Colapesce al Sammaurock

Colapesce live

Il 4 luglio a vedere Colapesce dal vivo al Sammaurock ci sono capitato perchè volevo vedere Colapesce dal vivo. Sapevo che sarebbe stato un concerto acustico, chitarra e voce, senza la band, ma comunque sarebbe stato Colapesce.
Queste prime tre righe ingannano, forse, perchè l’attesa non era Dai quando suona Colapesce a San Mauro che lo voglio vedere assolutamente il disco mi piace un casino. L’attesa era Vediamo Colapesce il disco non mi piace ma è gratis e vediamo cosa fa dal vivo dal momento che tutti ne parlano.
Nessun pregiudizio, quindi.
C’è stato un problema durante il concerto, non il più grande, ma comunque un problema. La mancanza totale di autoironia e di simpatia non ha permesso a Colapesce di cavarsela sufficientemente bene di fronte a un pubblico decimato dopo i set decisamente più popolosi di m+a e Talk To Me. A Sammaurock ci sono molte famiglie che se ne vanno a letto presto, ma quello di Colapesce è un concerto per famiglie, che avrebbero potuto anche rimanere ma non l’hanno fatto.
Il problema più grande però è che mi pare, ancora di più dal vivo che non sul disco, che Colapesce si ispiri a Battiato nella voce flebile e sottile e a volte nei testi (alcuni lo hanno già eletto suo erede), ma lo appiattisca su una formula sempre uguale e ripetuta, sempre sullo stesso livello di non-grinta.

Un meraviglioso declino (l’album, per 42 Records) è registrato con la band ma il risultato finale non è diverso e non dà motivi per riascoltarlo. È tutto molto uguale a se stesso, tutto molto concentrato su se stesso e su quello che starà per dire Colapesce. Non ho trovato, ecco, una vera apertura alle cose di cui si parla. I testi non hanno la capacità di essere quello che dovrebbero: si canta di amore e di cose ma non c’è mai la sensazione di aver ascoltato qualcosa che ha colpito nel segno, unica eccezione (forse) Restiamo in casa. Apprezzo lo sforzo di voler creare immagini efficaci. Ma spesso le immagini e le situazioni descritte si perdono nella volontà di dare loro una connotazione poetica da poeta contemporaneo (l’inizio di La distruzione di un amore). Colapesce va bene un pò per tutti perchè non spinge fino in fondo su nessun tasto, non calca la mano su niente, non tenta di far male in qualche modo.
In realtà, c’è Bogotà che contiene una frase che avrebbe potuto rappresentare la svolta verso le frasi utili: “Io la notte ancora sto sveglio/ a pensare al tempo che ho perso/ e ne accumulo altro”. Ma la ripete troppe volte e la uccide.

Tornando al live, Colapesce a un certo punto ha apostrofato il pubblico ormai assuefatto dal sonno dicendo seriamente una cosa che è stata più o meno questa: “Per gli applausi siete peggio che a Catania”, offendendo non solo il pubblico presente, suscettibile, che a quel punto è diminuito vergognosamente, ma anche i catanesi. Il non applauso è spontaneo se non ti piace una cosa. Non c’è una regola universalmente valida che suggerisce di applaudire sempre ai concerti. E non è neanche universalmente vero che Colapesce debba piacere. Ma lui non lo sa. E quando poi capisce che non tutti sapevamo le parole di una cover di Battiato (mi pare Summer On A Solitary Beach) ci manda a cagare. Ha un senso dell’umorismo che non comprendo. Non conosciamo a memoria le canzoni di Battiato e siamo degli stronzi.
Se penso a qualcosa che mi piace di suo, penso a Gli anni, la cover degli 883, il resto è voler essere cantautore per potersi lamentare e poter rendere persona banale chi ascolta con testi più intelligenti della nostra vita. È sbagliato, è tutto sbagliato. In Italia ci sono cantautori giovani migliori di così.

Blurt and not Blur

Ted Milton (Blurt)

I Blurt sono una band inglese che ha esordito all’inizio degli anni ’80 e che non conoscevo. Post punk, jazz punk, no wave, queste le definizioni che meglio si confanno loro. Il primo album (omonimo) l’hanno fatto nel 1982, l’ultimo (Cut it!) nel 2010. La loro carriera ha ricevuto due stop piuttosto lunghi, tra ’92 e il ’98 e tra il ’98 e il 2010, anche se tra il ’98 e il ’10 hanno fatto uscire quattro compilation. Al momento, pare siano in attività. Discografia (album studio):

– Blurt (1982, Red Flame)
– Friday the 12th (1985, Another Side)
Poppycock (1986, Toeblock)
Smoke Time (1987, Toeblock e Line Music GmbH)
Kenny Rogers’ Greatest Hit (Take 2) (1989, Toeblock)
The Kenny Rogers Greatest Hit (1991, V.I.S.A.)
Pagan Strings (1992, Toeblock)
Celebrating the Bespoke Cell of Little Ease (1998, Bahia Music)
Cut It! (2010, LTM)

Milton/LydonLui è Ted Milton, poeta esistenzialista e sassofonista, sosia di Jonh Lydon dal 1990 in poi, anzi non escludo che dal 1990 in poi sia lui, che rappresenta la mente pensante dei Blurt, un pò come David Thomas per i Pere Ubu. La formazione (cioè le batterie, le chitarre e i sintetizzatori) è ruotata, ruota e ruoterà intorno a Ted Milton. La canzone-tipo è composta dalla chitarra che ripete (quasi) un giro solo, il sassofono che svisa e Ted Milton che recita le sue poesie. La batteria è più o meno consistente, a seconda della personalità del batterista.
Messi giù in questo modo, i Blurt possono sembrare una sòla ma non lo sono. Ad ascoltare una qualsiasi canzone di 7 minuti dei Blurt si prova la stessa soddisfazione che si prova a finire in 7 minuti un Calippo fitz alla Coca Cola sotto l’ombra del portico di casa mentre guardi la palazzina di fronte. E non è una metafora a caso perchè il sassofono ti dà la stessa sensazione di futuro ormai già passato che ti danno le stesse bollicine di sempre e la palazzina di fronte ti dà la certezza di un passato che non cambia mai.
Il migliore dei tanti batteristi dei Blurt è stato sicuramente Jake Milton, il fratello. Tra gli altri Jake Milton ha registrato anche l’album di esordio, geniale soprattutto per la copertina che, mi sembra evidente, riproduce quella Velvet Underground & Nico (1969) con un uomo al posto della banana.

Blurt/Velvet

Inoltre, The Fish Needs a Bike (Blurt) è l’incipit da cui ha ufficiosamente ha avuto origine tutta Rearviewmirror dei Pearl Jam. E la scoperta ha avuto per me la stessa portata di quando mi hanno fatto notare che il giro di chitarra di Come As You Are per stessa ammissione del suo autore è uguale a quello di Eighties dei Killing Joke (Night Time, 1984). A questo punto, credo sia il caso di pensare che i cani che si vedono nel video di Eighties possano aver generato l’idea del cane del video di Come As You Are.

Tutto l’articolo è nato dal fatto che ho visto in un negozio un cd dei Blurt, mi sono chiesto chi fossero, li ho cercati sul google e google come termini di ricerca possibili mi ha restituito blurt e blur tender. Dopodiché ho scelto il primo anche come piccola vittoria personale sul fatto che settimana scorsa non si è fatto altro che parlare di concerti dei Blur in Italia. I Blur dal vivo sono migliorati molto negli anni compresi tra 13 e Think Tank, poi si sono sciolti e alla fine hanno deciso di non fare un album insieme ma solo tre singoli, tra il 2010 e il 2012, e solo concerti, e questa è una saggia decisione sia dal punto di vista musicale sia dal punto di vista commerciale perchè così tutti sono andati ai concerti, sia i fan dell’ultima ora, sia quelli della prima i quali, questi ultimi, o almeno alcuni di essi, avrebbero potuto essere delusi da un album del cazzo fatto uscire nel 2013 e non avrebbero mai speso 50 euro più viaggio per vederli dal vivo. All’album della reunion il terreno è stato preparato dai tre singoli usciti negli ultimi tre anni, lo avrebbe capito anche uno stolto. Nessuna speranza sin dal 2010 quindi. L’album nuovo infatti esce nel 2014. E allora vaffanculo. Noi stolti pensavamo di poter annoverare i Blur tra le band intelligenti che fanno progetti solisti di altissimo livello e che si runiscono solo per i live perchè bisogna continuare a campare.
Le motivazioni serie per cui non sono andato a vedere i Blur sono: il prezzo del biglietto e il fatto che gli album fino a 13 compreso mi sembrano lontani anni luce e trovo molto più gusto ad ascoltare Graham Coxon da solo o DRC con Damon Albarn, perchè lì sento un’evoluzione e di riferimenti al passato sento quelli che bastano, quelli che sono sufficienti a farmi capire che oggi i Blur sono per fortuna fatti anche di progetti paralleli e non solo di tre singoli che non aggiungono niente di nuovo al passato (Fool’s Day, Under the Westway e The Puritan). Non per tutta la musica ho bisogno di sentire un passo in avanti, per i Crash of Rhinos per esempio non ne ho bisogno, ma per i Blur si.
E mentre pensavo di scrivere un articolo di protesta, ho scoperto i Blurt, il gruppo più noioso della storia, che però mi fa pensare a una lunga sorsata di cedrata, oppure a un caffè americano corretto con il whisky, che però mi dà una chitarra che non si adagia, un sassofono che mi strilla nelle orecchie come i bambini del cortile qui accanto, una batteria diversa ogni volta e un nome su cui scrivere un post d’estate.

Settimana. Bufera tangenti sui Muse, non si parla d’altro

Muse

I Muse hanno pagato una bustarella bella gonfia per sparare i fuochi d’artificio durante il concerto del 6 luglio all’Olimpico di Roma, parola di Matt Bellamy.
Anzi no, hanno solo pagato le tasse.
Che un inglese scambi una tassa italiana per una tangente ci può stare. Ma suona tutto un pò strano. Bellamy si è sbagliato: ha dichiarato una cosa e poi il suo Bonaiuti l’ha smentito. Bustarella o bustarhimes, è sicuro che si parla sempre meno della musica dei Muse e sempre di più di quello che ci sta attorno. Ho letto un pò di recensioni dei concerti all’Olimpico e a Torino di quest’estate, poche righe erano dedicate alle canzoni, molte agli effetti speciali, ai camion che sono serviti per trasportarli e ai soldi che ci volevano per il biglietto. I titoli dicevano cose come “Spettacolare concerto”, “Lingue di fuoco e robot”, “Mille luci e mille impulsi”. Quando poi l’abbigliamento diventa quello della Carrà, per un musicista alternative è finita, egli è definitivamente corrotto, asservito allo showbiz del pop. Nel caso dei Muse, tutto torna per l’appunto.

In fondo, però, fare un assolo in mezzo al palco in solitudine, lontano da tutto e tutti, su Piazza Bellamy, per i tour estivi il punto più ventilato di qualsiasi stadio, è l’atto che meglio rappresenta la condizione dell’uomo contemporaneo: tecnologico, ma solo. Quello che paghi, tu, spettatore, è la filosofia contemporanea, non i fuochi d’artificio.
Per parlare con i compagni di band ci volevano gli auricolari. Tutte cose di questo calibro nelle recensioni, e a inizio settimana è venuta fuori anche la tangente. Adesso tocca alla Commissione provinciale di vigilanza sull’ordine pubblico scoprire la verità, che verrà senz’altro a galla.

Non sono stanco dei concerti baracconi, non provo neanche sdegno nei confronti di chi mi dice che il POP Tour degli U2 fu bellissimo e rivoluzionario, e anche i Flaming Lips portano in giro il loro luna park. Però adesso c’è la crisi e c’è bisogno di contatto umano, vorrei che la gente sudasse sul palco, insieme a me. Non che noi del pubblico si soffre il caldo e loro lassù freschi come se uscissero da un frigorifero perchè devono concentrarsi su quando verrà schiacciato il bottone che farà partire i fischioni o perchè hanno l’aria condizionata sul palco. Ecco, secondo me i Muse hanno l’aria condizionata sul palco (facile: scrivono canzoni che s’intitolano Big Freeze) e sono convinto che se cerco su google qualcosa trovo a riguardo.