso di non credibili) quando devi pagare. Non sono tutti così, non tutti spingono troppo e rendono evidente che sono gentilissimi perché vogliono la mancia, ma molti lo fanno. Comunque, in media un cameriere prende poco più di due dollari all’ora, quindi la mancia gliela dai volentieri.
Un’altra cosa che hanno al Sud è un accento bellissimo. Un giorno ho chiesto una birra al bar, con qualche esitazione il barista mi ha detto che l’aveva finita e mi ha proposto un’altra cosa, vendendomela con una gran descrizione di cui io ho capito solo “red”. Una birra rossa ho pensato: ottimo! Aveva il sapore di ciliegia e allo stesso tempo sembrava lambrusco: mi aveva venduto una birra-lambrusco alla ciliegia e io avevo capito che mi avrebbe dato una birra ambrata. Bellissimo l’accento del sud!
Però, quel “dialogo” col barista è servito a qualcosa. Appena appoggiato il bicchiere di lambrusco per me sul bancone e afferrati i soldi dalle mie mani, è passato al cliente successivo.

“Vuoi una birra?” ha chiesto a un signore che si era appena seduto di fianco a me.
“No” ha risposto quel signore, guardandomi con un sorriso.
“No?” gli ha richiesto il barista.
“No, no, bevo sempre birra, concedimi una pausa” ha aggiunto il signore, urlando fortissimo. Ecco, quel signore è un amico di Renato, si sono conosciuti l’anno scorso per via della passione comune per gli Husker Du. Si chiama Mike, è il secondo Mike della vacanza e se il barista non mi avesse abbindolato col lambrusco all’americana non l’avrei incontrato.

Joe Jack Talcum è una specie di eroe. Ex cantante dei The Dead Milkmen e membro di altri progetti, è un ragazzo tranquillo, che si aggirava per il festival come se fosse lì per lo stesso motivo per cui c’ero io. A chi lo salutava “Hi, Joe” lui diceva “Hey”. Ha suonato da solo con la chitarra, molto piacevole e accolto calorosamente dal pubblico. Dopodiché, il calore del pubblico è leggermente scemato con gli Essex Green (troppo country e Belle & Sebastian anche per i miei gusti) per ritornare a fare a botte con l’aria condizionata con gli Elf Power, noto gruppo locale. A me non sono mai piaciuti, per due motivi: 1) preferivo i Mercury Rev (ci assomigliano, soprattutto a quelli di Deserter’s Song, ma non sono così potenti); 2) la voce del cantante, un falsetto buono buono, che non sopporto.

[Poi, tutti a letto].

Il giorno seguente (e siamo a giovedì) è stato uno dei migliori. Purtroppo ci siamo persi gli Hunger Anthem from Athens causa pranzo disorganizzato, prima al Big City Bread poi dal Filipino. Ma cos’è questo Filipino? È uno dei protagonisti assoluti della vacanza, il furgoncino di street food filippino ufficiale del festival, che faceva dei noodle molto buoni e delle nuvole di gamberi multicolore. Per piacere di cronaca: come seconda colazione abbiamo preso pancake e frutta al The Grit, un posto molto bello per mangiare a tutte le ore. Altra nota di piacere, nei giorni del festival abbiamo sempre bevuto Topo Chico, l’acqua con gas distribuita gratis al Little Kings, senza la quale avremmo speso almeno 100 dollari in più in acqua.

Suggested Friends (ne parlo più sotto)

Gli Shut Ups non sono da includere tra i gruppi che hanno reso quel pomeriggio un pomeriggio migliore, ma Positive No, Joy Cleaner e Zooey si. I Positive No fanno dell’indie rock scritto e suonato da dio ed è bastato questo per farmi venire gli occhi lucidi. Tra l’altro, sono amici dei Van Pelt. Su Weird Hugs la cantante ha abbracciato tutti, noi compresi, e nei giorni seguenti c’ha sempre salutato come se fossimo suoi amici: molto hippie. I Joy Cleaner hanno iniziato soporiferi e si sono svegliati all’improvviso per l’ultimo pezzo (Disposable Outcome). È stato talmente figo che ho comprato il cd al banchetto. Il banchetto cumulativo di tutti i gruppi che suonavano ogni giorno era sempre uno dei posti più affollati. Si pagava con la carta di credito! Ultimi del pomeriggio sono stati gli Zooey di Tallahassee, che fanno show gaze in cui non si sente la voce, hanno lo spleen, sono giovanissimi, quindi benissimo, ho comprato la cassetta.

Con gli Zooey si è messo a piovere e i due concerti previsti sul roof top a partire dalle 5 sono stati spostati in un locale che esiste ma dal nome premonitore, davanti al teatro: il Nowhere Bar. Un alone di mistero da quel momento ha avvolto i due gruppi: dove sono? I Love Language – che ricordavano un po’ troppo David Gray – si sono materializzati a fine serata sul tetto quando non pioveva più, ma i Moon Racer non so che fine abbiano fatto.
L’alone di mistero te lo danno gli Antlered Aunt Lord, che con il loro sound epico, un po’ emocore e Neutral Milk Hotel si confermano un gruppo della madonna. Peccato che un sandwich e un cocktail ci abbiano inchiodato qualche minuto di troppo al tavolino del Clarke’s e siamo arrivati in ritardo al teatro. In pratica, uno dei gruppi che aspettavo di più è rimasto incastrato in un panino. Abbiamo cannato anche i Buxton. Ma non gli Ampline (con MIKE degli R. Ring), che hanno fatto un concerto punk rock tirato, senza fronzoli e di poche parole.

Le parole gliele ha messe subito dopo Robert Pollard con Guided By Voices. Hanno suonato due ore, lui ha detto 8 milioni di cose, ha fatto tutti i suoi gorgheggi e acuti, si è trattenuto (si fa per dire) con l’alcol ma non con le spaccate aeree. Al pubblico ha offerto birre, estratte come per magia dal suo frigo da pic-nic, riposto con grande attenzione dal roadie ai piedi della batteria durante il sound check. Peccato che fossero in bottiglie di vetro e che i buttafuori abbiano dovuto ritirarle maledicendolo. Ma non fa niente Robert, il club ormai era aperto ed era come se fosse tuo quando eri sul palco. Un concerto fiume di 36 canzoni. E poteva andare anche peggio, visto che per la data precedente a Birmingham, Alabama, ne ha fatte 52. Scaletta da super brividi anche se a memoria non saprei ripeterla neanche dopo una doppia dose di Be Total Mind Plus: di sicuro hanno fatto Sport Comfort, Steppenwolf, I’m a Scientist, I’m a Tree, Ironmen, Soldier, Hudson Rake, Space Gun eccetera. C’è la foto sul lo @instagbv comunque. Mi è mancata My Valuable Hunting Knife ma non è grave. Completo camicia pantalone e Vans, alla David Lynch, Pollard è stato padrone del Georgia Theatre per tutto il tempo in cui è stato sul palco, poi è scomparso. Cosa che non si può dire del bassista e del chitarrista, rimasti in giro a ubriacarsi senza vergogna per due giorni. Posso dire di aver pisciato con loro sia quella sera che quella successiva. Poi basta, visto che il sabato hanno suonato a Jacksonville, Florida. Comunque, ho pisciato due volte con i GBV.

La serata si è conclusa con David Barbe (ex bassista degli Sugar di Bob Mould) sul tetto. A un certo punto, una ragazza, guardando il palco da lontano, si è avvicinata a noi e ha detto, proprio rivolta a noi: “Ma non doveva suonare Dave Barbe?”, “È quello”, “Aaaa, non l’avevo riconosciuto.. è tanto un bravo ragazzo” e se n’è andata. Barbe suona ed è direttore del dipartimento musicale della UGA. Insomma, è proprio un bravo ragazzo. Forse una volta ha conosciuto e amato quella ragazza, lei non l’ha voluto e ora prova simpatia per lui. Non lo saprò mai, comunque il concerto era tutto chitarre psichedeliche lente, no tropical ma rilassanti, e dopo un po’ siamo tornati al nostro fantastico Days Inn perché river Pollard ci aveva distrutto. In senso positivo eh.

[They call me Sleep Over Jack].

Venerdì mattina siamo andati a fare il tour bus delle case storiche. So che può sembrare una cosa da turisti anziani, lo è, ma è stato molto bello. Abbiamo scoperto le caratteristiche dell’architettura residenziale di Athens e quali personalità più o meno illustri hanno vissuto in città. Ho scoperto che mi piace guardare come sono fatti i portici delle case e quante sedie a dondolo ci sono sotto. Ci sono alcune sedie enormi. Sopra, non c’è seduto quasi mai nessuno.

Siamo arrivati al Little Kings un po’ in ritardo (pranzo al The Grit, ce la siamo presa comoda). Non ci siamo comunque risparmiati e abbiamo cannato completamente solo Ew: c’è chi dice “meglio”, c’è chi dice “peccato”. Gli Ultra Beauty di Washington hanno la scorrevolezza di un camion incastrato tra due muri, ma la loro velocità inesplosa ha preparato l’atmosfera per entrambi i concerti seguenti: prima le Blushing, più languide e dream pop con convinzione, poi le Rose Ette, che hanno dato la svolta brìo alla giornata. Le Rose Ette sono di Houston, ma “nessun problema” perché sono veramente piacevoli, leggère come il mio cervello in ferie, spolpando le ultime ore del pomeriggio.
Momento Slits con i Gauche. Cena sul roof top con hamburgerino e patatine e arriviamo al piano terra del Georgia Theatre non in tempo per i Pohgoh (mi sa che è stato un peccato) e giusto in tempo per Wesdaruler, rapper old school che accompagnerà anche Linqua Franqa l’indomani, e i Flasher, che mescolano bene shoegaze, punk rock, garage e DEVO.

Poi il teatro si trasforma nella casa degli hippie, con gli Oh-Ok, il gruppo di Lynda Stipe, sorella. Gli Oh-OK fanno una specie di post punk con una spiccata propensione al pop, Lynda è felice e il concerto è una festa: sul palco sono in mille, sono di Athens, sono stati attivi solo un paio d’anni negli anni 80 e la città è venuta a salutarli in massa. In giro ci sono anche mamma Stipe e Mike Mills… e MIKE a quel punto è stato proclamato ufficialmente Nome Della Settimana. Poi ha suonato solo Dean Wareham (i Galaxie 500) con la moglie Britta. È il Family Day al Georgia Theatre! Questo party tutto famigliare e cittadino aveva però anche un risvolto politico: il 6 novembre ci saranno le elezioni di metà mandato per la Camera dei rappresentanti, il Senato e i governor (i leader di ogni stato) e Lynda Stipe aveva la maglietta di Stacey Abrams, candidata democratica a governare la Georgia, prima donna nera a correre per questo ruolo per un partito di maggioranza. Tutti, in quella sala, erano suoi sostenitori, era chiaro.

Sempre proiettati in avanti gli His Name Is Alive, rapiti da una svolta hard rock anni ’80 molto raffinata. Non li conoscevo prima di Athens ma Giovanni mi ha detto che una volta erano uno dei gruppi più interessanti della 4AD. Sicuramente qualcosa deve essere andato storto. Poi, per ultime, le Ex Hex di Mary Timony. Abbastanza inutili, perché non aggiungono niente al garage punk già sentito centomila volte. Per carità, gran mestiere, ma chiuso lì.

[Vado a letto, neanche troppo stanco, pensavo peggio]

Sabato è stata una grande giornata, sin dalla mattina. È stato il giorno in cui siamo capitati dentro a Epiphany, l’unico negozio di Athens in cui non trasmettono musica bella ma video delle proprietarie che parlano di come Cristo abbia cambiato la loro vita: per questo, tutto il negozio è ispirato a e da Lui. Un lato oscuro di Athens che non avevamo notato fino a quel momento.
Dopo una passeggiata nel parco del fiume Ocone, ci siamo trovati di fronte al Railroad Trestle, il traliccio della ferrovia che fino al 1973 collegava il centro della città con l’esterno, oltre al fiume. Nel 2000 stava per essere demolito ma una raccolta fondi dei cittadini l’ha salvato. Perché dovrebbe anche solo minimamente interessarvi tutto ciò? Perché è il traliccio del retro della copertina di Murmur dei R.E.M. A pochi passi da lì, poi, c’è Mama’s Boy. Perché è importante Mama’s Boy? Perché è un ristorante di soul food incredibile: ho mangiato una spalla di maiale gigante affogata nella salsa olandese con un grosso biscuit e 2 uova. Se vi capita di andare ad Athens, dovete andarci e mangiarvela.
Solo a quel punto, allora, potevo iniziare la giornata di muzic e avventurarmi verso due dei concerti che aspettavo di più: Eureka California e Linqua Franqa.

Quel ponte di legno

Sulla spalla del maiale ci siamo persi Jim Shorts, stile Bill To Spill, e Lydia Brambila, cantautrice dream pop che evoca atmosfere di acqua, alberi e fauni. Siamo arrivati per Hothead, seconda cantautrice della giornata, più hippie rispetto a Lydia B, con melodie più decise e una chitarra più suonata e meno arpeggiata. Era accompagnata da un ballerino che ogni tanto faceva un coro, Mauro Repetto degli 883, però ricciolino. I Suggested Friends hanno suonato subito dopo e sono stati la scoperta migliore del festival. Unici inglesi presenti, rielaborano fortissimo modelli diversi degli anni ’80 e ’90, dalle Sleater Kinney alle Marine Girls e il risultato sono melodie da leccarsi le orecchie e chitarre con suoni degni del miglior sound checker del mondo. Disco sold out, sennò lo compravo. Da ascoltare anche l’altro gruppo della bassista, i Mammoth Penguins.
I Flamingo Shadow fanno un passo indietro: i loro suoni sono così dolci, ondulati e cantilenanti che mi invitano a ordinare una Tropicalia. Non il mio gruppo preferito ma una buona idea prima di iniziare la serata. Non prima però di un tuffo in piscina e un rotolo al The Gritt, eletto a quel punto Miglior Posto Fighetto In Cui Mangiare della vacanza, un altro campionato rispetto al Filipino.

Il concerto di Linqua Franqa è stato voce, rap, personalità, impegno politico-sociale, ballo, poesia. In pratica, ha conquistato tutto il teatro. Lei è una local, nera, PhD in linguistica e Commissario della Contea in Georgia, carica per la quale ha prestato giuramento sulla biografia di Malcom X. “Grande amore ma anche grande tristezza, perché so che non la vedrò mai più” (cit. la mia morosa). È stata la regina delle prese bene sul palco, spigliata, divertente, aggressiva nella misura giusta.

lingua franca

Wesdaruler e Linqua Franqa

Lo stesso non si può dire di Jake Ward degli Eureka California che è il re dei presi male, categoria che mi piace tantissimo e a cui ritengo di appartenere. La presa male, però, può giocare qualche scherzo. Hanno fanno un bel SET, ma è mancato qualcosa. L’atmosfera, nei giorni precedenti, non è mai stata come per questi due concerti. Mentre per gli Oh-Ok sembrava di essere ospiti di una grande famiglia, per Linqua e gli Eureka nell’aria c’era una carica esplosiva. Non era la famiglia a creare l’atmosfera, era la voglia di sentirli suonare. Ed era anche la serata conclusiva. I bar sfornavano birre a tutto spiano e qualcuno camminava storto. Purtroppo se n’erano andati i GBV, altrimenti avremmo potuto pisciare insieme per la terza volta.
Dicevo, la presa male gioca brutti scherzi. Gli Eureka California hanno le canzoni, i suoni e la miccia che fa partire la scaglia. Quella sera però gli è mancata, a volte, un po’ di decisione. Possibili motivi? L’emozione di suonare nel teatro della propria città, far parte dell’organizzazione del festival e quindi di essere coinvolti direttamente in tutto, essere arrivati all’ultima sera, un po’ stanchi forse: un insieme di cose che probabilmente non gli hanno permesso di essere al top. Io comunque, per sicurezza, ho comprato tutti i loro cd e una maglietta al banchetto, semplicemente strisciando la carta di credito. La batterista Marie Uhler vince il premio Ammazza Che Schiena, nell’edizione precedente (ATP novembre 2016) conquistato da quella dei Low.

Man Or Astro-man? e The Mummies han chiuso le porte del festival. Sono molto simili: da anni fanno la stessa roba per un pubblico granitico, abbastanza orgoglioso, legato alla tradizione e ai suoni di una volta, quelli ultra osannati del garage surf. Fanno riferimento a immaginari vicini tra loro: i film horror di serie b per The Mummies, la fantascienza per i MoA. Dal vivo, The Mummies fanno più caciara, i MoA in fondo sono più seri, anche nelle gag, anche se sono più giovani. Entrambi i concerti sono stati un po’ noiosi.

Era l’ultima sera. Il giorno seguente, dopo una camminata tra le case storiche, tra cui quella di Peter Buck, abbiamo pranzato al Donderos, uno dei ristoranti più hippie della città, ottimo. Poi abbiamo salutato Renato e siamo partiti per Atlanta. Due giorni dopo abbiamo preso l’aereo per tornare in Italia. Era il 14 agosto e, mentre eravamo in aria, è crollato il ponte Morandi a Genova.

Cosa ho imparato

“Ero certo: da qualche parte esisteva. Era inconcepibile che in un paese dove prosperava un ideale così profondamente radicato e una fantasia così sfrenata per le piccole città, non ci fosse, in un punto imprecisato, la città ideale – luogo di lavoro e di pace, senza mastodontici centri commerciali e oceanici parcheggi, senza industrie e chiese drive-in, senza Kwik-Krap e Jiffi-Shit (mini-market di merda, ndr) e senza l’obbrobrio del consumismo sfrenato”.

Bill Bryson, America perduta

Quando io e la mia ragazza ci trasferiremo ad Athens, verrà sicuramente fuori un jiffi-shit subito, ma per ora non l’abbiamo visto. È strano anche che non ci sia neanche un negozio di souvenir e oggetti assurdi dei R.E.M per adescare i fan. Di solito, gli americani sono bravissimi a museizzare tutto con cartelli, transenne, visite guidate, gadget. In questo caso non è così. Per dire, i “luoghi dei R.E.M” in giro non sono neanche tanto segnalati. Dev’essere il segno del tempo che passa, o una dimostrazione di rispetto. Oppure è perché i R.E.M si fanno tantissimo i fatti loro. Per dire ancora: venerdì Mike Mills è andato al bar e la barista abbastanza giovane gli ha chiesto un documento. All’inizio mi sono stupito poi ho pensato che sia normale che le nuove generazioni non lo conoscano. O forse gli ha chiesto un documento proprio per vedere se fosse lui. Perché infatti avrebbe dovuto chiederglielo, visto che Mills ha i capelli bianchi? Ma se gliel’avesse chiesto per avere la certezza, poi avrebbe dovuto compiere un’azione da fan, tipo chiedergli un autografo o qualcosa di simile. E invece no. È un caso che rimarrà senza soluzione. Comunque, in un modo o nell’altro, Mills non era troppo interessato né al farsi né al non farsi riconoscere e forse è stato proprio questo atteggiamento, e la fuga di Stipe a New York, a fare in modo che in città non sorgessero jiffi-shit dedicati.
Allo stesso tempo un mondo R.E.M c’è in città, tra vecchi fan e collezionisti di dischi e persone che incontri per strada e iniziano a parlarne se gli dai corda. La serata Oh-Ok è stata una festa, piena di gente che si è ritrovata lì. La mia sensazione è stata quella di partecipare a qualcosa che verrà ricordato, non i Queen a Wembley, ma una cosa più umana, un saluto da lontano anche ai R.EM. Non c’è mitizzazione, e nemmeno commercializzazione, ma il ricordo è vivo. Nessuno dei R.E.M è morto, ok, ma non voglio tirargliela e per ora le cose mi sembra stiano così.

Di sicuro, dal punto di vista musicale, la città sente più l’influenza di altro, Per esempio, del giro Elephant 6, nato a Denver ma poi trasferitosi ad Athens. Ci sono talmente tante cose lì dentro, talmente tanti stili, che diventa un pozzo di ispirazione. Robert Schneider, che con l’Elephant 6 ha fondato the Apples In Stereo, prodotto i Neutral Milk Hotel qualche anno fa e fatto molto altro, continua a fare cose. Ha pure suonato al festival con gli Air Sea Dolphin e il pubblico era contento. Da Wuxtry Records mi ha fatto lo scontrino John Fernandez degli Olivia Tremor Control. Insomma, Athens è una specie di mondo in cui prendono vita all’improvviso tutti i miei amici, che sono sempre stati lontani fisicamente. Lì, sono vicini.
La musica, insieme all’Università, è stata la cosa che ha salvato la città e non l’ha fatta diventare un’Epiphany Town o un’ennesima Castle Rock, dove fanatismo religioso e carenza di lavoro deprimono le persone. È una città hippie, piena di freak vecchi e giovani innamorati del mondo, per questo un po’ ferma nel tempo. E allo stesso tempo è indie rock, con un fermento vero e band che suonano le chitarre, oggi, come se le avessero scoperte ieri. Molti dei gruppi del festival non sono local ma l’Athens Pop ne richiama tanti ogni anno in città, e la città diventa un catalizzatore.
Poi, quando entri in un qualsiasi negozio (a parte Epiphany) ti capita di sentire… i Lemonheads. E quindi compri tutto. Per strada, ti giri e vedi Lingua Franqa che discute di politica con uno, oppure vai a mangiare e di fianco hai i Jim Shorts al completo e il cantante degli Essex Green con i suoi quattro figli e la moglie. Quando eravamo lì, ci sembrava quasi che il ghiaccio che abbiamo nel cuore piano piano si andasse a squagliare (cit.). Non posso fare finta di non aver idealizzato almeno un po’ ma alla fine, in un’estate, vivere un momento da romanzo ci può stare.

Cazale, This is this EP: il Passatore va a New York

canale this is this

John Cazale era un attore americano che recitò in film belli grossi, di quelli che mezzo mondo ha visto almeno una volta nella vita: il Padrino parte I e parte II, La conversazione, Quel pomeriggio di un giorno da cani, Il cacciatore. Tutti film pieni di personaggi stronzi, ma anche di una certa eccentrica malinconia. Ecco, quella malinconia, ce la metteva lui, John Cazale. Come il personaggio di Frederico Corleone, per esempio. La famiglia lo sbatte sempre in secondo piano, affidandogli sempre affari poco rilevanti, viene preso a schiaffi, scavalcato dal fratello più piccolo e pure punito dal padre don Vito perché va a letto con troppe ragazze. Verrà ucciso, vicino a casa, su ordine del fratello. Ogni singola goccia dell’insoddisfazione di questo personaggio viene fuori nell’interpretazione di John Cazale.

È lui.

Cazale è anche il nome di un nuovo gruppo di Cesena, che ha preso tutta la malinconia di John e l’ha messa dentro al suo primo EP, This is this. La musica dei Cazale è la colonna sonora ideale per una lunga scena di omicidio a tradimento, come quello di Fredo. Il sotterfugio, l’attesa, l’esplosione della drammaticità e infine la coda di tristezza. Questo percorso, descritto dalle linee dei fiati, suona come una tragedia italo-americana, fumosa come un western, a volte. Non solo: This is this suona come una commedia nera ambientata tra le colline romagnole, ne esprime tutta la violenta potenzialità e il carattere più leggero, sintetizzati benissimo da basso, chitarra e batteria, in una cupezza sempre a un passo così da far venire voglia di muovere i piedi. E niente voce, a parte in Ali, perché meno parole si dicono in queste situazioni ambigue meglio è. Insomma, This is this è un ponte tra la Romagna e l’America. Dell’America prende tutto il John Cazale possibile, ma della Romagna ricorda il ritmo delle malinconicissime balere, delle ombre e dei misteri degli angoli bui in cui finiscono i passi di danza. La danza, del resto, non è che un cerchio con il diavolo in mezzo.

Non è un disco di Liscio, ma ricorda l’aria che si respira quando qualche orchestra, in lontananza, suona il Liscio. E ha ritmiche lente, post rock alla Giardini di Mirò (Old school), e jazzate, in particolare quella di Nottambuli, che cresce, poi si calma e alla fine svanisce nel nulla. Fino a Piavola, punto di incontro ideale tra Romagna e USA, ballo in pista sulle colline cesenati e jazz nei locali della New York di una volta, colonna sonora per una brutta azione del Passatore, racconto delle tradizioni e dei sotterfugi dei malavitosi, spietati ma anche romantici. Un disco da ascoltare al silenzio. Ti sorprenderà, anche perché, dopo tutta questa mia pippa sulla Romagna e gli USA, in alcuni momenti ti porterà verso Oriente o, semplicemente, nel pieno dell’inverno.

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La Storia del Punk di Stefano Gilardino: degli appunti impressionanti, anche un anno dopo

Fat Mike è uno strippone. Nel 2016 Londra ha festeggiato il 40° compleanno del punk con iniziative istituzionali: è stato l’atto definitivo della morte del punk, del suo lato ufficiale. Altrove, fuori da queste iniziative che cristallizzano ciò che è stato e che non esiste più, il punk c’è ancora. In particolare c’è un’idea che lo tiene in vita: fare qualcosa di diverso. Questo è il punto di partenza del libro di Gilardino. E questo post è un po’ un delirio, ma ho cercato di mettere giù le cose a cui ho pensato leggendo e a partire dal libro. La Storia del punk di Stefano Gilardino è uscito a ottobre 2017. Un anno fa. Adesso è uscito “Il quaderno punk 1979-1981. La nascita del nuovo rock italiano”, sempre suo, e mi si è sbloccato questo articolo che avevo fermo lì dall’anno scorso. Incredibile.

La Storia del punk racconta, oltre a tutto il resto, le cose più tradizionali del punk, quelle festeggiate a Londra, e ne mette in evidenza la vecchiezza ma anche l’eredità più importante, cioè la voglia eterna di cambiamento rispetto a quello che c’era prima. Negli anni questo atteggiamento ha creato tanti generi musicali.

Fat Mike dei NOFX dice: “Quando suoniamo in Italia, per esempio, ma anche in Spagna, Brasile o in Giappone (praticamente dappertutto tranne che negli Stati Uniti ndr), vengo spesso assalito da ragazzi che mi chiedono un autografo e mi trattano come una fottuta e stupida rockstar. Una volta una cosa del genere non sarebbe mai successa, tutti eravamo allo stesso livello, non c’erano distinzioni tra band e pubblico. Mi sento veramente a disagio in quel genere di situazione e così sono costretto a bere e a drogarmi per sopportarla”.

Nel libro c’è una tensione forte tra spinta al cambiamento e fine della spinta. La dichiarazione di Fat Mike è così buona da permetterci di tirare fuori un punto di vista direi completo sul punk in prospettiva verso il passato. Quella dichiarazione riassume la tensione, musicale, economica, di principio e persino interiore senza la quale non ci sarebbe nessuna spinta. Quando sei giovane, sei punk, poi magari ti capita di diventare famoso e contemporaneamente invecchi ed è un insieme letale di cose: che tu rinneghi la fama oppure no, se il tuo cervello non è completamente bruciato, ti rendi conto che del punk a quel punto – visto che sei finito dentro un meccanismo che non governi più senza compromessi – non esiste che il principio, che tra l’altro è cristallizzato nel passato. Il passato viene idealizzato e diventa oggetto di venerazione ma quando il punk è nato era anti-venerazione e anti-auto-venerazione della musica degli anni ’60: cambiamento, appunto. Quindi, di base, l’idea è tradita. Fat Mike non sopporta i ragazzi che lo venerano ma lui venera il passato. È la storia e il problema del punk che, significando di per sé cambiamento, ha sempre cercato di rigenerarsi e reinventarsi, mangiandosi e vomitandosi (un’immagine coerente) in una forma diversa che poi è stata mangiata e vomitata a sua volta da un’altra musica diversa e via dicendo. La nuova guardia di turno tenta di cambiare le cose, una parte della vecchia si adegua e dà il proprio contributo significativo ma l’altra parte della vecchia guardia conserva quella che ormai è diventata la tradizione. E questa parte è attaccata al passato, mette la tomba sull’idea anche se crede di darle seguito, generando strati di fan che rimangono fedeli alle cose vecchie perché erano meglio. Non è semplicemente “i giovani distruggono, i vecchi conservano”, no, è un moto irregolare in cui si muovono gruppi e personaggi con percorsi diversi rispetto a tradizione e novità, ma la lotta tra tradizione e novità rimane una costante e musicisti e fan che venerano il passato, pensando di essere ancora coerenti con l’idea, ce ne saranno sempre. È umano essere innamorati del gruppo di quando eravamo giovani. E quello che è umano a volte distrugge l’idea, anche se crede di sostenerla.

Dal punto di vista musicale, gli stili sono sempre quelli, sono ormai stremati e la forza sovversiva dell’idea è sepolta nella loro reiterazione. L’idea ormai è diventata talmente “la regola” da non riuscire più a produrre davvero qualcosa di diverso. Però è viva e anche continuare a fare qualcosa di diverso nello stesso modo per anni e dopo anni, dà a chi lo fa la sensazione di fare davvero qualcosa di diverso, gli dà sicurezza e senso di appartenenza a un gruppo di persone che ha la stessa visione.
Da qui la discussione sempreverde, perché una voglia di cambiamento nella musica c’è sempre: visto che adesso è quello il genere in cui c’è più spinta a cambiare le cose, è l’elettronica il punk di oggi?

Che stress l’altrove. Torno al punk rock e cerco di continuare a pensare. Il punk è una lotta alla noia, con qualcosa di diverso, e anche un po’ ripugnante (all’inizio i Suicide li schifavano tutti). Forse il concetto di punk ha cambiato casa nel corso del tempo, proprio perché il rock è stato macinato troppo dal marchingegno. Cercare il punk altrove non è una novità, l’ha già fatto qualche anno fa il post punk unendo funk, dance e rock e arrivando addirittura a essere più punk del punk, o l’hanno già fatto i Suicide che avevano capito subito che per essere punk bisognava non fare il punk rock. Per dire.

Se ci pensate, è una bella contraddizione da reggere: tieni fede all’idea alla base di tutto (che consiste in cambiare le cose) ma se tieni fede vuol dire che non le cambi, anche se magari le cambi davvero facendo una cosa diversa da quelle che sono già state fatte. Ma lo fai per tenere fede all’idea. Ci credo che Fat Mike è andato in confusione. Cambi il modo, non cambi il cuore della questione: l’idea è sempre la stessa. È un marchingegno infernale in cui è sempre necessario ricominciare daccapo, rimettendo in gioco le forze vecchie o trovandone di nuove, con un ritmo di scouting naturale incredibile, rimasto altissimo nei decenni e che inevitabilmente ha avuto dei momenti di down sia a livello di qualità che di quantità. La storia del punk racconta l’eterno tentativo di fare un refresh. Ed è un tentativo riuscito anche troppe volte. Punk, Post punk, New Wave, Hard Core, Heavy Metal, Grind, Emo, Lo-fi sono tutti collegati da quell’idea: rompere con quello che c’è stato prima, creare qualcosa di nuova rispetto ai precedenti. La storia del punk racconta la storia della necessità di auto-cambiamento di un unico grande blob ribelle con all’interno un sacco di sotto-blob più ribelli di lui che nascono di volta in volta e cambiano le regole. È la storia del punk e della musica di rottura in un contesto preciso: dentro alle chitarre elettriche, circa. L’ho chiamato blob perché in effetti ha travolto tutto, e diverse volte, ma a guardarlo adesso mostra la corda da un po’. È come guardare il film Blob e la massa che esce dal cinema: che idea meravigliosa dici… però lo vedi che è vecchio.

A questo punto della questione posso parlare dell’orizzonte temporale del libro che, partendo dalle prime cose che mostrarono irritazione nei confronti delle mega rock band super tecniche degli anni ’60, dà alla storia un respiro diverso rispetto al solito: nello specifico, parte 10 anni prima, dal 1966 e dai Velvet Undreground (e arriva fino al 2016). Parla di America quindi, non solo di UK, ma soprattutto parla di tutto il mondo, prendendo in mano l’idea del punk e seguendone il filo, fino al Brasile dei Sepultura, per dire.

Chitarre strumento egocentrico. A questo punto della questione s’inserisce anche il modo di usare le chitarrazze. Il tipo di musica non è una costante del punk rock, perché non è possibile dare sempre la stessa forma a un’idea, ma le chitarrazze ci sono quasi sempre e sono quelle attraverso cui passano tutti i cambiamenti. Quando non ci sono, sono importanti lo stesso, perché è proprio il fatto che non ci siano, o ci siano meno, che rende il gruppo diverso. Per esempio i Devo o ancora di più i Suicide. La Storia del Punk individua la capacità di tutti i gruppi punk del mondo di incidere sull’esistente e di contribuire al cambiamento con (o senza) le chitarrazze, mantiene con coerenza, controllo e attendibilità la linea del racconto, spaziando da un genere all’altro ed esplicitando collegamenti (tipo Punk rock, HC, Heavy metal, Grind) che assumono tutto il senso che devono assumere solo se posizionati sul percorso del cambiamento e inseriti nella riflessione 1966-2016.

A questo paragrafo sulle chitarrazze c’è da aggiungere che non cambia solo la musica, ma anche l’atteggiamento. Ad esempio, all’inizio c’era il no future, poi ci si è rotti il cazzo del no future e si è passati allo straight-edge. Poi ci si è rotti anche dello straight-edge e lo si è messo in discussione. Eccetera. Dentro ci sono punti di vista diversi e idee opposte su cosa dovesse significare e essere la musica punk, veloce o no, violenta o no, major o no, mezzo ed espressione della lotta sociale, della libertà di pensiero o dell’identità sessuale. Ah, nel libro ci sono anche i riferimenti precisissimi alle forme d’arte e di espressione non satellite ma cuore del punk: fotografia, cinema, grafica, giornalismo. Una visione A 360 GRADI, insomma, un lavoro della madonna. E in questo moto continuo di arti e cambiamenti, ci sono i nomi di chi il cambiamento l’ha costruito, un sacco di nomi della scena mondiale, anche quelli meno noti.

Il ruolo cruciale dei meno noti. Ludo Mariman, Elton Motello, Michael Gramaglia, Arturo Vega, Tom Bongiovi, Billy Ficca, Jimmy Rip, Peter Carcinogenic, Tommy Tubercolosis, Roberto Valverde, Chavo Pederast, Joey Shithead Keithley, Gordo, Steve Ignorant, Eric Stump, Vinnie Stigma, Al Barile, Arthur Smilios, Billy Milano (che mi ha ricordato quelli tipo Dean Martin, al secolo Dino Martini), David Spacone, Mark Trombino, Eddie Spaghetti, Sandy Banana, Chainsaw Sally, Helena Velena, Nine Inch Males, che in realtà è il titolo di un ep. E chi è John Cipollina? Oltre che per i nomi tradizionali, c’è molto spazio anche per tutti questi. Sono divertenti. Ma soprattutto, anche se qualcuno ha fatto parte di gruppi più famosi di altri, proprio per il fatto di essere meno conosciuti, questi nomi potrebbero pure continuare a incarnare la volontà di rottura senza compromessi, per sempre. Potrebbero. Potenzialmente. Del tipo: Henry Rollins è un venduto? E che ti frega, c’è Al Barile. Ci sono anche tanti gruppi che rispondono a questa esigenza: Beat, Nerves, Dicks, Ratos de Porao, Olho Seco, Cólera, i finlandesi Terveet Kadet (che vuol dire “mani pulite”), i Rattus, i Rudimentary Peni, i Circus Mort, i Bernardones. Eccetera. Questo libro ne parla.

Al Barile è il chitarrista degli SSD (hard core punk anni ’80) ed è uno che di fronte alla possibilità di una reunion nel 2008 si è incazzato moltissimo. Insomma, le cose sono andate più o meno così: su internet inizia a girare la voce che Springa, il cantante, avrebbe riunito il gruppo con una nuova line up in occasione dell’Iperfest in Belgio. Al Barile l’ha presa bene e ha cacciato Springa dagli SSD. Da quel momento, nella pagina degli SSD sul sito della X-Claim (l’etichetta), Springa scompare, anche dalle foto. Per ricomparire solo quando avrà fatto la pace con Barile, nel 2015. 7 anni, 7 anni. Quindi, l’atteggiamento di Al Barile è quello dell’assoluta fedeltà al passato, talmente assoluta da non tollerare neanche le voci di una reunion e da non volerlo ripetere. Forse perché non l’aveva decisa lui, ma comunque neanche in seguito gli SSD si riuniranno mai. Il passato non torna, sembra dire Al. Secondo me, riunirsi o non riunirsi è la stessa cosa: farlo è tentare di tornare indietro, non farlo è ammettere che quei tempi, i migliori, meglio di quelli di adesso, non torneranno. Quindi, che i gruppi facciano quello che vogliono, non è scontato che il risultato sia buono, sta a noi giudicare senza vergogna, ma possono fare quello che vogliono. In qualche modo, entrambi gli atteggiamenti puntano a tenere in vita il punk com’era una volta.

Ed eccoci giunti al domandone. Ma ha senso farlo? Mettendo il discorso in prospettiva verso il futuro, o con uno sguardo sul presente ma proiettato su quello che potrebbe accadere, è necessario che qualcosa di nuovo intervenga per svecchiare gli atteggiamenti e la musica punk rock. Per quanto mi piaccia e mi gasi ancora, (a mio parere) non ha nessun senso continuare a definire “punk” la stessa musica di 20 anni fa con l’intenzione farla passare ancora come la musica “di rottura”. È una famiglia di generi musicali, un modo di concepire la musica che ti piaceva quando eri giovane e che ti piace ancora. Un modo di essere e pensare. Sincero, vero. Ma serve qualcosa di nuovo, da tutti i punti di vista. In Italia il diy – cuore pulsante dell’eredità punk della Dischords – ha preso molto piede e va ancora come un turbo. Il diy è l’autodeterminazione e l’autodeterminazione è fondamentale per fare la musica che si vuole fare, distribuirla come si vuole e suonarla dove si vuole. È la base da cui prende vita tutto il resto. Ma il diy è superabile? È possibile trovare qualcosa di altrettanto bello, che dia lo stesso entusiasmo, però nuovo? È necessario? Ritorna il discorso del rispetto dell’idea tradizionale che s’innesca come perno fondamentale della volontà di rinnovare e cambiare la vecchia musica. In fondo, questo dilemma si risolverebbe se ci fosse musica nuova, non importerebbe il modo in cui viene realizzata, sarebbe “di rottura” e quello sarebbe l’importante. Se ci fosse, ma non c’è, nel rock.

Default! Il cambiamento è una necessità. Quindi ci sono possibilità che succeda e che sia frequente. Dà vita a una falla sistematica (un default praticamente), rigenerante e vitale. Poi il sistema la risolve, la falla. Qualcosa di punk si è manifestato diverse volte nel corso della storia del punk rock ed è stato quindi proprio una falla sistematica oltre che sistemica. Dunque non è solo auspicabile ma anche prevedibile. Può essere punk qualcosa di auspicabile e prevedibile? In linea teorica no ma, nel momento in cui succede, succede, e cambia le cose.

Future? Credo che una delle cose più grandi create dalla musica punk rock (inteso come tutto: punk, hc, heavy metal, grind, emo eccetera) siano le amicizie, le storie e i ricordi nati grazie e attorno a lei. Guardate che amore c’è attorno agli Husker Du e quanti racconti sono venuti fuori quando è morto Grant Hart, per dire. L’ottica è quella nostalgica e di creazione del mito ma credo che sia una grande eredità, inevitabile per chi non è solo un fagocitatore seriale di musica ma ha anche un cuore. Umano, appunto. Prospettive del punk? Proprio le storie e le amicizie, che continueranno a scriversi, le nuove e le vecchie. Ricordare non è riportare in vita (come fare una reunion) ma è raccontare una cosa che è là e non vogliamo che sia ancora e anche qua, ma solo là.
A questo punto mini-mini pippa sul rapporto tra necessità di innovazione della musica e necessità di avere una musica del cuore, che anche se non cambia è lo stesso anzi è meglio. Modernità e storicità devono coesistere, per potersi guardare in cagnesco, o anche con interesse. Non è possibile che un’epoca finisca di colpo e ne inizi (sempre di colpo) un’altra. C’è un momento in cui il vecchio si muove parallelamente al nuovo. In seguito, non è che il vecchio cessa di esistere, continua, ma diventa vecchio-vecchio, e non è più parallelo ma semplicemente è sullo stesso pianeta rispetto al nuovo ma niente più. Realmente, senza sforzi e senza eccezioni, che cos’hanno in comune uno che era giovane quando infuriavano i Led Zeppelin e uno che lo era quando è uscito James Ferraro?

Poi, la prospettiva potrebbe essere qualcosa di inaspettato. Elettronica? Il rock che inventa qualcosa di nuovo? Tutto questo insieme? Unicità, diversità e capacità di suscitare repulsione. In due parole, ci vuole l’elemento surprise. Una cosa come i SUICIDE, ma non i SUICIDE. Io, leggendo La storia del punk, oltre a quei nomi bellissimi di cui sopra, mi sono segnato anche alcune cose da riascoltare, come Paganicons dei Saccharine Trust, If’n dei fIREHOSE, i New Bomb Turks, How to Clean Everything dei Propagandhi, Dengerous Magical Noise dei Dirtbombs. Sono tutti dischi che una volta erano sconvolgenti, ma adesso sono classici. Però un giorno un inaspettato gruppo spariglierà tutte le carte con una canzone impresentabile e repulsiva. Saranno i SURPRISE, e saranno punk.

Sarà possibile? Non so. Certo sarà difficile se pensiamo che Mark Fisher a un certo punto si è chiesto “però vuoi mettere con quando uscirono le prime tracce jungle? Le ascoltavi e pensavi: da dove viene questa roba?”. Ci vorrebbe una cosa come la jungle, completamente nuova, senza recuperi dal passato. Ma non sappiamo se ci sarà, non ne abbiamo la certezza. Come non abbiamo la certezza sicurissima che ci sarà un futuro. La riflessione sul futuro del punk s’intreccia inevitabilmente con quella sul futuro in generale, visto che punk vuol dire cambiamento. Simpatico, per un movimento che appena pochi anni dopo la nascita diceva no future. L’idea di cambiamento implica la fiducia nell’esistenza di un futuro e quello che i Sex Pistols hanno fatto negli anni ’70 è stato cambiare la musica rock e poi dire che non c’era futuro, come se l’unico e ultimo futuro disponibile fosse la rivoluzione punk. Invece non è stato così, un futuro musicale c’è stato e pure florido. Il libro di Gilardino s’interroga sul significato di “punk” e risponde in relazione alla storia del punk rock. Questo è il suo intento e l’ha perseguito benissimo.

C’è da chiedersi che significato e forma debba assumere oggi una musica di rottura, visto che il rock ha già fatto tanta strada in quella direzione. Abbiamo già avuto un genere musicale elettronico che ha rotto tutti gli schemi nel recente passato, la jungle appunto. Il prossimo passo per la prossima rottura non sarà un incrocio di generi (che è roba già vista) ma qualcos’altro ancora, che sia in grado di cambiare le vite della gente come ha fatto il punk rock e come ha fatto la jungle (e forse anche James Ferraro e l’accelerazionismo, ma non tanto quanto la jungle). Non deve essere solo una musica o contenere un messaggio ma avere anche una forza vitale, creare legami. Quello che ha fatto il punk rock in questo senso è stato grande. Ma non basta più. “Senza il nuovo quanto può durare una cultura? Cosa succede se i giovani non sono più in grado di suscitare stupore?” (Mark Fisher, Realismo capitalista, Edizioni Nero, pag. 28). Ce ne potrà essere un altro, di futuro, veramente diverso e che potremo definire punk senza essere quelli che dicono punk di fronte a qualsiasi cosa e che confondono diverso con provocatorio?

Leggete Gilardino.